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Non tutti sanno che...

ARMAMENTO DEI CARABINIERI - ARMI LUNGHE DA FUOCO


Fucile da Carabiniere 1814.La carabina mod.1814 ed il fucile mod. 1814 a pietra focaia in dotazione ai Carabinieri erano le armi più leggere e maneggevoli allora in uso.
La loro cassa era in legno di noce, allora molto comune in Piemonte. Su di essa erano incassate le due parti principali dell'arma, la "canna" e la "piastra a pietra focaia". La canna era ad anima liscia, forgiata riducendo a lamina il ferro, poi arrotolato ad un mandrino e saldato bordo a bordo per accostamento. Si trattava quindi di un tubo, rinforzato e chiuso nella parte inferiore, la culatta, ove veniva posta la carica di lancio. Nella culatta c'era un foro, il focone, che metteva in comunicazione la carica di lancio con la piastra a pietra focaia, su cui era imperniato il cane che recava nella parte superiore, tra due ganasce, la pietra focaia.

La piastra era tenuta in sito da due viti che si appoggiavano sulle parti terminali della contropiastra, a forma di S, incastrata sul lato sinistro della cassa.
Il cane era tenuto in posizione alzata da un sistema di perno a piolo, comandato dal sottostante grilletto.

In corrispondenza dell'angolo di caduta del cane, c'era il bacinetto, specie di cucchiaino, su cui veniva deposta la polvere da sparo. Sul bacinetto si apriva il focone della canna, cosicché la polvere da sparo del bacinetto risultava in comunicazione con la carica di lancio.

Il bacinetto era coperto dalla "batteria" una lastrina di acciaio dolce a forma di L, la cui parte verticale costituiva la martellina e la parte orizzontale il copribacinetto. La batteria era tenuta sul bacinetto da una molla che spingeva verso l'alto una coda sporgente del braccio orizzontale della L.

Carabina da Carabiniere 1814.Il funzionamento di accensione era molto semplice: premendo il grilletto, il cane, sospinto dalla molla, ruotava in avanti. La pietra focaia, strisciando contro la martellina, provocava la rotazione della batteria sul suo perno e delle scintille che determinavano l'accensione della polvere posta nel bacinetto, che nel frattempo si era aperto. Tramite il focone, la fiammata raggiungeva la carica di lancio provocando lo scoppio.

L'impiego di questo tipo di arma dava luogo a parecchi inconvenienti: caduta della polvere da sparo contenuta nel bacinetto, mancata deflagrazione per cattivo funzionamento, ed altri ancora; il più grave era costituito dalla quasi impossibilità di usare l'arma con la pioggia, che bagnava la polvere impedendone l'accensione.

La "bacchetta" era sistemata sotto la canna, dentro la cassa. Era un'asta di acciaio, la cui parte superiore, sporgente all'esterno della cassa, più grossa e con la base piatta, detta capocchia o testa, veniva usata per comprimere nella culatta della canna la carica di lancio, gli stoppacci e la palla. La parte inferiore della bacchetta era a vite, in modo da poter essere avvitata nel fondo del foro della cassa, o essere utilizzata per fissarvi il cavastracci per pulire la canna.

Alcune "fascette" di ferro avvolgevano la cassa, la canna e la bacchetta, tenendo questi tre elementi strettamente legati l'uno all'altro. Un importante elemento del fucile leggero mod. 1814 era costituito dalla "baionetta". Questa era formata da un manico in ferro, traforata cilindricamente per inguantare la canna nella parte superiore, e dalla lama in acciaio di forma triangolare. Nella canna era sistemato un piccolo ritegno di ferro che si incastrava in uno spacco del manico della baionetta. Una ghiera (cerchietto di ferro) assicurava il fissaggio della baionetta alla canna.

La carabina mod. 1814 era priva di baionetta. Infatti si trattava di arma per cavalleria, della quale non era previsto l'impiego come arma da punta. In quanto arma da cavalleria recava invece fissato sulla contropiastra un anello, per mezzo del quale veniva agganciata alla "rangona", specie di bandoliera indossata dal carabiniere montato. In tale modo il militare poteva recare con se la carabina reggendo con le mani le briglie del cavallo.

Moschetto piemontese mod. 1833

L'esperienza nell'uso delle armi suddette suggerì tuttavia che il loro peso e la loro maneggevolezza potevano essere ulteriormente migliorati.
Fu così realizzato il moschetto per Carabinieri, mod. 1833, dotato di caratteristiche intermedie tra il fucile e la carabina mod. 1814. Infatti rispetto al fucile era più corto e più leggero; rispetto alla carabina era poco più lungo, ma sempre più leggero. Era in sostanza un'arma snella, affusolata, molto maneggevole e più efficace delle due precedenti.

