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Mosca Carlo
Gambacurta Stefano
Scandone Giuseppe
Valentini Marco
I servizi di informazione e il segreto di
Stato
(Legge 3 agosto 2007, n.124)
Giuffrè editore,
2008, pagg. XXVIII - 1046
euro 110,00
Sono trascorsi alcuni mesi dall'approvazione, dopo una
gestazione davvero lunga e singolare che ha animato più
legislature, che alcuni affermati studiosi di estrazione della P.A.
(aspetto molto rilevante per l'assoluta delicatezza della materia e
la levatura degli Autori) hanno dato alle stampe una lucida
ricognizione storico-giuridica della complessa novella concernente
"il sistema di intelligence italiano e del segreto di Stato".
Il testo, molto corposo, è aperto con una lungimirante e lucida
prefazione del Presidente emerito Giovanni Conso che nel
ripercorrere gli eventi successivi alla preesistente e snella legge
del 1977, si raccorda con il nuovo articolato ed organico impianto
normativo che apre, in modo realistico, anche alla conoscenza sulla
base del decorso del tempo, dei segreti apposti su determinati
documenti (ormai di interesse storico-documentale).
La prima parte, ripartita in ben otto capitoli, è integralmente
dedicata al "sistema di informazione per la sicurezza della
Repubblica". Si traccia un sintetico ma chiaro profilo storico dei
servizi di I.S. sino a giungere a percorrere il tracciato della
riforma (ad es., è illustrata, in più punti, l'esito della
Commissione Jucci, cui era pure presente un coAutore, il Prefetto
Mosca) sfociato nella definitiva forma legislativa. Attenta è
l'analisi effettuata agli organi da poco istituiti consistenti nel
DIS, AISE ed AISI (hanno sostituito, rispettivamente, i
preesistenti CESIS, SISMi e SISDe) collegati con i vari terminali
dei responsabili politici. Appropriato approfondimento è dedicato
al regime giuridico del personale ed alle garanzie correlate
funzionali, ai rapporti con altri organi dello Stato (Autorità
giudiziaria, Forze armate e di polizia). Questa partizione si
conclude con la dettagliata esposizione del sistema dei controlli,
di matrice parlamentare (COPASIR) ed amministrativa.
La seconda parte (è articolato in sette capitoli), anche questa
molto intensa, riguarda interamente "il segreto di Stato",
locuzione che subito suscita - immotivatamente - sinistri richiami.
Anche quì si iniziano ad illustrare i profili storici e le varie
sfumature giuridiche, sino a pervenire all'attuale impostazione
legislativa anche in rapporto ai regimi imposti dall'Alleanza
Atlantica. Aspetto significante è rappresentato dalla temporaneità
del segreto (con i casi di esclusione) recentemente disciplinato
anche attraverso la costituzione di una Commissione (DPCM 23
settembre 2008) deputata a definire le procedure di accesso alla
documentazione segretata, per la quale viene a decadere la non
ostensibilità.
La tutela processuale del segreto di Stato, argomento questo di
estrema attualità l'acquisizione degli elementi di prova reali e
l'attuazione del diritto di accesso rappresentano il raffronto
concreto alla legislazione penale, amministrativa (le speculazioni
sono effettuate sia nel profilo sostanziale che in quello
processuale) che talora pone gli stessi servizi in diretta
relazione con altri poteri dello Stato, con particolare riferimento
con quello che esercita la giurisdizione.
Le tematiche, illustrate con un linguaggio chiaro, sono
impreziosite con puntuali riferimenti giurisprudenziali (si citano
le inedite ma emblematiche decisioni, sul tema, della giustizia
amministrativa) e dottrinali (vi sono riportati gli Autori che
hanno esaminato scientificamente i vari profili) che caratterizzano
il testo che brilla per un insolito pragmatismo che consente
all'operatore di avere un qualificato e fermo approdo operativo per
l'agire professionale di tutti coloro che espletano le funzioni nel
delicato comparto.
L'opera, che effettua frequenti richiami agli studi di settore, è
corredata da una agile appendice che ricomprende la vasta normativa
di interesse, un selezionato riepilogo di resoconti parlamentari e
numerose deliberazioni della Corte Costituzionale sui ricorsi per
"conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato", in materia di
segreto di Stato, ivi compresa quella del 25 giugno 2008
relativamente al procedimento penale avente ad oggetto il cd.
"sequestro Abu Omar".
In conclusione, è stato sicuramente l'obiettivo che ogni Autore si
pone innanzi alla fine di una enorme fatica letteraria che è quello
di rendere conoscibile e ben interpretabile alla luce delle proprie
esigenze cognitive la complessa normativa sull'intelligence e sul
segreto di Stato, spesso ritenuta piena di ombre e diffidenze,
spesso infondate.
Col. Francesco Bonfiglio
Giuliano Turone
Il delitto di associazione mafiosa
(seconda edizione aggiornata)
Giuffrè editore,
2008, pagg. 613,
euro 50,00
"…L'espansione dell'intervento mafioso, messo in luce nel
recente dibattito parlamentare, l'articolazione complessa della
mafia che, mentre non trascura alcun settore produttivo e di
servizi, trova nell'intervento pubblico la sua principale
committenza, esigono oggi più puntuali strumenti proprio
nell'ambito degli arricchimenti illeciti e dei reati
finanziari.
