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CAPIRE “CAPORETTO”. Ancora oggi, a ottant’anni di distanza, il nome “Caporetto” è sinonimo di vergognosa sconfitta. All’origine di questo pregiudizio c’è un atteggiamento superficiale, causato da un’ignoranza storica malgrado la ricostruzione dei fatti, compiuta dalla Relazione Ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Per capire veramente Caporetto bisogna considerare tre aspetti fondamentali: la situazione generale sui vari fronti di guerra; l’avvenimento militare costituito dallo sfondamento; la battaglia sulla linea Monte Grappa-Piave e la conseguente sconfitta degli Austro-Tedeschi sui vari fronti, dopo la battaglia di Vittorio Veneto.

Nel marzo 1917, in Russia, con la caduta del regime zarista, conseguente al moto rivoluzionario che avrebbe condotto Lenin al potere, le capacità militari erano praticamente nulle. Inoltre, l’eliminazione dell’Ordine n. 1 del giorno 14 (che affidava il controllo delle armi ai comitati delle compagnie e dei battaglioni) e la Dichiarazione dei diritti dei soldati, del 22 successivo, non potevano non ripercuotersi sulla coesione interna dei reparti, oltreché sul morale. Lo scontento, da quello russo, si sarebbe esteso anche agli altri Eserciti dell’Intesa. Anche in Italia si cominciava a diffondere il desiderio di «fare come in Russia».

Nell’aprile 1917, il fallimento dell’offensiva Nivelle provocava una tale crisi nell’Esercito francese, che Painlevé fu costretto ad assicurare il Parlamento che non si sarebbero intraprese operazioni importanti: in sostanza, sul Fronte occidentale, l’Esercito francese poteva fare affidamento soltanto su due divisioni.

Nell’agosto successivo, il successo dell’11a battaglia dell’Isonzo e il logoramento subito, inducevono l’Austria-Ungheria a prendere in considerazione una pace fondata sullo status quo, in grado di garantire il Fronte italiano. In tale contesto, anche se il Reich tedesco godeva di una superiorità militare, conseguente alla crisi russa e allo stallo sul Fronte Occidentale, rischiava lo stesso la sconfitta, nel caso in cui l’Austria-Ungheria avesse ceduto.

Da qui, la decisione di mettere l’Italia fuori combattimento con un’offensiva che aveva un duplice obiettivo: uno diretto: la sconfitta militare dell’Esercito; l’altro indiretto: la speranza che anche in Italia scoppiasse la rivoluzione, come in Russia. Eliminata l’Italia, la Germania avrebbe attaccato in massa sul Fronte occidentale, con buone probabilità di vittoria. Questo, prima dell’arrivo delle truppe Usa. Le sorti del conflitto, quindi, dipendevano dalla tenuta dell’Esercito Italiano.

In tale quadro nasceva, ai danni dell’Italia, l’operazione Waffentreue, fratellanza d’armi. La necessità immediata di ricacciare le Forze italiane sino al Tagliamento costituiva un obiettivo strategico che avrebbe evitato il disfacimento dell’Esercito austro-ungarico. Il 24 ottobre 1917 gli austro-tedeschi sferravano, nel tratto della Fronte Giulia, l’offensiva decisiva contro l’Italia: la 12a battaglia dell’Isonzo, iniziata alle due del mattino di quel giorno, terminerà a fine dicembre dello stesso anno, sulla linea del Piave-Monte Grappa. Il nemico, malgrado ripetuti e massicci assalti, non riuscirà a oltrepassarla, fallendo così gli obiettivi strategici che si era ripromesso: eliminare l’Italia e aggirare il Fronte occidentale attraverso Nizza e le Alpi.

Per valutare l’episodio di Caporetto è assolutamente indispendabile tenere conto degli avvenimenti che seguirono: la manovra in ritirata e l’arresto del nemico sul Piave, dai quali si possono trarre importanti insegnamenti di ordine militare e morale. Di ordine militare, in quanto bisogna considerare che la manovra in ritirata è tra le operazioni più difficili da condurre dal punto di vista tecnico-professionale, a causa dell’inevitabile caos provocato dalle popolazioni in fuga. Di ordine morale, in quanto va rilevato che l’Esercito riuscì, da solo, a contenere la spinta avversaria sul Piave, poiché i contingenti alleati entrarono in linea solo il 5 dicembre.

Gli Alleati, infatti, non avevano più fiducia nel nostro Esercito e, di conseguenza, nelle capacità di resistenza del nostro popolo: consideravano l’Italia spacciata! Si propose, allora, di affidare al generale Foch il comando diretto del Fronte italiano. Grave e imperdonabile errore di valutazione, tanto più che anche i franco-inglesi avevano avuto le loro sconfitte. Sul Piave l’Esercito, malgrado le perdite subite, ritrovò la saldezza dimostrata in due anni e mezzo di dure lotte nelle trincee e in massacranti attacchi. Forse, proprio nel ricordo di tanti sacrifici, i nostri soldati ebbero uno scatto d’orgoglio contro l’invasore. Così come lo ebbe il popolo tutto, nei confronti del quale la minoranza rivoluzionaria non ebbe alcuna presa. Non un esercito sconfitto, quindi, si trincerò sulla nuova linea, ma una forza che, seppur ridotta, era ancora sostanzialmente sana e che, nella sua strenua difesa, pose le premesse per la vittoria di Vittorio Veneto.

