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I Carabinieri nel Novecento Italiano

L'Arma in guerra. 1914-1918
Lo strumento bellico dell’Italia al momento dello scoppio della Grande Guerra non era propriamente pari in all’impegno cui era destinato. Le questioni militari, ancora una volta, non erano state affatto sentite dagli uomini politici e così le forze armate erano rimaste chiuse in se stesse, avulse dalla vita nazionale. Il Capo di Stato Maggiore, Luigi Cadorna, pur imprimendo grande energia all’opera di riassetto, sotto l’incalzare degli eventi dovette affrontare un lavoro colossale per potenziare l’esercito, preparandolo al conflitto, che si annunziava tremendo. Il 24 maggio 1915, esso, mobilitato e radunato a ridosso della frontiera, con 31mila ufficiali e 1.058.000 tra sottufficiali e truppa, su 4 armate, costituite da 14 Corpi d’Armata, venne suddiviso in: 146 Reggimenti di fanteria, 13 di bersaglieri, 9 di alpini, 30 di cavalleria, 49 di artiglieria da campagna, 1 di artiglieria a cavallo, 3 di artiglieria da montagna, 2 di artiglieria pesante campale, 10 di artiglieria da fortezza, 6 di genio (suddivisi in Compagnie zappatori, pontieri, telegrafisti, minatori, ferrovieri, automobilisti e Corpo Aeronautico militare), 18 Batterie di artiglieria someggiata; 3 Sezioni contraerei, 1 Reggimento di carabinieri.

La flotta italiana, superiore numericamente a quella avversaria, risultava però inferiore nell’Adriatico, in quanto, diversamente da quella austriaca, che vi era concentrata nella sua totalità, doveva operare in tutto il Mediterraneo. Non va dimenticato che mentre l’Italia sull’Adriatico disponeva solo di due basi, Venezia e Brindisi, con coste prive di ripari naturali, la flotta asburgica poteva contare sulla base militare di Pola, dove rimase arroccata, e di coste ricche di ripari naturali e pertanto ben protette.

Il fronte italo-austriaco, lungo 635 chilometri, quasi tutti di montagna, si articolava in quattro settori: Trentino (1a e 4a Armata su 11 Divisioni); Carnia (31 Battaglioni misti); Monti della Carnia - Medio Isonzo (2a Armata su 9 Divisioni e due Gruppi alpini), Medio Isonzo - Mare (3a Armata su 6 Divisioni di fanteria e una Divisione e mezza di cavalleria). Il Comando Supremo aveva una riserva di 10 Divisioni di fanteria, 3 di cavalleria e il Reggimento Carabinieri.

Nelle tormentate e drammatiche giornate della crisi del governo Salandra, che si conclusero con la conferma del Ministro e la dichiarazione di guerra, ancora una volta ricadde sui Carabinieri la responsabilità dei servizi di sicurezza, per assicurare il regolare svolgimento della vita nel Paese. All’Arma fu affidata la tradizionale duplice funzione: interna, come forza militare in servizio di polizia, e combattente, per concorrere alla difesa dei “sacri confini della Patria”.

Il 1915 peraltro si era annunziato in modo tragico: il 13 gennaio una scossa tellurica distrusse la cittadina di Avezzano ed altri centri della regione facendo ben 10.710 vittime e, tra di esse, 30 carabinieri. Organizzati i primi soccorsi, l’Arma si mobilitò, e accorsero centinaia di uomini, non solo per concorrere all’opera di salvataggio ma anche per provvedere alle infinite incombenze proprie dei servizi di polizia.

Una foto di eccezionale valore documentario: siamo sul Podgora, davanti alla tenda del 3° Battaglione Carabinieri, pochi giorni prima della tragica battaglia del 19 luglio 1915L’Arma dei Carabinieri a quel tempo era comandata dal generale Gaetano Zoppi, che allo scoppio della guerra assunse il comando del XIII Corpo d’Armata sul fronte del Trentino, affidando il comando interinale al maggior generale Luigi Cauvin. L’indice di mobilitazione stabilì per i servizi di polizia militare: 2 Sezioni Carabinieri al Comando Supremo, 2 Sezioni Carabinieri all’Intendenza Generale, 1 Sezione a ciascun Comando d’Armata, 2 Sezioni a ciascuna Intendenza d’Armata, 1 Sezione a ciascun Comando di Corpo d’Armata, 1 Sezione a ciascun Comando di Divisione di Fanteria o di Cavalleria, 80 Sezioni circa di cinquanta uomini a cavallo, a piedi, o ciclisti al comando di un ufficiale subalterno o di un maresciallo. Quali unità combattenti alle dipendenze del Comando Supremo per esigenze tattiche: 1 Reggimento Carabinieri su 3 Battaglioni di 3 Compagnie ciascuno (1a-2a-3a e 4a Compagnia dalla Legione allievi, 5a dalla Legione di Firenze, 6a da quella di Ancona, 7a da Palermo, 8a da Bari e 9a dalla Legione di Napoli); 1 Gruppo di Squadroni mobilitato dalla Legione di Cagliari.