La mafia, peraltro, opera ormai anche nel campo delle attività
economiche lecite e si consolida l'impresa mafiosa che interviene
nelle attività produttive forte dell'autofinanziamento illecito e
mira all'accaparramento dell'intervento pubblico in particolare nel
settore delle opere pubbliche "scoraggiando" la concorrenza con la
sua forza intimidatrice. Tutto ciò non è solo uno sconvolgimento
delle regole del mercato ma è causa di una forte lievitazione dei
costi delle opere pubbliche ed ostacola la crescita di una moderna
imprenditoria nel mezzogiorno…".
Il testo sopra riportato e soprattutto l'affermazione "esigono
oggi" ha un data lontana nel tempo nonostante l'attualità dei
contenuti: risale al 31 marzo 1980 ed è una parte del preambolo
della proposta di legge n. 1581 d'iniziativa dei deputati La Torre
più altri recante "norme di prevenzione e di repressione del
fenomeno della mafia e costituzione di una commissione parlamentare
permanente di vigilanza e controllo".
Si tratta - com'é noto - di uno dei documenti parlamentari più
insanguinati dell'intera storia repubblicana, ma costituisce anche
uno dei passaggi più significativi della storia investigativa e
processuale del nostro paese: non si sarebbe, infatti, approvato -
qualche tempo dopo - soltanto una delle fattispecie criminose più
complesse e dibattute della nostra artiglieria di contrasto al
crimine mafioso e comunque organizzato - il 416 bis appunto -
bensì si sarebbe realizzata una vera e propria svolta generazionale
nella gestione delle attività investigative e giudiziarie
dell'epoca.
"…A Venticinque anni dall'entrata in vigore della norma non si può
non dare atto che il tentativo - a quell'epoca del tutto nuovo - di
dare una definizione giuridico-penale dell'organizzazione mafiosa è
decisamente riuscito ed ha avuto il pregio di saper tradurre
normativamente una categoria criminologica di notevole complessità
ancorandola a parametri sufficientemente caratterizzanti ed
obbiettivi...".
Questo il giudizio emesso da Giuliano Turone in relazione alla
vitalità del delitto di associazione mafiosa a cui dedica il testo
in questione (nella sua seconda edizione) e che, con assoluto
pregio manualistico, ne delinea tutta la sua complessità, la forza
incriminatrice e la straordinaria capacità intrinseca di saper
leggere (e di consentirne la lettura anche in termini
giurisprudenziali) in modo efficace e sempre attuale le dinamiche
criminali più articolate ed eterogenee, nonostante i profondi
cambiamenti che hanno segnato la vita sociale e, soprattutto,
economico-finanziaria a cavallo del terzo millennio.
L'Autore, attraverso un sistemico ed aggiornato percorso sempre
corredato dei principali conforti giurisprudenziali, ne analizza i
fondamenti - dalla sua genesi all'ambito di operatività della norma
- l'apparato strutturale-strumentale, le condotte punibili, con
particolare riferimento a quelle definite "contigue" (soffermandosi
compiutamente sul controverso problema del concorso eventuale cd
"esterno") i profili processuali.
Il corpo centrale del testo affronta poi il tema essenziale delle
quattro finalità tipiche dell'associazione mafiosa, fornendo un
esauriente quadro d'insieme non solo del rapporto con i
delitti-fine ma anche in relazione al regime, in particolare,
della circostanza aggravante prevista dall'art. 7 della legge
152/91.
L'aspetto finalistico, esplorato con sapienza e dettaglio grazie
anche a specifiche esperienze in tema di crimine organizzato e
crimine economico, consente anche al lettore neofita di comprendere
agevolmente come nel delitto in specie la "tradizionale" e
semplicistica finalità di commettere delitti, connaturata
ontologicamente all'associazione mafiosa ed immanente allo stesso
suo apparato strutturale, non è la finalità principale o meglio,
non costituisce il fine ultimo dell'associazione.
A differenza, infatti, di quanto avviene per lo più nella comune
associazione per delinquere, i delitti mafiosi rispondono invece ad
una più ampia strategia di ricerca del potere economico e quindi
del potere in genere e di continuo ampliamento e consolidamento
dello stesso.
Per l'Autore, quindi, la visione imprenditoriale mafiosa, l'ottica
di prevenzione generale per l'assetto del potere mafioso e le
strategie di gestione sono tutte dinamiche appartenenti allo stesso
contesto criminoso dove il delitto-fine non è altro che un elemento
strumentale alla conquista del potere economico.
Soprattutto nello specifico capitolo - le altre finalità
dell'associazione - esaminando le finalità di monopolio,
politico-elettorale e di ingiusto vantaggio (quest'ultima ritenuta
come finalità di chiusura) l'Autore può delineare in modo esaustivo
come il legislatore già negli anni ottanta, con un notevole sforzo
tecnico giuridico, era riuscito a cogliere quegli aspetti di natura
economico-finanziaria intimamente connessi con l'assetto
imprenditoriale dell'associazione mafiosa che nel tempo si sono poi
rivelati come quelli sempre più caratterizzanti della stessa.
Quest'ultima, nel tempo, al tritolo ed alle mitragliette skorpio ha
lasciato sempre più il posto ai fondi di investimento ed ai bilanci
societari in contesti sempre meno localmente denominati e sempre
più transazionali.
