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Carabinieri nella letteratura

Forse, questo senso di sconfitta che incombe sulle pagine del libro è soltanto l'invincibile stanchezza del suo autore che, dall'epopea del Risorgimento, era caduto nelle meschinità del presente. Ma certo il lettore non riesce a togliersi dalla mente l'immagine inquietante di Pinocchio fra mezzo a due carabinieri.
Sempre più, procedendo fino ai giorni nostri, nel comune modo di sentire e nella letteratura, che del sentire comune raccoglie gli echi, si avverte il conflitto, sempre latente e talvolta drammaticamente in atto, fra l'idea di giustizia e quella di legalità. Già nel mondo antico, del resto, Antigone, nella tragedia omonima di Sofocle, rivolgendosi al re Creonte, esclama: «Io non credei che i tuoi detti avessero più forza di quelle regole non scritte che da sempre orientano le nostre coscienze». E il nostro Manzoni, del pari, diffida fortemente della giustizia terrena e affida a quella di Dio il riscatto di tutte le iniquità, commesse spesso col consenso della legge.

Ebbene, nell'Italia post-risorgimentale, la letteratura delinea spesso con tratti negativi il ruolo dei tutori dell'ordine. Perché la giustizia, piegata a interessi di parte, non è più l'appello a valori condivisi, ma il volto del potere.

Giovanni Verga, soprattutto nelle narrazioni brevi, racconta la pena di vivere della povera gente che stenta a riconoscere le leggi positive, e fa riferimento semmai a dei codici di comportamento antichi, a rituali ispirati all'onore o alla proprietà. Nella novella La Lupa, la giustizia umana si incarna nel brigadiere e nel parroco, incapaci entrambi, però, di liberare Nanni dall'incantesimo che lo avvince alla gnà Pina. Né la minaccia della galera né la penitenza pubblica riescono a liberarlo dal sortilegio.

L'unica via d'uscita per Nanni è il delitto. E delitto sarà. Anche L'amante di Gramigna è un assassino. Ha ucciso, tiratovi per i capelli, il tutore infedele e tiranno. Poi, si è dato alla macchia, braccato dai carabinieri che alla fine lo catturano. La legge trionfa, e con essa i valori della convivenza civile. Nel conflitto, però, si inserisce la Peppa, una giovane rimasta preda della fascinazione del male, ma pur sempre innocente, che viene condotta via dai soldati, «ammanettata, come una ladra anche lei». Alla fine la donna capisce che i carabinieri stanno dalla parte del bene. Per essi, «che le avevano preso Gramigna nel folto dei fichidindia, e gli avevano rotto la gamba a fucilate, sentiva una specie di tenerezza rispettosa... Soltanto allorché li vedeva caricare le armi a notte fatta, e partire a due a due, coi calzoni rimboccati, il revolver sullo stomaco, o quando montavano a cavallo, sotto il lampione che faceva luccicare la carabina, e udiva perdersi nelle tenebre lo scalpito dei cavalli, e il tintinnio della sciabola, diventava pallida ogni volta, e mentre chiudeva la porta della stalla, rabbrividiva».

Foto di Giovanni Verga.In verità, nell'Italia di fine Ottocento è assai diffusa, soprattutto nelle regioni più povere del Mezzogiorno, l'idea che l'amministrazione della giustizia sia tutt'altra cosa dal senso interiore della giustizia. Di questo sentimento gli scrittori si fanno interpreti. Ancora Verga, nel suo romanzo più famoso, I Malavoglia, denuncia l'assenza dello Stato nelle vicende dei pescatori di Aci Trezza. Lo Stato si accorge dell'esistenza di quella povera gente solo nel momento in cui questi sono chiamati a prestare il servizio militare o quando abbiano violato una qualche norma. La legge dello Stato si contrappone, dunque, spesso e volentieri, all'etica dell'individuo, generata, alimentata e tramandata attraverso il nucleo familiare. Così, quando 'Ntoni è arrestato, viene condotto in caserma, nota l'autore, «legato peggio di Cristo». E ancora, dopo la condanna, uscirà dall'aula giudiziaria «pallido, in mezzo ai carabinieri, ammanettato come un Cristo».