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I Carabinieri nel Novecento Italiano

La guerra italiana. 1914-1918

 Tenendo fede agli impegni del Patto di Londra, l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria il 24 maggio 1915. Salandra era convinto che il conflitto sarebbe stato «breve», ma non aveva tenuto nella giusta considerazione ciò che era accaduto nel 1914, quando, dopo alti e bassi iniziali da parte della Germania, era iniziata la guerra di logoramento. A causa della miopia di Salandra, Cadorna, Capo di Stato Maggiore, sarebbe stato informato solo poche settimane prima dell’avvenuto cambiamento politico: le truppe italiane non dovevano più essere inviate sul Reno, a fianco degli Imperi Centrali, bensì sulla Fronte Giulia, con l’Intesa. Lasciamo all’immaginazione del lettore intuire le conseguenze di questa scelta, in termini di mobilitazione, di schieramento dell’Esercito e di predisposizione delle operazioni.

Inoltre, la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Turchia (il 21 agosto), richiedeva un ulteriore impegno, nella zona che va dalla Libia-Dodecanneso all’Albania-Macedonia. Il momento scelto per l’intervento era uno dei più critici per i franco-russo-inglesi. L’intervento dell’Italia farà tirare un respiro di sollievo ai francesi; l’Austria invece, costretta a togliere parte dell’esercito per spostarlo sulla Fronte Giulia, vide diminuire notevolmente il proprio potenziale offensivo nei confronti della Russia.

Gli storici, specialmente quelli stranieri, valuteranno in modo molto critico la scelta italiana, parlando di tradimento. E oltrettutto, al momento degli accordi di pace, l’Italia non avrà alcuna ricompensa per l’aiuto prestato ai franco-inglesi.

Le operazioni del 1915. Malgrado l’incoscienza dei dirigenti politici, che informarono Cadorna del cambiamento di fronte con colpevole ritardo, l’Esercito italiano era animato da un certo entusiasmo. Messe da parte le divisioni ideologiche, gli italiani trovarono nelle Forze Armate quella “spiritualità nazionale” non ancora maturata nella società. La maggior parte delle truppe, costituita dai “fanti contadini” (gli operai restarono a casa, per non rallentare la produzione industriale), darà il meglio di sé negli attacchi frontali. Attacchi duri e incessanti, che portavano alla conquista di quote di territorio che, un momento dopo, andavano di nuovo perse e poi ancora riconquistate all’arma bianca.

Dal luglio al dicembre del 1916 i risultati ottenuti furono scarsi. In questo scenario, iniziava a profilarsi il primo contrasto tra Cadorna e il Governo. L’intenzione del Governo, infatti, era quella di creare un Consiglio di Difesa (comprensivo di “politici”) con Cadorna “Comandante Supremo”, per condizionarne le decisioni. Ma Cadorna minacciò le dimissioni, e costrinse il Governo a fare marcia indietro. Tali manovre politiche avevano infastidito anche il Re, che riteneva di dover assumere la direzione delle operazioni, con il ruolo di Comandante Supremo. Si toglierà il “sassolino dalla scarpa” soltanto dopo Caporetto, esonerando Cadorna e assumendo la direzione delle operazioni.

Nel frattempo, Cadorna applicò una linea di comando che secondo alcuni era «eccessivamente dura»; altri sostenevano invece che non fosse possibile adottare una linea più «morbida», avendo a che fare con masse non sempre facilmente governabili. Il fronte venne “blindato”, tenuti fuori sia i politici che i giornalisti, allo scopo, dirà lo stesso Cadorna, di evitare «l’ingresso del disfattismo nelle trincee». Dal 5 all’8 settembre si svolse a Zimmerwald (Svizzera) la Prima conferenza internazionale dei socialisti contrari alla guerra, a cui partecipò una nutrita delegazione del Psi.

In questa circostanza, venne stilato un Manifesto che condannava la guerra e proponeva un’azione comune «per una pace senza annessioni e senza indennità di guerra».

L’OPERAZIONE DEL 1916. Le operazioni militari iniziarono con una forte offensiva tedesca in Francia (Verdun), che causò ingenti perdite. La Francia chiese a Cadorna un contributo; l’offensiva italiana fu sferrata tra l’11 e il 29 marzo (la 5a battaglia), ma a causa di una preparazione affrettata, diede scarsi risultati.

Tra il 24 e il 29 aprile, la Commissione dei socialisti contrari alla guerra si riunì a Kienthal (Svizzera); il manifesto disfattista venne diffuso clandestinamente proprio nel momento in cui nel Trentino si scatenava l’inferno, in conseguenza della famosa “operazione punitiva” condotta contro la 1a Armata, con l’obiettivo di conquistare Schio e Bassano e prendere alle spalle le forze schierate sull’Isonzo. Ma non appena le prime linee iniziarono a cedere, il dispositivo difensivo entrò in crisi e gli austriaci avanzarono per oltre 20 chilometri. Il 10 giugno partiva la controffensiva italiana e si concludeva la “spedizione punitiva”. Ma finiva anche l’illusione di una “guerra breve”. Veniva intanto costituito un governo di unità nazionale, presieduto da Boselli, liberale di Destra. Restava fuori, naturalmente, il Psi.

Tra il 15 maggio e il 15 luglio, la 6a battaglia dell’Isonzo, portava alla conquista di Gorizia, con un bilancio di 21.630 morti italiani e 4.330 austriaci. Dal 14 settembre al 4 novembre, avevano luogo le cruente 7a 8a e 9a battaglia dell’Isonzo, ancora una volta con modesti risultati e pesanti perdite. Per quanto riguarda gli altri fronti, la situazione della Russia era disastrosa e l’esercito francese era ai limiti del crollo.

Dopo la 9a battaglia, le truppe in linea manifestavano evidenti segni di cedimento psicologico, offrendo un terreno fertile alla propaganda disfattista. I combattenti non sentivano più l’appoggio del Paese; le dimostrazioni contro la guerra erano sempre più frequenti. Il 10 settembre, la pubblicazione di un appello alla rivoluzione portò all’arresto di alcuni componenti del Comitato centrale della federazione giovanile socialista.

Sul fronte dell’irredentismo, intanto, a Trento avvenivano la fucilazione di Damiano Chiesa, e l’impiccagione di Cesare Battisti, Fabio Filzi e Nazario Sauro.

LE OPERAZIONI DEL 1917: L’ANNO TREMENDO. Dal 12 al 28 maggio fu condotta la 10a battaglia dell’Isonzo. I fanti-contadini occuparono le munitissime posizioni del M. Kuk-Vodice. Di nuovo: magri risultati e ingenti perdite (36.000 caduti e 100.000 feriti). Il 10 giugno, nella battaglia dell’Ortigara, vennero impegnati ben 26 battaglioni alpini. Oltre 30.000 i caduti, dei quali 16.000 alpini.

Con la conclusione della 11a battaglia (dal 18 agosto all’11 settembre), il compito affidato all’Esercito italiano dalla Conferenza Interalleata di Parigi era assolto con onore. A prezzo di gravi perdite umane, la Bainsizza era stata conquistata. Ciò nonostante, i franco-inglesi premevano per una ripresa dell’offensiva italiana: contravvenendo agli ordini di Cadorna di costituire uno schieramento “difensivo”, Capello, Comandante della 2a Armata, lasciava in piedi lo schieramento “offensivo”. Si creavano così le premesse per Caporetto.