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Emily Giovazzino
Laureata in Scienze Politiche
1. Introduzione
Recenti dati mostrano come, nelle nazioni più prospere e
caratterizzate da un elevato tenore di vita, si nasconda una realtà
parallela, una dimensione inquietante che coinvolge molte persone,
in prevalenza giovani donne straniere, costellata da feroci
violenze ed insostenibili soprusi. Questa descrizione riassume
sommariamente l'esistenza di migliaia di immigrate che, lasciati i
loro paesi di origine, nella prospettiva di ottenere una vita
economicamente più agiata, trasferendosi in nazioni più "prospere",
vengono brutalmente costrette, da organizzazioni criminali senza
scrupoli, ad entrare nel giro della prostituzione. Solo in Italia,
si contano oggi più di 70.000 donne dedite alla prostituzione, di
cui più della metà sono straniere. Il fenomeno, che consiste nel
trasporto illegale di persone da un Paese ad un altro, assieme allo
sfruttamento di queste stesse, immesse forzosamente sul mercato
della prostituzione o del lavoro forzato, prende il nome di
trafficking. Questo fenomeno, fortemente ostacolato sia dal sistema
italiano sia da quello internazionale, ha avuto come riscontro la
stipulazione di numerosi accordi e convenzioni multilaterali,
finalizzati non soltanto ad individuare mezzi legali e punitivi
maggiormente repressivi per i trafficanti, ma anche sistemi e piani
d'azione socio-assistenziali volti al recupero e al reinserimento
delle ragazze vittime della tratta.
Tra le straniere dedite al sex work, presenti sul territorio
italiano, possono distinguersi due grandi gruppi: il primo composto
da ragazze provenienti dai Paesi dell'Est europeo, supportato da
organizzazioni criminali prevalentemente albanesi e rumene; il
secondo, comprensivo di giovani donne africane, provenienti
soprattutto dalla Nigeria. La maggior parte delle trafficate,
provenienti dall'Albania e dai Paesi dell'ex blocco orientale, è
spesso ingannata dagli esponenti dell'organizzazione o addirittura
rapita e trasportata nei territori in cui più imponente è la
domanda nell'ambito del sex work.
Giunte a destinazione, le trafficate vengono brutalmente seviziate
e costrette alla vendita del proprio corpo. Il fattore della
violenza fisica diviene meno evidente nel rapporto tra
organizzazioni criminali nigeriane e proprie trafficate. Qui, ciò
che lega le ragazze all'organizzazione è un ricatto psicologico: la
minaccia, perpetrata da particolari fattucchiere, le cosiddette
"maman", a loro volta membri del gruppo criminale, di indirizzare
gli effetti di "nefasti" riti woodu verso coloro che abbiano, prima
del tempo, reciso i rapporti con i trafficanti senza estinguere
l'esosa somma di danaro, concordata per il trasporto clandestino.
Le nigeriane individuano nella prostituzione, la soluzione migliore
per guadagnare molto denaro in pochissimo tempo, in modo da
riuscire a riscattare, il più presto possibile, la loro libertà.
Tuttavia, il termine "prostituzione volontaria", sarebbe in questo
caso usato in modo improprio: nessuna delle donne emigranti
sceglierebbe questo "mestiere" con assoluta convinzione e
liberamente. Anche un'apparente scelta "volontaria" del sex work si
nasconde dietro la necessità di riavere, prima possibile, la
propria libertà, recidere i rapporti con l'organizzazione e gettare
le basi per la costruzione di una nuova vita.
La totale repressione del trafficking non sarà purtroppo possibile,
almeno finché la domanda dei "clienti" continuerà ad assumere un
andamento in continua crescita, al pari di quello attuale. È
possibile però cercare di contrastare il problema della
prostituzione di strada ed offrire alle vittime un incentivo per
rinnegare la loro condizione, denunciando i propri aguzzini e
riappropriandosi della loro personalità, annichilita ed annullata
dalle brutali violenze subite. È l'ordinamento che, in armonia con
il ruolo di associazioni socio-assistenziali, deve garantire il
pieno reinserimento delle ragazze nella società, in modo tale che
le stesse possano riappropriarsi della loro vita, realizzando le
proprie aspettative interrotte brutalmente al termine del "viaggio
della speranza". Infine è fondamentale la divulgazione di una fitta
campagna informativa, al fine di prevenire il fenomeno, infondendo
nelle ragazze le giuste conoscenze per sottrarsi all'inganno ed ai
raggiri di criminali senza scrupoli.
2. Il mercato del sesso in
Italia
La prostituzione e lo sfruttamento sessuale sono gli aspetti di
un fenomeno dilagante, in continua crescita, che coinvolge
principalmente donne e minori, persone comuni che, tentando di
fuggire dalle loro difficili realtà esistenziali, sono spesso
vittime di situazioni disumane ed aberranti, dove la speranza di
realizzare i propri sogni si infrange contro l'inesorabile muro di
violenza che le assoggetta al terribile giogo della
schiavitù.
Il termine trafficking, coniato dall'interesse internazionale per
il fenomeno, che la parola stessa contraddistingue, indica,
purtroppo non abbastanza esaurientemente, i tratti essenziali di
un'attività criminosa, che consta essenzialmente di tre
momenti:
- il primo riguarda lo "sradicamento" dal paese di provenienza
delle straniere trafficate. Queste possono arrivare nelle mani
delle organizzazioni criminali, raggirate con l'illusione di altri
lavori, di un matrimonio conveniente, in relazione alla
restituzione di un prestito, minacciate di violenza verso i propri
familiari, ma persino vendute dalla famiglia o raggirate con
l'illusione di superare più facilmente gli ostacoli spesso non solo
economici, ma anche burocratici, che si oppongono ai loro progetti
migratori;
- il secondo riguarda le modalità di trasferimento che può avvenire
per via mare o via terra. È possibile che la vittima sia sottoposta
a minaccia, oppure sia consenziente, perché ingannata; tuttavia,
all'arrivo in Italia le trafficate sono nella maggior parte dei
casi sottoposte a violenza fisica ed a stupro;
- il terzo è relativo allo scopo finale. Le trafficate sono
utilizzate in prestazioni ad alto profitto come la prostituzione,
il lavoro forzato e la schiavitù domestica.
I limiti del termine trafficking sono ravvisabili nel fatto che la
parola stessa non includa, nel suo significato intrinseco,
un'ulteriore ipotesi, attraverso cui viene esercitata la
costrizione fisica e la schiavitù nei confronti delle straniere:
queste ultime non devono, infatti, essere necessariamente
trasportate in modo clandestino nel Paese di destinazione, anzi è
possibile che qui giungano in modo autonomo e legale, ma che poi,
per via di raggiri ed inganni, vengano successivamente a cadere
nella rete criminale che, attraverso violenze, minacce ed
efferatezze, provveda alla confisca di tutti i documenti personali,
attestanti la loro legittima presenza nel territorio.
A prescindere, però, dal fatto che sussistano varie forme di
criminalità organizzata, alcune portate ad occuparsi del trasporto
clandestino delle straniere, altre finalizzate a circuirle e
raggirarle una volta che le stesse siano pervenute, anche
legalmente, sul territorio nazionale, un dato unitario è
sicuramente la continua crescita di un fenomeno, sempre più
dilagante e che coinvolge l'intera comunità internazionale,
fortemente lesivo dei diritti e della dignità umana: lo
sfruttamento della prostituzione. Può affermarsi che il fenomeno
della prostituzione e della "tratta di straniere", siano
incrementati dall'influenza di un importante fattore dai molteplici
risvolti.
