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Nel frattempo lo sviluppo delle operazioni belliche sui settori trentino e giuliano richiese di aumentare urgentemente le forze dell’Arma da assegnare al servizio di polizia militare, per cui il Reggimento venne sciolto ed i tre Battaglioni divennero autonomi ed assegnati rispettivamente: il I al Comando Supremo, il II alla 3a Armata, il III alla 2a Armata. Il I Battaglione continuò a custodire la Bandiera dell’Arma dopo lo scioglimento del Reggimento e assicurò un complesso di servizi inerenti al funzionamento e alla sicurezza del Comando Supremo. Contemporaneamente allo scioglimento del Reggimento furono costituite due Compagnie autonome, che insieme al Gruppo Squadroni furono impiegate nei vari servizi di polizia militare.

Il II ed il III Battaglione, nel corso della 3a, 4a e 5a battaglia dell’Isonzo, dall’ottobre 1915 al marzo 1916, assicurarono il servizio di polizia militare sul campo di battaglia, in prossimità delle trincee di prima linea o fra i rincalzi. Particolare attività svolse il III Battaglione nella primavera del 1916, durante la ripresa dell’offensiva generale, e si distinse per la sua opera e gli atti di valore individuali compiuti.

Nel 1916 il Comando Supremo dispose il riordinamento dell’Arma presso l’esercito operante, stabilendo lo scioglimento del II e III Battaglione e delle tre Compagnie autonome mobilitate. I “Plotoni” ebbero un organico uguale a quello delle Sezioni: 50, ma erano costituiti solamente da carabinieri a piedi, mentre le Sezioni da militari a cavallo o ciclisti. Di conseguenza venne abolito il Comando Superiore e costituito l’Ispettorato Generale delle Retrovie, i cui compiti erano: Posti di sicurezza, Piantoni fissi, Vigilanza sulla difesa contraerea e costiera, Ronde negli abitati, Perlustrazioni sulle vie ordinarie, Servizi di tappa, Vigilanza su operai e tecnici impiegati in opere militari, Polizia sui treni, Corrieri postali, Prevenzione e repressione spionaggio, Servizio informazioni, Scorte valori, Servizio alle tradotte, Scorte ai carreggi, Salvacondotti eccetera.

Il 15 maggio 1916 ebbe inizio l’offensiva austriaca sul fronte tridentino, che si svolse in quattro fasi successive e impegnò particolarmente la 1a e la 2a Armata. Le operazioni, protrattesi sino a luglio, richiesero l’impiego di altre forze e così nuovi Plotoni e Sezioni furono aggiunti. Dal 27 luglio al 4 agosto, poi, vi fu un grande concentramento di truppe sul fronte giuliano (3a Armata) per quella che passerà alla storia come la 6a battaglia dell’Isonzo e che condusse alla presa di Gorizia. Rotto il fronte nemico, conquistati il Sabotino e il San Michele, alle cui operazioni presero attiva e valida parte le Sezioni e i Plotoni Carabinieri addetti al VI e all’XI Corpo d’Armata, e apertasi la via per Gorizia, occorreva disporre di truppe celeri da lanciare all’inseguimento dell’avversario oltre l’Isonzo. Fu così che ai 18 Squadroni di cavalleria raccolti in tutta fretta si unirono i due Squadroni Carabinieri addetti al Comando Supremo.

Toccò proprio al Gruppo Squadroni l’onore di entrare per primo a Gorizia (8 agosto 1916). Inoltre la città fu subito affidata alle cure di un Commissario Straordinario al Comune, nella persona del maggiore G. Battista Sestilli, Comandante i carabinieri del VI Corpo d’Armata.

Il secondo semestre del 1917 fu anche per i carabinieri un periodo di intensa e tragica attività. Dopo la 7a, 8a, 9a, 10a e 11a battaglia dell’Isonzo, che avevano portato le posizioni italiane a 17 chilometri da Trieste, sopraggiunse l’infausta 12a battaglia, in cui il nostro esercito venne travolto a causa del cedimento verificatosi nel settore di Caporetto. L’offensiva austro-tedesca, iniziata il 24 ottobre, portò il 27 alla penetrazione delle forze nemiche in territorio nazionale. Il fronte italiano ripiegò: un ripiegamento che assunse carattere e proporzioni gravi (un milione e mezzo di italiani, frammisti a mezzo milione di civili, incalzati da un milione di austro-tedeschi), ma le qualità morali, militari, fisiche e umane dei Carabinieri rifulsero di valore, di eroica fermezza, di eccezionale resistenza e di obbedienza al dovere.

Per quanto attiene l’Arma territoriale, va considerata l’azione della Divisione Udine, con le sue Compagnie, Tenenze e Stazioni dipendenti dalla Legione di Verona, e della “1a Legione provvisoria autonoma”, costituita nel 1916 su due Divisioni con sede ad Udine, la quale doveva provvedere all’impianto Comandi territoriali nella zona veneto-giuliana che le truppe italiane andavano liberando. Dalle due Divisioni, una ad Udine e l’altra a Gorizia, dipendevano le Compagnie di Caporetto, Vervignano, Cormons, Palmanova e le relative Tenenze e Stazioni.

Iniziatasi l’offensiva nemica (24 ottobre), la Divisione Udine e la Legione provvisoria adottarono provvedimenti di emergenza, sia per operare un opportuno sganciamento, sia per far fronte alle situazioni locali – quali la protezione dell’esodo dalle zone attaccate o in pericolo, l’intervento nei confronti delle truppe sbandate, negli abitati, lungo le strade e negli accampamenti di fortuna – i carabinieri si prodigarono, senza riposo e spesso senza vitto, a tutelare l’ordine, aiutare i profughi, vigilare sulle proprietà, ultimi ad allontanarsi quando il nemico incalzava dappresso, senza badare se fosse il suo cappello bersaglio di armi fraterne.

