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Daniele Cellamare
Libero Docente di Relazioni Internazionali e membro del Consiglio
Direttivo dell'ISTRID, Istituto Studi Ricerche ed Informazioni
della Difesa
1. L'ordine internazionale dopo il bipolarismo
2. La crisi dell'Alleanza e le nuove opportunità per l'Europa
3. Il ruolo delle Forze Armate nella Società civile
4. Il nuovo Soldato ed il suo ruolo strategico
5. L'apparato delle MSU (Multinational Specialized
Units)
1. L'ordine internazionale dopo il
bipolarismo
Il nuovo ordine internazionale, pur basato sui sistemi
collettivi globali di sicurezza, risente delle profonde e recenti
trasformazioni geopolitiche che hanno condizionato la
pianificazione delle Forze Armate verso obiettivi
strategico-operativi adattabili ai nuovi scenari di possibile
intervento - regionali o d'area - ma in ogni caso caratterizzati da
un elevato grado di conflittualità, lì dove gli interventi militari
post-conflittuali assumono connotati e caratteristiche operative
sostanzialmente diversi da quelli tradizionalmente conosciuti e nel
tempo elaborati dalle diverse dottrine.
Quindi gli stessi ruoli giocati dai concetti di sicurezza e di
intervento risentono profondamente delle mutate esigenze dei Paesi
occidentali che identificano oggi, come priorità fondamentale, il
mantenimento di un generale scenario pacificato che permetta di
salvaguardare i processi evolutivi in corso, legati agli sviluppi
economici e tecnologici, da qualsiasi potenziale minaccia
esterna.
Ed è proprio in questi termini che deve essere rivisitato l'impiego
effettivo delle Forze Armate, non più chiamate a rispettare i
principi tradizionali di equilibrio e di difesa (i parametri
tecnico-militari del periodo bipolare) bensì a rispondere con
efficacia alle nuove esigenze costituite dalle poche informazioni
disponibili sui possibili e futuri teatri operativi, ovvero sulla
conoscenza della natura dello scontro, dell'avversario, dei tempi
di intervento e dei compiti effettivi da svolgere.
Una ulteriore variabile è determinata - oltre che dalla
temporaneità ed occasionalità delle coalizioni militari in atto -
dalla diversa interpretazione che viene oggettivamente riconosciuta
al successo dell'operazione, lì dove non si tratta più di ottenere
la sconfitta sul campo dell'avversario (o la creazione di una
volontà di persuasione a desistere dall'intervento armato) bensì di
ottenere un adeguato ristabilimento della situazione di
pacificazione che ha preceduto le ostilità.
Quindi il livello di partecipazione, la relativa convenienza e le
sostanziali differenze geo-strategiche dell'intervento esigono una
pianificazione dello strumento militare sostanzialmente diversa da
quella in precedenza utilizzata per fronteggiare un avversario
caratterizzato da un elevato tasso di prevedibilità ed in genere
affrontato con strumenti e politiche militari di analoga
impostazione.
Rimanendo di conseguenza alterato anche il rapporto tra l'intensità
dell'offesa militare ed il danno arrecato al sistema avversario -
non è più sufficiente ridurre la vulnerabilità del primo a danno
della vulnerabilità del secondo - si è ulteriormente modificato
l'asse di neutralizzazione del conflitto anche a causa dell'assenza
di aperture negoziali, intese nel senso storico-tradizionale del
termine, ovvero della flessibilità politica in grado di mediare le
eventuali rivendicazioni all'origine dello scontro.
La nuova dimensione delle soluzioni delle crisi è quindi rinviata
ad una più vasta gamma di elementi concorrenti, ovvero un insieme
integrato di fattori politici, azioni diplomatiche, impegno
umanitario e strumento militare.
Il raccordo di questi elementi - nei livelli nazionali,
multinazionali ed internazionali - è la nuova opzione in grado di
calibrare il confronto con le sfide globali in atto, rimanendo il
ruolo delle Forze Armate il principale strumento della sicurezza
nazionale, in grado di edificare in una nuova ottica la globalità
di tutti gli operatori di sicurezza, aggregando il consenso
politico, economico, sociale e culturale del Paese.
La nuova sfida è la tutela della pacificazione, ovvero il
mantenimento del livello produttivo e tecnologico, la conservazione
del mercato economico ed il dinamismo dei processi di alleanze
all'interno del ruolo internazionale svolto.
Sono infatti proprio questi i nuovi elementi di aggregazione
dell'opinione pubblica che sigillano il ruolo delle Forze Armate:
la prevenzione del conflitto, l'intervento mirato ed organico, il
tentativo di mediazione e l'aiuto alla ricostruzione, considerati
fondamentali per la riduzione delle tensioni e delle conflittualità
latenti nel nuovo villaggio globale.
La misura della superiorità militare dell'Occidente è oggi affidata
alla tecnologia, all'organizzazione e all'addestramento, ma in
maniera più specifica alle nuove dottrine strategiche sul piano
operativo e logistico.
E questo proprio a causa delle minacce future che tendono a minare
tale superiorità attraverso comportamenti che mirano ad ottenere
risultati decisivi sia sulla strategia militare - incertezza sui
tempi e sulle modalità dell'aggressione - sia sulle operazioni
tecniche - informatica pirata applicata sui sistemi satellitari - e
sia su quelle politico-sociali, quali le azioni di propaganda per
impedire o quantomeno ostacolare il consenso dell'opinione pubblica
nelle operazioni militari di intervento mirato.
In altri termini, proprio mentre l'Occidente è riuscito ad
affermare la sua superiorità militare, la nascita e lo sviluppo di
forme alternative (non convenzionali) di scontro hanno favorito la
creazione di un fronte irregolare (asimmetrico) che non permette di
configurare i contorni di un disegno politico preciso (come
interpretare una strage di civili se non con l'intento
esclusivamente punitivo verso le istituzioni politiche?) ma che
lascia presupporre la volontà dell'aggressore di esercitare una
pressione destabilizzante sull'opinione pubblica, o meglio di
favorire quella flessibilità politica (connotato fondamentale delle
democrazie occidentali) in grado di condizionare un atteggiamento
istituzionale più conciliante verso le motivazioni che hanno
determinato l'aggressione.
Ma proprio la supremazia tecnologica dell'Occidente,
paradossalmente, ha determinato nelle Forze Armate un certo grado
di inefficienza a causa del più generale fenomeno della contrazione
dei bilanci della Difesa - in quasi tutti gli Stati occidentali
dopo la fine della "guerra fredda" - con i prevedibili risvolti
negativi sulla loro integrazione nell'intero apparato
militare.