In primis va evidenziato il forte mutamento economico che interessa
il pianeta e che dà vita a vere e proprie clivages, fratture sempre
maggiori che si snodano in lungo e in largo su tutta la sua
superficie, segnando profonde disuguaglianze tra le varie aree
della terra. Questo scenario mette in risalto la perpetua
contrapposizione tra il Nord del pianeta, economicamente più
prospero, ed il Sud, depauperato delle risorse tali da garantire ai
propri abitanti un tenore di vita quantomeno sussistenziale. Queste
disuguaglianze economiche si ripresentano in modo preponderante
anche in ambito europeo e non fanno altro che rispecchiare, la
situazione socio-economica, caratteristica dell'intero sistema,
ovvero la netta contrapposizione tra due ambiti territoriali ben
differenti: l'Ovest e l'Est del vecchio continente; il primo più
prospero ed avvantaggiato, il secondo più povero ed
arretrato.
La differente condizione economica che favorisce l'acuirsi di
profonde differenze nel modus vivendi dei Paesi interessati si
configura anche come la causa primaria del traffico di esseri
umani, mosso dalle regioni più sfavorite verso quelle più prospere
che focalizzano principalmente i loro epicentri nell'Europa
occidentale e negli Stati Uniti, con poche altre destinazioni. Il
trafficking si identifica, quindi, come il punto di raccordo di due
diverse tendenze: da un lato la sempre crescente domanda da parte
dei paesi "economicamente privilegiati" di giovani donne straniere,
considerate alla stregua di "merce", veri e propri oggetti,
finalizzati al soddisfacimento di bramosie sessuali; dall'altro, il
desiderio di queste ultime di abbandonare i propri Paesi di origine
e la loro condizione, spesso corredata di stenti ed indigenza, per
abbracciare il "sogno occidentale", ovvero la speranza di
insediarsi in uno dei Paesi economicamente avanzati, auspicando
così un'esistenza più agiata.
In questo triste scenario, dove i sogni e le speranze di giovani
donne vanno, loro malgrado, a tramutarsi nei principali fattori di
incremento delle dimensioni del mercato del sesso a pagamento, ha
acquisito uno spiacevole ruolo di protagonista anche l'Italia che,
negli anni '70-'80, è entrata a far parte dei Paesi, meta di
ingenti flussi migratori legali ed illegali. Attualmente l'Italia,
si configura, infatti, come un Paese di transito e di arrivo, dove
particolarmente rilevante è la richiesta dei clienti del mercato
del sesso pronto. Il fenomeno delle ragazze trafficate si sviluppò,
in Italia, intorno alla metà degli anni '80 quando, di fronte
all'allarme Aids, le ragazze italiane tossicodipendenti non furono
più considerate oggetti sessuali appetibili, soprattutto a causa
delle numerose campagne informative avviate sui mass-media. Da ciò,
si registrò un forte crollo del mercato interno della prostituzione
e chi lo controllava intuì la necessità di orientare l'offerta su
qualcosa di nuovo e di diverso rispetto al passato.
Iniziarono così ad apparire sulle strade, prevalentemente del
Centro Nord, le prime ragazze nigeriane, spesso molto giovani, per
rispondere al pregiudizio che la giovinezza rendesse impossibile il
contagio Hiv.
Tuttavia, ben presto il fenomeno della "tratta" delle straniere
subì un incremento esponenziale, coinvolgendo un numero sempre
crescente di donne, provenienti non solo dall'Africa, ma anche
dall'Est Europa e da tutti i Paesi "economicamente sfavoriti". In
Italia, come nel resto d'Europa, il vero e proprio boom del
fenomeno si registrò intorno agli anni '90, quando il trafficking
assunse dimensioni decisamente drammatiche; proprio allora nacquero
reti criminali fortemente ramificate e specializzate nello gestire
il trasferimento delle popolazioni in fuga dai paesi dell'ex blocco
orientale.
Indubbiamente la caduta del Muro di Berlino ha rappresentato e
continua tutt'oggi a rappresentare per i trafficanti e i manager
del mercato del sesso un'occasione irripetibile: la possibilità,
quasi senza limiti, di offrire sul mercato, a clienti sempre più
numerosi ed esigenti, innumerevoli giovani donne.
Si tratta quasi sempre di ragazze in condizioni di gravissima
difficoltà economica, spesso con concezioni svalorizzanti delle
figure femminili alle spalle, fortemente attratte dal benessere e
dalla libertà che l'occidente, l'Italia in primis, sembra offrire
alle donne. Il fenomeno del trafficking risulta quindi essere
gestito da organizzazioni criminali composte da gente senza
scrupoli che tiene in scarsa considerazione la "merce umana"
trattata, se non per il profitto immediato, ottenutone dallo
sfruttamento sessuale. L'obbiettivo primario di questa rete
criminale è la massimizzazione del lucro e del profitto. Le
trafficate vengono così "iniziate" alla prostituzione di strada, il
sistema più fruttuoso ed a basso rischio, tale da permettere la
conciliazione di più esigenze: da un lato quella dei delinquenti di
non dover sopportare ulteriori tipologie di "investimento",
dall'altro, quella dei clienti di vedere di volta in volta
soddisfatta la propria domanda, sempre attiva ed in continua
crescita. A questo punto è opportuno evidenziare come l'intero
sistema criminale che gestisce il traffico di straniere risulti
articolato su tre differenti livelli, tra i quali intercorrono
svariate relazioni di interdipendenza e complementarità:
- il primo livello è rappresentato dalle organizzazioni con base
etnica-nazionale che pianificano e gestiscono il trasferimento
delle vittime dal paese d'origine a quello di destinazione;
- il secondo livello è costituito dalle organizzazioni criminali
dei paesi di transito o di frontiera con i paesi di destinazione,
le quali assicurano il trasporto, l'alloggio transitorio e
l'ingresso clandestino degli immigrati;
- infine, ad un livello più basso, ci sono organizzazioni
criminali minori che agiscono a favore dei gruppi di livello
superiore nelle attività di reclutamento, trasporto, ingresso delle
vittime.
Si assiste quindi, al graduale radicamento di un sistema di
sfruttamento transnazionale, nel quale gli attori principali,
provenienti da differenti paesi, operano contemporaneamente in
differenti attività illecite, utilizzando il loro knowhow
criminale, nonché ingenti risorse e rotte impiegate per altri
traffici. Per quanto riguarda la nazionalità delle trafficate,
questa risulta essere estremamente eterogenea, anche perché,
attualmente, il fenomeno del trafficking coinvolge la totalità dei
continenti e dei territori economicamente più svantaggiati. In
questo traffico, dai tratti eterogenei e multietnici, possono
individuarsi due principali aree territoriali da cui proviene la
maggior parte delle giovani donne, avviate alla prostituzione di
strada nel nostro Paese. Una buona parte di esse proviene dai
territori dell'ex blocco orientale, in particolar modo dalla ex
Jugoslavia e dall'Albania, e dall'Africa occidentale,
prevalentemente dalla Nigeria.
