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L'Arma nella storia

Vinta la guerra con l'Austria, fuggiti i sovrani dei piccoli Stati italiani, conquistato il Regno delle Due Sicilie dalla spedizione garibaldina, il 17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d'Italia. E il 4 maggio l'Armata Sarda diventa Regio Esercito Italiano e i Carabinieri Reali passano da Corpo ad Arma, con la maiuscola, e da allora saranno indicati così, per antonomasia: sembra solo una burocratica terminologia militare, e in realtà è un riconoscimento di prestigio, un salto di qualità. Come il Piemonte, si sono ingranditi enormemente: i loro effettivi aumentano dell'84,4 per cento, passando a 503 ufficiali e 17.958 tra sottufficiali e carabinieri. Perché hanno assorbito con opportune e talvolta severe selezioni le gendarmerie degli Stati scomparsi, lombardi, parmigiani, modenesi, toscani, pontifici, siciliani, napoletani. Sono ripartiti in quattordici Legioni, articolate in trentotto Divisioni, cento Compagnie, 174 Luogotenenze e 2199 Stazioni. È bene che si siano tanto irrobustiti, perché ora devono affrontare la prova più severa della loro ancor breve vita: quella selvaggia, durissima guerra civile passata alla storia con l'etichetta spregiativa e riduttiva di campagna contro il brigantaggio.
Corazza da Carabiniere Guardia del Re. 1876Guerra feroce, come tutte le guerre fratricide. È la rivolta legittimista delle plebi meridionali, una Vandea nostrana fomentata e capeggiata dapprima da militari del disperso esercito borbonico ai quali si uniscono contadini e pastori che avevano sperato un miglioramento delle loro condizioni dal nuovo regime, ma che subito devono rimpiangere il vecchio: l'unità d'Italia giova solo ai "galantuomini", i borghesi, i ricchi, i padroni, gli eterni sfruttatori dei "cafoni". Così, già endemico nel Meridione, il brigantaggio assume dimensioni preoccupanti e diventa una jacquerie che rialza la bianca bandiera gigliata appena abbattuta. Ma più che per i Borboni quei disperati combattono per loro stessi; e quando dall'esilio romano i regnanti deposti tentano di organizzare militarmente quella guerriglia spontanea e scomposta, inviando a guidarla ufficiali idealisti e avventurieri nostalgici d'ogni paese, lo sconcerto dei nuovi venuti, quasi tutti aristocratici, è totale di fronte alla crudeltà incontrollabile di quello che in realtà è un violentissimo scontro sociale e nazionale. Trascorre così un decennio, fra il 1860 e il 1870, nel quale si alternano efferatezze di ogni genere e giustizie sommarie di cui, infine, solo le popolazioni inermi pagano veramente il conto.
In questa pagina drammatica della storia italiana, i Carabinieri intervengono con distacco e professionalità, lontanissimi dalla brutalità circostante.
L'Arma esegue operazioni ben mirate, eliminando numerose bande. Come quella dei fratelli Cipriano e Giona La Gala - fra i più spietati, attivi fra Avellino e Salerno - braccati e catturati a Genova mentre tentano di espatriare in Francia; quella del famoso Spizzichicchio, che con i suoi luogotenenti Maniglia e Trinchera terrorizza il Salento ma viene infine ucciso in combattimento da un reparto di carabinieri a cavallo guidati dal capitano Allisio; o la banda di un altro celebre brigante, quel Ciarullo che domina dal 1861 al 1865 nel Cilento e viene preso in una grotta dal capitano Frau con un assalto alla baionetta.
Negli Abruzzi opera il maresciallo Chiaffredo Bergia, che si guadagna una impressionante lista di decorazioni e promozioni: una medaglia d'oro, tre d'argento, le croci di cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia e della Corona d'Italia.
