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Raimondo D'Inzeo

Ha dimostrato a tutti come si superano gli ostacoli

Medagliere La mattina si presenta spesso al maneggio della caserma Salvo d'Acquisto, a Tor di Quinto, nella periferia nord di Roma, per montare a cavallo. Robusto e impettito, una quercia che non si piega, ha superato i settantacinque anni, ma è sempre un piacere vederlo in sella. Un recente sondaggio fra i giornalisti del settore equestre di tutto il mondo lo ha eletto miglior cavaliere della storia. Chi lo conosce e lo frequenta dice che è anche il più simpatico, il più disponibile, il più semplice, e quello dotato di maggiore entusiasmo. Oggi come quarant'anni fa, oggi come ai tempi del suo trionfo a Roma, nelle Olimpiadi del 1960. Oggi come ai tempi di Melbourne, quattro anni prima, quando s'era fermato alla medaglia d'argento.

Raimondo e Piero D'Inzeo sul podio olimpico di Roma, nel 1960.Raimondo D'Inzeo è qualcosa di più di un campione olimpico. È una gloria nazionale. C'è ancora chi lo ferma per strada per chiedergli un autografo. E più di quanto avvenga per molti altri atleti, la gente comune lo associa ancora all'Arma dei Carabinieri. Forse perché gareggiava in divisa. Forse perché i più anziani ricordano la sua posizione impeccabile, sul podio, mentre suonava l'Inno di Mameli. In un'intervista recente gli hanno chiesto se si considerasse un privilegiato per aver avuto l'Arma alle spalle. Ha risposto così: «L'Arma, e gliene sarò sempre grato, mi ha dato la mentalità del Carabiniere. Quand'ero tenente, avevo un cavallo che l'Arma mi manteneva, ma gli altri erano miei e mi pagavo il fieno, la biada e le cure. Ho ancora tutte le ricevute dei pagamenti. Lavoravo in sella dopo il servizio, quando gli altri andavano a casa, e rubavo il tempo alla famiglia; andavo magari a fare le gare e poi mi facevo tripli turni di ordine pubblico. Quando ci fu la Costituente mi feci una ventina di giorni di seguito dentro un portone di Palazzo Madama, con altri venti carabinieri. Si andava in giro per le gare cercando di fare il più possibile da soli. Con noi c'era il mitico Germano, che faceva il maniscalco, il veterinario, il groom, il sellaio, il consigliere, l'autista, il cuoco. Oggi se non c'hanno pure lo psicologo o il massaggiatore quasi non si muovono».
Raimondo - come tutti sanno - ha il suo doppio nel fratello Piero, di due anni più vecchio, con un record di vittorie paragonabile (ma non uguale) alle sue.
La storia del suo trionfo a Roma fu raccontata da un cronista d'eccezione: Bruno Roghi (Corriere dello Sport, giovedì 8 settembre 1960). Ecco - per intero - la sua testimonianza:
Raimondo D'Inzeo con il fratello Piero, suo degno avversario nelle principali competizioni internazionali.«Piazza di Siena è l'harem dell'ippica olimpica. Tra i cavalli iscritti al Gran Premio ad ostacoli, 22 sono le femmine, 102 i maschi. Ventidue odalische sono vigilate da centodue eunuchi: tutti i maschi, infatti, sono castroni. Se gode il possesso della sua virilità il cavallo è bisbetico, bizzarro, volubile davanti all'ostacolo. Bisogna castigarlo nelle sue prerogative somatiche per averlo, come si suol dire, alla mano, per educarlo al salto, per costringerlo alla disciplina del morso, della redina e dello scudiscio.
Eunuchi, ma pomposi, il che non fa contraddizione. Dai cavalieri in sgargianti uniformi essi sono presentati in pista avvolti nei loro lustri e sfolgoranti mantelli bai, sauri, morelli, grigi. Spicca per eccentricità di abito da sera il dodicenne Master William dello statunitense Wiley: la pelle di un tenero color rosa caramella, e strappa gridolini alle labbra laccate e alle gole viola della cafè society.