è necessario ricordare, in tal senso, la recente modifica
legislativa del 24 luglio 2008, legge n. 125, che modificando la
rubrica del 416 bis in «associazioni di tipo mafioso anche
straniere» ha sancito il definitivo superamento dell'impostazione
locale in luogo di quella più ampia desumibile dalla definizione
normativa di reato transnazionale.
Ten.Col. Attilio Auricchio
Fabio Iadeluca
La criminalità organizzata in Italia e la camorra in
Campania
Gangemi editore,
2008, pagg. 143
euro 20,00
"...Ca la Repubblica adda fernì come finisce tutto, ca
ll'uomene se credono de fà chesto, de fa chello, de cagnà lo munno,
ma non è vero niente. Le cose cambiano faccia ma non sostanza:
vanno sempre come hanno da ì. Comme vò lo Padrone. Lo munno non pò
girà a la mano smerza. Lo sole sponta tutte li mmatine e pò scenne
la notte, la vita è 'na jurnata che passa: viene la morte, nisciuna
la pò fermà. Perchè è de mano de lo Padrone: di Dio. Pulcinella
queste cose le ha sapute sempre, come volete che si metta a fare il
giacobino? Lo pò pure fà, ma solo per far ridere, per soldi. Isso
non ce crede...".
Così nel romanzo di Enzo Striano "Il resto di niente"
(considerato dalla critica uno dei massimi romanzi storici del '900
italiano) un pulcinella del 1799 risponde alla richiesta
dell'eroina della rivoluzione partenopea Eleonora Pimentel Fonseca
di modificare, invano, le storie dei suoi spettacoli in favore
della Repubblica. E con quel titolo, dal sapore moderno di slogan,
il compianto scrittore napoletano chiudeva mirabilmente la vita di
Lenor, portoghese di nascita ma napoletana sin da bambina, che
aveva perseguito - con gli occhi da intellettuale - il sogno
straordinario di cambiare la città riuscendoci - solo in modo
illusorio e per poco tempo - prima di salire sul patibolo (insieme
ad altri suoi compagni di quell'unica esperienza rivoluzionaria
italiana del secolo).
Una frase carica non solo di significati negativi, ma piuttosto
un'espressione triste che nasconde accanto alle sconfitte una
storia piena di vita, di sogni, di speranze illuse e tradite, di
lotte contro un sistema che travolge ieri come oggi una Napoli mai
così bella, brulicante di gente, nobili, aristocratici, letterati,
lazzari, caotica nelle sue gesta quotidiane e sempre più condannata
al concetto - sempre attualissimo - del accossì adda ì e tu non ce
può fa niente, il resto di niente.
L'intensa ma tragica esperienza della rivoluzione napoletana del
1799 - spesso dimenticata dalla storia importante - ben può
spiegare questa straordinaria città e le sue dinamiche sociali
intimamente connesse con le fenomenologie criminali da sempre
caratterizzate da un'eterna sfida tra le forze - poche - che
combattono per un rinnovamento della stessa e le - molte - che
contrastano qualsiasi miglioramento che comporti una erosione del
proprio potere e dei propri interessi più o meno illeciti e,
infine, come spettatori la stragrande maggioranza della gente che
guarda con gli occhi pulcinelliani dell'accossì adda ì con
fatalistica inerzia misto di rassegnazione e di vile
connivenza.
Questa è la camorra. Non semplicisticamente un'organizzazione
criminale localmente denominata e dedita nel tempo a varie forme di
traffici ma un modo di esistere e di campare di intere frange della
popolazione e che a differenza di Cosa Nostra non contrappone un
ordine alternativo a quello dello stato, ma governa il disordine
sociale.
Per Iadeluca, quindi, l'appuntamento con la camorra, nel suo
percorso attraverso le varie manifestazioni criminali organizzate
in Italia, rappresenta una tappa complessa e difficile da
addomesticare con i tradizionali strumenti crimino-sociologici di
ricostruzione storiografica e documentale, proprio perché - a
differenza delle organizzazioni mafia e 'ndrangheta - la camorra
identificandosi con il male assoluto di questa città, sintesi di
tutto ciò che di più triste, sanguinoso e tragico è accaduto in
almeno quattro secoli di vita, non può leggersi soltanto con le
lenti crimino-sociologiche ma deve necessariamente richiedere il
contributo delle metodologie sociali, occupazionali, economiche e -
naturalmente - politico amministrative .
Consapevole di questa singolarità, l'autore - in modo chiaro e
sintetico - affronta i tratti essenziali della delinquenza
napoletana dalle origini - tra aspetti leggendari e sistemi rituali
ed iniziatici di chiara matrice ed influenza spagnola - alle prime
forme embrionali di delinquenza organizzata della Napoli unitaria e
post unitaria.
Non disdegna - seppur rispettando le esigenze di sinteticità e
speditezza ricostruttiva - di soffermarsi su peculiari documenti
storici come l'inchiesta parlamentare del senatore Saredo che per
la prima volta affronta specificatamente il fenomeno delinquenziale
della camorra nella sua interezza e nella sua forma più
preoccupante della penetrazione nel tessuto
amministrativo-politico, oppure sulla disarticolazione conseguente
al processo Cuocolo (uno dei primi casi di processo mediatico) di
una organizzazione denominata camorra riformata.
