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Francesco Giacca
Sociologo ed Educatore dell'Ufficio Servizio Sociale Minorenni del
Dipartimento Giustizia Minorile di Napoli
1. L'adolescente, l'indifferenza e il
nostro tempo
Nell'ultimo periodo, forse, una approfondita analisi va compiuta
sulla rappresentazione del "fare del male", ovvero sulla
possibilità di infliggere dolore e sofferenza all'altro.
L'argomento sembra ovviamente scontato, tenendo conto che
pubblicazioni, articoli e commenti si avvicendano sui maggiori
quotidiani e riviste per addetti ai lavori quando - nello specifico
- si discute della condotta penale adolescenziale e della sua
particolare evoluzione.
Ma - se è così - con quale ottica possiamo considerare una
questione così complessa, vasta, che investe regolarmente con tanta
determinazione l'attuale dibattito nel nostro paese alla ricerca di
risposte concrete?
Stanley Cohen (2001), alla variante "fare del male" ne ha
contrapposto un'altra che - nella vita reale - è sempre attuale ed
attiva, vale a dire quella dell'"astenersi dall'evitare e
dall'opporsi a che il male venga fatto".
Ma se consideriamo coloro che creano sofferenza come dei
"perpetratori" vi è anche l'abitudine ad esaminare ed analizzare
l'assenza di resistenza e opposizione al male da parte degli
"spettatori", vale a dire di coloro che, non avendo causato dolore
e sofferenza con le proprie azioni, assistono al compimento del
male o sanno che comunque ne è stato compiuto.
Zygmunt Bauman (2002) ci ricorda che fare una distinzione fra
spettatori e perpetratori può avere un senso dal punto di vista
legale (o della garanzia istituzionale).
Infatti, sottolineare la distinzione significa mettere in luce la
differenza fondamentale tra azioni perseguibili per legge e azioni
(o inazioni) non menzionate nel codice legale e che quindi possono
incorrere soltanto nella colpevolezza morale e nell'infamia a cui
tale colpevolezza riporta.
Ciò nonostante, la vera "novità" è che esiste un terreno comune ma
nascosto - sul quale i perpetratori del male e i testimoni passivi
si incontrano - chiamato "diniego", vale a dire ciò che rende
psicologicamente e sociologicamente possibili sia l'esecuzione del
male che l'astensione da ogni reazione ad esso e che ha il compito
di comprendere il nostro comportamento rispetto al dolore altrui e
su cosa ci procura tale conoscenza.
Entrambi sono costantemente esposti alla possibilità che le loro
azioni possano essere impugnate contro di loro in quanto dichiarate
meritevoli di punizione.
In un mondo immerso nella "modernità liquida" all'interno della
quale - come affermerebbero David Matza ed i suoi colleghi labeling
theorists (1969, 23) - l'uomo partecipa ad una attività
significante, creando la propria realtà e quella del mondo intorno
a lui e nel quale non esistono valori assoluti ed universalmente
accettati ed in cui la giustificazione degli atti commessi o
dell'inattività non hanno una base più solida della loro
condanna.
Utilizzando la metafora della "liquidità" viene descritto - in
pratica - il superamento della modernità pesante, compatta,
sistemica ed il trionfo della contingenza, della varietà,
dell'ambivalenza, dell'indocilità, della liquefazione delle
categorie di analisi condivise, delle istituzioni che le
perpetuano, dei sistemi di regole e dell'ordine che ne consegue ed
infine la sforzo nel gestire le relazioni interpersonali (Bauman,
1999; 2002).
Il sentimento di estraneità e di precarietà che caratterizza le
persone - in tempi segnati dal dilatarsi dell'informazione e della
comunicazione, dal costante evolversi delle tecnologie e dei
consumi, dalla crescente mobilità delle persone - fa emergere lo
scolorirsi dei confini, dei legami sociali, il declino dei
riferimenti istituzionali e di valore; è in questo quadro magmatico
che il cittadino sperimenta, per Bauman (2000), un crescente senso
di insicurezza.
L'individuo, considerato come un incontenibile consumatore e
"cercatore di sensazioni intense e gratificanti" - consumo
purtroppo esteso anche alla sfera delle persone - aderisce a quella
deprivazione non più considerata "relativa" ma "assoluta", in altre
parole così forte da far perdere il senso delle proporzioni, da
riprodursi incessantemente e da costituire fondamento delle forme
di devianza orientate al possesso, cioè alle devianze strumentali,
ai comportamenti microcriminali di tipo "predatorio" (Prina,
2005).