Piazza di Siena è incantevole nella sua cornice di pini secolari e di cipressi svettanti. Il campo di gara è una tavolozza. Gli ostacoli (14, per 7 salti) sono fioriti e imbandierati. Sempre per i profani, elenco gli ostacoli del percorso: siepe con barriera, barriera su muro, muro, riviera (m. 5), cancello di villa, passaggio di sentiero, doppia gabbia (pericolo n. 1), passaggio di sentiero di betulle con fosso, oxer rustico su catasta, barriera bianca e nera, gabbia con passaggio di sentiero, cancello romano, muro di villa, passaggio di sentiero con barriera e arginello.
Pochi sono i cavalli che si orizzontano nel dedalo di un percorso che gli esperti qualificano tra i più difficili dei concorsi ippici di tutto il mondo. Le medaglie olimpiche li meritano e li valgono.

Raimondo D'Inzeo con il fratello Piero, suo degno avversario nelle principali competizioni internazionali. Il cavallo d'ostacoli, oggetto di cure estremamente assidue e pazienti per salire alla cima della classe internazionale, è un cavallo letterato: deve saper leggere con gli occhi e scrivere con gli zoccoli. Sono commoventi i destrieri che, nella volta arcuata del salto, s'accorgono di rischiare la tòpica e raccolgono al ventre lo zoccolo in procinto di salto come se fossero punti da uno spillone rovente.
Ci sono cavalli impeccabili, seri, diligenti, balzani, neghittosi, disperati. Questi ultimi rovinano la mobilia del campo, piombando sull'ostacolo e facendone schizzare via pali e traverse, siepi e mattoni (finti) per un raggio di dieci metri. I soldati addetti al ripristino degli elementi della doppia gabbia, sventrata dagli strafalcioni dei cavalli somari, sono i veri stakanovisti del Gran Premio. Sono sempre al lavoro perché la doppia gabbia è l'ostacolo nel quale va a ingabbiarsi la maggior parte dei concorrenti.

Un immagine recente di Raimondo D'Inzeo. Un cavallo amante della pulizia è Guanaco, dell'uruguaiano Colombino. Sorvola, con slancio e correttezza, tutti gli ostacoli, ma quando si imbatte nelle pozze d'acqua della riviera e del fosso ci casca dentro e si fa il suo bravo pediluvio. La dodicesima vittoria azzurra è arrivata a cavallo. L'ha slanciata sul traguardo della medaglia d'oro Raimondo D'Inzeo, il più giovane dei due Dioscuri dell'equestrica italiana. Il suo palafreno era Posillipo, un sauro di dieci anni, e perciò uno dei saltatori meno logorati del campo internazionale.
Raimondo ha avuto una gara difficile piena di trabocchetti. Per quanto, infatti, egli avesse aperto la lizza al quarto turno di percorso stampando sull'erba del prato uno zero tondo come l'o di Giotto (e cioè sorvolando i quattordici ostacoli senza nessuna penalità) la galoppata meno felice della seconda serie gli aveva gettato un cappio al collo. Era salito a dodici penalità, mentre l'argentino Dasso e il francese Fresson, fermi rispettivamente a penalità 4 e 8 della prima manche erano in grado di fare meglio di lui nel conto totale. A sua volta il fratello Piero, penalizzato di 8 punti nel primo giro di giostra, continuava ad essere in corsa sia verso Raimondo, sia verso i suoi avversari diretti. Il lento rosario sgranato dai concorrenti chiamati volta a volta ad affrontare il percorso era motivo d'ansia per i nostri cavalieri e spina d'apprensione per la folla che gremiva (abbastanza) il campo. Ed ecco l'argentino in pista. Il suo Final, un grigio di coreografica prestanza, era forse pentito di averla menata buona, nel primo tempo, a un cavaliere quale il Dasso scombinato in sella come un buttero che monta a pelo. Sfondato un ostacolo dopo l'altro, scompariva dal tabellone dei possibili emuli di Raimondo.