Dopo aver affrontato le successive evoluzioni storiche della
camorra, sempre intesa nella sua accezione più ampia e sempre
intrecciate con le vicende socio-economiche della città (fascismo,
guerra di liberazione, boom economico, contrabbando, etc.),
l'autore si sofferma sulla svolta cutoliana che per la seconda
volta a distanza di oltre 70 anni concretizza un progetto unitario
di organizzazione camorristica alla stregua delle esperienze
militari e logistiche siciliane e calabresi.
Appare rilevante sottolineare come Iadeluca - sempre con puntuale
ausilio di atti parlamentari, inchieste e documenti giudiziari -
non rinuncia ad occuparsi della situazione economica della Campania
e del degrado della città di Napoli al fine di meglio lumeggiare le
condizioni sociali, occupazionali, culturali favorevoli al
proliferare di comportamenti antisociali humus vitale per lo
sviluppo di ogni forma di delinquenza organizzata.
Bene fa l'autore, poi, ad evidenziare il contesto socio economico -
dal terremoto del 1980 all'attualissimo dramma dei rifiuti - entro
cui si è mossa la delinquenza organizzata a Napoli esaltando,
altresì, le occasioni perse per migliorare il tessuto sociale,
sottolineando, poi, il fallimento dei principali agenti sociali
(famiglia e scuola su tutti) che non hanno rappresentato mai un
concreto argine al reclutamento delle organizzazioni criminali. Un
segnale, questo, che ben può indicare come la camorra, pur non
rappresentando mai una forza criminale in grado di plasmare la
società civile secondo proprie regole imposte, ha sempre
rappresentato per vaste aree sociali una importante se non unica
opportunità di vita e di rivalsa sociale.
Il fallimento militare del progetto unitario di Cutolo evidenzia
ancora una volta l'impossibilità da parte delle organizzazioni
criminali napoletane di evitare la parcellizzazione e la
fluttuazione su tutto il territorio.
Il conseguente fragile sistema di alleanze, accordi e connivenze,
ha determinato, da un lato, una grande difficoltà
nell'interpretazione dei fenomeni criminali - in chiave giudiziaria
- da parte delle forze di contrasto e dall'altro ha rappresentato
elemento di debolezza nelle interlocuzioni di tipo criminale
imprenditoriale nei confronti soprattutto con i produttori
planetari delle droghe. Questi, nel tempo, hanno preferito il
dialogo con organizzazioni più strutturate ed impermeabili come
quella calabrese.
Nella parte finale del testo - strutturata su tre capitoli -
l'autore analizza la situazione della criminalità organizzata nelle
singole province campane, evidenziandone discrasie e peculiarità
ed accennando, poi, alle proiezioni dei principali gruppi
camorristici in Italia e fuori dai confini nazionali, unitamente
alle più recenti strategie che sempre più tendono a sostituire
scelte criminali di tipo militare con quelle economico-
imprenditoriali di minore impatto sociale e di maggiore
remunarezione patrimoniale-finanziaria.
Ten.Col. Attilio Auricchio
Calabresi Mario
Spingendo la notte più in là.
Storia della mia famiglia e di altre vittime del
terrorismo
Mondadori editore,
2008, pagg. 131,
euro 14,50
Il 12 dicembre del 1969, a Milano, una bomba deflagrò nella sede
della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana uccidendo
numerose persone. La notte successiva, la polizia fermò 84 sospetti
tra cui Giuseppe Pinelli, ferroviere, anarchico.
Tre giorni dopo, ancora in Questura, forse anche a causa di un
alibi non convincente, quest'ultimo precipitò improvvisamente da
una finestra. Da quel momento, una campagna di demonizzazione nei
confronti di Luigi Calabresi, commissario di polizia che aveva
preso parte all'interrogatorio del Pinelli, fu promossa da una
parte dell'opinione pubblica, poco propensa ad aderire alla tesi
promulgata dal questore, secondo la quale l'anarchico si sarebbe
suicidato.
Una prima inchiesta sulla morte di Pinelli si concluse con
un'archiviazione. Un anno e mezzo più tardi, fu aperta una nuova
inchiesta a seguito di una denuncia presentata dalla vedova
Pinelli.
Le indagini, che si chiuderanno solo nel 1975, accerteranno che il
Pinelli non si era suicidato né era stato ucciso, ma fu vittima di
un malore a seguito del quale sarebbe involontariamente precipitato
dalla finestra della Questura. Ma nel frattempo la campagna era
stata avviata e vi aderirono molti esponenti della sinistra, della
cultura, del giornalismo.
Il giornale della sinistra extraparlamentare "Lotta Continua" - che
in precedenza Calabresi aveva fatto oggetto di alcune sue indagini
- si profuse in attacchi contro il commissario: il suo direttore,
Adriano Sofri, inneggiava apertamente al suo assassinio. Solo 16
anni dopo, Leonardo Marino confesserà di aver partecipato
all'assassinio unitamente ad Ovidio Bompressi, su mandato di
Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, tutti in precedenza
militanti di Lotta Continua (il primo fu condannato a 11 anni di
reclusione, gli altri tre a 22 anni).
La mattina del 17 maggio 1972, Luigi Calabresi verrà ucciso con due
colpi di arma da fuoco alla tempia.