Anche le organizzazioni criminali che gestiscono questi massicci
traffici presentano caratteristiche dissimili e, seppure in ogni
caso lo scettro del potere sia esercitato sulle trafficate
attraverso svariate forme di violenza, queste ultime assumono
molteplici aspetti, potendo infierire maggiormente sul lato fisico
delle vittime, piuttosto che su quello psicologico e viceversa. Ad
esempio, le organizzazioni criminali di origine albanese che
gestiscono il traffico di ragazze provenienti dai Paesi dell'Est
europeo sono composte prevalentemente da uomini, ed una delle
caratteristiche che le contraddistingue, è proprio la brutalità
fisica e le sevizie a cui sottopongono le proprie vittime.
Differente è invece la struttura delle organizzazioni criminali
nigeriane, la cui composizione è a carattere promiscuo e il cui
agire è finalizzato a strumentalizzare le proprie vittime,
servendosi di minacce e ricatti, mossi su un piano prevalentemente
psicologico. Gli aguzzini, stavolta impersonati da figure
carismatiche femminili, le cosiddette maman, minacciando di
ricorrere a magia nera e riti ancestrali, più propriamente definiti
come riti woodu, o più specificamente ju ju, riescono a tenere
psicologicamente legate a sé le ragazze che, altrimenti,
allontanandosi, sarebbero, al dire delle fattucchiere, soggette
insieme alle loro famiglie all'incombenza di tremende e nefaste
sciagure.
A questo punto si apre un dibattito sulla possibilità che le
ragazze straniere, una volta giunte clandestinamente in Italia,
siano costrette a prostituirsi, oppure scelgano volontariamente di
intraprendere questa strada.
È necessario quindi effettuare un'ulteriore differenziazione tra le
ragazze vittime della tratta. Per quanto riguarda le giovani donne
provenienti dai paesi dell'Est, alcune di esse sono spinte a
lasciare le nazioni di origine a causa delle gravi necessità
economiche e dal bisogno di fuggire o quanto meno dare sollievo
alla propria miseria familiare, allettate dai raggiri e dalle false
promesse dei futuri aguzzini, spesso insospettabili amici,
conoscenti o compagni, che prospettano per ciascuna di esse un
inserimento occupazionale stabile e "pulito", una volta giunte a
destinazione.
Spesso, però, il bagaglio di sogni che spinge queste ragazze ad
intraprendere viaggi massacranti, ristorate dal solo desiderio di
una vita migliore, viene completamente distrutto dalla dura realtà
dei fatti: una volta arrivate a destinazione vengono assoggettate
alle più brutali forme di violenza; ogni tentativo di ribellarsi
diviene nullo, di fronte alle continue percosse ed allo stupro
degli aguzzini. Il massacro fisico si ripercuote inevitabilmente
sulla psiche delle "schiave", svuotate della propria volontà,
deprivate dei loro sentimenti, ridotte insomma a "merce umana",
commerciata, venduta, sfruttata e soprattutto gettata sulla strada,
alla stregua di oggetto, usato per il soddisfacimento di bramosie e
desideri sessuali.
Ogni tentativo di fuga, poiché molto spesso isolato e condotto
senza un valido aiuto, apportato ad esempio dal ruolo delle forze
dell'ordine o da associazioni a carattere socio-assistenziale,
sfocia in fallimento ed è accompagnato da atroci ritorsioni da
parte degli aguzzini; punizioni talmente brutali e violente da
portare la vittima persino alla morte.
La situazione diventa ancora più straziante per quelle ragazze,
spesso minorenni, rapite o addirittura vendute dalla propria
famiglia alle organizzazioni criminali, che subiscono un forzoso
distacco dalla loro realtà, dai loro affetti, per essere immesse in
una dimensione totalmente nuova, gremita di soprusi e violenza.
Molto spesso viene a mancare persino la voglia di fuggire sia per
le sanzioni che le ragazze, una volta intercettate e riprese dai
delinquenti, sarebbero costrette a sopportare, sia perché la vita
imposta si presenta talmente degradante ed infamante da non
lasciare intravedere alcuna prospettiva di miglioramento per il
futuro. La paura, l'orrore, la vergogna della propria vita
contribuiscono ad annichilire la personalità delle "schiave", che
si chiude a riccio sulle speranze ed i buoni propositi inizialmente
posseduti, per far posto ad una nuova esistenza imperniata sul
vittimismo e sulla dolorosa rassegnazione. A tale proposito, è
essenziale citare la testimonianza di Branka, una ragazza Croata,
sfuggita ai suoi aguzzini che la costringevano a prostituirsi.
Branka racconta che le donne del suo paese vengono attirate in
Italia a volte con l'inganno, altre consapevolmente. Sta di fatto
che a spingerle sono il lusso e la bella vita. Vedono arrivare nei
loro paesi uomini italiani con belle macchine, bei vestiti e tutto
il resto, che le incontrano senza fare loro capire che è tutto già
programmato. L'incontro deve sembrare casuale "Tu mi piaci, voglio
conoscerti". Ti fanno stare bene, a tuo agio, e poi ti propongono
di partire con loro verso l'Italia; puoi avere tutto quello che hai
sempre voluto, fare una bella vita, e allora parti. Tutto comincia
così. La ragazza aggiunge inoltre: "arrivi in Italia, e lui ti fa
capire che per avere belle cose devi darti da fare. Per invogliarti
ti compra vestiti firmati, ti fa frequentare bei ristoranti, ecc...
e alle volte ti racconta anche che è per avere un futuro assieme
che devi cercare di collaborare; tu sei già presa di lui, ti ha
dato tanto in così poco tempo, sarà gratitudine, affetto, amore e
così ti dici che per lui, per te stessa e per non tornare ai disagi
ed alla povertà di prima, puoi fare certamente quello che ti
chiede. Lui naturalmente ha la sua vita, alle volte anche una
famiglia, ma tu questo non lo sai. Non tutte però sono sprovvedute,
ci sono quelle che sanno da subito cosa succede, ma va bene così
per avere il benessere, perché no? E ci sono quelle che ci arrivano
con il tempo, imparando la lingua capiscono che le promesse fatte
all'inizio, di una vita assieme, rimarranno un sogno, diventano
gelose, si ribellano, ma in risposta ricevono botte...".
La situazione cambia nel momento in cui il traffico è esercitato da
organizzazioni criminali nigeriane. Mentre quelle slave, infatti,
considerano le ragazze come "proprietà personale", merce preziosa
da commerciare e da sfruttare per ottenere il massimo guadagno, ed
instaurano con esse un rapporto perpetuo, che non lascia
intravedere alcuna possibilità di affrancamento, i gruppi criminali
nigeriani, al contrario, riservano questa opzione alle proprie
trafficate dietro pagamento di un congruo riscatto. Le ragazze
nigeriane, a differenza di quelle dell'Est Europa, scelgono quasi
sempre di recarsi volontariamente nei paesi occidentali, attirate
dall'alto tenore di vita e dalla prosperità che li
caratterizza.
Dunque, le trafficate si rivolgono di loro spontanea volontà alle
organizzazioni criminali che, però, approfittando della loro scarsa
conoscenza delle valute occidentali e del grande desiderio di
emigrare, stabiliscono cifre astronomiche come compenso per il
trasporto. Dal canto loro, le ragazze non avendo assolutamente idea
del costo del danaro nei Paesi occidentali (la cifra richiesta si
aggira intorno ai 50.000-60.000 euro e più), accettano la proposta
di buon grado, ma poi, arrivate a destinazione si trovano a dover
estinguere un debito abnorme. Qui ogni tentativo di fuga o di
ribellione verso i criminali risulta addirittura impensabile, a
causa della minaccia psicologica che vincola le trafficate fino
alla totale estinzione del debito.
