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Non tutti sanno che...

PASTRENGO

Raffigurazione della 'Carica di Pastrengo' di Stanislao Grimaldi. Comune distante 17 km. da Verona, in prossimità del quale il 30 aprile 1848, nel corso della l' Guerra d'Indipendenza, i tre Squadroni Carabinieri mobilitati eseguirono una carica decisiva per le sorti della battaglia, che ne ha preso il nome.
All'atto della dichiarazione di guerra erano stati mobilitati 434 carabinieri, tutti a cavallo, al cui comando venne preposto il colonnello Paolo Avogadro di Valdengo. Essi erano ordinati su tre "Squadroni" e tre "Mezzi Squadroni".
I tre Squadroni, della forza complessiva di 280 uomini, furono assegnati al Quartier Generale per servire di scorta e protezione al re. Li comandava il maggiore Alessandro Negri di Sanfront.

Il re aveva ordinato che i Carabinieri facessero servizio a turno presso il suo S.M., salvo ad agire tutti insieme in eventuali azioni campali, come cavalleria vera e propria. Per tale ragione le unità vennero chiamate Squadroni di guerra.
I tre Mezzi Squadroni, della forza rispettiva di 54, 52 e 48 uomini, furono assegnati a ciascuna delle tre Grandi Unità costituenti l'Esercito.
I reparti dei Carabinieri avevano raggiunto fin dai primi del mese di marzo le rispettive sedi, iniziando a svolgere opera attiva di polizia, resa tanto più necessaria in quei primi tempi dal fatto che il rapido passaggio dell'Esercito dal piede di pace a quello di guerra e la frettolosa adunata sul Mincio avevano fatto sentire largamente i loro effetti dannosi.

Molti erano i soldati che si aggiravano alla ricerca dei loro reparti; le strade erano spesso congestionate da lunghe teorie di carri destinati a rifornire le truppe in marcia o in azione.
Alla fine del marzo 1848, allorché ebbe inizio la campagna, la situazione dei reparti del Corpo dei Carabinieri presso l'Esercito piemontese era la seguente: - presso il Quartier Generale Principale, tre Squadroni di Carabinieri, così costituiti:
Maggiore comandante: Alessandro Negri di Sanfront (v.).
Il ruolino del Secondo Squadrone che prese parte alla Carica di Pastrengo. Apparteneva al Capitano Luigi Incisa di Camerana. Capitani: Carlo Augusto Brunetta d'Usseaux (v.), 1° Squadrone; Luigi Incisa di Camerana (v.), 2° Squadrone; Angelo Bernardino Morelli di Popolo (v.), 3° Squadrone.
Luogotenenti: Emanuele Trotti, 1° Squadrone; Edoardo Sannazzaro, 2° Squadrone; Giacinto Cavagna, 3° Squadrone; Carlo Morozzo Magliano di San Michele, 1° Squadrone; Saverio Massiera, 2° Squadrone; Giuseppe Savigliani, 3° Squadrone.
Sottotenenti: Francesco Torrini, 1° Squadrone; Tommaso Pelizza, 2° Squadrone; Giuseppe Burdizzo, 3° Squadrone.
Ufficiale pagatore: luogotenente quartier mastro Davide Calandra.
Chirurgo Maggiore in M dott. Alessandro Cattaneo.
Cappellano: Teologo Don Vezza.
248 uomini di bassa forza, compresi 6 trombettieri, nonché un artista maniscalco ed un sellaio, tutti a cavallo.

  • presso il Quartier Generale della 1^ Divisione: maggiore Telemaco Ceva; luogotenente Michele Poliotti; 5 sottufficiali con 20 carabinieri a piedi; i sottufficiale con 5 carabinieri a cavallo.

  • presso il Quartier Generale della 2^ Divisione: luogotenente Carlo Alberto Basso; 5 sottufficiali con 20 carabinieri a piedi; 1 sottufficiale con 5 carabinieri a cavallo.