Anthony Giddens (1994), ad esempio, sostiene che in un mondo in cui
ormai più nessuno può "chiamarsi fuori", il tema della fiducia o
fidatezza è declinato sia al livello macro della globalizzazione
sia a quello micro dell'interazione diretta fra persone.
è quindi comune esperienza che in un mondo denso di pericoli
normalmente le persone non vivono in un perenne stato di ansia e
sensazione di sicurezza, così come sono capaci di mantenere una
continuità della propria identità, nonostante l'esplosione verso la
dissoluzione dell'io per la frammentazione
dell'esperienza(1).
Ed è importante ricordare - a proposito delle spiegazioni e di
quelle "procedure di autoassoluzione" elaborate da coloro che
commettono atti di devianza - come gli studi classici di Sykes e
Matza (1957) hanno definito quei modi di aderire alla scelta
deviante risolvendo, al contempo, il conflitto psicologico rispetto
al sistema di valori interiorizzati(2).
Nella corrispondente direzione si muovono gli studi compiuti da
Albert Bandura (1986) che ruotano intorno alla nozione di
"determinismo triadico" e collocano in una interazione di reciproca
causazione la condotta, i fattori personali e le influenze
ambientali.
Il comportamento - quindi - può essere manifestazione di fattori
cognitivi ed emozionali e opera su di essi ridefinendoli in termini
di orientamento all'azione.
Se è vero, in effetti, che i ragazzi rielaborano incessantemente i
contenuti loro trasmessi dalla società adulta, altrettanto vero è
il fatto che le loro scelte e i loro comportamenti sono fortemente
influenzati dal clima e dagli stimoli che li circondano.
Non possiamo ignorare - come spiega Franco Prina (2005) richiamando
un lavoro di U. Beck (2000) - che molte delle scelte dei minori che
vengono giudicati all'interno dei tribunali sono il riflesso
evidente della cultura dominante del nostro tempo, quello che
fissiamo come il tempo della "seconda modernità".
è infatti convinzione dell'autore che molte forme di discostamento
dalle norme e dei modi di agire che violano i diritti e le
aspettative altrui originano da stimoli, condizioni, occasioni
diffuse, sono inclusi cioè negli aspetti qualificanti e costitutivi
dei sistemi sociali contemporanei.
In tal senso, quando parliamo di "normalità della devianza" -
prosegue Prina (2003) - si fa riferimento al suo radicamento negli
orientamenti culturali e nelle dinamiche sociali connesse con i
processi di globalizzazione e il suo essere diretta espressione
degli imperativi sistemici che reggono le società
post-moderne.
Barcellona (1998) - in un interessante contributo sulla crisi del
progetto moderno - tratteggia l'individuo della seconda modernità
come un individuo libero ed indipendente, "titolare di diritti
concepiti come assoluti e dunque profondamente egoista, che si pone
come il prius di qualsiasi relazione intersoggettiva e di gruppo ed
entra in rapporto con gli altri solo a partire da calcoli di
utilità, senza riferimento a doveri, perché i doveri nascono
nell'ambito di una relazione".
In sintesi, continua l'autore, "il desiderio di liberarsi dagli
oneri delle responsabilità ed il narcisistico desiderio di
immediata gratificazione sono due aspetti che configurano i tratti
di un "individualismo possessivo - individualismo proprietario",
svincolato da ogni legame di scopo, da ogni funzione o vincolo
sociale".
Questo breve quadro d'insieme, è sufficiente a disegnare quelle
condizioni di profonda crisi di legalità che deriva dal diffuso
venir meno dell'attaccamento morale e dell'adesione pratica alle
norme che - come spiega Sgubbi (1990) - non solo alimenta una
visione del crimine percepito come un "illecito di mera
trasgressione" - ridefinibile attraverso processi di
delegittimazione della norma violata - ma lo priva di riferimenti
al disvalore dei fatti o delle loro conseguenze dannose o offensive
per le vittime.
Da questo punto di vista, in tempi in cui il termine "mediazione"
fa riflettere, i termini "conciliazione" e "riconciliazione"
riacquistano uno spazio, esprimono il desiderio profondo
dell'incontro con l'altro(3).