Pur rimanendo indispensabile l'esigenza di una tecnologia dedicata,
anche a causa del necessario confronto con la globalizzazione
internazionale, la contrazione delle spese per la Difesa deve
essere considerata come un elemento applicato con metodica costanza
dalla pubblica amministrazione negli ultimi cinquanta anni, lì dove
le Forze Armate dei paesi avanzati sono rimaste ferme al minimo
degli effettivi, pur aumentando la crescita dei costi necessari
alla conservazione dell'operatività ed ai necessari
ammodernamenti.
Anche considerando le necessità crescenti dei bisogni collettivi di
una società evoluta, le aliquote delle risorse assegnate alle Forze
Armate sono state concentrate esclusivamente sulle recenti missioni
internazionali - dove l'importante ruolo svolto dall'Italia
nell'Alleanza ed in Europa ci ha visti impegnati in dispositivi
militari assimilabili a Nazioni di maggiore potenza - a discapito
delle tecno-strutture e della loro modernizzazione, dei sistemi
d'arma e della maggiore efficienza/efficacia delle unità chiamate a
risolvere i problemi di coercizione o di dissuasione.
Senza tralasciare l'importante ruolo di moderazione svolto
dall'Italia - specialmente nel contesto mediorientale, a vantaggio
di una visibilità politica anche superiore a quella della stessa
Unione Europea - è doveroso riconoscere il consenso internazionale
verso le nostre Forze Armate, lì dove l'aumento sostenuto dal
nostro Paese per le spese, destinate ad acquisire un elevato grado
di professionalità del personale militare, ha contribuito in
maniera decisiva al raggiungimento di standard qualitativi molto
elevati.
Anche se importanti e significative elaborazioni tecnologiche sono
state assimilate durante le operazioni di media ed alta intensità
(Guerre del Golfo), analogo riscontro non è avvenuto per i
conflitti di bassa intensità (quelli che oggi possiamo considerare
i più frequenti) dove l'attenzione generale è stata dirottata
esclusivamente verso la diminuzione del livello delle perdite umane
combattenti, ed in modo particolare di quelle civili coinvolte nel
confronto armato, a sicura rivoluzione della struttura delle Forze
Armate e della loro dottrina di impiego, anche se la bandiera
rimane quella delle operazioni di peace-keeping, di peace-building
o di peace-enforcing, pur con le diverse "regole di ingaggio"
diversamente definite per ogni intervento militare.
Senza escludere ancora la possibile opzione di iniziative militari
da parte di Paesi con importanti capacità offensive militari - ma
con valori diversi da quelli democratico-occidentali - lo scenario
attuale impone una maggiore attenzione verso le diverse tipologie
di criticità emergenti, costituite non solo dagli armamenti non
convenzionali (nucleari, biologici e chimici, oltre al possibile
impiego di tecnologia offensiva) ma anche dal terrorismo
internazionale, dalla criminalità organizzata, dal commercio del
narco-traffico e dai flussi migratori clandestini.
Gli Stati occidentali, quindi, pur avendo una debole propensione
all'uso della forza nella soluzione delle problematiche, anche se
complesse e con pesanti ricadute all'interno del Paese, si vedono
oggi costretti a riorganizzare lo strumento militare per eventi e
situazioni originate fuori dai contesti territoriali (dislivelli
socio-economici, redistribuzione delle risorse, fondamentalismi) ma
che investono direttamente il "sistema sicurezza", con un tale e
sconvolgente impatto da rendere anche necessaria un'attività di
mediazione nei confronti di attori che hanno privilegiato l'uso
della violenza.
Le Forze Armate - con i necessari cambiamenti dei paradigmi
dell'impiego della forza - devono assumere il difficile ruolo di
fronteggiare i nuovi compiti affidati nel contesto della sicurezza
(nazionale e collettiva) attraverso l'elaborazione di dottrine
strategiche e tattiche innovative (dalla costituzione di forze
multiruolo sino al principio della modularità interoperativa,
passando attraverso la differenziazione tra la catena di Comando
organico e quella di Comando operativo) per la salvaguardia
dell'efficienza delle capacità operative in grado di contrastare le
nuove minacce globali. Ed è proprio il nuovo concetto di minaccia -
più complesso ed elaborato - a sostituire il tradizionale ruolo del
termine "avversario/nemico", imponendo anche una revisione
culturale dell'idea stessa della "guerra" e rendendo necessaria una
sua "demilitarizzazione", o meglio integrandola maggiormente nel
tessuto sociale del Paese, per diventare un nuovo e condiviso
patrimonio civile.
Ed in questo più generale contesto si deve anche riferire il
delicato compito della gestione delle situazioni post-conflittuali
(Post-Conflit Management) con l'obiettivo di organizzare i processi
di stabilizzazione delle aree di crisi, lì dove risulta evidente la
necessità di un approccio multifunzionale e multinazionale - non
dissociato dalle diverse istituzioni civile e politiche - come
risultato di un addestramento e di una preparazione mirata che
permetta alle Forze Armate di prendere decisioni tecnico-operative
e di comprenderne le ricadute politiche (aspetti giuridici,
sanitari e ambientali, oltre ai problemi legati alla riattivazione
delle infrastrutture civili) nei complessi scenari di crisi dove
vengono chiamate ad operare.
Destinate quindi a rimanere l'unico riferimento importante della
sicurezza nazionale (nella misura e nel ruolo che abbiamo sin qui
esaminato) le Forze Armate sono oggi chiamate a ridisegnare i
termini della loro capacità di impiego, adeguandoli concretamente
alle nuove esigenze di geo-strategia, ovvero alla ricerca ed
all'elaborazione delle procedure più idonee per raggiungere gli
obiettivi (problemi possibili e relative soluzioni) che la nuova
globalizzazione impone.
2. La crisi dell'Alleanza e le nuove
opportunità per l'Europa
Il dispositivo di difesa della NATO - caratterizzato nel passato
da un sistema fondamentalmente statico, specialmente nelle forze di
terra e nelle strutture logistiche - può oggi essere interpretato
in una nuova lettura politico-militare che ne evidenzi le criticità
piuttosto che le potenzialità nei suoi livelli strategici,
operativi e tattici.
