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Il 6 giugno scorso il Sottotenente
Marco Pittoni, Comandante della Tenenza Carabinieri di Pagani, è
stato barbaramente ucciso durante una rapina ad un ufficio postale,
mentre si lanciava a mani nude contro i malviventi, con
l'intenzione di proteggere inermi cittadini e di contrastare
l'arroganza, la prepotenza e la violenza di chi marcisce
nell'illegalità. Il Sottotenente Marco Pittoni da pochissimi mesi
aveva concluso il suo percorso formativo nella Scuola Ufficiali ed
aveva intrapreso la sua missione di comandante di reparto e di
garante della civile convivenza. Il valore dell'Uomo e la
professionalità del Comandante sono stati - troppo presto -
chiamati ad una prova suprema; ma non c'è stata alcuna esitazione,
solo sangue freddo e lucida percezione del rischio, sui quali un
potente senso del dovere ha agito da immediato stimolo all'azione.
Il Sottotenente Marco Pittoni, tra le sue stupende qualità, ci ha
lasciato in preziosa eredità la dimostrazione di una delle più
belle virtù: il coraggio.
Parlare di coraggio non è facile, insegnarlo teoricamente è
impossibile, praticarlo è un impegno tanto gravoso quanto
esaltante. Sull'esempio, sublime e tragico, del nostro giovane
eroe, dobbiamo però sforzarci di riflettere sull'educazione al
coraggio, come obiettivo della formazione di giovani schiere di
militari e tutori dell'ordine chiamati quotidianamente a scelte
talvolta irreversibili e prive di alternativa. Il coraggio è
indubbiamente la virtù umana che viene direttamente dal cuore, come
ci insegna l'etimologia latina. Spesso è indicata come fortezza,
una delle quattro virtù cardinali, quella che assicura nelle
difficoltà la fermezza e la costanza nella ricerca del bene e
contribuisce a fondare la propria esistenza sul senso della
giustizia e sulla ragione.
Non esiste solo il coraggio fisico e, soprattutto, non dobbiamo
confondere il coraggio con la temerarietà. Il temerario è un
ardimentoso incosciente, che non sa realmente valutare i fatti e le
circostanze che deve affrontare; il coraggioso è - invece - colui
che ha la visione esatta di ciò che l'aspetta, avverte ogni
potenziale pericolo e tuttavia l'affronta.
D'altra parte il coraggio non è fatto solo di materia, non esprime
esclusivamente le doti di una forza fisica straordinaria. Esiste
anche il coraggio morale, il coraggio dell'eroismo quotidiano di
chi non scende mai a compromessi sui valori, di chi è convinto che
la propria rettitudine non ha alcun prezzo.
Quando forza fisica e forza d'animo riescono ad armonizzarsi
mirabilmente abbiamo uomini come il Sottotenente Marco Pittoni.
Quando non c'è tempo, quando si è soli a decidere, seppure in
condizioni meno propizie e circostanze sfavorevoli e - comunque -
si agisce per il bene di altri, si è davvero eroi.
Quante volte abbiamo letto quel passo del nostro regolamento di
disciplina militare, il quale recita, nel suo stile asciutto e
sobrio, che con il giuramento il militare di ogni grado s'impegna
solennemente ad operare per l'assolvimento dei compiti
istituzionali delle Forze armate con assoluta fedeltà alle
istituzioni repubblicane, con disciplina ed onore, con senso di
responsabilità e consapevole partecipazione, senza risparmio di
energie fisiche, morali ed intellettuali, affrontando - se
necessario - anche il rischio di sacrificare la vita.
Educare al coraggio significa, allora, saper indicare la giusta
via, additare esempi luminosi, porre se stessi come modelli di
correttezza, di abnegazione e di spirito di sacrifico. Educare al
coraggio è anche il ricordo riconoscente per chi ha percorso prima
di noi, a testa alta e senza speranza di ricompensa o timore di
conseguenze sfavorevoli, una via disagevole che si inerpica per
irti sentieri e, magari, non è mai giunto alla fine del suo
cammino.
Questi i pensieri, le forti percezioni e le vibranti emozioni che
hanno caratterizzato l'atmosfera magica che si è creata fra i
Quadri ed il folto numero di ufficiali frequentatori, in una messa
al campo celebrata dal Cappellano della Scuola per il trigesimo del
nostro allievo Marco.
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