"Riconciliazione", tuttavia, non significa soluzione dei problemi,
fine delle cause di conflitto.
Essa - chiarisce Antonio Mastantuono (2002)- non può ridursi alla
esorcizzazione della conflittualità, mediante l'emarginazione di
chi la crea, e neppure nel suo apparente superamento, mediante
forme di facile concordismo, che fanno da copertura alla realtà,
lasciando le cose come sono. La verità della riconciliazione sta
oggi nel cuore dei conflitti, essa consiste nell'instaurare una
volontà di fraternità, che non annulla le differenze e i disaccordi
obiettivi.
La condizione umana è strutturalmente conflittuale e - come la
psicanalisi ha dimostrato - l'uomo si costruisce opponendosi: il
conflitto acquista, in questo senso, un valore altamente
positivo.
La riconciliazione, basata sul sentimento di una armonia a breve
scadenza, cioè come conciliazione, va perdendo il suo significato
per coloro che hanno il senso e l'esperienza di un disaccordo
profondo percepito come relativamente durevole. Così, la volontà di
riconciliazione può forse apparire, da una parte, come un obiettivo
a lunga scadenza, dall'altra, non più come un gesto, ma come un
movimento da realizzarsi progressivamente, attraverso molte
incertezze.
In questa visione, la riconciliazione non sopprime il conflitto, ma
lo integra, sotto certi aspetti: ci si oppone a breve scadenza ma,
nello stesso tempo, ci si sostiene reciprocamente, nelle speranze a
lunga scadenza. Il processo mediativo ha, in ogni caso, la funzione
di attivare o riattivare la comunicazione tra le parti, e di farlo
attraverso una "terzietà" sia della struttura dei rapporti che dei
risultati che ha le sue fondamenta nei modelli di "pensiero
ternario" e nell'etica della comunicazione, con forme di
superamento del "pensiero binario" (che ragiona in termini di
giusto/sbagliato, vero/falso, ragione/torto) e dell'etica basata
sul presupposto di una verità assoluta od oggettiva. Il pensiero
ternario umanizza l'individuo, poiché ammette e richiede sia la
stima di sé sia la sollecitudine per gli altri, ma esige anche le
istituzioni giuste - come afferma Guillaume-Hofnung (1995) - nel
suo "undicesimo comandamento" che recita "che nulla di ciò che è
inumano ci sia estraneo", o come quella che Simon (1993) definisce
una nuova etica della responsabilità, per cui "io devo rispondere
dell'altro".
Anche Habermas (1983) e Apel (1992) - trattando l'argomento sul
piano dell'etica della comunicazione - hanno dimostrato come la
crisi delle verità assolute e la universalizzazione della
comunicazione fra soggetti e culture, hanno lasciato come unico
nucleo "inaggirabile" il discorso, la discussione, la comunicazione
stessa.
Ma, d'altra parte, seguendo il pensiero di Duquoc (1971),
immaginare una riconciliazione senza perdono significa definirla o
attraverso il trionfo di una ideologia o attraverso lo sterminio di
coloro che si fronteggiano. Ciò che nella nostra storia si deve
riconciliare, non sono né dottrine né ideologie, ma uomini.
L'adesione alla legalità, in ogni caso, sembra oggi limitarsi alla
sfera dell'astrazione e del ritualismo ed esprime un modello
teorico di "dover essere" piuttosto che un orientamento volto al
rispetto delle regole nei comportamenti quotidiani (Faccioli,
1996).
L'idea di "bene comune" appare a molti vuota e insensata, laddove
prevale l'atteggiamento culturale qualificato come relativismo
morale, cioè una estesa relativizzazione dei sistemi di significato
in rapporto al contingente, all'utilità immediata, con il netto
predominio di una morale del compromesso, che dà luogo ad
atteggiamenti di permissivismo nei confronti della trasgressione,
giustificata in quanto tende ad esprimere soggettività,
particolarità individuale, soddisfazione personale, realizzazione
dell'io, senza compromettere eccessivamente l'ambito delle
relazioni pubbliche (Bertelli, 2000; Prina, 2005, 94).
