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Francesco Giacca
Sociologo ed Educatore del Dipartimento Giustizia Minorile,
dell'Ufficio Servizio Sociale Minorenni di Napoli
1. Lo sfondo variegato del fenomeno
deviante
Il concetto di devianza, che in molte teorie sociologiche appare
pieno di connotazioni valutative, può essere utilizzato per
indicare tutte quelle forme di agire che, in una data situazione
storico-sociale, manifestano in forme indirette di tipo reattivo e
sintomatico, sensi di disagio, disturbi più o meno gravi della
comunicazione, tensioni latenti, proteste, attraverso comportamenti
o atteggiamenti che si discostano dai modelli che, in base a leggi,
costumi tradizionali, usi, vengono considerati dalla maggioranza
dei membri di una società come "normali" (Parsons, 1951; Garfinkel,
1952; Goffman, 1963; Schur, 1969; Crespi,1985).
In questo caso, non si può attribuire il fenomeno della devianza
unicamente a problemi di tipo soggettivo, ma sono molto spesso le
stesse strutture sociali a favorirla o a indurla negli individui
(Merton, 1949; Crespi, 1985, 465); considerata come "forma
indiretta", la devianza si differenzia dalle forme "dirette" della
ribellione e della protesta volontarie.
Proprio per questo, le azioni non sono solo fatti nella vita degli
individui, cioè cose che si fanno; sono anche fatti localizzati in
un sistema sociale o in una struttura, nella famiglia, nel
vicinato, nella città, in una organizzazione.
Possiamo definire questo livello di interpretazione come
sociologico e, probabilmente, si commette una distrazione a
contrapporre questo tipo di interpretazione a quella psicologica;
infatti, non si tratta di risposte opposte agli stessi problemi,
bensì di risposte differenti a problemi relativi agli stessi
comportamenti (Cohen, 1966, pagg. 83-85).
Forse - ed anche efficace - per presentare la "devianza" è il caso
di adoperare l'esposizione di Federico D'Agostino: "Una immagine
che spesso uso nel presentare la devianza risale ad un ricordo
infantile, quando osservavo le donne lavorare a maglia. A volte per
vedere il tessuto della maglia si staccava un filo che consentiva
di osservare il tipo di tessuto e l'intelaiatura della maglia
stessa. Ora, se rappresentiamo la società come una scatola,
riempita delle varie relazioni, staccando all'interno un filo,
rompendolo, violandolo, c'è la possibilità di osservare la
struttura sociale, l'intelaiatura delle relazioni. In questo senso
la devianza diviene una "spia" che consente di osservare e capire
l'interazione e la struttura sociale. Molte norme e regole sono
riconosciute solo nel momento in cui esse sono trasgredite;
esistono nella forma latente ed emergono nel momento della rottura,
nella deviazione dai comportamenti normativi e dai modelli
culturali dominanti" (D'Agostino, 1984, 18).
Dunque, la devianza presuppone l'esistenza di un universo normativo
e costituisce quindi "una attività che delude un'attesa, che viola
una norma sociale o che nega un valore" (Berti, 1993, 330; Boudon,
1996) e che produce reazioni e interventi di controllo.
La letteratura sulla devianza rivela - e su questo tuttavia gli
studiosi sembrano concordi - un proposizione comune; in una società
in cui esistono molteplici possibilità di interazione, il controllo
sociale e la protezione vanno di pari passo e una trasgressione è
più facilmente riconosciuta e sanzionata (Berti, 1993; Boudon,
1996, 379).
Così, Emler (1984) - citato da Chiara Berti (1993) - propone una
suddivisione delle teorie che spiegano la devianza con il
fallimento della socializzazione in tre filoni: al primo
appartengono alcune teorie che riconducono tale fallimento alla
problematicità insita in alcune condizioni adolescenziali (strain
theories); al secondo quelle che pongono l'accento sui contenuti
della socializzazione; al terzo, le teorie che si focalizzano sui
processi di socializzazione.
In questa prospettiva, la questione della devianza si pone come
problema sociale dato, del quale interessa ricostruire le cause
nell'intreccio dei fattori sociali, culturali, psicologici e
genetici; in effetti, in opposizione a queste teorie si sviluppa un
orientamento che mette in discussione la definizione e il concetto
stesso di devianza.