Il moschetto mod. 1833, a pietra focaia e canna ad anima liscia, aveva sostanzialmente le stesse caratteristiche costruttive del fucile e della carabina mod. 1814. Fu dato in dotazione sia ai carabinieri a piedi, sia a quelli a cavallo e, per tale motivo, aveva una particolarità.
L'anello necessario a collegare l'arma alla rangona del cavaliere scorreva su di un'asta di ferro fermata da un sito con una vite della contropiastra, dall'altro con la vite della fascetta posta a metà della cassa. Quindi era impiegato dai carabinieri a piedi senza anello ed asta e dai carabinieri a cavallo con anello ed asta.
La canna dell'arma portava il fermo per la baionetta, che veniva ovviamente distribuita ai carabinieri a piedi.

Moschetto a percussione mod. 1844 per Carabinieri

Moschetto a percussione modello 1844. Nei dettagli , cane armato e sparo.Con dispaccio n. 3734-35 del 23 ottobre 1844 della Segreteria di Stato di Guerra e Marina dell'Armata Sarda fu "determinato che i moschetti in uso presso i Carabinieri venissero ridotti a percussione" e fu approvato il relativo modello.
Il moschetto da trasformare era quello a pietra focaia mod. 1833. Anche il Corpo dei Carabinieri ebbe così il suo primo moschetto a percussione, denominato appunto mod. 1844.

Il sistema a percussione rappresentò un momento particolarmente importante nella evoluzione delle armi da fuoco. Inventato dallo scozzese Alexander Forsyth fin dal 1807, soppiantò definitivamente il precedente acciarino a pietra focaia verso gli anni venti dello stesso secolo, dopo essere stato messo a punto dai vari armaiuoli dell'epoca, in particolare dall'inglese Durss Egg.

Il sistema era tanto ingegnoso, quanto semplice. Sull'asse del "focone" fu avvitato il "luminello", un cilindretto forato sulla cui sommità veniva posta una "capsula" a forma di ditale, che recava all'interno uno strato di fulminato di mercurio. All'atto dello sparo, il cane schiacciava violentemente la capsula e il fulminato di mercurio esplodeva sprigionando una fiammata che, attraverso i fori coassiali del luminello e del focone, raggiungeva la carica di lancio contenuta nella camera di scoppio della canna.

Ecco come sono elencati i vantaggi del sistema a percussione in un "Manuale sulla costruzione e conservazione delle armi a Fuoco Portatili" del 1854:
  1. "Riduzione considerevole di colpi mancati per causa di cassula.
    Ciò succede con molto meno frequenza che quando s'usava i fucili a pietra (selce);

  1. perché il meccanismo dell'acciarino è più semplice;

  2. perché la quantità della polvere impiegata nelle cariche è sempre la stessa, non essendovi più il rischio di mettere più o meno polvere nello scudetto;

  3. perché la polvere a fulminante contenuta nella cassula difficilmente s'inumidisce, né si altera per conseguenza di pioggia o vento, come succedeva nelle armi a scudetto;

  4. soppressa la pietra e la batteria, non succedono più colpi riusciti a vuoto per causa di deteriorazione della pietra, o per ingrasso della stessa, o per quello del copri scudetto come accadeva dopo un certo numero di colpi.

  1. Riduzione considerevole di colpi mancati per cause di canna. Il getto prodotto dall'infiammazione della polvere a fulminante è dotato di un'energia sufficiente per comunicare il fuoco alla carica, malgrado le poche feccie che ingombrar potessero il canale del luminello da un colpo all'altro.
    Per il modo d'escar l'arma usato in prima nei fucili a selce, l'infiammazione della carica doveva riuscire meno rapida, e meno certa, per la sua minor energia ed istantaneità, perché successiva di granello in granello, e potendo inoltre la striscia di polvere venire interrotta.

  2. Giustezza maggiore nei tiri:

  1. per conseguenza di perfetta uniformità delle cariche di polvere, perché non si è più esposti ad impiegare più o meno polvere nell'escar l'arma;

  2. per effetto della più pronta infiammazione, che non espone il tiratore a scomporre la sua arma prima che il colpo sia partito.

  1. Diminuzione di polvere nella carica:

  1. perché la polvere per escar l'arma non viene presa dalla carica;

  2. la infiammazione più pronta produce i medesimi effetti con meno polvere;

  3. perché l'effetto della polvere a fulminante della capsula si aggiunge all'effetto della polvere della carica;

  4. perché quasi nulle sono le feccie che si generano nel foro del luminello."