L'esercizio della stregoneria, posta alla base delle credenze
popolari africane, condiziona così tanto le ragazze da far loro
temere disastrose ripercussioni, richiamate attraverso il
"malocchio" per se stesse e le proprie famiglie, nel momento in cui
dovessero venir meno all'accordo stipulato con
l'organizzazione.
Prima il debito viene estinto, prima le ragazze saranno libere di
intraprendere la propria strada; quindi per rimborsare
all'organizzazione il più velocemente possibile il costo del
viaggio, le trafficate scelgono spontaneamente di intraprendere
l'attività più lucrosa ed immediatamente praticabile: la
prostituzione di strada. Sarebbe infatti impensabile per una
straniera, spesso analfabeta e scarsamente edotta sulla lingua
italiana, trovare in pochissimo tempo un posto di lavoro "pulito",
tale da consentirle la percezione di lauti guadagni, paragonabili a
quelli che, invece, le assicurerebbe la pratica del sex work.
La vendita del proprio corpo è, quindi, vista dalle ragazze
nigeriane come un'attività transitoria, svolta in attesa di
realizzare le proprie ambizioni future (nella maggior parte dei
casi l'apertura di un'attività commerciale propria), un mezzo per
estinguere nel più breve tempo possibile l'esoso debito con
l'organizzazione e riacquistare velocemente la tanto sospirata
libertà.
A sostegno di questa tesi "volontaristica", che vede le ragazze
nigeriane intraprendere il sex work non tanto per costrizione, ma
per una libera scelta, seppur spinta dalla necessità e
dall'impellenza di estinguere velocemente il debito contratto con
l'organizzazione, ostacolo maggiore, contrapposto tra se stesse e
la libertà, è riportata la testimonianza di Caro e Lisi, due ex
prostitute nigeriane. Le ragazze cominciano con l'asserire che in
Nigeria il lavoro di prostituta non è nemmeno nominato, anzi, la
prostituzione è vista come una malattia contagiosa: la persona che
ne viene colpita è allontanata ed emarginata dalle altre.
"Molte donne in Nigeria vengono aiutate ad entrare in Italia dalle
loro stesse amiche, amici o conoscenti che sono già immigrati e
tornano per una vacanza. Succede che, durante un viaggio a casa per
trovare la famiglia, queste ragazze vengono notate da quelle che
ancora vivono là: naturalmente le notano per il loro abbigliamento,
i soldi o i gioielli e le invidiano; capiscono che in Italia non se
la passano poi tanto male, certamente stanno meglio di loro che
ogni giorno devono lottare contro la povertà, a volte la fame, o
contro i continui divieti dei genitori (...); il prezzo per
arrivare in Italia si stabilisce prima di partire; alle volte sono
le famiglie delle ragazze che si accordano con le donne che fanno
da intermediarie. Si decide il costo del viaggio più una garanzia,
nel caso una volesse fare la furba e non pagare all'arrivo in
Italia. La garanzia è qualcosa di appartenente alla famiglia, un
pezzo di terra, la casa, ecc.
Succede raramente che una donna all'arrivo in Italia si rifiuti di
pagare il viaggio, perché sa che a rimetterci poi è tutta la sua
famiglia.
Chi aiuta a venire in Italia persone che conosce bene, oltre al
prezzo può farsi dare, come garanzia, una ciocca di capelli o
qualche cosa di personale: se all'arrivo in Italia questa persona
si rifiuta di pagare, si può sempre farle il malocchio.
Queste cose sappiamo farle e funzionano. Quando arrivi in Italia
sai già quanto devi pagare, bisogna solo decidere come guadagnare
il denaro. La scelta è tua, sei tu che decidi che lavoro vuoi fare,
come e in quanto tempo vuoi pagare; alla persona che ti ha aiutato
interessa solo che tu la paghi.
È naturale che la prima cosa che ti capita tra le mani è la
prostituzione: per trovare un altro lavoro ci vuole del tempo, se
non hai conoscenze che ti aiutano a trovarlo; sai che devi pagare
il viaggio, devi mantenerti e avere un tetto: la prostituzione ti
permette di guadagnare abbastanza per pagare tutto ciò, quindi lo
fai. È una tua scelta, nessuno ti costringe a farla; vuoi liberarti
del debito, vuoi vivere bene, vuoi avere soldi: così ti
prostituisci. Ci sono quelle però che non ce la fanno proprio a
vendersi, mai e poi mai lo farebbero, allora si fa qualcosa
d'altro, può essere un lavoro "pulito", onesto oppure no, il
rischio è comunque tuo".
Resta comunque estremamente critica e delicata la situazione delle
straniere che praticano la prostituzione di strada, esposte a
moltissime insidie che vanno dai rischi sanitari all'incolumità
fisica, messa a repentaglio ogni volta che si viene a contatto con
più e più sconosciuti.
La situazione diventa estremamente critica se, a tutto questo, si
sommano le violenze efferate e le minacce dei propri aguzzini che,
secondo le testimonianze raccolte, impongono alle "proprie" donne
di guadagnare almeno un milione di vecchie lire a sera e di
lavorare anche in precarie condizioni di salute, non meno di sei
giorni a settimana.
Tuttavia, ciò che più preoccupa alle autorità di pubblica sicurezza
è il "connubio sinergico" che vincola soprattutto i gruppi
criminali albanesi più forti, con le organizzazioni mafiose
autoctone, soprattutto nel settore del traffico di droga, tabacco
ed armi, e che ha permesso ai primi di conseguire un grande spazio
di mobilità nello sfruttamento della prostituzione da marciapiede.
Infatti, proprio negli anni '90, periodo che fa registrare il boom
della prostituzione in Italia, le organizzazioni criminali
straniere (la cosiddetta "nuova mafia") si sono fatte strada sul
territorio nazionale, attraverso il traffico di persone,
implementando profonde relazioni d'affari con la mafie autoctone. I
gruppi criminali stranieri hanno, così, potuto infiltrarsi nel
tessuto economico di molte regioni, grazie all'acquisto di attività
commerciali con denaro sporco. In particolare nel Nord d'Italia,
dove le organizzazioni tradizionali si sono specializzate nella
gestione di attività economico-finanziarie, la criminalità
straniera ha incontrato uno spazio sufficiente per attività
illegali sempre più complesse, come il traffico di stupefacenti,
armi, auto rubate e lo sfruttamento della prostituzione.
L'autorità di polizia è infatti convinta che il controllo delle
immigrate che esercitano la prostituzione in Italia sia gestito
attualmente dalle grandi reti criminali straniere, con il sostegno
(o in consorzio) delle organizzazioni mafiose autoctone, in
particolare la Camorra napoletana e la Sacra Corona Unita pugliese.
Tra le differenti entità mafiose, italiane e straniere, esiste uno
scambio di servizi e prodotti di provenienza illecita.