Tre anni dopo si concluderà la seconda inchiesta sulla morte di
Pinelli a seguito della quale fu accertato che, al momento della
precipitazione, il commissario Calabresi non era nella
stanza.
Mario Calabresi, figlio del commissario, oggi giornalista di
"Repubblica", si tuffa nel ricordo di quegli anni fin da
quattordicenne quando, bramoso di notizie, passava intere giornate
nella biblioteca Sormani, a Milano, a scovare articoli di cronaca
che riportassero informazioni sulla morte di Pinelli, sulla
campagna di odio montata da certi ambienti della sinistra,
sull'omicidio del padre.
Ed oggi, con serena consapevolezza, precisa che il padre e Pinelli
non erano nemici: qualche tempo prima, l'anarchico aveva regalato
al poliziotto una copia dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee
Masters.
Un'opera che lascia il segno, dedicata alle vittime "dimenticate"
degli anni di piombo: i figli, i genitori, i fratelli di coloro che
perirono per mano dei terroristi, degli eversori, dei
dinamitardi.
Una testimonianza che serve a rivivere l'angoscia di quegli anni,
in un susseguirsi continuo di stragi e di violenza destinata
soprattutto alle nuove generazioni, affinché non si perda il
ricordo di un periodo che ha segnato la recente storia
d'Italia.
Magg. Gianluca Livi
Pansa Giampaolo
I tre inverni della paura
Rizzoli editore,
2008, pagg. 576,
euro 21, 50
In due sue recenti opere (Il sangue dei vinti e I gendarmi della
memoria), Giampaolo Pansa ricostruiva uno dei capitoli più oscuri
della nostra storia recente, quella che va dall'8 settembre fino ai
due anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.
Seguendo un modus operandi tipico dell'inchiesta giornalistica,
egli rivelava le atrocità commesse da certi partigiani di sinistra
che, forti della loro supremazia di vincitori, avevano
sommariamente giustiziato i vinti (da cui il titolo di uno dei suoi
romanzi), non necessariamente ex fascisti sopravvissuti al
conflitto, ma anche e soprattutto anticomunisti, ecclesiastici,
democristiani o, più semplicemente, persone poco gradite, colpevoli
di trovarsi nel momento sbagliato, al posto sbagliato.
Le recenti opere di Pansa - che gli avevano procurato non poche
inimicizie negli ambienti della sinistra radicale - avevano il
sapore dello studio analitico, freddo e crudo proprio come i fatti
di cronaca di cui si occupava.
Oggi, egli adotta una soluzione atipica per un giornalista come
lui, più abituato all'inchiesta, piuttosto che alle colorite
soluzioni della moderna narrativa: l'Autore ricorre alla formula
del romanzo, che usa come mero pretesto per esporre, ancora una
volta, azioni omicidiarie svoltesi nei contesti storici sopra
descritti, con glaciale indifferenza, perdurata quasi 60 anni, di
coloro che vi hanno assistito.
Ne emerge un racconto scorrevole che ha il merito di descrivere una
cronaca rielaborata in forma romanzata o, da una diversa
angolazione, un romanzo fortemente intriso di cronaca.
"Il ciclo dei miei libri sulla guerra civile non è mai stato di
romanzi, ma di rievocazioni storiche che, almeno nelle intenzioni,
non dovevano essere pedanti e difficili da leggere.
Così è avvenuto nel 2002 con I figli dell'Aquila e nel 2003 con il
titolo che ha avuto più successo: Il sangue dei vinti. Anche i
libri successivi sono stati soprattutto diretti a raccontare
vicende sempre tenute nascoste dalla retorica resistenziale e
sempre negate da quelli che ho chiamato I Gendarmi della Memoria
[l'espressione dà il titolo al suo penultimo libro, edito da
Sperling & Kupfer nel 2007].
Per I tre inverni della paura ho provato di nuovo la strada del
romanzo, come avevo già fatto alcuni anni fa.
Volevo chiudere il mio ciclo sulla guerra civile con una vicenda
corale che fosse anche una saga famigliare, con una protagonista:
Nora Conforti, una figlia della borghesia agraria emiliana che
all'inizio della storia ha 18 anni. E che ha intorno a sé altre
donne, a cominciare dalla sua tata, la grande Angiòla.".
I tre inverni, vissuti tra il Po e l'Appennino reggiano, sono le
tre stagioni che si susseguono tra il '43 e il '46.
In questi luoghi e in questo range temporale, vive la protagonista,
Nora Conforti, battagliera e orgogliosa ragazza diciottenne
proveniente da una ricca famiglia, costretta - per l'incalzare
degli eventi bellici - a rifugiarsi con il padre sulle colline fra
Reggio Emilia e Parma, ove incontrerà il primo amore e gli orrori
del conflitto e del post-conflitto.
Ella vive quello che senza dubbio può essere considerato uno dei
periodi più duri della nostra storia, coincidente con la guerra
civile italiana e con l'atroce e violento dopoguerra.
Tedeschi, fascisti e partigiani combattono - non sempre tra loro
ma, spesso, interessando l'inerme popolazione civile - compiendo le
medesime atrocità.
È un duello mortale fra due totalitarismi: quello fascista, che
annaspa e sopravvive con l'aiuto dei tedeschi, nella fatiscenza di
una guerra che ha il sapore della sconfitta; quello comunista,
altrettanto spietato, protrattosi ben oltre il 25 aprile, in
un'ottica di efferata ed incosciente strategia del delitto.