Partendo dalla premessa che le norme e la loro applicazione non
costituiscono una realtà oggettiva e neutrale, prosegue Chiara
Berti (1993), queste teorie non si pongono più l'obiettivo di
capire perché si violino le norme ma di comprendere i meccanismi
attraverso i quali la devianza viene definita, prodotta e
utilizzata.
L'Interazionismo Simbolico sposta l'interesse dalle caratteristiche
del soggetto che delinque e dalle condizioni sociali che
porterebbero alla delinquenza, all'evoluzione della devianza e
all'interazione tra processi di definizione, discriminazione e
comportamento non conforme.
L'interazionismo, spostando l'accento dalla devianza primaria a
quella secondaria - la quale è ritenuta essere in gran parte
determinata dalle reazioni sociali - ha il merito di avere messo in
luce l'azione di rinforzo e di amplificazione della devianza e
della delinquenza da parte delle istituzioni preposte alla
prevenzione, al trattamento e al controllo, opponendosi alla
tradizionale convinzione che considerava tali istituzioni capaci di
arginare il fenomeno.
Quindi, tale approccio rifiuta una concezione della realtà che
separa in modo netto i fenomeni devianti da quelli normali, i
delinquenti dai non delinquenti; la delinquenza è considerata un
comportamento ampiamente diffuso, non soltanto tra gli individui
che la società identifica come tali e punisce (Berti, 1993, 338;
Matza, 1969, pagg. 26-31); questo perché in una società
pluralistica il comportamento deviante di un uomo può essere il
comportamento abituale di un altro: "(…) Esiste una certa
relatività nei concetti di conformità e deviazione (…), pertanto
non è possibile esprimere un giudizio sulla deviazione (…) senza
riferirsi in modo specifico al sistema (…) sul quale esso verte. La
struttura dei modelli normativi, anche nel sotto-sistema più
semplice, è assai intricata e di solito lontana da una integrazione
completa; perciò scegliere un modello che non tenga conto delle sue
reciproche connessioni in un sistema di modelli può essere
fuorviante" (Parsons, 1951, 260).
2. Mead, lo sviluppo del sé e il
significato simbolico
L'approccio teorico che intendiamo prendere a grandi linee in
considerazione - l'Interazionismo Simbolico - presenta, per Franco
Crespi (1985), elementi che l'avvicinano al funzionalismo o allo
strutturalismo ed il suo apporto più specifico è senza dubbio
quello riguardante i processi di costituzione della soggettività e
dei significati simbolici; pertanto, esso può essere considerato in
linea di continuità con la teoria weberiana dell'agire sociale,
costituendo in un certo modo un momento di transizione tra tale
teoria e i successivi sviluppi della sociologia
fenomenologia.
In secondo luogo tale tipo di interpretazione, insieme ai suoi
seguaci della nuova Scuola di Chicago, ha avuto una fondamentale
importanza - insieme ad altri filoni teorici - nell'elaborazione
delle linee strutturali e normative del nuovo processo minorile in
Italia e, successivamente, nei segmenti di programmazione e di
trattamento dei Servizi della Giustizia Minorile.
Il termine Interazionismo Simbolico nasce con Herbert Blumer, che
lo descrive come "un neologismo un po' barbaro che ho coniato in
modo improvvisato in un articolo scritto su Man and Society. Il
termine ha, in qualche modo, fatto presa e ora è entrato nell'uso
comune" (Blumer, 1968, 1; Wallace, Wolf, 1994).
Gli individui sono visti come gli artefici della propria condotta,
come coloro che valutano, interpretano, definiscono e progettano le
loro azioni; più che passivi colpiti da forze esterne
l'interazionismo simbolico sottolinea anche i processi attraverso i
quali gli individui prendono le decisioni e formano le proprie
opinioni (Wallace, Wolf, 1994; Giddens, 1979, 50).
Secondo questo modo di pensare, la forma che assume l'interazione
emerge dalla particolare situazione contingente, e questo in
contrasto con quello che Blumer chiama l'approccio "a camicia di
forza" del funzionalismo, il cui accento sulle norme implica che la
maggior parte delle interazioni siano prefissate.
Tra i precursori dell'interazionismo simbolico possiamo annoverare
George Simmel, Robert Park, William Isaac Thomas, Charles Horton
Cooley, John Dewey e George Herbert Mead; in particolare però
quest'ultimo, con Herbert Blumer, ne ha sistematizzato il lavoro
scientifico e la teoria (Blumer, 1968).