Le esigenze sempre più ampie e crescenti, che subito si manifestarono, posero in rilievo l’insufficienza assoluta del contingente richiesto dalla mobilitazione (circa 7.000 uomini). E se tale deficienza si riscontrava in zona di guerra, nel resto del Paese il numero dei carabinieri in servizio era totalmente inadeguato per le gravi necessità. Nonostante ciò le Sezioni risultarono comunque validissime.

Il 23 maggio 1915, quando il generale Cadorna con il suo Stato Maggiore partì da Roma per Treviso, furono chiamati alla difesa della Patria non solo i carabinieri mobilitati (180 ufficiali e 6.844 fra sottufficiali e carabinieri), ma anche quelli sparsi in tutto il territorio metropolitano, quelli dislocati nelle colonie, e i fedeli zaptié. I carabinieri presero subito parte alle operazioni belliche, mostrando individualmente valori e capacità esemplari. Il primo a distinguersi fu il carabiniere Giulio Leso, che ebbe la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Il primo caduto in guerra l’Arma l’ebbe nella giornata del 1° luglio a Cormons, durante un bombardamento dell’artiglieria nemica. Ai primi di luglio, nel programmare la 2a battaglia dell’Isonzo, il quartier generale dispose che vi partecipasse il Reggimento Carabinieri. Il 4 luglio 1915 il Comando del Reggimento con il I e II Battaglione, la Bandiera e la banda passò alle dipendenze del VI Corpo d’Armata, per essere impiegato sul Podgora. Il I Battaglione rimase presso il Comando Supremo per i servizi di sicurezza e protezione dell’alto Comando e della città.

Lasciata la banda ed il carreggio, i due Battaglioni con la Bandiera raggiunsero, il 7 luglio, le trincee a quota 240, dando il cambio al 36° Reggimento fanteria. Gli austriaci dominavano nettamente la posizione con le loro artiglierie poste oltre l’Isonzo, sul San Gabriele, sul San Daniele e sul Monte Santo, nonché col fuoco coperto di fucileria e di mitragliatrici. Il Reggimento, oltre che dal moschetto ’91, era appoggiato da un pezzo di artiglieria someggiata, da due batterie da 75 mm e da una sezione di mitragliatrici del 36° fanteria.

Nei giorni successivi venne preparato il terreno per l’assalto a quota 240. Di fronte ai reticolati piantati sulle pendici del Podgora i carabinieri disponevano purtroppo solo di poche pinze tagliafili, di rudimentali maschere antigas e di appena 50 bombe a mano. Per l’intera giornata del 18 luglio, con diverse sortite, carabinieri e genieri tentarono di aprire varchi nei reticolati nemici, ma l’inadeguatezza dei mezzi e il fuoco avversario consentirono limitati risultati. Il giorno 19, il III Battaglione Carabinieri mosse all’assalto all’arma bianca. La giornata si concluse con 53 morti, 143 feriti ed 11 dispersi su 33 ufficiali e 1.300 fra sottufficiali e carabinieri che avevano partecipato all’azione. Nuove operazioni, con altre perdite, furono compiute nei giorni successivi dai due Battaglioni sulle stesse trincee.

La percentuale delle perdite subite e la condotta degli uomini nel combattimento, malgrado la deficienza di mezzi d’attacco e la sproporzione delle forze, rese meritevoli i militari dell’Arma dei più alti riconoscimenti del loro valore. Il Comandante della Brigata “Pistoia” scrisse in un suo dispaccio che l’attacco sul Podgora «…confermò il valore tradizionale dei carabinieri, i quali, se non riuscirono nella difficilissima impresa, stettero però saldi ed impavidi sotto la tempesta di piombo e di ferro che imperversava da ogni parte e che fece numerose vittime…».