Raimondo nella cornice di Piazza di Siena, palcoscenico dei suoi più importanti successi agonistici.Toccava poi al francese. La sua Grand Valeur, una femmina baia piena di brio e di capricci prendeva la mano e il tempo al suo cavaliere e inzeppava di errori la pagina del suo esperimento in classe. Dal crollo degli avversari più temibili, forse rotti dall'emozione, la figura di Raimondo emergeva, balzava in scultorea evidenza. La vittoria era sua con uno scarto rilevante di punti. Inoltre le prove disastrate degli ultimi aspiranti alla medaglia d'argento spingevano Piero sulla cresta dell'onda. I due fratelli potevano stringersi la mano. Avevano fatto un bel lavoro. Primo e secondo. La classifica precisa dell'Olimpiade di salto corrispondeva a una classifica esatta di valori internazionali. Primo Raimondo e secondo Piero. I due tedeschi, che in partenza di concorso si annunciavano come gli antagonisti d'obbligo dei due italiani, dovevano accontentarsi di piazzamenti secondari: la quindicenne Halla di Winckler aveva dato segni evidenti di stanchezza, il diciassettenne Metheor di Thiedemann si era dimostrato un cavallo ormai logoro e disgustato. Poiché si parla di cavalli, prima di tornare agli uomini, siano decretati a Posillipo di Raimondo e a The Rock di Piero gli onori che gli antichi tributavano ai destrieri che vincevano la gara dei corsieri e delle quadriglie sulle pulverulente piste di Olimpia. Tra tutti i cavalli in corsa il capolavoro equino è stato recato da Posillipo, unico percorso netto della giornata. Raimondo l'ha sorretto con la sua inimitabile destrezza, dosandone l'andatura e di quando in quando accarezzandogli la criniera, ma il cavallo ha risposto con un'obbedienza ai comandi che era qualcosa di più di una meccanica partecipazione al lavoro dell'uomo. Posillipo "sapeva" di portare in sella il campione della medaglia d'oro. Viene fatto di pensare ai cavalli di Achille che, secondo la leggenda omerica, capivano la parola del padrone e gli dicevano che nessuno al pari di lui era degno della vittoria. Non riesco a dissociare le figure dei due fratelli. La regola dell'Olimpiade vuole un primo e un secondo, una medaglia d'oro e una medaglia d'argento, ma nel caso dei D'Inzeo la distinzione è artificiosa, anche se strettamente protocollare. Raimondo e Piero hanno tenuto a Piazza di Siena una lezione accademica d'equitazione moderna. I due fratelli si sono divisi i temi e i compiti di questo insegnamento.

Il salto di un muro, in una gara di potenza, sotto i pini di Piazza di Siena.Raimondo col suo slancio agonistico che risolve in concitazione di gara tutti i problemi tecnici inerenti all'arte della sella; Piero con la sua meditata e raffinata cultura stilistica che ne fa l'epigono del grande Caprilli, hanno in un certo senso mutuato le loro doti e le loro inclinazioni per sintetizzarle in due premi di eccellenza destinati a convergere nella realtà sportiva di un unico premio. C'è stato un momento in cui la solidarietà ideale tra i due fratelli, l'uno volante al soccorso dell'altro, ha avuto l'accento lirico di una voce del sangue che chiama. È stato quando Piero, avendo visto che Raimondo aveva chiuso la seconda manche con 12 penalità, ha tenuto il suo secondo percorso nel limite delle otto penalità, stringendo sotto al fratello, quasi a scudo di difesa. Finito il doppio turno di gara, Raimondo e Piero si sono seduti l'uno accanto all'altro su una panchetta, senza parlarsi, intenti allo svolgimento delle prove altrui, che avrebbero potuto trasformare in chimera la loro speranza di vittoria. Non si guardavano neppure per il timore di comunicarsi la reciproca angoscia, ma si volevano straordinariamente bene. Soffrivano le pene dell'inferno di chi, avendo compiuto la sua impresa, è in balia delle imprese altrui, e nulla può fare per deviarne il corso e stornare la minaccia, ma da bravi ufficiali non muovevano un muscolo della faccia, stavano silenziosi e impassibili al loro posto, due soldati al servizio della bandiera dell'Olimpiade».