  • presso il Quartier Generale della 3^ Divisione: luogotenente Roissard de Bellet; 5 sottufficiali con 20 carabinieri a piedi; 1 sottufficiale con 5 carabinieri a cavallo.

  • presso il Quartier Generale della 4^ Divisione: luogotenente Emanuele Veggi; 5 sottufficiali con 20 carabinieri a piedi; 1 sottufficiale con 5 carabinieri a cavallo.

  • presso il Quartier Generale della Divisione di riserva:
    Colonnello Paolo Avogadro di Valdengo; capitano Luigi Buraggi; luogotenente Luigi Brunati; 5 sottufficiali con 20 carabinieri a piedi; 2 sottufficiali con 8 carabinieri a cavallo.

Dopo il fatto d'arme di Goito dell'8 aprile, primo urto tra l'esercito austriaco e quello piemontese, quest'ultimo si assestò sul Mincio in attesa di tutti i Reggimenti destinati a costituire l'Armata in campagna e delle truppe alleate ancora in marcia. Nel frattempo, allo scopo di reprimere le scorrerie che il comandante della piazzaforte di Mantova faceva eseguire quasi giornalmente a molestia dell'Esercito piemontese, parve opportuno effettuare contro la fortezza austriaca una ricognizione, da eseguire con un numero cospicuo di truppe per potere, all'occorrenza, occupare sotto Mantova gli avamposti austriaci di Rivalta e delle Grazie.

Il sovrano stesso volle assistere all'operazione ed il 18 aprile spostò il Quartier Generale Principale a Gazzoldo, dove sostò scortato dal I' Squadrone Carabinieri e dal lo Battaglione del Reggimento Guardie. Il mattino successivo, verso le 11, dopo aver passato in rivista la Brigata Aosta, Carlo Alberto, sempre scortato dallo Squadrone Carabinieri, si diresse a Borgo Pradella, per la strada che girava intorno a Mantova, allo scopo di osservare quella fortezza. Intanto la ricognizione contro gli austriaci ebbe luogo e si risolse in uno scambio pressoché innocuo di fucileria e d'artiglieria tra le truppe piemontesi ed il presidio del forte. All'avanzarsi dei piemontesi gli austriaci ripiegarono sotto la protezione del forte Belfiore, senza venire a contatto con le avanguardie avversarie. Quando l'azione ebbe termine, dopo circa tre ore di fuoco, si lamentarono in tutto due morti e sette feriti da parte austriaca e quattro feriti da parte piemontese.

La zona delle operazioni militari dell'Aprile 1848 in una mappa militare dell'epoca.Fra il 26 ed il 27 aprile l'Esercito passò il Mincio a Monzambano, ai molini di Volta e a Goito. Il I Corpo si stabilì nella zona Sona-Sommacampagna-Custoza; il II, dopo aver investito Peschiera dalla sinistra del Mincio e raggiunta la zona di Castelnuovo di Verona, il 28 e 29 occupò Colà a Sandrà, venendo così a tagliare le comunicazioni fra Peschiera e Verona.
La Divisione di riserva si portò al centro, più arretrata, nella zona di Guastalla-Oliosi-S. Giorgio. Il Quartier Generale il 28 si sistemò a Villafranca di Verona.

Il 27 aprile il Quartier Generale Principale si era trasferito a Borghetto presso Valeggio ed il sovrano, scortato dal 3° Squadrone (Morelli di Popolo), volle esplorare il terreno dove era dislocata la Divisione di riserva, spingendosi audacemente sino a Roverbella, ove non infrequenti erano le scorrerie dell'esercito nemico. E poiché da taluno del seguito era stato fatto rispettosamente notare al re come in quel giorno non sarebbe stato improbabile l'incontro di qualche colonna austriaca, egli rispose con queste testuali parole: "Ho meco uno squadrone di carabinieri".