Il moschetto 1833, così trasformato, divenne quindi il modello 1844 e fu in dotazione sia dei Carabinieri a piedi, sia di quelli a cavallo, fino a quando, avendo il Comandante Generale del Corpo maggiore generale Michele Taffini d'Acceglio, "fatto osservare l'inutilità e l'inconvenienza anzi del porta-moschetto alle carabine destinate per i Carabinieri a piedi", fu stabilito che il moschetto fosse "munito semplicemente di una fascia con maglietta, anziché col porta-moschetto" (circolare 19 febbraio 1845, n. 588-89-90).

In altri termini, si ebbero due versioni della stessa arma: per carabinieri a piedi essa aveva bocchino, fascetta e ponticello in ottone; per carabinieri a cavallo aveva soltanto la fascetta, in ferro, recante due alette su cui si avvitava la parte anteriore del portamoschetto.

Il moschetto mod. 1844 era lungo complessivamente 1145 millimetri; la canna aveva una lunghezza di 756 mm., era ad anima liscia ed aveva un calibro di 17 mm. Il peso dell'arma era di 3 chili 375 grammi.

Il moschetto mod. 1844 è legato in modo particolare alla storia dei Carabinieri, che lo impiegarono nel corso della 1a e 2a Guerra d'Indipendenza e nella campagna di Crimea (1855-1856).

Moschetti a percussione da Carabiniere mod. 1860 e a retrocarica mod. 1869.

Particolare del moschetto mod. 1869L'evoluzione delle armi da fuoco determinò altre modifiche del moschetto in dotazione ai Carabinieri. La prima ebbe luogo nell'anno 1860, allorché l'anima della canna, che prima era liscia, venne solcata da quattro rigature, per imprimere al proiettile un movimento di rotazione sul suo asse, alfine di aumentare la precisione dell'arma, la gittata e la forza di penetrazione dello stesso proiettile. Conseguentemente, il calibro del moschetto fu aumentato a 17,4 mm. Anche quest'arma fu distribuita in due versioni: per carabinieri a piedi, con fascetta e maglietta, e per carabinieri a cavallo, con porta moschetto.
La seconda modifica venne apportata nel 1869. Con sua nota n. 141 del 30 dicembre di quell'anno il Ministero della Guerra determinò infatti che fossero "trasformati a retrocarica i moschetti da carabiniere a piedi ed i moschetti da carabiniere a cavallo, secondo un sistema studiato e proposto dalla Commissione istituita in Torino [nell'agosto del 1866] per lo studio delle armi portatili a retrocarica".

La trasformazione del moschetto da avancarica - cioè a caricamento dalla parte anteriore della canna (bocca), che comportava un massimo di due colpi al minuto - a retrocarica, con capacità di sparare da sei ad otto colpi al minuto, costituì una tappa fondamentale nell'uso e nel rendimento delle armi da fuoco portatili.

La modifica consistette essenzialmente nell'apertura posteriore della camera di scoppio della canna, dentro cui si inserì manualmente una "cartuccia". Questa, di nuova concezione, riuniva in un corpo unico i vari elementi necessari per sparare e cioè la pallottola, la polvere nera e la miscela fulminante. Era confezionata con rettangoli di carta da protocollo.
Contro l'apertura posteriore della camera di scoppio andava ad aderire la parte anteriore di un otturatore mobile, cioè scorrevole su un apposito elemento detto "culatta". L'otturatore era munito all'esterno di una leva (manubrio) che consentiva di tirarlo indietro o spingerlo in avanti e, all'interno, di un meccanismo di percussione.

Per sparare si doveva:

  1. armare il meccanismo di percussione dell'otturatore (ciò si otteneva tirando indietro lo stelo del percussore. Si determinava così la compressione della relativa molla e quindi l'armamento del percussore);

  2. sollevare il manubrio e tirare indietro l'otturatore (apertura della camera di scoppio);

  3. togliere i rimasugli della cartuccia sparata con l'estrattore a punta assicurato, per mezzo di un corregiuolo di cuoio, alla giberna;

  4. inserire nella camera di scoppio una nuova cartuccia;

  5. spingere avanti il manubrio dell'otturatore e girarlo a destra (chiusura della camera di scoppio);

  6. puntare e premere il grilletto. Entrava così in funzione il meccanismo di percussione dell'otturatore per cui il percussore, fuoriuscendo dall'otturatore, colpiva violentemente la mistura fulminante della cartuccia, provocando lo sparo.

Come per il passato, anche il moschetto mod. 1869 per carabiniere a cavallo si distinse da quello per carabiniere a piedi per il "portamoschetto" di cui il secondo era privo.

Con il moschetto 1869 i Carabinieri presero parte alla campagna per la liberazione di Roma (12 - 20 settembre 1870).

Moschetto da Carabiniere Vetterli mod. 1870

Moschetto sistema Vetterli mod. 1870, con baionetta.Sulla via di una sempre maggiore efficienza dell'arma lunga da fuoco per i militari dell'Esercito e quindi dell'Arma, altro problema di fondo venne risolto l'anno successivo con l'adozione del moschetto Vetterli a cartuccia metallica e non più di carta, con espulsione automatica del bossolo.