2. Azione educativa, responsabilità ed
evoluzione della risposta preventiva
Il modello che oggi contraddistingue le diverse misure
processuali per i minorenni e la programmazione degli interventi è
quello di una giustizia riparativa, dove il trasgressore è tenuto a
confrontarsi con la propria azione non solo di fronte un apparato
formale e attraverso i percorsi standardizzati della retribuzione,
ma per mezzo di modi di agire indirizzati a ristabilire l'ordine
sociale infranto dal reato, in una visione che valorizzi, anche sul
piano simbolico, una gestione partecipativa dei conflitti.
Nel modello di giustizia riparativa e nella prospettiva di un'etica
del diritto non violento - in quella che alcuni hanno definito come
"dimensione ecologica" e come sviluppo di un "processo culturale"
(Resta, 1997; 2005) - la responsabilità appare come principio
ispiratore e, contestualmente, obiettivo sia per gli autori di
reato che per il sistema di giustizia. Seguendo alcune elaborazioni
concettuali sviluppate da Gaetano De Leo e Patrizia Patrizi (1996;
1999), la responsabilità va considerata non solo rispetto al fatto
commesso, ma come attivazione di responsabilità con riguardo alle
conseguenze del reato sotto un duplice aspetto:
1) avviare un percorso di rielaborazione critica delle proprie
modalità di gestire il rapporto con la norma, quale impegno di
sviluppo autoregolativo;
2) posizionamento attivo positivo nei confronti della vittima e
del sociale, come forma di contrasto con il posizionamento negativo
espresso nel reato.
Per il sistema di giustizia - e più o meno nella stessa direzione -
le responsabilità vanno riferite alla gestione del percorso
successivo e conseguente alla commissione del reato nei termini di
un intervento che abbia come fini:
a. assicurare la non interruzione dei processi socializzativi
secondo la concezione sopra esposta di diritto, per il reo, alla
continuità del proprio essere parte sociale;
b. la tutela della vittima e, anche in senso simbolico, della
società.
Tali obiettivi appaiono raggiungibili solo per mezzo di una
interazione fra i rispettivi percorsi delle responsabilità ma il
trasgressore non può agire in senso riparativo se, contestualmente,
il sistema penale non attualizza politiche giudiziarie coerenti con
tale obiettivo e il percorso individuale di cambiamento non può che
esplicarsi sullo sfondo di una continuità sistemica
dell'appartenenza del reo al sistema sociale. Ci sembra quindi di
poter affermare che i diversi obiettivi di responsabilità sembrano
poter interagire nei termini di una circolarità ricorsiva, dove il
piano dell'agire riparativo e quello dell'agire socializzativo si
influenzano reciprocamente e possono sviluppare reciproca
efficacia.
Anche in riferimento alla prevenzione speciale, l'ottica è quella
dell' opportunità, per il reo, di assumere competenze
socializzative che siano di contrasto alla "competenza della
devianza" operata attraverso il fatto reato.
Il beneficio della messa alla prova - all'interno del processo
penale minorile - è l'espressione più marcata di tale ottica con la
caratterizzazione dell'"obbligo di fare" come alternativa alle
classiche sanzioni limitative e afflittive (De Leo, 1996; Sergio,
2005).
Così, le prescrizioni comportamentali e le formule riparative del
danno e di conciliazione con la vittima, dove la progettualità di
comportamenti orientati all'attribuzione di responsabilità positive
- sostenuta attraverso il monitoraggio da parte dei servizi e la
territorializzazione dell'intervento - sostituisce il contenimento
passivizzante della reclusione con l'attivazione soggettiva verso
l'assunzione delle conseguenze derivate dal reato e un impegno di
ri-orientamento comportamentale(4).
Naturalmente, gli obiettivi descritti presuppongono alcuni
passaggi, diversamente articolati e utilizzati in relazione alle
diverse misure, come ad esempio una attenta conoscenza
dell'imputato in termini di condizioni e risorse, al fine di
predisporre programmi adeguati alle possibilità soggettive, un
contratto iniziale i cui contenuti siano commisurati alla gravità
del reato ed al senso della misura ipotizzata, infine un costante
monitoraggio da parte dei servizi ed il controllo del giudice come
strumenti di contenimento dei rischi di insuccesso (De Leo,
Patrizi, 1999, 67).