Magg. Gianluca Livi
Oriana Fallaci
Un cappello pieno di ciliege
Rizzoli editore,
2008, pagg. 859,
euro 25,00
A due anni dalla sua scomparsa, la grande giornalista italiana
torna nelle librerie con un romanzo la cui elaborazione ha
richiesto gli ultimi e tormentati 10 anni della sua vita.
Chi si aspettava un seguito alle invettive virulente, eppure
tremendamente concrete, esternate in libri come "La rabbia e
l'orgoglio", "Oriana Fallaci intervista se stessa - L'Apocalisse",
"La forza della ragione", rimarrà certamente deluso: in
quest'opera, infatti, l'Autrice intreccia tra loro fatti storici,
elementi di fantasia e vicende familiari realmente accadute,
prendendo in esame un range temporale che copre quasi 200 anni, dal
1773 al 1889, con brevi incursioni nel "futuro" del secondo
conflitto mondiale. "…Mi capitava spesso di pensare al passato
della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe
giusto morire.
Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse
plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d'estate
costituiva il mio Io".
Ben presto, quella che era poco più di una curiosità - qualche
domanda senza risposta sulle proprie origini - mutò forma e
sostanza: la ricostruzione del suo passato divenne prima un'intima
esigenza, una radicata convinzione interiore, e si sviluppò in
esasperata determinazione quando l'evoluzione della malattia
l'avrebbe condannata ad una spietata corsa contro il tempo.
È per questo motivo che l'opera trasuda di senso di determinazione,
di volitività, di energia: neanche le vicende dell'11 settembre -
che, come è noto, la scossero profondamente - indussero la Fallaci
a desistere: "La vigilia della catastrofe pensavo a ben altro:
lavoravo al romanzo [Un cappello pieno di ciliege] che chiamo il
mio bambino. (...) Un bambino molto difficile, molto esigente, la
cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d'adulta, il cui
parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui
primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta.
Superato il trauma mi dissi: devo dimenticare ciò che è successo e
succede.
Devo occuparmi di lui e basta. Sennò lo abortisco. Così, stringendo
i denti, sedetti alla scrivania. Ripresi in mano la pagina del
giorno prima, cercai di riportare la mente ai miei
personaggi".
Tutto nacque dai racconti che i genitori le narravano sui loro avi,
il cui ricordo, tramandato oralmente dalla progenie, era ancora
profondamente vivo: la leggendaria arcavola senese che aveva avuto
il coraggio di aggredire Napoleone o quella spagnola che s'era
sposata esibendo sulla parrucca un veliero alto quaranta centimetri
e lungo trenta; l'avo contadino che spingeva il fervore religioso
fino a flagellarsi o quello marinaio che apriva bocca solo per
bestemmiare; Anastasìa, la bisnonna repubblicana che - dopo una
fugace storia d'amore col coetaneo Edmondo De Amicis - rimase
incinta di un piemontese talmente illustre e potente che tutti, in
famiglia avrebbero chiamato l'Innominato.
La Fallaci non ne rivela mai il nome, ma riporta indizi che
permetterebbero di ricostruire la sue identità (tra cui, la data
della morte, 1878, esattamente come Vittorio Emanuele II).
Il titolo dell'opera è, esso stesso, un omaggio al passato: vi
riecheggia il destino di Caterina che alla fiera di Rosìa indossava
un cappello pieno di ciliege per farsi riconoscere dal futuro
sposo, Carlo Fallaci. Deceduti i suoi genitori, andata distrutta
una cassapanca contenente oggetti di famiglia risalenti a cento,
duecento anni prima, la Fallaci era determinata a non far morire
quei ricordi con lei, anzi a ricomporli con maggiore esattezza ed
attendibilità, consultando appassionatamente archivi, mastri
anagrafici, catasti onciari, cabrei, Status Animarum (ovverosia gli
Stati delle Anime, registri compilati a mano, in lingua italiana,
talvolta latina, nei quali, col pretesto di individuare i fedeli
tenuti al precetto pasquale, il parroco censiva la popolazione,
elencando abitanti di ogni pieve e prioria, date di nascita, di
battesimi, di matrimoni e di morte, professioni, redditi, gradi di
istruzione).
Quanto riferito dai genitori avrebbe trovato piena conferma nei
documenti analizzati. Più la ricerca si perdeva nel tempo, però,
più le informazioni si facevano frammentarie e carenti: "fu a quel
punto che la realtà prese a scivolare nell'immaginazione e il vero
si unì all'inventabile poi all'inventato: l'uno complemento
dell'altro, in una simbiosi tanto spontanea quanto inscindibile. E
tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne,
arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono
miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, a dargli anzi
ridargli la vita che essi avevano dato a me".
Magg. Gianluca Livi
Camilleri Andrea
Il tailleur grigio
Mondadori editore,
2008, pag. 141,
euro 16.50
Febo Germosino passa il suo primo giorno di pensione osservando
tre lettere che ha accuratamente allineato sulla sua scrivania.