Pur presentando un buon livello di interoperatività (anche se
limitato ai livelli di Comando, Controllo ed Addestramento) le
funzioni di difesa territoriale sono rimaste circoscritte alle sole
forze nazionali, specialmente nella Regione Meridionale, dove ogni
singolo Paese - Italia compresa - ha risentito di un bassissimo
livello di integrazione, al contrario degli Stati dell'Europa
centro-settentrionale che hanno potuto trarre maggiore profitto dal
livello operativo multinazionale.
Modificandosi il concetto stesso di alleanza permanente e di difesa
collettiva (è venuta a mancare la comunanza di interessi, tipica
del bipolarismo, accentuando le divergenze sia nei confronti degli
Stati Uniti sia tra i singoli Stati europei) devono essere
ricostruite l'unitarietà e la coesione necessarie a rendere
l'impiego delle Forze Armate più organico e più dinamico rispetto
alla precedente rigidità dell'organizzazione militare tipica della
"guerra fredda".
In modo particolare l'Italia - che potrebbe essere ulteriormente
confinata nell'area meridionale dell'Alleanza Atlantica a causa
dell'espansione della NATO verso Est, Europa centro-orientale e
Paesi baltici - sembra subire lo spostamento del suo baricentro
geopolitico a svantaggio di una maggiore integrazione europea
(Londra, Parigi ed ovviamente Washington) anche a danno di una più
diretta visibilità nel campo della politica estera. Se è pur vero
che le recenti e numerose missioni fuori area hanno contribuito
alla crescita del peso internazionale dell'Italia - con un
sostanziale superamento delle funzioni meramente nazionali, ovvero
interiorità e frontiere - ci troviamo ancora sprovvisti di un
preciso disegno geopolitico di più ampio respiro, o meglio di una
più intensa integrazione con l'Europa e con il contesto
internazionale che ci permetta di giocare un ruolo sostanziale (il
rischio è proprio quello della marginalizzazione) nell'ambito della
sicurezza europea ed atlantica.
Quindi si tratta di operare un vero e proprio recupero del ruolo
svolto dallo strumento militare (dalla riqualificazione culturale e
professionale degli uomini sino allo sviluppo delle nuove
tecnologie) per un impegno sinergico - coesione ed ottica globale -
in grado di erogare sicurezza.
Pur considerando che è necessario vincere la naturale propensione
delle singole Forze Armate verso la difesa di interessi corporativi
(sicuramente accentuata dalla riduzione delle risorse finanziarie a
disposizione) la nuova pianificazione deve affrontare il principale
problema costituito dalle priorità, proprio perché si tratta di
effettuare profondi adeguamenti sia nell'organizzazione militare
(struttura, discontinuità tecnologica, equipaggiamento) sia nelle
dottrine di impiego (riconversione delle capacità di intervento),
ma il principale moltiplicatore di forze è in ogni caso costituito
dalla possibilità che i dispositivi militari hanno di agire in
sinergia, di operare con procedure comuni, semplici e facilmente
accessibili, di fronteggiare con risposte qualificate ed unitarie
le nuove esigenza di sicurezza: l'interoperatività tra le Forze
Armate. Anche se l'integrazione europea ha sino ad oggi elaborato
una molteplicità di istituzioni collegiali con competenze
qualificate, è innegabile l'assenza di un indirizzo strategico
complessivo in grado di produrre una forte legittimità politica
sull'intero sistema di sicurezza.
Al di là della volontà politica generale dei singoli Governi - dove
è pur sempre necessario riconoscere la diversità degli interessi e
delle percezioni nazionali - la creazione di un meccanismo
decisionale unificato risente del fenomeno della geometria
variabile costituito dal fatto che le istituzioni esistenti hanno
già maturato diverse (e più o meno sofisticate) competenze nel
campo della Difesa e della Sicurezza.
è quindi prima necessario tenere conto delle caratteristiche
peculiari delle organizzazioni esistenti, per individuare
successivamente la sede politica dove concretizzare la volontà
collettiva di adottare una strategia europea di sicurezza
integrata, ovvero in grado di gestire quell'insieme di elementi
(militari e sociali) necessari per la prevenzione, la dissuasione o
la gestione delle crisi.
L'introduzione della tecnologia dedicata ha significato sul piano
economico la fine di un periodo di sicurezza a basso costo ed ha
determinato al tempo stesso una commistione di una serie di
equazioni che - sul piano internazionale - si possono misurare con
la contrazione delle spese per le armi strategiche a vantaggio di
quelle necessarie ad una maggiore flessibilità convenzionale,
oppure nell'inserimento di armi non convenzionali (senza escludere
le nucleari tattiche) nelle strategie delle guerre asimmetriche, a
compensazione delle insufficienze convenzionali.
Davanti ad uno scenario di tale complessità, è evidente l'aumento
esponenziale delle variabili in grado di determinare una reale
"integrazione militare europea". Tra le opzioni che hanno
storicamente tentato di realizzare questo obiettivo (per esempio la
specializzazione dei ruoli tra i vari Alleati, con la
concentrazione su determinate aree di interesse strategico per
alcuni, e su impieghi militari con maggiore vantaggio comparato per
altri) oggi sembra delinearsi con sempre maggiore intensità la
soluzione affidata all'integrazione collettiva delle concezioni
strategiche, operative e tattiche, attraverso una serie di
interventi che spaziano dalla standardizzazione degli armamenti
sino ad un piano comune di integrazione tecnologica nei sistemi
d'arma, elemento fondamentale per un debito processo di
interoperabilità.
Ma è anche necessario aggiungere alcune riflessioni relative al
rapporto tra Alleanza ed Europa, o meglio alla concezione del
"pilastro europeo" nella difesa atlantica. Come abbiamo avuto modo
di considerare, l'Alleanza non è più in grado di garantire quella
solidarietà automatica nella gestione delle crisi (specialmente in
quelle fuori area) e risulta inoltre non sufficientemente idonea a
conciliare risposte adeguate alle minacce di bassa intensità.
Senza escludere la necessità della conservazione dell'Alleanza, si
delinea di conseguenza l'esigenza di compensare la diminuzione
della sua utilità con l'elaborazione di nuovi strumenti militari -
multilaterali e solidali - che troverebbero la loro ispirazione
proprio nelle sinergie tra il modello atlantico ed il nuovo modello
di cooperazione ed integrazione che abbiamo sin qui
esaminato.