Le prime a ripiegare furono le Stazioni, le Tenenze e le Compagnie più avanzate. Il 27 ottobre la 1° Divisione provvisoria, tuttora a Gorizia, regolava con le forze del capoluogo lo sgombero della città sotto i pesanti bombardamenti nemici, che duravano da giorni; poi ripiegava su Pordenone e si portava sulla Livenza, ove con tutti gli uomini veniva impiegata nello sbarramento lungo il fiume. La 2a Divisione provvisoria, a sua volta, lo stesso 27 ottobre era ancora ad Udine, ma per ordine del Comando Supremo venne trasferita a Padova, con il Comando della Legione.

Per quanto riguarda la Divisione di Udine della Legione di Verona, il suo personale costituì uno sbarramento lungo il Tagliamento, per fermare gli sbandati e mantenere l’ordine; poi, unitasi ai resti della Legione provvisoria autonoma, ripiegò sulla linea Casarsa-Sacile-Latisana per arginare la linea dagli sbandati, dal nemico e per salvaguardare la popolazione. Il 6 novembre, a Padova – dove frattanto si era trasferito il Comando Supremo – le due Divisioni della Legione provvisoria si riunirono con una forza di 14 ufficiali e 589 tra sottufficiali e carabinieri.

A coordinare l’azione dei Reparti mobilitati con quelli territoriali fu destinato il Comandante del 10° Gruppo Legioni territoriali, mentre il Comando Supremo ripristinò presso di sé il “Comando Superiore dei Carabinieri” soppresso il 10 novembre 1915, che riprese interamente le sue funzioni ed i suoi compiti su tutti i Reparti mobilitati ovunque dislocati.

Il 1° novembre 1917 tutte le forze dell’Arma territoriale furono impegnate allo sbarramento sul Tagliamento, affidato alla Divisione di Udine; allo sbarramento della Livenza, affidato alla Legione provvisoria autonoma; allo sbarramento sul Piave, affidato al Gruppo Squadroni e al I Battaglione con la bandiera dell’Arma. I Reparti mobilitati seguirono, invece, le sorti delle unità alle quali era addetti. Chiusa la falla e attestatosi sulla riva destra del Piave, l’Esercito italiano poteva dire di aver vinto la battaglia d’arresto dopo essere stato vinto a Caporetto.

In quelle tristi giornate per la Nazione intera, l’Arma si affermò in modo eccezionale, come attesta, fra gli altri riconoscimenti che il Paese le tributò, quanto scrisse, il 23 novembre, l’Ispettore Generale che diresse il movimento di sgombero presso il Comando Supremo da Udine a Padova: «Con animo grato e con riconoscenza di generale italiano, segnalo l’opera di sublime sacrificio, compiuta con la più illuminata religione del dovere, dai numerosi Reparti e Comandi dell’Arma che operarono nel difficile periodo in cui gli sbandati della 2a Armata ripiegavano verso l’interno».

Alcuni giorni prima, mentre la tormenta stava per essere placata, da Roma era salita la parola stimolante del Comandante Generale, Luigi Cauvin, a proseguire nel compimento del dovere che ancora una volta la Patria chiedeva ai suoi Carabinieri: «Sui campi sanguinosi del Veneto, l’esercito con forte volontà eroicamente combatte per la salvezza della Patria e frena l’impeto dell’invasore. Preme in quest’ora intensificare tutte le forze con fede sicura nella vittoria e questa fede, fortemente sentita da ogni italiano, io so che è ben salda in ogni carabiniere. Mentre l’Arma nostra dà bella prova di assistenza fattiva prodigando instancabilmente l’opera sua nell’interno del Paese per la resistenza nazionale, nella zona di guerra risplendono di nuova e più viva luce le antiche virtù del carabiniere, pronto sempre e dovunque a compiere fino all’ultimo ed a qualunque costo tutto il suo dovere». (Ordine del giorno del 18 novembre 1917).

Le peggiorate condizioni dell’ordine e dello spirito pubblico nell’interno del Paese, influenzate dal prolungarsi della guerra, che ampliava sacrifici e sofferenze nelle popolazioni prive dell’apporto dei suoi uomini, e dalla propaganda politica e sociale che, avversa al conflitto, andava sviluppando fra le masse del proletariato, persuasero il Governo a chiedere al Comando Supremo la smobilitazione del maggior numero possibile di carabinieri per rafforzare le Stazioni nella penisola. Il Comando Supremo aderì, ma ciò non bastò alle esigenze che la situazione richiedeva, e così si ricorse ai ripari istituendo i “Carabinieri Ausiliari” (25 febbraio 1917). Ne furono reclutati 12.000 (una forza aggiunta a quella organica dell’Arma), con la ferma fino a sei mesi dopo la conclusione della pace, traendoli dai militari delle altre armi dell’esercito ed operanti al seguito di carabinieri.

Alla fine del 1917 l’Arma potenziò le forze mobilitate. Le Sezioni risultarono170 anziché le 80 iniziali; i Plotoni raggiunsero quota 357 da 92. Il personale mobilitato fu triplicato: 490 ufficiali e 19.560 uomini di truppa. Tutti i componenti dell’Arma in servizio furono a rotazione mobilitati, prendendo parte alle campagne di guerra.

Arnaldo Grilli