3. Per una conclusione
provvisoria
La devianza è un concetto essenzialmente "relativo", in quanto
sono variabili nel tempo e nello spazio le norme sociali e
culturali che regolano i sistemi di convivenza e i processi di
controllo sociale che li tutelano, mentre si ha devianza, in senso
stretto, solo quando il sistema, attribuendo al comportamento
divergente un carattere di disfunzionalità e di pericolosità, lo
stigmatizza esplicitamente (Regoliosi, 1998).
è questa - a parere di chi scrive - una delle più indovinate
definizioni di devianza; ciò che con certezza si può affermare è
che alla comparsa dell'adolescenza si manifestano azioni che per la
loro tipicità ed anche pericolosità possono creare un notevole
allarme sociale e familiare: parliamo dei cosiddetti comportamenti
problematici o a rischio.
Dunque, il fumo di tabacco, l'uso di spinelli e di altre droghe,
l'abuso di alcool, la guida pericolosa, i comportamenti
antisociali, l'attività sessuale precoce e non protetta,
l'alimentazione disturbata, sono tutti esempi di comportamenti che
possono, in modo diretto o indiretto, incidere sul benessere
psicologico, sociale dell'adolescente e pure sulla sua salute
fisica immediata e futura.
Tuttavia, alcune ricerche svolte recentemente in Italia hanno
sottolineato che il coinvolgimento in questi comportamenti è oggi
molto frequente tra gli adolescenti, ma è per lo più considerato
transitorio (Bonino, 2005).
Lo studio dei campioni cosiddetti "normativi", spiega Silvia Bonino
(2005), ha permesso di afferrare i significati che questi
comportamenti hanno per gli adolescenti; nello specifico, i
campioni normativi sono costituiti da ragazzi e ragazze normali che
sono capaci, se pure tra difficoltà e squilibri, di fare fronte ai
compiti di sviluppo caratteristici dell'età, primo fra tutti
frequentare la scuola.
Questi studi - orientati in primo luogo a comprendere i motivi che
conducono ragazzi e ragazze normali a mettere a rischio il proprio
benessere - hanno ulteriormente indagato sui fattori che possono
aumentare il rischio di coinvolgimento oppure fungere da
protezione.
In realtà i comportamenti, anche quelli che appaiono come i più
irrazionali, sono di fatto il risultato di una scelta, di una
valutazione, di una ricerca di adattamento; comprendere le loro
funzioni è quindi essenziale per poter offrire all'adolescente
l'opportunità di raggiungere i medesimi obiettivi positivi per lo
sviluppo senza mettere a repentaglio il proprio benessere (Bonino,
2005, 22).
Il tema del raggiungimento di obiettivi ritenuti significativi sul
piano personale e sociale non deve però essere orientato
all'individuazione soltanto di quelli che chiamiamo "fattori di
rischio", ma anche e soprattutto alla rilevazione dei "fattori di
protezione", ovvero a quelle caratteristiche della persona, del
contesto, o situazioni particolari che in qualche maniera
diminuiscono la probabilità di coinvolgimento in comportamenti
impropri, oppure che riducono il comportamento già in atto, o
ancora vanno a regolare i fattori di rischio presenti
nell'ambiente.
In linea generale, hanno un ruolo protettivo a livello individuale
le maggiori competenze emotive, cognitive e relazionali, mentre
all'interno dell'ambiente familiare abbiamo i modelli dei genitori
e lo stile educativo autorevole, fatto di regole, supervisione e
sviluppo del dialogo.
Nella scuola, oltre ai modelli degli insegnanti, svolgono un ruolo
protettivo la soddisfazione per l'esperienza scolastica, lo stare
bene a scuola e il successo scolastico; ancora, nella comunità,
sono protettivi l'offerta di spazi per la sperimentazione e la
realizzazione di sé e la partecipazione a gruppi che offrono
occasioni di riflessione e di impegno a favore degli altri (Bonino,
2005, 23).
Ad ogni buon conto, ogni volta che un minorenne commette un reato
di particolare effetto o gravità, si attiva un dibattito
nell'opinione pubblica su cause e soluzioni della devianza
giovanile in generale.
Si vuole solo osservare - in linea con le affermazioni di Nicholas
Emler e Stephen Reicher (1995) - che, quali che siano le cause dei
reati di eccezionale gravità, non esiste una sola ragione per
supporre che esse siano le stesse delle assai più lievi, e diffuse,
azioni devianti; allo stesso modo, i rimedi che possono essere
appropriati per atti di estrema gravità sociale possono essere
inefficaci - o persino controproducenti - se applicati agli atti di
ordinaria devianza.