Un esempio concreto è rappresentato dallo sbarco di immigrati sulle
coste meridionali. In questo caso, le mafie autoctone offrono
assistenza logistica e controllano il territorio per impedire
l'intervento delle forze dell'ordine, ricevendo in cambio la
consegna di droga, armi, tabacchi, una prestazione monetaria per
ogni sbarco o una "tassa d'occupazione" del territorio per
l'esercizio della prostituzione e la vendita di stupefacenti. Così,
attraverso il traffico di persone, si estendono i traffici illeciti
più consolidati e si sviluppano nuove opportunità criminali.
Questa dimensione transnazionale, dove le entità criminali
collaborano tra loro nella gestione dei mercati illegali, ha come
conseguenza che "ogni singola struttura criminale tragga un valore
aggiunto in termini di potenza dalle sinergie che instaura con gli
altri gruppi".
Da recenti indagini della DIA (Direzione Investigativa Antimafia),
condotte a scopo di monitorare i rapporti intercorrenti tra
organizzazioni criminali internazionali, specializzate nel traffico
di stranieri, e mafie autoctone, emerge come sia soprattutto la
criminalità organizzata pugliese quella che abbia moltiplicato gli
accordi con i gruppi albanesi attraverso la "settorializzazione
operativa": i clan albanesi ottengono la gestione del traffico di
immigrati e lo sfruttamento della prostituzione, mentre le
organizzazioni pugliesi esercitano il controllo del contrabbando di
tabacchi esteri e le attività illegali tipiche del
territorio.
Contemporaneamente, le due entità criminali si sono suddivise la
gestione del traffico di droga: i gruppi albanesi si occupano del
trasporto di stupefacenti sino alla costa della Puglia, e i clan
locali realizzano lo spaccio di droga.
La necessità di diversificare le località per gli sbarchi e le
rotte dei traffici di droga e di immigrati, ha spinto i gruppi
albanesi a cercare nuovi accordi con altre entità criminali del Sud
Italia, in particolare con la 'Ndrangheta calabrese.
È noto, infatti, come negli ultimi due anni le rotte del traffico
di immigrati si siano trasferite dalla Puglia alla Calabria e alla
Sicilia.
Sempre dalle indagini della DIA emerge come il fenomeno dello
sfruttamento della prostituzione vada lentamente ad intensificarsi
nel Sud Italia e tocchi in particolar modo la regione Calabria. In
Calabria, sarebbero i gruppi criminali della provincia di Cosenza i
più compromessi nello sfruttamento delle immigrate che esercitano
la prostituzione di strada, ma anche nei club e nelle abitazioni
private.
La maggior parte di esse sono trafficate da cittadini albanesi
inseriti nella regione. Questi gruppi criminali controllerebbero
inoltre alcune case d'appuntamento nella provincia di Reggio
Calabria e nella città di Messina, storicamente sotto il controllo
della 'Ndrangheta. Da ciò si evince come il connubio criminalità
albanese - 'Ndrangheta abbia superato i confini regionali,
consacrando la stretta cooperazione tra le due entità. Infatti, una
recente operazione di polizia, condotta nel 2000 (Operazione
Urano), smantellò persino in Liguria una fitta rete criminale
calabro-albanese che controllava, contestualmente, un grande
traffico di stupefacenti e il mercato locale della
prostituzione.
Se potesse delinearsi un profilo della distribuzione geografica
della prostituzione delle straniere in Italia, con riferimento alla
cronologia dell'ultimo ventennio, si otterrebbe una precisa mappa
storico-temporale dove, gli intervalli di riferimento, sono
indicatori di vari flussi di immigrati, soprattutto donne,
provenienti da differenti nazioni e destinate al sex work.
Il primo flusso consistente di donne, provenienti dall'Est europeo
e destinate all'esercizio della prostituzione, si colloca nel
biennio '80-'90.
Nel biennio '91-'92, si incrementa anche il flusso di donne
nigeriane, già esistente negli anni '80 e, in misura minore
arrivano anche colombiane e peruviane. Secondo quanto accertato,
molte delle donne nigeriane giungevano dall'Olanda, dove avevano
risieduto per lunghi periodi. Le latinoamericane giungevano,
invece, legalmente con visti turistici e, alla loro scadenza,
diventavano irregolari.
Nel biennio '93-'94, si assiste ad un ingresso massiccio di giovani
albanesi attraverso canali irregolari. La maggior parte, almeno in
questa prima tappa, arriva in Italia attraverso l'inganno, talvolta
perpetrato dagli stessi fidanzati o parenti di sesso maschile che
pianificano di andare in Italia per vivere sul lavoro delle
ragazze; in quegli anni, molte vengono perfino rapite.
Intorno al biennio '95-'96, si registra un cambiamento relativo
alle regioni di provenienza delle donne: più che dai centri urbani,
cominciano a venire anche dalle aree rurali, il che suggerisce
l'ipotesi di un rafforzamento delle reti di traffico e di un loro
maggiore controllo del territorio. In quanto al profilo delle
donne, è possibile distinguere tre grandi gruppi:
- le donne albanesi e nigeriane presentano aspetti e condizioni
similari: sono le più giovani (la classe d'età maggiormente
rappresentata è quella compresa tra i 14 e i 18 anni); generalmente
nubili, presentano una completa subordinazione psicofisica ai loro
protettori. Una differenza riscontrabile è quella relativa ai
metodi di reclutamento e di sottomissione: nel caso delle albanesi
lo strumento è il ricorso a forme più o meno gravi di violenza. Nel
caso delle nigeriane, agisce il forte condizionamento esercitato
dalla cultura del paese (è il caso dei riti woodu usati per
vincolare la vittima alla volontà del trafficante);
- le donne dell'Est Europa e dell'ex Unione Sovietica: in media
presentano una età maggiore (24-30 anni) e si caratterizzano per la
mobilità geografico-territoriale, determinata dalla minuziosa
organizzazione dei trasferimenti da parte dei trafficanti;
- le donne latinoamericane: hanno in media un'età compresa tra i
24 e i 30 anni, con la presenza di un'alta percentuale di giovani
madri, sposate o conviventi. L'esercizio della prostituzione sembra
caratterizzarsi per un certo livello di "autonomia" rispetto a
quello delle altre immigrate e, a volte, è complementare o
successivo ad altre attività lavorative. In questi casi, la
prostituzione è considerata come una modalità per integrare i
redditi e per soddisfare le necessità della famiglia.
Una ricerca realizzata nel 1998, voluta dall'OIM (Organizzazione
Internazionale per le Migrazioni) e dalla Commissione Europea,
nell'ambito dell'iniziativa Daphne '97, calcolava tra 15.000 e
19.000 il numero delle prostitute straniere in Italia. Tuttavia,
l'anno successivo, l'indagine di alcuni quotidiani svelò dei dati
totalmente differenti: si stimavano in 70.000 le donne dedite alla
prostituzione, metà delle quali straniere e circa 10.000 minori di
età; mentre il numero dei clienti risultò essere di circa 9
milioni.
Negli ultimi tre anni si è assistito ad evidenti cambiamenti nel
fenomeno della prostituzione in Italia. Sarebbero, oggi, 80.000 le
persone occupate nel mercato della prostituzione. 50.000 sarebbero
di provenienza straniera; il 48% di queste giungerebbe dall'Europa
dell'Est, il 22% dall'Africa, il 10% dal Sud America, il 4 % da
altri Paesi. Il 35% di esse, inoltre, sarebbe minore d'età. Le
regioni settentrionali e centrali sono quelle che, rispetto
all'immigrazione in generale, esercitano maggiore attrazione, sia
per le opportunità occupazionali che offrono, sia per le maggiori
offerte di socializzazione e servizi esistenti nelle grandi aree
metropolitane.