Benché Blumer sia considerato, il leader intellettuale di tale
approccio, tuttavia egli deve molto al suo maestro George Herbert
Mead (1863-1931), che ne ha sostanzialmente influenzato il pensiero
generale; contributo che fu per quest'ultimo ricostruito -
nonostante egli fosse uno psicologo sociale - essenzialmente da
sociologi (D'Agostino,1984, 49).
D'altra parte Mead e Blumer, con le loro osservazioni,
rappresentano sostanzialmente il retroterra culturale, filosofico e
metodologico dei principali interpreti della Nuova Scuola di
Chicago.
Mead, aderisce ad uno dei filoni della psicologia sociale che ha
dato forse il maggior contributo allo studio della devianza
minorile, soprattutto per le implicazioni criminologiche che ne
sono derivate, centrate sulle problematiche del Self,
dell'identità; l'interesse di Mead - secondo la ricostruzione
teorica di Gaetano De Leo (1999,76) - è centrato sulla condotta di
un individuo inserito in un sistema di relazioni e di rapporti
all'interno dei quali si confronta continuamente con la sua
esperienza interiore e con i problemi connessi alla sua
appartenenza a un gruppo sociale.
Attraverso questo processo di interazione sociale, l'individuo
cresce e si sviluppa acquistando così la capacità di interpretare i
gesti che mette in atto e di anticipare, quindi, le conseguenze
delle proprie azioni.
Gli elementi del pensiero di Mead sono essenzialmente quattro: il
sé, l'auto-interazione, lo sviluppo del sé, il significato
simbolico (Wallace, Wolf, 1994; Mead, 1943).
Il primo elemento, il sé, è così presentato da Blumer (1975, 68):
"per Mead, il sé è molto più di una interiorizzazione dei
componenti la struttura sociale e culturale. è più precisamente un
processo sociale, un processo di auto-interazione in cui l'attore
umano segnala a se stesso le questioni che si trova di fronte nelle
situazioni in cui agisce, e organizza la sua azione secondo
l'interpretazione che dà a tali questioni. L'attore si impegna in
questa interazione sociale con se stesso assumendo, secondo Mead,
il ruolo dell'altro, fornendo indicazioni a se stesso grazie a
questo ruolo e rispondendo a tali approcci"; in effetti, mentre un
funzionalista come Parsons tende a considerare l'individuo come un
agente passivo, spinto da forze sociali e psicologiche, Blumer
sostiene che il processo di auto-indicazione, grazie al quale
l'azione umana prende forma, non può essere spiegato da fattori che
precedono l'agire stesso.
Nello specifico, Mead distingue due fasi del "sé"; la prima è
quella dell'"io", considerata come la risposta non organizzata
dell'organismo agli atteggiamenti degli altri, mentre il "me"
rappresenta un insieme di atteggiamenti organizzati di altri, che
l'individuo assume a sua volta, ossia quelle prospettive del
proprio essere che l'individuo impara dagli altri (Mead, 1943,
pagg. 189-192; Wallace, Wolf, 1994); ed infine, "il sé è
essenzialmente un processo sociale che si sviluppa in rapporto a
queste due fasi distinte. Se non esistessero tali fasi, non vi
potrebbe essere una forma di responsabilità cosciente e non vi
sarebbe nulla di nuovo nell'esperienza" (Mead, 1943).
Per quanto riguarda il secondo elemento della teoria di George
Herbert Mead - ovvero l'auto-interazione - affermeremo che il
cosiddetto colloquio interiore che un individuo ha con se stesso,
costituisce uno strumento tramite il quale gli esseri umani
prendono in considerazione i fatti e si organizzano all'azione;
peraltro, l'auto-interazione costituirebbe anche la base per
l'assunzione del ruolo; Mead, spiega che la comunicazione è un
processo per mezzo del quale ogni persona assume il ruolo
dell'altro, cioè ogni persona "assume l'atteggiamento dell'altro
come se lo estraesse da quest'ultimo e ciò sarebbe impossibile
senza auto-interazione" (Mead, 1943, 258; Wallace, Wolf,
1994).
Il terzo elemento dell'approccio descritto si riferisce allo
sviluppo del sé; Mead, definisce "prive di significato" le azioni
nello stadio di "pre-rappresentazione", poiché intorno ai due anni
al bambino manca la capacità di assumere l'atteggiamento
dell'altro.