Verso il 1865 il brigantaggio politico si può dire ormai debellato, anche se i suoi strascichi dureranno ancora a lungo. Ma se è il più straziante, non è questo l'unico grave problema che deve affrontare il neonato e fragile Regno d'Italia. All'unità mancano Venezia e Roma; per prendere quest'ultima nel 1862 Garibaldi organizza una nuova spedizione che dovrebbe ricalcare quella dei Mille, ma finisce assai diversamente: all'Aspromonte l'esercito lo ferma, e nello scontro a fuoco il condottiero viene ferito a un piede. Lo arrestano e lo tengono per poco più di un mese in dorata prigionia nella fortezza del Varignano presso La Spezia, tra riguardosi carabinieri; i quali lo terranno ancora sotto deferente ma oculata sorveglianza quando, amnistiato, si ritirerà nella sua Caprera. Ma poiché quegli anni sono ricchi di improvvisi capovolgimenti, nella guerra del 1866 un reparto dell'Arma opererà nel Trentino agli ordini di Garibaldi contro gli austriaci, per poi arrestarlo una terza volta nel settembre 1867, quando vuole di nuovo marciare su Roma.
Il tenente Pizzuti, incaricato della delicata bisogna, fa circondare all'alba la casa di Sinalunga in cui è ospitato lo scomodo eroe nazionale e per maggiore sicurezza ordina di fermare tutti gli abitanti del paese che trova in giro a quell'ora antelucana, che non vadano attorno a sparger la notizia e a suscitar tumulti. Poi si presenta a Garibaldi ancora a letto, e lo traduce gentilmente nella cittadella di Alessandria.
Da qui, seguendo quello che ormai sembra un copione teatrale, lo lasciano tornare a Caprera, ora circondata da vigili navi da guerra. Non tanto vigili: perché non passa un mese e il perseverante evade sotto gli occhi della flotta, per raggiungere i suoi volontari in attesa sul confine pontificio, varcato il quale vengono sonoramente battuti dai francesi a Mentana. Gli sconfitti tornano a casa in treno, ma alla stazione di Figline Valdarno li aspetta con in mano un mandato di cattura intestato a Garibaldi Giuseppe il tenente colonnello Deodato Camosso, comandante la Divisione dei Reali Carabinieri di Firenze capitale. Sedici carabinieri e due compagnie di bersaglieri fanno sgomberare stazione e dintorni, svuotano quattro vagoni di malconci reduci dalla mancata presa di Roma che si difendono a fischi, spintoni, improperi e invettive; Camosso fende la calca e si presenta a Garibaldi, con cui c'è il deputato Francesco Crispi, futuro presidente del Consiglio. I due s'infuriano, invocano l'immunità parlamentare, poi il melodramma assume movenze da opera buffa: Garibaldi chiede di scendere per soddisfare un bisogno, si siede in sala d'aspetto, si fa portare un brodino caldo, si rifiuta di risalire in treno. Passano un paio d'ore in capo alle quali il pur cortesissimo Camosso perde la pazienza, ordina a due carabinieri di caricarlo di peso sul vagone e fa cenni frenetici al macchinista. Parte in tromba la locomotiva tra sbuffi di vapore, urla e insulti dei garibaldini e imbarazzo dei bersaglieri che non sanno se presentare le armi o no; si fermerà solo a La Spezia, perché la mèta è di nuovo la fortezza del Varignano. Che però dista alcuni chilometri da percorrersi in carrozza, e intanto s'è radunata una folla che inneggia a Garibaldi, perché chissà come la notizia si è diffusa. È notte fonda, fa un buio pesto, la carrozza parte ma si ferma dopo poche centinaia di metri. Camosso si sporge e si trova nell'atrio dell'albergo Croce di Malta: i manifestanti hanno tagliato le tirelle dei cavalli e trascinato lì il veicolo col favore delle tenebre. Garibaldi dà un'occhiata fuori ed esprime il desiderio di dormire un paio d'ore. Il tenente colonnello fa buon viso. Ripartirà a giorno fatto, ma al Varignano le sue pene finiranno solo dopo una ventina di giorni di estenuanti trattative col prigioniero, per indurlo a tornare a Caprera promettendo di non evadere più. Tre anni dopo i Carabinieri arrestano un altro padre della patria, il latitante Giuseppe Mazzini, scoperto sotto il nome di Harry Zammith a bordo del postale Napoli-Palermo.