Rispetto alla prostituzione, queste aree socio-economiche sono le
maggiori consumatrici di "sesso in cambio di denaro" e pertanto
"moltiplicatrici" del fenomeno: spesso la prostituzione diventa
l'unica possibilità di sopravvivenza per numerosi immigrati che si
trovano in situazione di irregolarità.
Il fenomeno della prostituzione in alcune aree del Centro e del
Nord Italia risulta inoltre caratterizzato da una forte mobilità.
Accanto ad una prostituzione permanente (presente gran parte
dell'anno), esiste una prostituzione di carattere stagionale con
ingenti flussi intra ed extraregionali. Il caso più noto è quello
della riviera romagnola tra Rimini, Riccione e Ravenna, una delle
zone più importanti dal punto di vista turistico in tutta Europa,
dove aumenta considerevolmente la concentrazione delle ragazze
durante il periodo estivo.
Sempre secondo approfondite indagini, il Sud Italia sarebbe
marginale rispetto alla possibile presenza di soggetti trafficati:
nel 1998 vi si registrò infatti, solo il 10% circa del totale della
presenza nazionale. Nonostante ciò quest'area geografica ha assunto
un ruolo centralissimo all'interno delle rotte internazionali dei
traffici migratori: come si è visto, il Mezzogiorno rappresenta una
importante porta d'ingresso rispetto al resto del Paese e del
continente europeo; molti immigrati vi giungono per poi trasferirsi
al Nord alla ricerca di maggiori opportunità. Tuttavia, almeno due
città meridionali presentano tendenze diverse, con dimensioni del
fenomeno comparabili a quelle delle aree di massima incidenza del
Settentrione: esse sono Napoli e Catania.
3. Dalla cooperazione internazionale
relativa alla prevenzione e alla lotta contro il traffico di esseri
umani, all'attuale legislazione italiana vigente in
materia
Forte è stato ed è tutt'ora l'interesse internazionale per il
fenomeno del traffico degli esseri umani e notevole è l'impegno
comune per cercare di contrastarlo. Ciò è avvenuto soprattutto
attraverso la stipulazione di vari accordi e convenzioni
internazionali, atti a stabilire una sorta di cooperazione tra le
nazioni aderenti, tale da portare a raggiungimento di obiettivi e
piani di azioni validi per arginare e creare un'inversione di
tendenza relativa al fenomeno dello sfruttamento della
prostituzione.
Le iniziative promosse sul piano multilaterale sono molteplici; tra
queste è necessario annoverare, oltre alla Convenzione delle
Nazioni Unite contro il crimine organizzato, che dedica il suo
terzo Protocollo, discusso e firmato nella Conferenza di Palermo
del 12 dicembre 2000, proprio al problema del trafficking, anche
l'approvazione di alcuni provvedimenti, adottati da parte della
Comunità internazionale, finalizzati al rafforzamento della lotta
alle attività illecite, connesse con lo sfruttamento degli esseri
umani, con particolare attenzione alle categorie più vulnerabili di
donne e di minori. Primo fra questi, il Protocollo facoltativo
della Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo,
dedicato alla vendita di esseri umani, pornografia e prostituzione
infantile.
Le delegazioni si sono lungamente confrontate sui problemi relativi
alle definizioni, alla portata ed ampiezza, alle misure repressive
da indicare per contrastare tali fenomeni, nonché sulle iniziative
da realizzare per il recupero delle vittime ed il loro
reinserimento sociale.
Il Protocollo impegna gli Stati a mettere in atto misure ancora più
incisive per la lotta alla prostituzione infantile e alla
pedofilia, proteggendo le vittime anche dallo sfruttamento legato
al diffondersi del "turismo sessuale" ed alle nuove tecnologie
informatiche. Il legale simbiotico tra gli aspetti più strettamente
tecnico-giudiziari e quelli della tutela dei diritti della vittima
è certamente uno dei pilastri su cui è stato impiantato il
Protocollo.
La strategia vincente può essere soltanto quella di integrare le
misure repressive con quelle "positive". La protezione della
vittima, infatti, non soltanto risponde a precisi obblighi di
tutela della persona umana, ma rappresenta una preziosa opportunità
proprio sul versante giudiziario: proteggere la vittima significa
anche stimolare in persone che hanno subito violazioni profonde la
fiducia nelle istituzioni e quindi incoraggiarle a trasformarsi in
testimoni, per il buon esito delle investigazioni e dei
processi.
Il Protocollo di Palermo, d'altro canto, elabora anche una
appropriata definizione del trafficking in persons individuato come
un reato di trasporto, trasferimento, reclutamento o accoglienza di
una persona, ottenuta per mezzo di minaccia o uso di forza o altri
mezzi coercitivi, o per mezzo fraudolento o ingannatorio, o in
conseguenza di un abuso di potere di una posizione di vulnerabilità
della stessa vittima.
È anche previsto l'utilizzo di un mezzo idoneo ad ottenere il
consenso, a prelevare il soggetto da parte di chi ne abbia il
controllo, che consistente nel pagamento di denaro o nella
concessione di benefici economici. I suddetti mezzi sono idonei a
forzare la volontà della vittima o ad ottenerne un consenso viziato
da una falsa rappresentazione della realtà.
Il mezzo "abuso di vulnerabilità", incluso nella definizione,
costituisce un punto di arrivo compromissorio, atto a dare
considerazione a tutte le situazioni di fattuale inferiorità del
soggetto migrante, ricollegabile non solo ad una minorazione
psichica, ma anche ad un'accertata situazione di sottosviluppo
socio-culturale-personale che, benché non deducibile sic e
simpliciter dallo stato di povertà o di bisogno, finisca per
costituire elemento viziante del consenso prestato dal soggetto
migrante, in conseguenza di un attivo comportamento di persuasione
da parte del reclutatore di vittime a fini di sfruttamento. Ma la
condotta criminosa dell'autore del crimine di tratta di persone si
caratterizza, inoltre, per uno scopo ulteriore che costituisce la
finalità propria dagli autori del reato. Tale finalità consiste
nello "sfruttamento delle persone oggetto del trafficking". Dopo un
lungo dibattito in sede di elaborazione del testo, si è giunti non
già ad una definizione di sfruttamento, ma ad una elencazione
meramente esemplificativa di varie tipologie di sfruttamento. Tutto
ciò consente, così, a ciascuno Stato di poter individuare forme di
sfruttamento diverse, che risultino connesse, in base
all'esperienza pratica, con il fenomeno in esame.
Il Protocollo quindi stabilisce una serie di ipotesi di
sfruttamento che ogni Stato dovrà ricomprendere nella fattispecie
di criminalizzazione "come minimo livello"; tra esse: lo
sfruttamento della prostituzione o altre forme di sfruttamento
sessuale, il lavoro forzato o i servizi forzati, la riduzione in
schiavitù o pratiche similari e la servitù.