Naturalmente, un secondo fattore che influenza la discussione sulla
devianza ha a che fare con le politiche legislative e dell'ordine
pubblico; da questo punto di vista, sempre secondo gli studiosi
inglesi, è impossibile scindere la spiegazione della devianza
dall'attribuzione di responsabilità e di colpa.
Generalmente, tutte le teorie sottolineano la rilevanza di certi
antecedenti del crimine ma, come corollario, lasciano in ombra
quella di altri.
Nella misura in cui uno dei principali obiettivi dei governi,
quantomeno di quelli democratici, è quello di garantire la pace
sociale, proseguono Emler e Reicher, esiste una consistente
opposizione delle autorità istituzionali ad accettare qualsiasi
teoria che individui le cause della devianza in ambiti in cui il
governo ha delle responsabilità.
Il crimine non può essere causato dalle politiche abitative,
scolastiche, occupazionali o di altro tipo; è perciò di solito
ricondotto a fattori individuali o, comunque, ad aspetti della
sfera privata.
Considerata, quindi, questa forte tendenza all'occultamento
dell'evidenza, è molto difficile che qualsiasi discussione pacata
sul modo di affrontare la devianza adolescenziale venga ascoltata
da qualcuno.
Approfondimenti
__________________
(1) - Anthony Giddens (1994, 71) definisce la globalizzazione nei
termini di un processo dialettico caratterizzato
dall'"intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano
tra loro località distanti facendo sì che gli eventi locali vengano
modellati dagli eventi che si verificano a migliaia di chilometri
di distanza e viceversa. (…)Questi eventi locali possono andare in
direzione opposta alle relazioni distanziate che li modellano". Su
questo argomento si veda anche Cfr.: J.N. Rosenthau, (1980), The
Study of Global Interdependence, London, Pinter; Cfr.: I.
Wallerstein, (1982), Il sistema mondiale dell'economia moderna,
trad.it., Bologna, Il Mulino.
(2) - Tali tecniche, definite di "neutralizzazione" (negazione
della responsabilità, minimizzazione del danno prodotto, negazione
della vittima, la condanna dei giudici, il richiamo a ideali più
alti), attraverso forme di razionalizzazione del comportamento
deviante hanno cercato di chiarire la distanza socialmente definita
fra questo e i valori condivisi, anche se per Taylor, Walton, Young
(1973) ed in Italia da De Leo e Patrizi (1999) a proposito delle
carriere devianti - questi criteri di giustificazione hanno
comunque continuato a facilitare o ad ispirare la perpetrazione di
atti devianti neutralizzando le costrizioni normative
preesistenti.
(3) - Il rinnovato interesse per le vittime ha contribuito a
promuovere l'emersione del modello "riparativo", che sta
riscuotendo un interesse crescente sia in Europa, sia nell'area
giuridica del Common Law. La giustizia riparativa può essere
definita come un paradigma di giustizia che coinvolge la vittima,
il reo e la comunità nella ricerca di soluzioni agli effetti del
conflitto generato dal fatto delittuoso, allo scopo di promuovere
la riparazione del danno, la riconciliazione tra le parti e il
rafforzamento del senso di sicurezza collettivo; per un concetto
generale, Cfr.: F. Scaparro, (a cura di), (2001), Il coraggio di
mediare. Contesti, teorie e pratiche di risoluzioni alternative
delle controversie, Guerini e Associati, Milano, pagg.
308-354.
(4) - Il principio è quello della co-costruzione di percorsi
sostitutivi e alternativi della pena detentiva - riducendo la
necessità del carcere - che possano, però, tener conto di quattro
elementi:
1) stimolare il reo ad un confronto attivo con le conseguenze delle
proprie azioni;
2) richiedere impegni comportamentali che siano riparativi dei
danni causati e finalizzati alla prevenzione che l'individuo
infranga nuovamente la norma;
3) attivare nel reo, attraverso tali impegni comportamentali,
competenze d'azione socialmente orientate in senso positivo;
4) produrre capacità di agire responsabile attraverso interventi
che chiedono conto dell'adempimento agli impegni concordati (De
Leo, Patrizi, 1999, pagg. 64-67).
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