Re Carlo Alberto decise allora di impadronirsi delle posizioni di Pastrengo, anche perché costituivano un formidabile bastione da eliminare a tutti i costi, non solo per premunirsi da qualsiasi minaccia sulla sinistra, ma soprattutto per impedire al nemico le comunicazioni col Tirolo. L'operazione venne affidata al generale de Sonnaz (II Corpo), il quale convocò a Castelnuovo il mattino del 30, di buon'ora, i generali Broglia e Federici, comandanti rispettivamente della Y e della 4' Divisione, e impartì loro gli ordini per l'azione.
Questa avrebbe dovuto iniziarsi alle ore 9, contemporaneamente all'attacco del I Corpo contro Bussolengo, attacco che aveva lo scopo principale d'impedire alla Brigata austriaca "Taxis" di accorrere in aiuto alla Brigata "Wohigernuth". Ma poiché all'ultimo momento l'azione contro Bussolengo venne sospesa, il generale de Sonnaz rimandò l'attacco alle ore 11.

L'operazione prevedeva un'azione concentrica di tre colonne, con l'obiettivo comune: Pastrengo.
La colonna di sinistra (gen. Federici), costituita dalla Brigata "Piemonte" dal Corpo dei volontari piacentini, da una Compagnia Bersaglieri e da una Batteria da battaglia doveva muovere dalla zona di Colà e andare a schierarsi sulle alture di Moritalbera-Monte Biancardo-Colombare per muovere quindi all'attacco di Pastrengo. La colonna del centro (Duca di Savoia), composta dalla Brigata "Cuneo" dal 16° Reggimento Fanteria, dal Corpo di truppe parmensi, da una batteria da battaglia e da una sezione di artiglieria parmense, doveva muovere dalla zona di Sandrà e, dopo aver superato l'impluvio da cui nasce il fiume Tione, prolungare lo schieramento della colonna di sinistra per attaccare poi Pastrengo passando per Bagnol e Monte le Bionde. Infine la colonna di destra (gen. Broglia), formata dalla Brigata "Savoia" da due Compagnie Bersaglieri e da una Batteria da posizione, doveva portarsi dalla zona di S. Giustina in quella di Osteria Nuova e per l'altura di Monte S. Martino puntare a sua volta su Pastrengo.

In complesso erano oltre 13.500 uomini, con 26 cannoni, che costituivano la prima linea e che, con manovra convergente, dovevano muovere all'attacco ed alla conquista delle posizioni difese dalla divisione del Generale Wocher, forte di 7.000 uomini.
In seconda linea erano la Brigata Regina, che doveva portarsi a Sandrà e tenersi pronta ad assecondare l'azione della prima linea ed i Reggimenti di Cavalleria "Savoia" e "Novara", che dovevano raccogliersi fra Castelnuovo ed Osteria dei Bosco. Verso le ore 13, dopo faticosa marcia, le varie colonne presero finalmente contatto coi nemico. Alla sinistra, la Brigata "Piemonte" si schierò sulla fronte assegnatale aprendo il fuoco contro la destra austriaca. Al centro, la Brigata "Cuneo" giunta nella zona a nord di Mirandola, trovò molte difficoltà a procedere a causa del terreno pantanoso. Alla destra, il 1° Reggimento della Brigata "Savoia" si accingeva ad attaccare le posizioni di Monte S. Martino. In seconda linea, la Brigata "Regina" ed il "Piemonte Reale Cavalleria" erano giunti nella zona di Sandrà: il "Novara Cavalleria" era sulla destra, verso S. Giustina.