Anche se questa ipotesi di lavoro sembra ricondurre a superati
schemi di equilibrio appartenuti al vecchio Continente, non deve
essere sottovalutata la possibilità di un disimpegno della presenza
americana in Europa.
Pur conservando l'importanza di una posizione strategicamente
rilevante, il problema potrebbe essere costituito dal "prezzo"
della sicurezza, ovvero dalla necessità di trasformare l'Europa da
consumatrice a produttrice di sicurezza, lì dove gli Stati Uniti
potrebbero riconsiderare l'opportunità di produrre sicurezza anche
a vantaggio di strutture ed organizzazioni in grado di elaborare
autonomamente tali processi, per dirottare questo tipo di garanzie
e di attenzioni verso aree che presentino scenari di maggiore
complessità.
Ma anche considerazioni più attuali devono essere affrontate per
una nuova prospettiva europea. Gli Stati Uniti - espressione prima
di quella staticità tipica dell'Alleanza - hanno incontrato gravi
difficoltà in termini di risposte adeguate alle connotazioni della
nuova guerra asimmetrica (estrema vulnerabilità di tutti gli
obiettivi sensibili, imprevedibilità della strategia/azione
offensiva, approccio culturale diverso nella concezione del
combattimento/scontro) e nelle more di una evidente assenza di
riferimenti nelle regole etiche e nel rispetto delle norme
internazionali, non sono stati in grado di elaborare con rapidità
un ruolo adatto al nuovo scenario operativo.
Pur considerando legittima l'unica reazione possibile -
potenziamento dello strumento militare secondo le tradizionali
concezioni strategiche - possiamo oggi elaborare una risposta più
sofisticata nella nuova "cultura della guerra", ovvero nella
capacità di edificare un sistema di sicurezza integrato che
travalichi le convergenze nazionali contingenti, legate al momento
alle sole coalizioni militari, per raggiungere quegli obiettivi
strategici comuni - dai raccordi delle attività di Intelligence
sino alla lotta ai finanziamenti occulti del terrorismo - in grado
di offrire soluzioni alternative al mero rafforzamento
dell'apparato militare.
Si tratta quindi di elaborare un nuovo concetto di ordine
internazionale (nel villaggio globale l'avversario non è
strutturato in centri di autorità costituiti) dove le funzioni
primarie di sicurezza sono il risultato di uno interscambio di
conoscenze tecnologiche (intese come fattori organici di
influenza), di strumenti militari ed ovviamente di consensi
politici.
Ed è proprio l'elaborazione di un consenso politico comune a
costituire uno dei principale ostacoli per l'architettura di un
assetto equilibrato e flessibile (la struttura del "G8" rimane pur
sempre sprovvista di poteri predefiniti) lì dove le forme di
cooperazione sono soltanto il risultato di uno specifico interesse
nazionale legato alle contingenze.
Ma potrebbe il regionalismo costituire una risposta adeguata alle
mutate esigenze della sicurezza e della stabilità internazionali?
Poiché le democrazie occidentali hanno dimostrato la loro solidità
e la loro capacità di reazione alle minacce, si tratta di superare
le naturali preoccupazioni costituzionali - ovvero il pericolo
della perdita di una parte di sovranità nazionale - e si rende
opportuno trasformare le esigenze di uno Stato occidentale (società
aperte e quindi convivenza con culture differenti) da punti di
criticità in risposte organizzate alla globalizzazione, attraverso
i differenti livelli - nazionale, internazionale e multinazionale -
che ne rappresentano l'unico naturale (e necessario) processo
evolutivo.
3. Il ruolo delle Forze Armate nella
Società civile
Superati i vecchi moduli storiografici (sacralità della difesa
della patria e quindi naturale propensione al sacrificio) in cui
era stata relegata la cultura militare, accentuandone la distanza
dalla cultura civile, i moderni processi di formazione tecnica,
efficienza e serietà professionale hanno sostanzialmente definito
un ruolo più significativo all'interno del tessuto sociale del
Paese.
Ed anche senza contare le benefiche ricadute sociali e
tecnologiche, oggi le Forze Armate possono godere di una nuova
identità (prestigio sociale) che è necessario strutturare
positivamente nei rapporti con la società civile, organizzandone la
sua "militarizzazione", ovvero ponendo il concetto stesso della
sicurezza al primo posto nella scala dei valori sociali, con le sue
spiccate caratteristiche di multidimensionalità e
multifunzionalità.
Anche se al momento l'opinione pubblica ha solo la percezione - e
non la consapevolezza - di far parte di una più vasta strategia di
sicurezza (nazionale ed internazionale), spetta proprio alle Forze
Armate - attraverso la disponibilità di uno strumento militare
completamente e perfettamente adeguato - guidare le scelte
strategiche del Paese, lì dove il ruolo dell'esercizio del governo,
sino ad oggi soltanto marginale, dovrebbe integrarsi con lo
strumento militare per creare quel necessario raccordo con il mondo
politico, economico, sociale e culturale.
Anche se sotto il profilo sociologico una tale trasformazione
potrebbe denunciare a prima vista i suoi limiti strutturali, non
deve essere sottovalutato il patrimonio professionale acquisito
dalle Forze Armate, nel corso dei secoli, nel campo delle
applicazioni concrete delle scienze sociali e psicologiche, che
hanno maturato l'efficienza, l'organizzazione e la capacità di
adattamento di una formazione umana complessa, altamente
disciplinata, strutturata gerarchicamente e fortemente
fidelizzata.
In grado di assorbire l'evoluzione socio-politica generale (i
valori di uguaglianza e della dignità umana), così come quella
delle espressioni culturali più avanzate (rispetto della vita
umana, indipendentemente dal colore della divisa) le Forze Armate
sono quindi in grado di guidare, al di là dell'ambito militare, la
strategia necessaria al raggiungimento degli obiettivi politici
nazionali ed internazionali legati al sistema sicurezza,
coinvolgendo tutti gli operatori e gli erogatori di sicurezza (ed
in questo senso il potenziale umano è sconfinato) e superando lo
stereotipo che vede questo tipo di impegno soltanto in
uniforme.
I limiti sino ad oggi riscontrati (le tecniche della "strategia di
sicurezza" sono state frammentarie e circoscritte al solo ambito
militare) sono facilmente superabili con il contributo di numerose
organizzazioni - da quelle produttive a quelle statali - che con un
opportuno e costante monitoraggio possono apportare un contributo
qualificato e professionale nella formazione del processo di
sicurezza.