Un altro importante "paletto" fissato dalla Comunità internazionale
in tema di lotta allo sfruttamento degli esseri umani, con
particolare attenzione ai minori, e che evidentemente tocca anche
aspetti connessi con la tratta degli esseri umani, è la Convenzione
n. 182 sulla proibizione delle peggiori forme di lavoro minorile
siglata a Ginevra nel giugno 1999. L'art. 1 evidenzia il carattere
di particolare urgenza con il quale il problema dello sfruttamento
del lavoro minorile deve essere affrontato, quanto meno nelle sue
forme peggiori. E, tra le forme peggiori, vi sono appunto "tutte le
forme di schiavitù o pratiche analoghe; la vendita, la tratta, la
servitù per debiti, l'asservimento, il lavoro forzato, compreso il
coinvolgimento nei conflitti armati; l'impiego, l'ingaggio,
l'offerta di minori a fini di prostituzione, produzione di
materiale pornografico, o spettacoli pornografici". Per queste
gravi violazioni è previsto che i governi debbano immediatamente
attivare le necessarie misure al fine di una rapida eliminazione:
devono quindi adeguare le legislazioni nazionali affinché nei
rispettivi ordinamenti le previsioni convenzionali siano
riconosciute come crimini e siano quindi penalmente
sanzionate.
L'impegno europeo per fronteggiare il problema del trafficking si
fece concreto già alla fine degli anni '90, quando furono elaborati
due fondamentali piani d'azione: il programma "Stop" nel 1996 e
quello "Daphne" nell'anno successivo. Il primo favorì la presa di
coscienza del problema all'interno dell'unione ed incoraggiò la
cooperazione tra i Paesi membri in questo ambito, aiutando a capire
che il fenomeno della tratta poteva essere fronteggiato meglio a
livello europeo, piuttosto che a livello di singolo Stato membro,
grazie allo scambio di esperienze e alle economie di scala
promosse. Il secondo ampliò il raggio d'azione di "Stop" ai paesi
in adesione ed allargò l'ambito di lotta agli abusi contro la
donna, alla violenza nei confronti di bambini e ragazzi.
Fondamentale fu anche il vertice straordinario di Tampere del 1999
che portò alla presentazione da parte della presidenza LJE, di
proposte direttive sulla definizione di favoreggiamento
dell'ingresso, circolazione e soggiorno illegali e sul
rafforzamento del quadro penale per la repressione del
favoreggiamento, nell'ambito delle quali furono previste specifiche
misure sul traffico di esseri umani. Tampere infatti rappresentò il
primo, decisivo impegno delle Istituzioni europee ad attuare
concretamente misure di lotta ad ogni forma di criminalità
organizzata e transnazionale.
In vista dell'attuazione degli impegni di Tampere, fu
successivamente sancita una collaborazione trilaterale tra Italia,
Germania e Francia in materia di contrasto alla criminalità. I tre
Paesi intesero, attraverso l'impegno trilaterale, "realizzare
strategie comuni sulla base di legislazioni, di controlli e di
misure severe per contrastare l'immigrazione clandestina e lo
sfruttamento che ne deriva".
Gli interventi da porre in essere andavano nella direzione di
potenziare o istituire nei paesi di origine e di transito dei
flussi irregolari, laddove non esistessero, le reti di esperti e di
ufficiali di collegamento, specializzati in tema di immigrazione,
documenti falsi ed altro e di armonizzare e coordinare maggiormente
l'attività di contrasto tra questi Paesi e gli Stati membri.
Un'altra dimensione essenziale della cooperazione internazionale
contro il trafficking è quella della "cooperazione allo sviluppo".
Il fenomeno della tratta affonda infatti le sue radici nella
povertà e nel sottosviluppo.
Gli interventi di cooperazione possono riguardare da un lato la
prevenzione, attraverso la tutela ed il sostegno ai soggetti
potenzialmente vittime del trafficking, dall'altro, il
reinserimento nella società d'origine delle persone che, riuscite a
sottrarsi alla condizione di sfruttamento cui erano sottoposte,
devono ritrovare una loro collocazione sociale e lavorativa.
Importante è citare anche la cooperazione bilaterale Italia-USA,
realizzata in vista del raggiungimento di obbiettivi congiunti
quali: lo scambio periodico di informazioni sullo stato della
legislazione, sui dati raccolti, su studi ed analisi condotte,
sulle azioni di polizia, sulle attività investigative e sui
procedimenti svolti in questo ambito. Ciò al fine di approfondire,
per quanto possibile, la conoscenza e le dimensioni del fenomeno e
scambiarsi soprattutto utili informazioni sulle procedure e sulle
metodologie d'indagine. È avvenuta, inoltre, l'individuazione di
alcuni Paesi, in particolare la Nigeria e l'Albania, verso i quali
possono concentrarsi gli sforzi dei due Governi, a sostegno delle
Autorità locali, per favorire innanzitutto una più approfondita
conoscenza delle peculiari caratteristiche che il fenomeno assume
in quei Paesi. Ciò per rendere più incisive ed adeguate le risposte
che, sul piano del law enforcement, del crime prevention, ma anche
della protezione e dell'assistenza, è possibile fornire. Da qui si
incoraggia la formazione di forze di polizia e di altre istituzioni
locali, chiamate a contrastare le attività criminose legate al
traffico di donne e minori a fini di prostituzione, e soprattutto a
fornire alle vittime ogni possibile assistenza e supporto, in vista
del loro recupero e reinserimento.
Gli impegni della cooperazione allo sviluppo nei Paesi di origine
dovranno guardare, oltre all'impegno generale, volto a favorire nel
tempo la rimozione delle cause di povertà, sollecitando le
potenzialità e le capacità endogene dei territori più arretrati e
riducendo quindi il bisogno di abbandonarli, con tutti i
conseguenti rischi che ciò possa comportare, anche e soprattutto al
problema delle vittime del traffico, attraverso l'attivazione di
programmi di protezione e reinserimento che agevolino l'insorgere
di nuove possibilità lavorative, riducendo così il rischio di
"rivittimizzazione".
È noto infatti come la vittima che decida di far ritorno al Paese
di provenienza potrebbe andare incontro a forti resistenze
familiari o della comunità al raccoglimento. Gli interventi che è
fondamentale siano messi in opera devono assicurare a queste donne
una realtà diversa che non le spinga a ricadere nel meccanismo
perverso della tratta, dove, come è noto, la servitù per debito
diventa un legame dal quale è difficilissimo liberarsi.
Monitorando i dati sui procedimenti di espulsione di immigrati che
hanno fatto ingresso illegalmente il Italia, emergono realtà
estremamente preoccupanti, a conferma della risposta altamente
repressiva delle autorità: tra il 1998 e il 2000, 341 mila
immigrati hanno ricevuto l'ordine di espulsione e circa 193 mila di
essi sono stati rimpatriati nel Paese di origine. Inoltre, negli
ultimi due anni, 37mila immigrati sono stati detenuti nei CPT
(Centri di permanenza temporanea), istituiti dalla nuova legge
d'immigrazione per "ospitare" gli stranieri irregolari in attesa di
rimpatrio. D'altronde, anche il nuovo disegno di legge del 2002,
concernente "disposizioni contro le immigrazioni clandestine",
rispetto al precedente "Testo unico delle disposizioni concernenti
la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione della
straniero" del 1998, presenta disposizioni più rigide ed
intransigenti nei confronti degli stranieri sprovvisti di permesso
di soggiorno presenti sul territorio nazionale, prevedendone misure
di rimpatrio più celeri ed immediate e disponendo maggiori forze di
polizia presso ambasciate o consolati, per fronteggiare il
fenomeno.