Particolare della 'Carica dei Carabinieri a Pastrengo'; di Sebastiano De Albertis.Il re Carlo Alberto verso le 14 si portò sulla collina della Mirandola, a ponente di Sandrà, per seguire più da vicino l'azione delle truppe di prima linea. Erano con lui Cesare Balbo, Presidente del Consiglio dei Ministri, ed il generale Franzini, Ministro della Guerra. Lo seguivano, secondo l'uso del tempo, un numeroso Stato Maggiore, i tre Squadroni Carabinieri ed un luogo corteo in livree.
Appena giunto sul posto, il re notò la lentezza con la quale la Brigata "Cuneo" avanzava attraverso le melmose bassure del Tione. Inviò ripetuti ordini di accelerare il movimento e affrettare così lo schieramento; ma, visto che i suoi incitamenti a nulla servivano, volle egli stesso recarsi ad accertarne il motivo. Giunto nella zona, dovette però constatare che la Brigata aveva finalmente oltrepassato il terreno pantanoso e stava cominciando a spiegarsi, accolta dal fuoco degli austriaci che presidiavano le dominanti posizioni di Monte le Bionde.
Carlo Alberto decise allora di proseguire per Monte Valena che, essendo in posizione centrale e molto avanzata, gli avrebbe consentito un ottimo osservatorio; ma raggiunta tale altura, continuò a procedere nonostante il parere contrario del suo Stato Maggiore.

Il gruppo reale era, come al solito, preceduto a breve distanza da una dozzina di Carabinieri che avevano il compito di esplorare il terreno per segnalare la via migliore da seguire e per evitare che il sovrano cadesse in qualche agguato. li re era giunto nei pressi della strada che separa le alture di Monte Valena e di Monte le Bionde quando i Carabinieri in ricognizione, ritenendo che l'opposto ciglione collinoso fosse sgombro dal nemico, vi si inerpicarono al galoppo. Ma, appena si esposero allo scoperto, furono immediatamente investiti dal fuoco di un reparto di tirolesi, ivi messo in agguato dal colonnello Wohigemuth. La scarica, quasi a bruciapelo, fu così violenta ed improvvisa che i cavalli, impennatisi ed imbizzarritisi, si sbandarono scoprendo così il sovrano.

Il maggiore Negri di Sanfront intuì immediatamente tutta la gravità del pericolo che minacciava Carlo Alberto e di sua iniziativa, senza chiedere o attendere disposizioni, diede ordine ai suoi tre Squadroni di lanciarsi contro il nemico.
Quella massa di quasi trecento cavalieri lanciati al galoppo, scintillanti per i bottoni ed i fregi metallici dell'uniforme, per il luccichio delle sciabole sguainate e fiammeggianti al sole, fu per il nemico come un turbine. L'irruenza della carica, la forza irresistibile di un così ardimentoso esempio di iniziativa e la presenza dello stesso sovrano in mezzo alla battaglia si propagarono ben presto a tutta la linea di combattimento, elettrizzando le truppe e trascinandole all'assalto, così da determinare la vittoria.

Dopo l'occupazione delle zone di Pastrengo, un Battaglione austriaco si trovava ancora in Bussolengo. Il 1° maggio furono incaricati di sloggiarlo gli Squadroni comandati dai capitani Incisa di Camerana e Morelli di Popolo. Al solo apparire dei Carabinieri gli austriaci volsero il tergo ed in tutta fretta ripiegarono su Pescantina. Alle 18, fu impartito alle truppe piemontesi l'ordine di assestarsi sulle alture tra Pastrengo e S. Giustina.
Il 2 maggio il re segnalò nell'ordine del giorno dell'Esercito la gloriosa carica dei tre Squadroni Carabinieri.
Con R.D. del 29 giugno 1848 il maggiore Alessandro Negri di Sanfront venne decorato della Croce di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro "pel modo lodevole in cui disimpegnò il delicato ed importantissimo servizio dell'Arma dei Carabinieri e nel dirigere gli Squadroni che servirono di guida d'onore a S.M. nella campagna di guerra 1848". Con successivo R.D. del 22 settembre furono insigniti della stessa decorazione i tre capitani comandanti degli Squadroni.