Erano molteplici e tutte notevoli le differenze tra questo moschetto ed il precedente modello 1869. Soprattutto quelle relative all'otturatore che indicano, più di ogni altra, il salto di qualità della nuova arma. Come detto prima, l'armamento del sistema di percussione dell'otturatore dei moschetto mod. 1869 ed il suo arretramento avvenivano in due momenti successivi. Nel moschetto Vetterli mod. 1870, invece, nel momento stesso in cui si tirava indietro l'otturatore si determinava anche la compressione della molla del percussore e quindi l'armamento del percussore stesso. Inoltre l'otturatore era fornito d'estrattore, una specie di unghia a molla che andava ad incastrarsi nel fondello della cartuccia, per cui, all'atto in cui l'otturatore era spostato indietro, trascinava il bossolo della cartuccia. Il bossolo urtando contro un piolino sporgente dalla culatta veniva espulso all'esterno dell'arma.

In tale modo i sei movimenti necessari per sparare con il moschetto mod. 1869 furono ridotti a quattro:

  1. sollevare il manubrio ed estrarre l'otturatore (si otteneva il caricamento del percussore e l'espulsione del bossolo della cartuccia sparata in precedenza);

  2. inserire nella camera di scoppio una nuova cartuccia;

  3. spingere in avanti il manubrio dell'otturatore e girarlo a destra;

  4. puntare e premere il grilletto.

Con il moschetto Vetterli mod. 1870 si ottenne quindi - tra l'altro - una maggiore velocità di tiro. In ciò l'importanza della nuova arma. Il moschetto prese il nome "Vetterli" dal suo ideatore Vetterli Federico, meccanico svizzero che lo progettò nel 1867.

Il moschetto da carabiniere mod. 1870 (distribuito ai militari dell'Arma il 23 settembre 1886) fu unico per carabinieri a piedi ed a cavallo. Aveva un bocchino di forma particolare che fungeva da fascetta e reggeva la maglietta anteriore della cinghia per il trasporto. L'altro capo della cinghia andava fissato alla maglietta sistemata sulla coda del ponticello del grilletto, appositamente allungato.

Moschetto modello 1891

Moschetto da Carabiniere mod. 1891.Prima che si compissero i cento anni della loro storia i Carabinieri furono progressivamente dotati di un'arma ancora più perfezionata: il moschetto mod. 1891.
Esso era infatti un'arma a "ripetizione ordinaria" con sistema di chiusura a cilindro scorrevole e sistema di alimentazione a pacchetto caricatore.

Mentre per sparare con il Vetterli mod. 1870 si doveva introdurre nella camera di scoppio una cartuccia alla volta, con conseguente perdita di tempo, con il fucile mod. 1891 era possibile sparare sei colpi, uno dopo l'altro, spostando semplicemente indietro ed in avanti l'otturatore. Le sei cartucce, tenute insieme da un caricatore, erano contenute infatti nella scatola serbatoio della stessa arma ed erano sospinte in alto da una "leva elevatrice".

Sparata la prima cartuccia, per sparare "di seguito" la seconda era sufficiente:

  1. sollevare il manubrio e tirare indietro l'otturatore (si determinava così l'estrazione del bossolo della precedente cartuccia e la sua espulsione, il caricamento del percussore, il sollevamento, all'altezza dell'otturatore, della successiva cartuccia contenuta nel serbatoio);

  2. spingere in avanti l'otturatore ed abbassare il manubrio (si otteneva l'introduzione della nuova cartuccia nella camera di scoppio e la chiusura della stessa camera);

  3. puntare e sparare.

I sei movimenti per sparare con il mod. 1869, ridotti a quattro con il Vetterli, vennero così ridotti a tre.

Il moschetto mod. 1891 - ancora più leggero del Vetterli (da kg. 3.845 a kg. 3.160) - si basò sopra concezioni balistiche del tutto nuove; calibro ridotto a 6.5; speciale acciaio per la costruzione della canna; rigatura elicoidale progressiva con quattro righe; cartuccia metallica con polvere da sparo senza fumo e proiettile di piombo incamiciato di "mailechort". Del moschetto mod. 91 venne annunciata l'adozione e la distribuzione alle truppe speciali con atto n. 6 del 6 gennaio 1900 - G.M. s.a.

E' un'arma particolarmente legata alla storia dei Carabinieri, perché di essa erano armati i militari dell'Arma impiegati nella 1a Guerra Mondiale, che, per le "innumerevoli prove di tenace attaccamento al dovere e di fulgido eroismo", procurarono alla loro Bandiera la prima Medaglia d'Oro al Valor Militare.