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La Cicala e la Formica

La Cicala e la Formica

Ci fu un tempo in cui la Natura era molto più rigogliosa di adesso. Le persone rispettavano gli alberi, i fiori e le piante: non avrebbero mai fatto nulla contro di essi.

Gli uccellini volavano tranquilli per ogni dove, senza rischio di nutrirsi con bacche, semi, miglio avvelenati. L'acqua dei fiumi e dei mari era pulita e i pesci vi nuotavano: non c'era pericolo che rimanessero asfissiati a causa delle sostanze chimiche, spesso molto tossiche, che oggi vi vengono scaricate. E l'acqua dei ruscelli, dei rigagnoli di campagna, si poteva bere tranquillamente, chinandosi sulle loro sponde e raccogliendola nelle due mani accostate a conca. Anche l'aria era pura, compresa l'aria delle città, che si respirava a pieni polmoni, come quella della montagna.

Insomma, il mondo era molto diverso da quello dei nostri giorni, perché si viveva quasi esclusivamente di agricoltura: le industrie erano poche, e non inquinavano.

E allora era assai vasto anche il mondo delle fiabe, mentre nel mondo d'oggi per le fiabe non c'è più tanto posto.

Ma se molto del passato è andato perduto, è anche vero che oggi si hanno tanti vantaggi che un tempo non si avevano. Non capita più che i bambini muoiano di mali misterosi, e così le loro mamme; mentre la vita dei nonni si è allungata, cosicché i nonni di oggi sono molto più arzilli di quelli di un tempo, e diventano davvero vecchi solo quando sono molto in là con gli anni.

Il passato, insomma, è da rispettare, ma è il presente che bisogna amare. E bisogna amarlo in modo che il futuro ci rechi delle novità sempre gradevoli.

Naturalmente, non tutti la pensano così. E questa storia ci dice che, a proposito del presente e del futuro, persino gli insetti talvolta la pensano in maniera differente, con delle idee tutte loro.

Fatto sta che c'era una volta una cicala. Sapete? Le cicale sono quegli animaletti che stanno sugli alberi, che in estate cantano tutto il giorno e non si lasciano mai vedere. Infatti, appena si cerca di capire da dove venga il loro canto, esse smettono di cantare, e magari se la ridono della nostra curiosità.

La nostra cicala si comportava esattamente come tutte le cicale del mondo.

Non appena il sole cominciava a salire e i suoi raggi le asciugavano le ali, inumidite dalla rugiada mattutina, lei si dava una bella scrollatina, si trovava un buon posto su una foglia e cominciava il concerto.

La Cicala e la Formica - La Cicala, cantando, dall'alto di un albero osseva le formiche intente a lavorareEbbene. Un giorno questa cicala, piena di vita e di entusiasmo, stava cantando allegramente, quando in basso, ai piedi dell'albero, vide una lunga fila di formiche che sembravano molto indaffarate."Ma che cosa mai staranno facendo?", si domandò.

Puntò gli occhi e volle vedere meglio.

Le formiche sembravano, o almeno a lei parevano così, delle piccole schiave costrette ai lavori forzati. Se ne andavano su e giù, e non certo a passeggio. Ciascuna portava sulle sue spalle un grosso chicco di grano. E ciascuna faceva molta fatica a procedere sotto quel peso. La cicala le sentiva che ansimavano, che sospiravano: "È un lavoro duro, ma non possiamo farci nulla. È il lavoro che ci è stato assegnato".

"Ma chi ve l'ha assegnato, un lavoro così ingrato?".

Le formiche si fermarono un attimo, a quella voce. Guardarono in su, scorsero la cicala. E una di esse le rispose.

"Tutti i lavori costano fatica. Noi lavoriamo pensando al domani. Chi non lavora diventa triste, cattivo".

La Cicala e la Formica - La Cicala discute con la Formica"Cosa dici mai?", rise la cicala. "Ti sembro forse triste? In quanto a cattiva, ti assicuro che non lo sono. Anzi, siete voi che mi sembrate gelose di me".

"Lasciatela perdere", disse a questo punto la comandante delle formiche, "quella vuole portarvi su una cattiva strada. Continuate a darvi da fare, marsch...". E c'è da credere che, se avesse avuto un frustino, la comandante l'avrebbe adoperato.

"Mi fate pena", insistette la cicala,"su e giù con quei pesi addosso. Se è un gioco, non potevate sceglierne uno più goffo".

"Non è affatto un gioco", s'arrabbiò la comandante delle formiche. "E tu smettila di darci fastidio. Ci vuole tanto a capire che stiamo racimolando delle provviste? Che stiamo riempiendo il nostro granaio?".

"Provviste? Per quando? Possibile che non vi basti sfamarvi giorno per giorno?". La cicala era incredula.