Tale capacità, in realtà, si evolve progressivamente che il bambino
sviluppa il proprio sé; nel secondo stadio, quello della
"rappresentazione" - in una fase più avanzata dell'infanzia - il
bambino può assumere la posizione di un altro, ma non riesce a
mettere in relazione i ruoli dei diversi attori.
Allo stadio del "gioco" parecchi attori sono in azione insieme;
questo avviene in giochi complessi, organizzati, in cui i membri
della squadra devono anticipare le reazioni degli altri nel gioco e
devono tenere a mente ogni atteggiamento e ruolo di tutti gli altri
giocatori (Mead, 1943; Wallace, Wolf, 1994, pagg. 272-274); nel
gioco, il concetto rilevante di "altro" è rappresentato
dall'insieme degli atteggiamenti di quanti sono coinvolti.
Infine, andiamo ad esaminare cosa esprime il significato simbolico;
il significato di simbolo deriva dalla definizione di Mead di
gesto, che non è solo il primo elemento dell'atto, ma anche un
segno che marca l'intero atto.
Egli definisce un simbolo come "lo stimolo la cui risposta è data
già in precedenza". Ad esempio, si consideri la situazione in cui
una persona vi minaccia e voi la picchiate. Mead sostiene che così
facendo state assumendo l'atteggiamento della comunità e state
rispondendo utilizzando un tipo di colloquio gestuale (Wallace,
Wolf, 1994, 275).
è stato quindi giustamente rilevato che Mead "vide l'essere umano
come un organismo dotato di un sé. Egli vide il sé come un processo
e non come una struttura.
(…) L'essere umano è di fronte al mondo e non nel mondo; definisce
e non risponde (…) l'azione si costruisce affrontando il mondo
invece di essere semplicemente trasmessa da una preesistente
struttura psicologica da parte di fattori che agiscono su quella
struttura" (Blumer, 1966, 536; D'Agostino, 1984, 64).
3. Herbert Blumer. L'interazione come
interpretazione
è doveroso ricordare che Herbert Blumer ha portato avanti per
venticinque anni - fino al 1952 - la tradizione di George Herbert
Mead prima nell'Università di Chicago e, successivamente, in
California a Berkeley; questo perché, in effetti, tutto il lavoro
di Blumer si basa sull'interpretazione e su una elaborazione della
tesi di Mead.
Blumer spiega che l'interazionismo simbolico inserisce un termine
intermedio all'interno dello "stimolo-risposta", che diventa così
"stimolo-interpretazione-risposta"; egli, rifiutando il
comportamentismo sostanzialmente perché tralascia
l'interpretazione, considera il processo di auto-indicazione come
elemento essenziale per l'interpretazione.
Ad esempio, attesta Blumer, gli individui possono notare che
vengono loro avanzate determinate richieste sociali, rilevare il
fatto di aver fame, rendersi conto di volere comprare qualcosa ed
essere consapevoli di trovarsi a mangiare con persone che
disprezzano; in questi esempi, dunque, Blumer descrive una persona
che agisce, piuttosto che subire e conclude: "in virtù
dell'indicare a se stesso questi fatti, egli si contrappone
decisamente ad essi e può retroagire nei loro confronti
rifiutandoli, accettandoli, o trasformandoli in conformità alla sua
definizione e interpretazione".
I gesti rappresentano un elemento chiave nel processo
interpretativo; già Mead aveva parlato dei gesti come simboli e,
come nel caso del fumatore che si allunga a prendere un pacchetto
di sigarette, per interpretare e comprendere il significato di
questa interazione simbolica, ognuna delle parti deve assumere il
ruolo dell'altro o, meglio, "mettersi nei panni dell'altro".
In altri termini, secondo Blumer, invece di limitarsi a reagire in
modo automatico gli uni alle azioni degli altri, gli esseri umani
le interpretano o le definiscono in base a simboli, ovvero in un
processo di "interazione significante": "Gli esseri umani non sono
organismi che rispondono a forze che agiscono su di loro, essi non
sono gli strumenti che permettono a tali forze di manifestarsi.
Anche quando si parla di fattori psicologici come atteggiamenti,
sentimenti, si nega che l'azione sociale sia prodotta dagli uomini:
si intende infatti dire che tali fattori agiscono sull'individuo
per produrre l'azione. Così, l'azione sociale della gente è
trattata come un flusso esterno che agisce su di essa piuttosto che
come atti costruiti attraverso l'interpretazione delle situazioni
in cui ci si trova" (Manis-Meltzer, 1967, 143; D'Agostino,
1984,65).