Tenendo conto che l'orizzonte spazio/tempo dei futuri processi di
pacificazione è particolarmente esteso/lungo, la strategia della
difesa diventa globale (preparazione ed interazione con gli
obiettivi politici ed economici, attività diplomatiche di ampio
respiro internazionale, mobilitazione delle risorse sociali del
Paese) e questo rende indispensabile la creazione di uno "strumento
di sicurezza": presenza, sorveglianza e controllo (spazi aerei, vie
di comunicazione, coste e territorio, flussi migratori, ordine
pubblico, calamità naturali) ed integrazione culturale (impatto
sull'opinione pubblica, dall'educazione alla sicurezza collettiva
sino alla distribuzione di informazioni addestrative).
Perché limitare alle sole Forze Armate (per altro già penalizzate
dalla riduzione degli organici e dei finanziamenti) il compito
della sicurezza senza ridistribuirne l'onere nella realtà civile
del Paese, utilizzando in forma interoperabile tutte le risorse
idonee a produrre sicurezza?
Le forze interne a disposizione sono innumerevoli (potenziale
umano, materiale e procedurale) e possono integrarsi in un sistema
organizzato - ben diffuso e per certi aspetti anche con il
vantaggio della "invisibilità" - che con il bagaglio culturale di
conoscenze e di informazioni (capacità di analisi, valutazione ed
intervento) potrebbe risultare in grado di fornire risposte
adeguate ai rischi ed alle minacce asimmetriche, senza contare i
vantaggi nel rapporto costo/efficacia, non più inteso come una
spesa da sostenere, bensì come un investimento da ottimizzare (a
semplice titolo esplicativo, la possibilità di estendere i corsi
specializzati ai funzionari della pubblica amministrazione).
Anche se le maggiori potenzialità, quelle sin qui esposte,
dovrebbero pervenire dal mondo civile, è evidente che alle Forze
Armate viene richiesto un impegnativo cambiamento di mentalità
(comportamentale ed organizzativo) per assumere al meglio la
leadership di questo processo di trasformazione. Ma se analizziamo,
anche questa volta sotto il profilo sociologico, la posizione
dominante del concetto di strategia, riscontriamo un insieme di
sottosistemi costituiti dalle scienze dirette, tipiche degli
strumenti militari (Ingegneria ed Informatica) e dalle scienze
ausiliarie (Storia, Geografia e Psicologia) e possiamo quindi
ricondurre, anche con un certo rigore scientifico, questi strumenti
concettuali, teorici e metodologici al patrimonio culturale delle
Forze Armate, in grado pertanto di vincere agevolmente la sfida di
un processo così complesso e dinamico. Pur senza nascondere le
difficoltà interne (lo strumento militare deve superare anche
l'impostazione interforze per assumere le connotazioni di un vero e
proprio sistema integrato) le Forze Armate sono sicuramente in
grado di controllare le esigenze del coordinamento - pur nella
scelta delle capacità ritenute pertinenti dei servizi erogatori - e
della interazione operativa comune, attraverso collegamenti ed
adozione di procedure mirate.
Solo se riusciamo a fondere la disciplina consapevole e la
dedizione partecipe (il militare) con l'attività propositiva e la
volontà realizzatrice (il civile) possiamo ottenere il vero
professionista della sicurezza. In definitiva, perché limitare il
concetto di interoperatività, pur nelle sue più variegate accezioni
del termine, al solo ruolo svolto dalle Forze Armate nel nostro
Paese? Ed ancora, perché non adattarlo ad uno scenario
multinazionale ed internazionale?
Consideriamo il problema della sicurezza nel nuovo ambito
multipolare (irregolare ed instabile) e proviamo ad analizzare la
nuova tendenza politico-strategica perseguita dagli Stati Uniti,
ovvero la creazione di un "Occidente allargato" (da Vancouver a
Vladivostock) nell'ambito di un nuovo concetto di ordine
internazionale (ampliamento della NATO ad Est e condivisione del
sistema satellitare e dello scudo spaziale) che ideologicamente
persegue un obiettivo - storicamente ben collaudato - che si fonda
sulla vittoria di quella cultura militare che riesce ad integrare
fattori intellettuali, tecnici e professionali con i valori
tradizionali della conservazione dello stato di pacificazione,
ovvero nella possibilità di confrontare e predisporre gli strumenti
militari comuni per aumentare le possibilità di successo
nell'ipotesi di un conflitto generalizzato.
Pur riconoscendo il pragmatismo di una simile impostazione per
ottenere una reazione di forma ordinata e lineare ai possibili
contrasti geo-strategici (non solo conflittuali), i limiti sembrano
delinearsi nell'esclusione di quei Paesi che - proprio nella
percezione di una configurazione anti-occidentale - potrebbero
costituire la causa di ulteriori fratture che si tradurrebbero
inevitabilmente in contrapposizioni di natura militare -
terroristica. Il ruolo delle Forze Armate (nella massima dimensione
del cambiamento militare, civile, multinazionale ed internazionale)
dovrebbe in effetti partecipare al contributo politico che non è
costituito (o meglio, non si limita) nella mera lotta al
terrorismo, bensì al "governo" della globalizzazione, necessario
per la realizzazione di un sistema internazionale legittimo che
ancora oggi non sembra controllarne gli sviluppi, ma piuttosto
subirne gli effetti.
Infatti, non è forse lecito considerare l'asse Washington - Mosca
(nell'architettura di una nuova sicurezza collettiva) come un nuovo
bipolarismo in grado di soffocare i processi di
integrazione/dialogo sino ad oggi sviluppati dall'Unione Europea?
Ed ancora, non si corre il rischio di una crescente
marginalizzazione politica e tecnologica?
Un corpo di dirigenti - militari e civili, frutto di un travaso
interattivo tra politica, industria e finanza - incoraggiato ad
innovare, a studiare ed elaborare azioni geopolitiche di sicurezza
strategica, operativa e tattica, sembra delinearsi oggi come
l'unico strumento idoneo a bilanciare la leadership americana,
purtroppo già ampiamente minata da una crescente impopolarità
internazionale, legata proporzionalmente agli elevati costi della
gestione della sicurezza, nazionale e globale.