Sono lettere anonime ricevute mentre svolgeva la sua occupazione di
sempre, dirigente presso un istituto di credito, in un lasso di
tempo molto esteso: le prime due sono vecchie di decenni. L'ultima
è la più recente ed insinua dubbi sulla fedeltà della giovane e
affascinante seconda moglie. L'uomo ha avuto una vita impostata,
automatizzata e determinata, modulata dai ritmi meccanici della
vita d'ufficio. L'unico suo guizzo di bizzarria è stato proprio
convolare a seconde nozze con una donna molto più giovane di lui.
Lei, Adele, non è il personaggio tipico di innumerevoli romanzi
gialli, la femme fatale pervasa da un che di diabolico di cui
generalmente, è sempre l'anziano marito a fare le spese. È invece
una donna inconsueta, tanto passionale quanto fredda, soprattutto
indossando il suo tailleur grigio, un abito castigato che nasconde
un profondo significato simbolico. La descrizione della
protagonista, Adele, è ambivalente: da un lato Camilleri la fa
apparire una donna voluttuosa, sensuale, carnale; dall'altro
ponderata, compassata, estremamente misurata nel rigido formalismo
del suo abito castigato, apparentemente attenta a suscitare, in chi
la osserva, sensazioni di controllata sobrietà. Quanto al
protagonista maschile del romanzo, Camilleri supera se stesso:
porta il lettore, quantomeno quello maschile, ad immedesimarsi
nell'anziano pensionato, che in lui rivive una moltitudine di
ansie, angosce, apprensioni.
Un'opera che si consiglia anche a coloro che si avvicinano per la
prima volta a Camilleri, perfettamente in grado di centrare gli
obiettivi narrativi anche senza parlare del commissario
Montalbano.
Magg. Gianluca Livi
Paul De Sury
La cattedra insanguinata
Marsilio editore,
2008, pagg. 254,
euro 16,00
I recenti provvedimenti legislativi e quelli enunciati dalla
legge Gelmini, sulla riforma della scuola italiana, rendono più che
mai attuale l'opera del professor Paul De Sury: un romanzo noir
ispirato ai nuovi orizzonti del "marketing universitario". La
politica dei finanziamenti per l'istruzione e la ricerca, in
particolare, vive un periodo di revisionismo; il mondo
dell'università è in subbuglio, dunque "La cattedra insanguinata"
appare più che mai contemporaneo alla ormai notevole distanza che
separa oggi l'università italiana dalla realizzazione di un modello
ideale in grado di rafforzare la competitività del nostro Paese in
campo internazionale. L'autore argomenta perfettamente la debolezza
del sistema e nota, a ragione, che il mondo accademico, proprio per
la sua insita imperscrutabilità, presenta molti lati oscuri per la
maggior parte delle persone. "L'idea di questo libro mi è venuta
perché non riuscivo a spiegare il mio mestiere ai miei amici",
confessa De Sury che, dovendo spiegare qualcosa di poco chiaro, si
è cimentato nel genere oscuro per eccellenza per rappresentare le
difficili condizioni del sistema universitario; sperando non si
riveli anche profetico.
L'ambiente accademico-universitario sembra una metafora di molti
ambiti della società, come di quello lavorativo, ad esempio, dove
la presenza di persone senza scrupoli che si presta a logiche
baronali o lobbistiche, e la scorrettezza delle informazioni, va
inevitabilmente a scontrarsi con quei principi edificanti e valori
fondanti che dovrebbero caratterizzare il mondo accademico e che
rappresentano la parte migliore della storia dell'università
italiana.
Fenomeno che, come logica conseguenza, alimenta quella "fuga di
cervelli" che è una delle maggiori cause dell'impoverimento
culturale e scientifico della nostra nazione.
È in questo scenario, volutamente artefatto, che si muove il
protagonista del romanzo. Il professor Michelangelo Zanframundo è
stato richiamato dagli Stati Uniti da una prestigiosa università
milanese di Economia e management, ufficialmente per insegnare, ma
in realtà, data la sua fama di detective dilettante, per indagare
su un orribile delitto che offusca la nobile e serena immagine
dell'Ateneo.
Come in ogni noir che si rispetti, la ricerca della verità porterà
il lettore a identificarsi pienamente con il protagonista il quale,
in un labirinto di depistaggi, ricatti, meschine gelosie,
speculazioni immobiliari e sesso, condurrà alla risoluzione di
questa appassionante indagine criminale, con tutte le sue forzature
e i suoi cadaveri. Una ricerca della verità che è la chiave di
lettura di questa celata lezione di buon senso, in un momento
storico come questo che vede il mondo accademico alle cronache come
esempio di malfunzionamento del nostro Paese. L'università ha
bisogno di una efficace riforma che garantisca la meritocrazia più
di ogni altra cosa; come notava Roger Abravanel (autore del libro
Meritocrazia), "l'Impero romano cominciò la sua vertiginosa
espansione quando le più alte cariche militari smisero di essere
affidate per censo, ma si dovettero conquistare sul campo".
Paul De Sury (Londra, 1956) è professore ordinario di Economia
degli intermediari finanziari presso la Facoltà di Economia
dell'università di Torino. Autore di numerosi testi e saggi in
materia bancaria e finanziaria, ha insegnato presso la Bocconi di
Milano.
Mar.Ca. Alessio Rumori
Serge Quadruppani
Y
Marsilio editore
2008, pagg. 255,
euro 16,00
"Il detective alzò la testa. Gli era sembrato di scorgere nel
cielo una silhouette nera macchiata di bianco. Una specie di
uccello la cui forma, con le ali spiegate, evoca una Y".