Alcune delle formiche, con la lingua di fuori per la fatica, le davano in cuor loro ragione. Avrebbero voluto fermarsi, cantare.

Ma la comandante, che aveva il grado di generale e quindi non doveva portare alcun peso, seppe prenderle dal verso giusto, usando parole persuasive.

"La nostra sorte è questa. Dobbiamo avere delle riserve sufficienti per quando il nemico ci attaccherà. E il nemico, lo sapete bene, è il generale Inverno, che comanda un esercito di ghiaccio, brina e neve".

Le formiche chinarono il capo, ubbidirono.

Ma, dall'alto del ramo dell'albero, la cicala continuò a canzonarle. "Poverine, mi fate pena. Solo i matti o gli avari pensano ad accumulare. E se poi arrivano gli scoiattoli, nel vostro granaio? Vi mangiano tutto, e voi rimanete a bocca asciutta, dopo tanti sudori buttati nel pieno dell'estate...".

Una delle formiche, che aveva la rappresentanza sindacale, propose di rallentare un poco, per lo meno, quell'andirivieni. Considerava in torto la cicala, ma, per non perdere la fiducia che le formiche le avevano riconosciuto, doveva ben dire qualcosa.

E la cicala: "L'estate è ancora lunga. E voi già vi preoccupate dell'inverno. Intanto bisogna arrivarci vivi, all'inverno. E poi...".

"E poi?", s'incurosì la formica sindacalista.

"Poi, se proprio si vuole, in pochi giorni le provviste si mettono assieme. Diamine! Avete mai visto gli uccelli affannarsi a preparare le scorte per la brutta stagione? La Provvidenza è grande".

Così, per l'intera estate, caldissima ma meno lunga di quanto si potesse supporre, la cicala continuò a cantare e le formiche continuarono a lavorare.

Passarono, veloci, i giorni e le settimane. E tante settimane fanno un mese, due mesi, tre mesi...

Finché giunse l'autunno.

Era bello l'autunno. Uno spettacolo. I contadini, nelle vigne, vendemmiavano, e a mano a mano le foglie di vite cambiavano colore. Da verdi, prima diventarono gialle, poi presero una tinta tendente al marrone.

Il caldo dell'estate era solo più un ricordo. C'erano sì ancora delle belle giornate che davano il buonumore, ma la cicala non provava più un grande entusiasmo a cantare. Canticchiava a malapena attorno a mezzogiorno, quando il sole si faceva sentire. Poi, nel pomeriggio, cominciava a stropicciarsi le zampette per tenere a bada il fresco, e il freddo, delle sere e delle notti sempre più lunghe.

Giunse l'inverno.

Arrivò d'improvviso. Dopo un pomeriggio insolitamente tiepido, cominciò a cadere la neve. La cicala aveva freddo, cercava di darsi coraggio.

"Smetterà, prima o poi", si diceva. "E il nuovo sole scioglierà la neve".

Invece continuò a nevicare. Sotto il peso della neve, i rami degli alberi si piegavano quasi fino a terra.

Altro che cantare. Alla cicala veniva voglia di piangere. Per giunta aveva fame, e per quanto cercasse, attorno, qualcosa da mettersi in bocca, non trovava altro che neve. E quando si sta a lungo digiuni ci si indebolisce, e il freddo si sente ancora di più.

Una sera, allo stremo delle forze, mentre andava senza speranza in cerca di cibo, la cicala vide una lucina fioca che proveniva da una tana. "Dev'essere una tana ben calda", pensò, "e forse là mi faranno anche la carità di qualche briciola".

Bussò alla porticina, e venne ad aprirle una delle formiche lavoratrici che, in estate, erano passate su e giù sotto il suo albero.

La Cicala e la Formica - La Cicala, al freddo e al gelo, chiede alla Formica di essere ospitata in casa"Cosa vuoi?", domandò la formica.

"Sono senza casa e senza cibo. Qui fuori si gela, si muore di fame. Abbiate buon cuore, aiutatemi".

"Ma tu, la scorsa estate, cantavi, altro che darci una mano. Ci prendevi persino in giro. Hai visto, dunque, chi aveva ragione?".

"Sì, sì. Avevate ragione. Ma adesso vi chiedo l'elemosina d'una briciola".

E la formica: "Hai cantato? Adesso balla. Arrangiati". E richiuse la porticina.

Mogia mogia, la cicala si allontanò dalla loro casa, rassegnata a morire di fame e di freddo.

Non che la formica lavoratrice non avesse avuto le sue buone ragioni a trattarla così, intendiamoci. Ma la sindacalista era convinta che la cicala ormai avesse imparato la lezione.

Perciò, impietosita, le corse dietro, e le passò di nascosto alcuni chicchi di grano e un po' di paglia per ripararsi dal gelo.

Poi, tornò la primavera...