Il maggiore Alessandro Negri di Sanfront (particolare quadro di De Albertis).La carica dei Carabinieri è stata un atto di ardimento di altissima importanza morale e materiale per il risultato decisivo e soprattutto imprevisto. Sferratasi infatti con lo scopo limitato di salvaguardare Carlo Alberto dal tiro nemico e di impedire che egli fosse fatto prigioniero, la travolgente azione determinò il crollo dell'intera resistenza avversaria. Rappresenta quindi uno degli episodi più ardimentosi e più decisivi della nostra storia militare.
La carica non ebbe soltanto un semplice valore tattico, ma anche un alto significato storico, perché impresse fin d'allora ai Carabinieri quel carattere eminentemente militare che fu, è e sarà sempre la loro tradizione, la loro forza ed il loro orgoglio.
Il 6 maggio, le truppe sarde attaccarono Verona per tentarne la liberazione ed i tre Squadroni Carabinieri di guerra si portarono verso il borgo S. Lucia, ove operava la brigata "Aosta". Qui sostennero a lungo il nutrito fuoco nemico contrattaccando e caricando le truppe avversarie, nonostante che il terreno accidentato ostacolasse notevolmente le manovre dei cavalli. Per il valore dimostrato nel combattimento, il Corpo venne fregiato di una Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

Il 30 successivo, durante la battaglia di Goito, i Carabinieri furono schierati con i Reggimenti di cavalleria Aosta e Nizza a sinistra dell'Armata Sarda, sul poggio detto "Somenzari"; di là si slanciarono con le altre truppe contro il fianco destro delle Brigate croate "Wohlgemuth" e "Strassoldo" arrestandone prima l'impeto e volgendole poi in fuga.
Il 24 luglio gli Squadroni Carabinieri di guerra presero parte al combattimento nel vallone di Staffalo, presso Sommacampagna. IL 25 seguente, dalle alture di Custoza, dove si batterono onorevolmente, i Carabinieri furono lanciati verso Valeggio sul Mincio a sostegno della Brigata "Aosta" che ripiegava sotto la spinta di due Brigate austriache.

Due giorni dopo, il 27 luglio, a protezione dell'Armata Sarda in ritirata, nei pressi di Villafranca i militari dei Corpo caricarono più volte il nemico con tenacia e furono menzionati nei bollettini di guerra per il loro ardimento.
A seguito della funesta giornata di Custoza, le truppe austriache giunsero il 3 agosto a Milano ed il 4 si scontrarono con l'Esercito piemontese accorso in difesa della città. Durante la giornata gli Squadroni Carabinieri si adoperarono strenuamente nella mischia presso Casa Bianca, combattendo in prima linea con la Brigata "Casale".
Per i fatti d'arme di Peschiera, Custoza, Valeggio e Milano, il Corpo venne fregiato di una seconda Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

Altro particolare della 'Carica' del De Albertis.Ripresa la guerra dopo l'armistizio di Salasco, il 20 marzo 1849 a La Cava, presso Pavia, un drappello di Carabinieri agli ordini del luogotenente Tommaso Pelizza, insieme con i Bersaglieri lombardi dei colonnello garibaldino Luciano Manara, contrastò valorosamente il passo agli austriaci che varcavano il Ticino. Il 23 successivo, 60 militari del Corpo costituenti la scorta a cavallo del re, presero parte all'infausta battaglia di Novara. Due di essi caddero sul campo, numerosi altri vennero feriti. Erano comandati dal capitano Giuseppe De Magistris.
Il 25 marzo, infine, a Casale Monferrato, nell'epica difesa della città, rifulse ancora l'eroismo dei Carabinieri. La cittadina era stata investita il giorno 24 da una Brigata austriaca. Il mattino seguente vi giunse un convoglio di rifornimenti e di munizioni scortato da un reparto di Carabinieri, al comando del luogotenente Vittorio Morozzo. Questi decise di fermarsi con i suoi uomini nella piazzaforte e di prender parte alla difesa della città.