E se è quindi anche vero che le Organizzazioni collettive sono
superate dalla complessità delle situazioni geo-strategiche (senza
considerare i limiti oggettivi di un singolo Stato in un possibile
intervento di natura internazionale) lo scenario della
globalizzazione - inteso come una nuova redistribuzione dei fattori
di potenza economica, politica e sociale, e sotto un profilo
storiografico riconducibili alla pericolosa situazione precedente
l'inizio delle ostilità della Grande Guerra - impone la
interoperatività del sistema difesa/sicurezza nella sua qualità di
procedure aggiornate per lo sviluppo delle capacità preventive,
dove la multifunzionalità potrebbe addirittura configurarsi come la
misura del "confine" del nuovo ordine internazionale
globalizzato.
4. Il nuovo Soldato ed il suo ruolo
strategico
Senza entrare nel merito, in questa sede, sulla sostenibilità
politica del "diritto-dovere di ingerenza a fini umanitari" della
Comunità Internazionale, ci limiteremo a prendere in considerazione
solamente le attività di Peace-keeping, lì dove i contingenti
militari non possono influire concretamente sulla criticità della
situazione nell'area di intervento (come è noto, tali attività sono
basate sul consenso delle parti in lotta, sulla neutralità dei
Caschi Blu e con l'impiego delle armi quasi sempre limitato
all'autodifesa passiva) ma così come abbiamo avuto modo di
analizzare, il contributo che essi possono apportare è diventato
significativo e sostanziale, ed in ogni caso in linea con l'ordine
codificato dal Diritto Internazionale, assolutamente coerente con
gli obiettivi di fondo del mondo e della cultura occidentale.
Se evitiamo di includere anche le attività di Peace-enforcing,
legittimate dalle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ma che
hanno per certi aspetti dimostrato i limiti delle istituzioni
internazionali, possiamo ricondurre il nostro studio al nuovo ruolo
svolto dal soldato nel contesto della "civilizzazione" della
guerra, ovvero nei criteri logici da adottare per conferire
maggiore capacità per fronteggiare i compiti affidati nel nuovo
contesto, assimilabili - nei criteri metodologici - alla più
generale sicurezza nazionale, collettiva ed internazionale. In
questo più vasto ambito, il "premio di assicurazione" della
sicurezza, oltre che dalle decisioni prese dal potenziale
avversario, è misurato dalla prevenzione e dalla collaborazione
(sempre nazionali ed internazionali) che ne diminuiscono le
probabilità di aggressione.
Attraverso un'elaborazione - analisi e sintesi concettuali - delle
principali problematiche legate ai paradigmi che determinano le
esigenze di riorganizzazione delle Forze Armate alla luce dei nuovi
parametri della "sicurezza globale", questo elaborato si propone
nella sua fattispecie di individuare gli aspetti principali di
geo-strategia - che potrebbero in ogni caso costituire spunto di
maggiori approfondimenti - in grado di orientare le scelte
fondamentali per realizzare la formazione del "soldato moderno";
lungi dal definire in senso operativo le modalità di tale processo
di trasformazione, il contributo si limita a fornire gli elementi
di valutazione delle attuali tendenze, o meglio dei dibattiti sino
ad oggi intervenuti nelle trasformazioni strutturali del più
generale "sistema di difesa integrato".
Lo stesso strumento militare ha perduto i suoi parametri ideologici
iniziali (le prime operazioni umanitarie, affidate ai militari per
le loro spiccate capacità operative, sono state fortemente
criticate dai Comandanti a causa della dispersione delle forze sul
territorio, minando la capacità di autodifesa del contingente) per
adattare la "cultura della guerra" al più ampio contesto dei valori
del patrimonio civile: salvaguardia delle condizioni di vita della
popolazione coinvolta, il rimpatrio dei rifugiati, l'assistenza
sanitaria, il controllo sul rispetto dei diritti umani e
l'organizzazione di eventuali referendum ed elezioni, oltre ai
complessi compiti legati al già citato Post-Conflit Management ed
agli impegnativi rapporti con le Organizzazioni Non Governative,
presenti nelle zone di crisi quasi sempre in modo capillare e
significativo.
Un ulteriore fattore di oggettiva difficoltà è costituito dai mezzi
di comunicazione di massa e degli effetti che essi producono sul
comportamento dei contingenti militari nello svolgimento delle loro
funzioni.
Tralasceremo quindi l'esame dei cosiddetti "moltiplicatori
endogeni" (addestramento, leadership e morale) che vengono
utilizzati per misurare la capacità di intervento dell'unità di
combattimento - in altri termini, gli indicatori del Combat Power -
per analizzare le "doti" che devono costituire il corredo culturale
del soldato nel moderno impiego delle Forze Armate che, come
abbiamo già accennato, hanno sviluppato una natura più "dinamica"
(rispetto alla "staticità" del periodo bipolare) con i loro
interventi esterni, sostanzialmente più impegnativi e più
complessi, ma anche caratterizzati dai nuovi paradigmi di
incertezza e variabilità, ma che sono in ogni caso tutti
riconducibili al più generale concetto di mantenimento geopolitico
dei processi di pacificazione e di sicurezza, nazionali ed
internazionali.
Poiché l'impiego della forza non può essere più considerato come lo
strumento ultimo delle attività politiche e diplomatiche (cambiano
quindi i parametri temporali), il valore rilevante dell'intervento
è oggi identificato nella sua tempestività - ovvero nella capacità
di ridurre al minimo la caduta di prestigio delle Istituzioni
Internazionali e degli Stati che concorrono alle operazioni -
rendendo indispensabile il grado di costante efficienza operativa
delle unità che potrebbero essere chiamate ad operare (accuratezza
dell'addestramento/preparazione).
Anche lo stesso approntamento della forza deve tenere conto - oltre
che della natura e della formazione della coalizione - delle
numerose variabili costituite dal tipo di minaccia, dalle modalità
operative e dai differenti livelli (quantitativi e qualitativi)
richiesti dall'intervento, senza trascurare che la diffusione delle
informazioni (Internet) ha compromesso gran parte del livello
gerarchico delle conoscenze.
Anche se la preparazione tecnico-militare del soldato deve essere
pianificata per operare contro avversari diversificati, si sono
recentemente delineati i contorni del tipo di combattimento
verificato nei conflitti etnici, ovvero in quei Paesi dove
proliferano culture asimmetriche della guerra e dove l'avversario è
per certi aspetti demilitarizzato, limitandone in questo modo
l'identificazione soltanto al primo grado di pericolo latente,
senza alcun riferimento a parametri ideologici prestabiliti.