Lo portano a Gaeta, affidato alla sorveglianza del capitano Cotta; ci resta da ferragosto a ottobre; poi il governo se ne libera col solito sistema di amnistiarlo purché se ne vada.
Nel 1870 il crollo della Francia di Napoleone III sconfitta dai prussiani permette di occupare Roma. I Carabinieri ci entrano il 20 settembre con gli altri reparti dell'esercito e si insediano nella caserma di piazza del Popolo, già dei loro omologhi papalini. Solo nella prima settimana arrestano quasi duecento persone, per brigantaggio e reati comuni. L'annessione del Lazio toglie appoggi alle bande dell'ex Reame napoletano. Ma se non è più una minaccia all'unità nazionale, il brigantaggio resta un fenomeno diffuso, alimentato dalla povertà irrimediabile delle plebi di alcune regioni particolarmente sfavorite, schiacciate anche dalla pesante imposizione fiscale dello Stato: la tassa sul macinato salva il bilancio ma crea emigranti e briganti, che in quel contesto sociale assumono spesso la veste di vendicatori nella fantasia popolare. Così in Maremma il Tiburzi, celebrato nelle canzoni come taglieggiatore di ricchi e amico dei poveri, che ammazza le spie senza pietà ma rispetta i Carabinieri, perché sono anche loro "figli di mamma". Vent'anni buoni dura il suo regno, finché nell'ottobre 1896 cinque di quei bravi figlioli riescono a sorprenderlo in un capanno col suo secondo Fioravanti, e il Tiburzi che si difende cade fulminato da una fucilata.
In Sardegna la guerra doganale con la Francia provoca una gravissima crisi della pastorizia e la conseguente recrudescenza del banditismo, particolarmente nel periodo che va dal 1887 al 1894, anni di fame nera, gli anni delle bardane, assalti di bande a cavallo che occupano un paese, svaligiano la banca, l'ufficio postale, le case dei signori, per scomparire poi sui monti da cui sono scesi. Occorrono vere e proprie operazioni militari su larga scala per debellarli, rastrellamenti che a volte culminano in battaglie campali come nel 1899 a Morgogliai, cui partecipano centocinquanta carabinieri e sessanta soldati.
Guardia di sciabola da Corazziere. 1876 In Calabria i cantastorie trasformano in eroe romantico un giovane sventurato, Giuseppe Musolino, condannato nel 1897 a ventun anni per tentato omicidio dopo una rissa in un'osteria dell'Aspromonte. Ma è innocente, e giura di vendicarsi. Riesce a evadere dopo due anni di carcere, ferisce un accusatore, gli uccide la moglie, fa saltare in aria la casa di un altro, continua ad ammazzare chiunque gli paia un nemico, vive tra i boschi impenetrabili solo come un lupo, rifocillato da contadini, pastori e carbonai che lo temono ma lo ammirano perché impersona il senso popolare della ribellione contro un'ingiustizia subìta, la tragedia di un destino avverso. Solo nel 1902, sentendosi troppo braccato, pensa di espatriare, forse non sa neppure dove, si mette in marcia verso nord, sempre solo, sempre divorato dal suo dèmone. Arriva fin nelle Marche, ad Acqualagna. E qui commette un errore. Vede in lontananza due carabinieri, che certo non stanno cercando lui; ma perde la testa e scappa. I militari lo inseguono, e lo acciuffano solo perché inciampa in un fil di ferro teso tra i pali di una vigna. Diventa famosa la frase "Chillu filu!" con cui per anni, nella sua cella di ergastolano, esprimerà la sua amarezza contro la malasorte.