Attraverso la legge 8 agosto 2003, n. 288, l'Italia ha però
introdotto moderni strumenti di contrasto al fenomeno del
trafficking, ponendosi all'avanguardia, in Europa, nell'ambito
della lotta a questa forma di crimine.
La gravità del fenomeno, le ripercussioni drammatiche che apporta
alla vita delle vittime e la sua continua evoluzione, hanno
comportato l'elaborazione di un testo che non si limita all'aspetto
repressivo del problema, ma tiene in eguale considerazione anche
quello preventivo e sociale.
Il provvedimento prevede la punibilità di chiunque eserciti su una
persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà,
ovvero chiunque riduca o mantenga una persona in uno stato di
soggezione continuativa al fine di costringerla a mendicare o a
fornire prestazioni di tipo lavorativo o sessuale, o che comunque
comportino lo sfruttamento. Inoltre, la legge del 2003 si
contraddistingue per l'attenzione posta al recupero della vittima
di questa forma di sfruttamento: si tratta quasi sempre di
extracomunitari, prevalentemente donne e minori, introdotti in
Italia con la forza o con l'inganno e sottoposti ad inaudite
violenze i cui effetti sono difficilmente cancellabili.
Per assistere, proteggere e reinserire socialmente la vittima della
tratta, la legge ha istituito un apposito Fondo presso la
Presidenza del Consiglio con il quale finanziare programmi ad hoc.
Al Fondo sono destinate le somme previste dall'art. 18 del Testo
Unico sull'Immigrazione nonché quelle derivanti dalla confisca dei
beni e patrimoni appartenenti alle persone condannate per i delitti
di riduzione in schiavitù, servitù o traffico. Il testo prevede,
inoltre, un altro programma specifico, destinato al primissimo
intervento che garantisce, in via transitoria, vitto, alloggio e
cure sanitarie ed è finanziato con uno stanziamento separato che
ammonta a circa 2,5 milioni di euro.
4. Conclusioni
Da quanto detto, può affermarsi che, contemporaneamente alla
crescita del numero di persone che esercitano la prostituzione di
strada, si sia registrato un preoccupante aumento di episodi
violenti a danno della popolazione immigrata. Attualmente in
Italia, ogni 25 ore, un cittadino straniero è vittima di un atto di
violenza; in un terzo di casi si tratta di atti di matrice
xenofoba.
La maggior parte delle vittime sono donne e i luoghi più pericolosi
sono le grandi città. Ad esempio: dal 1992 al 1999 la percentuale
di donne, tra le vittime straniere di omicidio, è cresciuta dal
6,8% al 23,1%. Solo nel 1999, il numero di prostitute straniere
assassinate è stato di 186 (in buona parte ragazze albanesi e
nigeriane).
I dati presentati da alcune organizzazioni non governative, invece,
parlano di 400 donne assassinate nel 2000. Nemmeno le attività di
controllo e repressione, esercitate dalle forze dell'ordine sulle
strade hanno contribuito ad arginare il dilagante fenomeno dello
sfruttamento sessuale, anzi, assieme ad altri fattori, hanno
portato allo sviluppo di un "mercato parallelo" della
prostituzione. È proprio questa una prostituzione "invisibile",
dietro la quale possono celarsi forme di sfruttamento ancora più
drammatiche e violente, per esempio nei confronti di ragazze
minorenni.
Il fenomeno della prostituzione, che occupa determinate aree del
territorio urbano, si sposta più o meno rapidamente verso quelle
zone dove l'azione repressiva delle forze dell'ordine si fa meno
incalzante. A questo corrisponde una diminuzione delle condizioni
di sicurezza delle ragazze.
Per evitare conflitti con la cittadinanza e controlli di polizia,
il racket tende, infatti, a organizzare i luoghi della
prostituzione sempre più lontano dai centri delle città, col
risultato che da un lato si riduce la "sicurezza" delle ragazze
(non sono rari gli episodi di violenza da parte di clienti o di
bande che rubano l'incasso, certi di non essere denunciati dalle
loro vittime, spesso ragazze prive del permesso di soggiorno) e
dall'altro diventa difficile qualunque intervento di assistenza e
monitoraggio del fenomeno. Sicuramente, il metodo migliore per
apportare un valido aiuto alle trafficate, vittime della
prostituzione, è quello di predisporre efficaci piani d'azione che,
non soltanto si occupino del loro pieno recupero e reinserimento
nella società, ma che, soprattutto, operino sul piano psicologico,
consentendo alle giovani donne "schiavizzate" di riappropriarsi
della loro personalità, brutalmente calpestata ed annichilita e di
guardare al domani, impegnandosi per una graduale ricostruzione
della propria vita.
Risulta necessaria anche la promozione di massicce campagne
informative che incentivino le ragazze schiavizzate a ribellarsi ai
loro aguzzini ed a chiedere ausilio ad associazioni
socio-assistenziali, o, quantomeno, alle forze di polizia.
Quest'ultima soluzione è una delle meno frequenti, data la sfiducia
che le stesse ragazze ripongono nelle forze dell'ordine, dovuta
all'alto tasso di corruzione che spesso interessa la polizia dei
propri Paesi di origine.
Resta comunque estremamente difficoltoso convincere le ragazze
sfruttate a collaborare con la giustizia ed a denunciare i propri
aguzzini o le organizzazioni criminali responsabili della
tratta.
Alla base della reticenza delle trafficate sussiste sempre un
fortissimo sentimento di paura, che assume, a sua volta, molteplici
forme: dal timore di subire violenza fisica, ai ricatti di natura
psicologica. Le campagne informative, trasmesse dai media,
avrebbero in questo quadro un valore, sia di ausilio per le
ragazze, già vittime del fenomeno della prostituzione, sia
preventivo per i soggetti "a rischio", ancora residenti nei paesi
di origine, ma che, allettati dalla prospettiva di una vita più
agiata, si affidano a persone senza scrupoli, approdando
inesorabilmente ai margini di una nuova, inaspettata realtà,
violenta e degradante. Probabilmente, anche la prospettiva della
riapertura delle "case chiuse", che offrirebbe una soluzione al
problema sanitario e della sicurezza, caratterizzanti la condizione
delle "prostitute di strada", non porrebbe, però, completamente
fine al fenomeno delle organizzazioni criminali, dedite al traffico
ed allo sfruttamento delle straniere. Infatti, il sistema olandese,
che già da tempo ha optato per una legalizzazione del sex work,
considerandolo alla tregua di un "normale" impiego, non è stato
risparmiato dal fenomeno della prostituzione di strada, insediata
in aree periferiche della metropoli che, a fronte della compendiosa
domanda, offre prestazioni meno controllate e sicure, dal punto di
vista sanitario, ma certamente più a buon mercato.
Non deve essere inoltre dimenticata l'assistenza prestata alle
ragazze che decidano di denunciare i propri aguzzini, cambiando
vita. Questa deve essere completa e soprattutto mirata alla
graduale ricostruzione della personalità della vittima, distrutta e
provata dalla bassezza della vita, fino ad allora condotta, e dai
soprusi subiti. Infine, l'assistenza deve avere come ulteriore
obbiettivo il pieno reinserimento delle ragazze nella società
perché, attraverso l'acquisizione di un impiego lecito e il
recupero della fiducia in se stesse, gradualmente riconquistata,
possano, con il tempo, tornare a sentirsi "vive".
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