Poiché in questi casi l'avversario non è in grado di ottimizzare
compiutamente i più alti livelli tecno-informatici, vengono
utilizzate commistioni tra tattiche proprie della guerra
territoriale (comprese le tecniche di guerriglia) e l'uso di
sofisticati sistemi d'arma. Rimane quindi compito delle Forze
Armate quello di organizzare la costituzione di forze multiruolo
che siano in grado di sintetizzare quei requisiti storicamente
considerati inconciliabili, ovvero elevata potenza e rigidità,
tipiche delle unità metropolitane, con elevata flessibilità e
potenza ridotta, tipiche delle unità coloniali.
Pur considerando che l'apparato militare tecnologicamente più
avanzato può rivelarsi incapace di contrastare una minaccia a bassa
tecnologia, solo un'adeguata e calibrata introduzione dei nuovi
mezzi tecnici nella riorganizzazione multiruolo delle forze di
intervento occidentali potrà essere in grado di realizzare tale
raccordo, tenendo anche presente che l'addestramento tecnologico -
oltre a conferire maggiore efficacia all'azione - deve mirare a
diminuire non solo il livello delle perdite della popolazione
civile, ma anche quelle dell'avversario.
Senza disconoscere l'elevata importanza della multifunzionalità
delle dotazioni tecnologiche (basti pensare ai vantaggi economici
legati alla loro interoperabilità a livello multinazionale ed
internazionale) è necessario elaborare alcune considerazioni
sull'effettivo dispiego della tecnologia - raggiunta od acquisita -
sul terreno delle operazioni.
Le alleanze e le coalizioni multinazionali hanno perduto il valore
intrinseco che le ha caratterizzate durante il periodo bipolare
(riconoscibilità immediata dell'alleato) a causa dell'ingresso di
Stati che non sempre condividono i valori democratici
dell'Occidente, ma che piuttosto condividono - solo nella
contingenza - l'opportunità di un intervento per il mantenimento di
una pacificazione geo-politica e geo-economica, ma in ogni caso per
la condivisione di una situazione a loro favorevole.
Nasce quindi l'esigenza - l'alleato non era conosciuto, adesso è
conosciuto, ma è affidabile? - di proteggere il patrimonio
tecnologico per evitare che la sua diffusione possa nel futuro
compromettere la sicurezza stessa dell'erogatore di tecnologia. Il
pericolo è in effetti politico: il multinazionalismo potrebbe
assumere nel futuro il suo significato peculiare solo in
considerazione del fatto che permette ad ogni singolo Stato di
realizzare, in modo più efficace ed economico, i propri interessi
nazionali, ed in questo senso le valutazioni delle Forze Armate
devono essere particolarmente attente, al di là delle
considerazioni politiche che possono influenzare (o tenere in
ostaggio) le decisioni governative. Le diverse "culture della
guerra", nell'ambito geo-politico, marcano le loro
differenze.
E potrebbe essere quindi proprio la multinazionalità a porre
sostanziali problemi di interoperatività nei livelli organizzativi
di Comando, di controllo e di logistica (basti pensare alle
differenti parti di consumo dei mezzi in dotazione, così come le
procedure di manutenzione e riparazione) senza contare le barriere
linguistiche e le differenti abitudini/tradizioni di vita
militare.
Ulteriore riflessione merita la sostanziale differenza - in realtà
un vero e proprio scarto ideologico - tra la cultura militare
occidentale (figlia dell'eroismo e del sacrificio) e la cultura
strategica di quei Paesi che non la condividono (la vocazione al
martirio) che mira al conseguimento della "vittoria" non attraverso
la distruzione delle forze nemiche, bensì procurando il collasso di
un più generale punto critico - dall'unità combattente isolata
all'edificio popolato da civili - ottenendo la sua vulnerazione
anche se non viene calcolato come un passo decisivo verso la
vittoria finale.
E se quindi l'integrazione interforze non deve limitarsi
all'occasionalità dell'evento (attuazione solo in caso di impiego),
è necessario renderla strutturale attraverso una serie di passaggi
obbligati che devono gradualmente investire la completa
pianificazione (elaborazione di dottrine e concetti tattici
interforze), la soluzione comparata degli strumenti tecnologici e
la revisione del ciclo formativo degli uomini (discipline
umanistiche e addestramenti all'estero) con particolare attenzione
allo studio della psicologia dello "amico/nemico", ovvero
all'individuazione dei suoi valori e dei centri di razionalità che
presiedono le valutazioni e le scelte nel più ampio contesto
geo-strategico.
Nel socio-sistema costituito dalle Forze Armate (importanza
dell'elemento umano) la coesione e la volontà di realizzazione
degli obiettivi sono perseguibili solo attraverso forti motivazioni
psicologiche e morali, la cui assenza è in grado di determinare
significative inabilitazioni dell'efficienza militare, lì dove la
componente morale risulta tanto più rilevante quanto più le
operazioni sono di bassa intensità.
Poiché tali motivazioni si fondano sul sostegno del più generale
consenso della società civile, il pericolo principale è costituito
dalla diversa percezione dell'avversario (inteso come "non nemico")
poiché essa è stata aprioristicamente determinata non dalle Forze
Armate di appartenenza, bensì dalle valutazioni politiche
contingenti, depolarizzando il sistema-soldato verso una diversa
interpretazione dello "amico/nemico" e quindi del comportamento da
tenere per salvaguardare e garantire il ruolo sostanziale che deve
svolgere e l'autostima di cui ha costantemente bisogno.
L'importanza degli aspetti psicologici ha acquistato valenza
crescente proprio in misura dei conflitti a bassa intensità
caratterizzati dall'asimmetria tecnologica: lì dove la debolezza
strutturale del contendente è più marcata, la componente
psicologica (intesa nell'accezione più ampia del termine)
costituisce l'elemento principale per la definizione della capacità
operativa - accettazione di sofferenze, privazioni ed alti tassi di
perdite - per compensare la superiorità materiale
dell'avversario.
Un vero e proprio fattore di potenza che viene opportunamente
utilizzato - azioni indirette al posto della resistenza frontale -
per evitare che possa essere compiutamente sfruttata la superiorità
tecnologica, limitandone in questo modo il vantaggio
competitivo.