Le tre premesse di base di Blumer (1968, 80) - integrate alla luce
delle nuove impostazioni sociologiche da Ruth A. Wallace e Alison
Wolf (1994, 280) - riguardano, dunque, l'importanza del significato
nell'agire umano, l'origine del significato stesso e il suo ruolo
nell'interpretazione; nella prima premessa, "gli esseri umani
agiscono nei confronti delle cose in base ai significati che esse
possiedono per loro".
Sostenendo che la consapevolezza è un elemento chiave nella
comprensione dell'agire significativo, Blumer (1968, 81) sostiene
che "(…) In ogni atto di poco conto, dai minori, come il vestirsi,
ai maggiori, come l'organizzarsi in visione di una carriera
professionale, l'individuo propone a se stesso diversi oggetti,
attribuisce loro un significato, ne giudica l'appropriatezza
rispetto all'azione e prende decisioni in base a tale giudizio.
Questo è ciò che si intende per interpretazione o per agire in base
a simboli".
Nella seconda premessa, invece, "il significato delle cose emerge
dall'interazione sociale di un individuo col proprio compagno"; dal
momento che il significato deriva dal processo di interazione tra
individui, non lo si può considerare come qualcosa di dato.
Un esempio, riportato da Wolf e Wallace (1994, 281) e Turnbull
(1962), potrebbe essere il significato di una mazza da baseball per
un ragazzo americano e per un membro di una tribù pigmea
dell'Africa, che non ha mai visto una partita di baseball.
Infine, andiamo ad enunciare la terza premessa del lavoro di
Blumer: "i significati delle cose vengono manovrati e modificati
attraverso un processo interpretativo utilizzato dalle persone
nell'affrontare le cose in cui si imbattono".
Herbert Blumer, in tal senso, afferma che una persona comunica e
manovra i vari significati nel processo di "colloquio tra sé e sé";
ma per spiegare ancora meglio, prendiamo ancora una volta a
prestito un esempio tratto da Wallace e Wolf (1994, 283); la scena
è quella di una commessa di drogheria ed un cliente (studente) che
cerca di contrattare un prezzo più basso. Nell'esaminare e spiegare
quello che succede, gli interazionisti simbolici metterebbero a
fuoco le indicazioni o le riflessioni della commessa "tra sé e sé"
per arrivare a decidere come interagire con il cliente in
questione; si suppone, ad esempio, che la commessa scarti l'idea di
chiedere aiuto al padrone per trattare col cliente. Per capire
perché abbia fatto questa scelta, si dovrebbe arrivare a
comprendere il "mondo" della commessa.
Altre avrebbero optato per chiamare il padrone, ma questa commessa
in particolare potrebbe aver avuto una discussione recente con il
padre e quindi evitare di chiedergli aiuto; la decisione può anche
dipendere dal fatto che essa si possa "permettere" di contrattare
con il cliente, e anche questa considerazione deve entrare a far
parte della spiegazione.
Il processo interpretativo, per Blumer, includerebbe - in pratica -
l'idea che la commessa si è fatta riguardo alle altre persone che
si sono trovate in questa stessa situazione, perciò per capire cosa
succede dobbiamo conoscere la "storia" della specifica commessa
coinvolta: "l'interazionismo simbolico, non è astorico, e la
comprensione del processo di auto-interazione è cruciale
all'interno di tale prospettiva" (Blumer, 1968).
Vogliamo, infine, ricordare che uno dei contributi principali di
Herbert Blumer all'interazionismo simbolico è stata l'elaborazione,
da parte sua, della metodologia di questa prospettiva.
Anche se in questa sede non ci occuperemo direttamente di questo
aspetto, Blumer già nel 1937 affrontava le tecniche usate dai
ricercatori nell'analizzare il "corso interno dell'azione", utile
quest'ultimo a svelare il grado di relazione, ad esempio con la
devianza: "(…) Troviamo che si fa molto uso, in psicologia sociale,
di strumenti quali le storie di vita, le interviste, le
autobiografie, il metodo dei casi, i diari, le lettere. Questi
strumenti vengono impiegati per tre propositi.
Primo, per ottenere un quadro dell'esperienza interiore e privata
dell'individuo, che pare costituisca lo sfondo da cui emerge e
prende vita una data forma di condotta. Dunque, si considera che un
racconto fatto da un malvivente della storia della sua vita riveli
la trama di avvenimenti personali da cui presumibilmente ha avuto
origine ed è stato incoraggiato il suo comportamento
delinquente.
