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Non tutti sanno che...

MOTI DI PALERMO DEL 1866 (I Carabinieri nei)

203.jpg (6024 byte)Le ripercussioni della campagna del 1866, conclusa il 3 settembre di quell'anno con il Trattato di Vienna, e delle difficoltà dei potere centrale si propagarono con maggior vigore in Sicilia, perché si sommarono alle inquietudini colà alimentate da classi e partiti di varia contraddittoria estrazione (borbonici e garibaldini, repubblicani ed autonomisti, clero e feudatari), segretamente sfruttate da facinorosi senza scrupoli.
Lo stato d'animo dei siciliani veniva influenzato in particolare dalla delusione provata per le promesse che, elargite loro nel 1861, non avevano trovato l'atteso adempimento. Il clero era minacciato, insieme a quanti vivevano dell'assoggettamento ai suoi beni, dalle norme sulla soppressione delle corporazioni religiose (quasi mille nell'isola, 250 nella sola Palermo); l'avversione fomentata contro talune leggi, come quella relativa al corso forzoso dei biglietti di banca, era ritenuta un espediente governativo per rastrellare le monete d'oro e d'argento correnti in Sicilia; la coscrizione obbligatoria registrava il 23% di renitenti alla leva nel solo 1866; le condizioni di arretratezza economico-culturale, ereditata dal lungo dispotismo borbonico e dall'intimidazione esercitata sulle comunità rurali dagli aggruppamenti di una sopraffazione organizzata, costituivano un fattore, non ultimo, che portò molti esasperati popolani a far causa comune con i fuorilegge nella sommossa dei 16 settembre.

I facinorosi si guardarono bene dal disperdere le loro iniziative, che furono da essi concentrate su Palermo e provincia, nella certezza che i moti si sarebbero estesi alle altre province una volta che nella capitale siciliana - sede del maggior presidio militare, centro delle orgogliose tradizioni isolane e d'ogni potestà politico-religiosa - si fosse riusciti a proclamare, travolte le truppe e le autorità dello Stato, un governo provvisorio popolare.
Per affrontare questi gravissimi disegni rivoluzionari non esistevano in Palermo, così densa di popolazione, che poco più di 2000 soldati. L'Arma dei Carabinieri era costituita in unica Legione per tutta la Sicilia e nelle tre Divisioni di Messina, Caltanissetta e Palermo, la quale ultima aveva in organico appena 800 uomini ripartiti in 87 Stazioni.
Lo scoppio dell'insurrezione colse di sorpresa tutte le Autorità, poiché ciò fu reso possibile dall'omertà che già allora imperava.

Il Colonnello comandante la Legione di Palermo, Eduardo Sannazzaro di Giarole, fu l'animatore della resistenza opposta dai Carabinieri di Palermo in quelle giornate sanguinose. Infatti, assunta la difesa dell'unica porta cittadina rimasta libera (Porta Nuova) assicurò il rifornimento e l'assistenza necessari alle truppe. Altri ufficiali dell'Arma emularono la sua intrepidezza, come il capitano Del Brenna a Piana dei Greci, il tenente Malvezzi ad Alia, il tenente Guelfi Termini Imerese, il tenente Cappona a Corleone e il sottotenente Casabianca a Partinico.
Il concentramento in Palermo e nei suoi dintorni di reparti dell'Arma e di altri Corpi, sopraggiunti in forze, ebbe in breve volgere di tempo ragione dei rivoltosi e l'ordine venne ristabilito in tutta la Sicilia.
I militari dell'Arma caduti furono 53; altrettanti, per tragica coincidenza, i caduti degli altri reparti dell'Esercito.
Numerose le ricompense al valore, tra le quali l'Ordine Militare d'Italia concesso al col. Sannazzaro.
L'elogio del generale Raffaele Cadorna, comandante generale delle truppe in Sicilia e Regio Commissario, si compendiò in queste parole: "I Carabinieri come sempre, si distinsero per coraggio e per zelo".