"Y" è un avvincente e spiazzante noir che ci offre il lusso di
rinnovare brillantemente lo schema della "Lettera rubata" di Edgar
Allan Poe, un breve e fulminante racconto, dalla perfetta
costruzione letteraria, scritto nel lontano 1842.
Questo romanzo, sapientemente realizzato sullo sfondo delle
tensioni in Medio Oriente e dei segreti di Stato, offre anche una
risposta molto singolare alla domanda se può esserci un amore
felice in un mondo infelice.
Il protagonista di questa vivace avventura è Claude, figlio di
Alexandre Varga, un pittoresco banchiere eroe della resistenza e
delle lotte anti-colonialiste che scompare misteriosamente
lasciando una lettera enigmatica allo stesso sventurato
figlio.
Gli ingredienti sono dei più disparati: la geopolitica è affidata a
un killer bulimico dei servizi segreti italiani, gli scrupoli sono
prerogativa di un ex super poliziotto corrotto, il consigliere
presidenziale è un intrallazzatore dalle strane abitudini, la donna
amata - una bella giornalista dalle motivazioni poco chiare - fa il
doppio gioco; in molti alla ricerca di uno sfuggente banchiere
fuggito con enormi somme di denaro e un misteriosa
videocassetta.
Claude dovrà destreggiarsi in questo inestricabile groviglio di
assurde situazioni che lo vedranno ancor di più preda dei suoi
demoni personali: droga e devianza sessuale.
Tra malviventi parigini, mafia e hezbollah, l'opera del già
affermato scrittore francese Serge Quadruppani, si colloca in un
contesto sorprendemente attuale: compaiono svariate tipi di mafie,
terroristi mediamente orientali, peep show dove ammirare ragazze
esibirsi da dietro un vetro, canzoni d'amore e una lettera
rubata.
Serge Quaddruppani è nato nel 1952. Vive tra Roma e Parigi ed è
direttore di una collana pubblicata da Metailié dedicata al noir
italiano. Traduttore dall'americano e dall'italiano, è la voce
francese di alcuni dei migliori giallisti del nostro paese, da
andrea Camilleri a Massimo Carlotto, da Mercello Fois a Giancarlo
De Cataldo.
Mar.Ca. Alessio Rumori
Alfonso di Palma
Metodologie manageriali comparate
Centro Editoriale e Librario
2008, pagg. 165,
euro 12,00
Nella risoluzione di problemi complessi, il metodo manageriale
viene sempre più citato in quasi tutti gli ambiti.
L'argomento, però, nelle sue linee teoriche generali e nelle sue
applicazioni concrete risulta poco diffuso ed applicato.
La stessa attività didattica risulta complessa e senza punti di
riferimento generali.
I motivi di tali difficoltà sono svariati: innanzitutto la
suddivisione delle singole parti della metodologia complessiva e
l'approfondita specializzazione di tali parcellizzazioni determina
spesso la perdita del percorso generale.
A questo si accompagna la proliferazione di denominazioni, sigle ed
acronimi che costituiscono una barriera alla conoscenza nei
confronti dei non tecnici del settore.
Si aggiunga la sempre più diffusa esigenza di utilizzare il metodo
manageriale in ambiti che vedono integrati vari enti dove si
trovano ad interagire soggetti di diversa estrazione e con valori,
schemi e terminologie differenti.
Un altro aspetto talvolta non noto ma fonte di diverse confusioni
è, inoltre, la necessaria utilizzazione del metodo in modo diretto
in campo informativo, amministrativo, ed aziendale inverso nel
settore investigativo, nella cronaca e nella storia e parallelo in
ambito competitivo e conflittuale.
Da ultimo, spesso non è studiata o applicata in pratica la
connotazione dinamica del metodo e la sua ciclicità, aspetti dai
quali nascono non poche confusioni.
L'autore per affrontare i predetti problemi, emersi nel corso di
una lunga esperienza didattica sull'argomento nei più disparati
settori nonché di una loro concreta applicazione in campi diversi,
parte dall'origine dei metodi.
Sinteticamente vengono citati gli apporti che dal periodo greco in
poi costituiscono i fondamenti della materia e che hanno trovato
importanti contributi in varie discipline, in particolare nella
filosofia, nella matematica e nella scienza
dell'organizzazione.
Viene poi tracciato un percorso comune che, partendo dai processi
informativi e di analisi, sfocia nelle fasi di pianificazione,
organizzazione, esecuzione e capitalizzazione e si conclude con un
esame delle simulazioni e degli scenari.
Il lavoro che ne risulta è una ponderosa sintesi, integrata da
puntuali rinvii ad una completa bibliografia, di tutte le
principali parcellizzazioni della disciplina che viene ricondotta
ad unità ma anche differenziata in relazione alle sue
applicazioni.
Uno schema di sintesi, infine, inquadra tutte le sigle ed i
neologismi citati nello sviluppo complessivo della metodologia
generale tracciata nel testo.
L'opera, come conclude l'autore, vuole essere un invito a cercare
di padroneggiare ma anche a superare le metodologie nel senso di
considerarle solo uno strumento per rendere sistematico lo sviluppo
del pensiero "che, come dono del Signore, è sopra la natura anche
di queste avanzate teorie". |