5. L'apparato delle MSU (Multinational
Specialized Units)
Il concetto di MSU, apprezzato da Washington così come dagli
Stati Maggiori dei principali Paesi dell'Alleanza, sembra destinato
a confermare nel tempo la sua validità come modello di una "Forza
di Polizia" da impiegare nelle missioni congiunte all'estero, in
virtù del suo "strumento", costituito al tempo stesso dall'aspetto
militare e da quello di polizia, diventato indispensabile nei
Teatri operativi internazionali (è rimasta famosa la dichiarazione
espressa da Nicholas Burns, Ambasciatore americano presso la NATO:
"Dobbiamo seguire l'esempio dell'Italia. Tutti gli Alleati devono
formare un Corpo come quello dei Carabinieri, noi compresi").
In effetti, così come abbiamo avuto modo di analizzare, la nuova
sfida dell'Occidente travalica la vittoria sul campo ed investe la
capacità di mantenere il controllo del territorio per garantire la
stabilità e la sicurezza per la ricostruzione (politica, civile e
militare) ed in questo senso le capacità espresse dalle MSU
riguardano le possibilità di auto-difesa di tipo militare,
l'autonomia logistica e l'esperienza necessaria per addestrare,
supportare ed affiancare le Forze di Polizia locali.
Anche se l'apprezzamento dell'Unione Europea risale al Vertice di
Helsinki del 1999 (la costituzione di una "Forza di Polizia di
5.000 uomini rapidamente impiegabili fuori dal territorio europeo)
sono state le esperienze in Somalia e nei Balcani a determinare
l'esigenza di una "Forza di Polizia Multinazionale", davanti a
scenari fortemente caratterizzati da:
- elevate tensioni sociali (politiche, etniche e religiose);
- presenza di Forze avversarie con capacità di guerriglia e
terrorismo;
- correlazione con forze eversive internazionali e criminalità
organizzata;
- traffici illeciti per il finanziamento ed il sostegno delle
attività militari;
- precarie condizioni economiche della popolazioni;
- possibile presenza di armi di distruzioni di massa a fini
terroristici,lì dove le MSU hanno potuto esprimere con successo le
capacità di attività di polizia (comprese l'antisommossa,
l'investigazione e la lotta al crimine organizzato) di
antiterrorismo, di attività di sicurezza e scorta, ed anche di
HUMINT.
In particolare in Somalia (UNOSOM, "Missione Ibis", 1992-1994) sono
emersi i limiti dei Caschi Blu dell'ONU, appartenenti per la
maggior parte a Paesi del Terzo Mondo, nel gestire le complesse
attività di controllo di folle civili utilizzate come masse di
manovra, riuscendo i Carabinieri ad avviare in questo complicato
contesto un programma di addestramento della Forza di polizia
somala.
Anche nelle successive crisi dei Balcani (Missioni NATO) la stessa
Alleanza richiese l'intervento / sviluppo della MSU per svolgere un
effettivo ruolo operativo per l'ordine e la sicurezza pubblica,
dopo aver constatato non solo le difficoltà incontrate in questo
senso dalle Forze Armate convenzionali, ma anche l'oggettiva
incapacità dimostrata dalle Forze di Polizia dell'ONU - IPTF in
Bosnia e UNMIK Police in Kosovo - risultate poco adatte a svolgere
questi compiti a causa della scarsa omogeneità (elementi
provenienti da differenti culture e con diverse procedure
operative) unita alla insufficiente capacità di deterrenza e ad una
incompleta autonomia logistica.
Attualmente la NATO, l'Unione Europea ed altri Paesi occidentali,
hanno avviato la riorganizzazione delle Forze di Polizia - così
come degli strumenti multinazionali di NRF e FERR - utilizzando
come "modello base" proprio la struttura MSU dei Carabinieri
italiani, ed in tutti i Paesi dove le forze anglo-americane hanno
sviluppato forme di intervento per il contrasto al terrorismo, sono
stati schierati anche assetti di Polizia Militare (in affiancamento
alle Forze Speciali, all'Intelligence ed al CIMIC) a testimoniare
l'importanza della cooperazione internazionale nei compiti
investigativi e di polizia nel contrasto alle minacce
terroristiche.
Poiché i risultati di questa operazione sono stati ritenuti più che
soddisfacenti - le strutture di Polizia presenti in Teatri
Operativi critici hanno permesso la raccolta di informazioni che si
sono rivelate preziose per la neutralizzazione di elementi
sovversivi presenti nei Paesi occidentali - è auspicabile la
presenza degli assetti MSU in misura sempre più ampia e
diffusa.
In questo senso sono state anche formulate alcune ipotesi da parte
del Pentagono (costituire intorno ai Carabinieri una "Forza di
Polizia della Coalizione") e dal Regno Unito (su scala limitata
alle competenze territoriali della "Divisione Multinazionale Sud
Est", della quale fa parte anche il Contingente italiano) che
purtroppo non hanno trovato adeguato riscontro non solo a causa di
valutazioni politiche nazionali, ma sostanzialmente per la
limitazione delle forze che i Carabinieri avrebbero potuto
schierare in Teatro.
Gli Stati Uniti, che sentono maggiormente la necessità di disporre
di forze addestrate professionalmente per risolvere i problemi di
sicurezza, di ordine pubblico e di antiterrorismo, hanno utilizzato
i Marines (Iraq) poiché istituzionalmente preparati al contrasto di
operazioni ostili in ambiente urbano, prima di richiedere la
collaborazione dei Carabinieri (nel più ampio programma interforze
per la "Acquisizione di Armi non Letali") per mettere a punto un
piano di riorganizzazione della propria Polizia Militare.
Rimane quindi sostanziale prevedere l'aumento degli organici delle
MSU per lo sviluppo di un assetto multinazionale dotato di dottrine
e di procedure comuni, sempre all'interno di un più ampio
dispositivo militare, in grado di gestire (garantire copertura
ampia ed omogenea) le vaste estensioni dei Paesi interessati dagli
interventi delle Coalizioni, caratterizzati da precarie vie di
comunicazione ed infrastrutture, così come dalla presenza di
minacce distribuite asimmetricamente sul territorio e di
conseguenza di difficile localizzazione.
Quindi le capacità specifiche delle MSU costituiscono, anche in
virtù dell'impiego di Unità militari convenzionali specificatamente
addestrate, un contributo decisivo per i Contingenti militari posti
a presidio del Teatro Operativo, senza contare la grande rilevanza
costituita dalla possibilità che hanno, l'Italia in particolare e
l'Europa in generale, di colmare una sostanziale carenza presente
attualmente nella NATO, ovvero di produrre Sicurezza su scala
globale, attraverso l'integrazione multinazionale delle MSU.
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