Secondo, per mostrare la natura della prospettiva di vita
soggettiva dell'individuo: la sua visione del mondo, il valore e il
significato che i diversi oggetti hanno per lui, le definizioni che
applica alle situazioni che affronta, l'insieme dei suoi
atteggiamenti e la propria visione di se stesso. Terzo, per gettare
luce sulla vita e l'operare dei processi immaginativi: il
fantasticare, l'evasione, il progettare, il decidere e sui diversi
modi in cui, nella propria immaginazione, egli affronta difficoltà,
frustrazioni e situazioni problematiche" (Blumer, 1937, pagg.
193-194; Wallace, Wolf, 1994).
4. Una sintetica considerazione
finale
L'interazionismo simbolico - sostiene Federico D'Agostino (1984,
pagg. 48-49) - mette a fuoco il problema dell'interazione che
avviene fra le menti e i vari significati che caratterizzano la
società umana poiché l'interazione sociale si basa su due aspetti
fondamentali: la qualità dell'uomo di percepire se stesso come
oggetto e la sua capacità di entrare in empatia, assumere il ruolo
dell'altro.
Mentre ad esempio gli struttural-funzionalisti, a proposito della
devianza, studiano il fenomeno dall'esterno focalizzando la
posizione degli individui o dei gruppi nella struttura sociale, gli
interazionisti spostano l'attenzione sull'interazione fra il
deviante e coloro che lo definiscono tale: "(…) nei comportamenti
non ci riferiamo a norme astratte, ma a norme che sono inserite in
ruoli che sono svolte da determinate persone. Il sistema sociale è
dato dall'interdipendenza dei vari ruoli. I ruoli sono legati non
solo a individui ma anche a gruppi sociali. Il ruolo ha codici
interni di comportamento in relazione ai quali ci sono delle
aspettative. La devianza si riferisce a comportamenti che si
scostano dalle norme dominanti all'interno del gruppo. La devianza
è violazione delle aspettative e si lega moltissimo ai ruoli
sociali. Nella prospettiva interazionista è importante capire
questi codici, che visti dall'interno hanno una loro logica"
(D'Agostino, 1984).
Abbiamo precedentemente rilevato che l'io si costruisce nel
processo di interazione con gli altri; nell'attività di relazione
con gli altri scopriamo cosa siamo - cioè le categorie a cui siamo
stati assegnati - e, entro un certo limite, determiniamo che cosa
saremo.
Si può pretendere di essere un certo tipo di persona, ma questa
volontà deve essere dotata di senso nella cultura in cui si è
inseriti, in cui si vuole farla valere.
Naturalmente, per far valere le nostre pretese, dobbiamo
convalidarle rispondendo alle aspettative culturali annesse al
ruolo; sapremo di aver fatto ciò quando gli altri, con le loro
reazioni, ci indicheranno che ci hanno accettati come esempi validi
del ruolo (Cohen, 1966).
Questo significa che ognuno è continuamente occupato in un processo
che dura tutta la vita, prosegue Albert K. Cohen (1966), di
costruire, di mantenere o di riformare di nuovo se stesso;
lavorando all'interno del ruolo fornito dalla propria cultura,
ciascuno gioca ad essere questo o quel tipo di persona, osserva il
suo successo o insuccesso a seconda delle reazioni degli altri,
scopre se gli è facile o difficile riuscire e se ne vale veramente
la pena.
Non tutti i ruoli con cui ci identifichiamo, ovviamente, sono
cercati e perseguiti attivamente; ce ne sono alcuni, come
l'alcolista o l'ex-carcerato, a cui possiamo attivamente resistere
e che rifiutiamo; o il ruolo di ammalato mentale che possiamo
accettare passivamente rassegnati.
In ogni caso, quando non riusciamo ad evitare d'essere
pubblicamente identificati con questi ruoli e siamo investiti da
tali caratteri devianti, rivela Erving Goffman (1963; 1969), il più
originale e fecondo continuatore del lavoro di Mead, agiamo ancora
per evitare l'identificazione con il ruolo, esprimendo così la
nostra identità reale, per accentuare la natura secondaria,
temporanea e subordinata del ruolo in confronto ad altre componenti
più accettabili della nostra identità e per limitare la conoscenza
del ruolo a circoli in cui la pubblicità è inevitabile e le
conseguenze meno dannose. |