Sono i tempi in cui per definire l'Arma si comincia a usare un aggettivo anch'esso antonomastico: la Benemerita. Sono i tempi dell'Italietta umbertina e manuelina, in cui il maresciallo dei Carabinieri è diventato una figura tipica della provincia, e forma una triade dell'ordine insieme al sindaco e al parroco, contrapposta nella novellistica di allora al binomio socialisteggiante del farmacista e del maestro di scuola, gli adepti della scienza che leggono libri sovversivi. Ma la sera si trovano tutti magari allo stesso tavolo per una bella partita a carte tra amici. Bonario quadretto letterario forse non sempre veritiero ma quanto mai duraturo.
Sono i tempi della Belle Epoque, in cui per le strade di una Roma che si va ricoprendo di palazzate liberty passano le carrozze della famiglia reale scortate dallo scintillante squadrone Carabinieri Guardie del Re: i Corazzieri. Escono dall'androne del Quirinale con fragore di tuono, davanti al guardaportone vestito di rosso, tra le garitte nuove fiammanti con la pigna in cima, sotto il facciatone del palazzo con le finestrone dalle persianone sempre chiuse, dietro le quali, sognava Antonio Baldini da ragazzo, ci sono principi e principesse che sbirciano giù tra le stecche, e gli ufficiali di picchetto tirati a pulimento. Invece Bruno Barilli, che sta al quinto piano di un palazzone panciuto e sinistro stracarico di balconi, è lui a spiare di lassù nel cortile della caserma dei Corazzieri sparso di rena come un circo equestre, e li vede affannarsi il mattino in tenuta di tela, con gli zoccoli e il grembiule da maniscalco e la forca sulle spalle, e strigliare i cavalli e mettersi in riga fra lo strombettìo dei segnali e le urlate del brigadiere; e il pomeriggio giocare a bocce, marziali giganti in maniche di camicia, tra il rosso spettacoloso delle giubbe rivoltate e appese alle persiane verdi; e la sera uscire a due per volta dall'ingresso principale, lucenti, stringati, magnifici, sulla via Venti Settembre, deserta, calda, silenziosa, bellissima fino al tramonto e dopo come morta.
Intanto quell'Italietta si è fatta le sue colonie e anche i Carabinieri vanno in Affrica, continente che allora ha due effe, che suonan più roboanti nella retorica dei propugnatori d'imperi d'oltremare. Vanno in Eritrea, dove addestrano e inquadrano i primi reparti indigeni, quegli zaptiè che saranno un po' come i loro fratelli minori; vanno in Somalia e poi in Libia. Vanno anche, come parte di un corpo di spedizione internazionale, nell'isola di Creta che si è ribellata ai turchi nel 1897, e più tardi ne riorganizzano la gendarmeria.
Lo fanno così bene, per opera del capitano Craveri, che altri li chiamano a compiere lo stesso lavoro: i greci nel 1899, i turchi in Macedonia nel 1904, i cileni nel 1909.
Ma nel 1914 l'Europa della Belle Epoque si suicida gettandosi nel massacro della Grande Guerra. Un anno dopo, anche l'Italia entra nel conflitto; l'Arma, oltre a svolgere i compiti di polizia militare nelle retrovie, mette in linea un reggimento comandato dal colonnello Vannugli, che nel luglio 1915 deve partecipare a un'offensiva per la conquista di Gorizia. I Carabinieri, che ora vestono il grigioverde come tutti gli altri soldati e hanno ricoperto la lucerna con una foderina dello stesso colore, in attesa dell'assalto vengono mandati in trincea sulla collina del Podgora, a sostituire il 36° Fanteria. Il nemico è attestato più in alto e domina la zona; la terra di nessuno è piena di cadaveri insepolti che ammorbano l'aria; le trincee sono una fangaia infetta; il rancio arriva sì e no una volta al giorno, freddo; manca quasi tutto, dalle borracce alle pinze tagliafili. Poi, il 19 luglio, viene l'ordine di andare all'attacco. Gli austriaci, ben fortificati, falciano con le mitragliatrici i carabinieri che escono allo scoperto con la baionetta in canna ma senza sparare. Dopo quattro ore tremende finalmente viene ordinato il ripiegamento sulle posizioni di partenza.