Sul miracolo del Piave così si espresse lo stesso avversario: «Sembrava assolutamente impossibile che un Esercito, dopo una così enorme catastrofe com’era stata quella di Caporetto, avesse potuto riprendersi così rapidamente» (generale Konopicky, Capo di Stato Maggiore dell’Arciduca Eugenio); «...il nostro tentativo di conquistare le alture dominanti il bassopiano dell’Italia settentrionale e far cadere così anche la resistenza nemica sul fronte del Piave, fallì (...). L’arte della guerra non consiste nell’evitare le crisi, ma nel superarle» (generale von Hindenburg, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito tedesco).

LE OPERAZIONI DEL 1918. Gli Imperi Centrali, prima dell’arrivo in Europa delle truppe Usa, nel ’17, e dopo la messa fuori combattimento della Russia, decisero di attaccare.

Il 21 marzo fu condotta un’offensiva contro la Francia, che richiamava in patria dall’Italia 6 divisioni. Diaz, suceduto a Cadorna, approntò un corpo d’armata per il Fronte occidentale. Nel frattempo, le armate franco-inglesi, sebbene in crisi, resistevano. In Italia la situazione interna era piuttosto complicata; il 24 gennaio, tra l’altro, vennero arrestati Costantino Lazzari e Nicola Bombacci, segretario e vicesegretario del Psi, con l’accusa di «incitamento al disfattismo». Anche presso il fronte si cominciavano a manifestare sintomi di stanchezza. In questo clima, gli austriaci attaccarono dal settore montano al Piave, avendo come obiettivo Thiene-Bossano-Treviso-Venezia. Gli imperiali agirono con decisione, gli italiani contrattaccarono, ingabbiando le teste di ponte austriache e costringendo l’esercito a ripiegare sulla sinistra del Piave. Il 6 luglio la 2a battaglia del Piave o del “solstizio” era terminata. Oramai l’Austria-Ungheria non aveva più capacità offensive: non restava che la strada della “pace bianca”, approfittando dei pacifisti-disfattisti di vario colore, nonché dei “rinunciatari”.

L’offensiva, ordinata da Diaz, partirà il 24 ottobre. Il Piave è in piena, gli austriaci resistono tenacemente. Lo sfondamento avviene nella zona chiamata, poi, Vittorio Veneto. Il 3 novembre verrà firmato l’armistizio. La battaglia di Vittorio Veneto ebbe una importanza decisiva, poiché determinò anche la resa della Germania (11 novembre). Le nostre truppe, rinvigorite nel morale, meritarono la vittoria; lo spirito rinunciatario-disfattista non aveva attecchito. Nel momento di maggior pericolo, Diaz aveva creato i reparti di “Arditi”, volontari decisamente motivati per l’impiego in azioni a elevato rischio. A migliaia si offrirono di entrare a far parte di tali reparti. Ma la vittoria fu di “tutti”, sia pure tenuto conto delle differenze ideologiche. Le “diverse Italie,” fuse nel crogiolo delle battaglie, erano scomparse. Purtroppo, però, all’interno, ricominciavano a manifestarsi le contrapposizioni.

La questione sociale. A dicembre, Amadeo Borgia fondava a Napoli il settimanale Il Soviet, che avrebbe dovuto costruire un partito rivoluzionario sul modello del Partito comunista russo. Il 9 dicembre, il gruppo dirigente del Psi dichiarava: «Scopi del Partito sono l’instaurazione della dittatura del proletariato e di una repubblica socialista...».

La questione cattolica. Il 17 novembre don Luigi Sturzo sollecitava la costituzione di un Partito cattolico, con il consenso di Pietro Gasparri, Segretario di Stato. Cavazzoni si dichiarò contrario e propose un partito alle dipendenze dell’Azione Cattolica.

La questione irredentista-nazionalista. Il Consiglio nazionale della città di Fiume, il 30 ottobre, proclamava l’annessione all’Italia, non prevista però dal Patto di Londra. Ma il “Patto” venne ignorato dal Presidente Usa Wilson, favorevole al “principio delle nazionalità”. Francia e Inghilterra erano d’accordo. Insorsero gli irredentisti e la maggior parte dei gruppi “interventisti”.

Mussolini, D’Annunzio, Federzoni e Marinetti erano i punti di riferimento per quanti ritenevano che l’Italia non dovesse essere umiliata in occasione della stipulazione dei trattati di pace.

Si cominciò a parlare di «vittoria mutilata», mentre i combattenti, congedati, dalle trincee tornavano a casa.

Arnaldo Grilli