Attestatosi a protezione del ponte sul Po e ritenendo che una sortita sull'altra sponda del fiume avrebbe consentito maggior respiro alla difesa potenziandone l'efficacia, l'ufficiale passò all'azione attaccando, con un'ardita manovra, gli avamposti nemici sulla riva sinistra del Po. Nei combattimenti il luogotenente Morozzo perse eroicamente la vita, ma l'avanzata degli austriaci fu arrestata.
Il 6 aprile 1849, il Comando del Corpo rivolgeva alle truppe un ordine del giorno di encomio per le prove di valore date nel corso della campagna:
" ... la vostra condotta fu ovunque mirabilissima. Vi feste rimarcare per virtù civile e militare, la quale vi rende forti ed imperteniti nel pericolo.
Le prove di valore di cui mostrarono essere capaci una ventina di Carabinieri che tennero lontano il nemico da Casale, resero non perituro il nome del bravo luogotenente Morozzo, il quale, riportava onorata ferita a cui poscia soggiaceva...
" (v. Moti di Genova).

Occorre a questo punto ricordare che alla carica degli Squadroni Carabinieri a Pastrengo fecero seguito solo la citazione all'ordine del giorno da parte del sovrano e la concessione di alcune ricompense agli ufficiali che vi presero parte, ma nessuna decorazione al valore era stata assegnata agli Squadroni.
A tale omissione venne posto riparo con la concessione alla Bandiera dell'Arina della Medaglia d'Argento al Valor Militare, avvenuta con R.D. 17 giugno 1909 su proposta del Ministro della Guerra tenente generale Paolo Spingardi, che il giorno 7 dello stesso mese aveva accompagnato il testo del decreto con la seguente relazione:
Sire, il 30 Aprile 1848, sulle alture di Pastrengo, mentre incerte pendevano le sorti della battaglia, ed in grave frangente versava la vita stessa del Re Carlo Alberto, una colonna di tre squadroni di Carabinieri, agli ordini del Maggiore Alessandro Negri Conte di Sanfront, costituenti la fida scorta dei Sovrano, si lanciava a vigorosa carica, in stretta ordinanza, ed irrompeva sul nemico con impeto irresistibile ed intrepidezza rara, precipitando la crisi del combattimento, e contribuendo efficacemente alla Vittoria dell'Esercito Sardo.

Ricostruire nell'assoluta verità storica quella splendida azione di guerra, che ben a diritto i Carabinieri ascrivono a lor fulgida gloria, e rivendicarne tutta l'importanza e l'efficienza nel successo della memorabile giornata, fu cura del Comando Generale dell'Arma; ed evocare, oggi solennemente la memoria di quell'epico fatto che, consacrato negli aurei fasti militari e celebrato nella inspirata poesia Nazionale, si tramanderà lungamente, à compito che il riferente si assume, quale atto di doverosa e singolare onoranza all'Arma, cui religione sono il dovere e l'eroismo ( .. ).
In tale pensiero e confortato dal concorde parere dell'ufficio storico Presso il comando del corpo di Stato Maggiore, e della Commissione delle ricompense al valor militare, il riferente si onora proporre a V.M. di voler decretare, oggi, alla bandiera della Legione Allievi Carabinieri, che è la bandiera dell'Arma, la medaglia d'argento al valor militare, a memoria imperitura della carica di Pastrengo.
Il riferente nutre fiducia che vorrà la M. V. accogliere le sue proposte, ed a tal uopo ha l'onore di rassegnarLe lo schema del R. Decreto relativo, perché, ove Le piaccia, possa munirlo dell'Augusta Sua firma.

A soli tre giorni dalla firma del decreto, Vittorio Emanuele III volle appuntare personalmente la decorazione alla Bandiera, dinanzi ai reparti della Legione Allievi Carabinieri, schierati in armi.