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"Nencini roteò gli occhi su i tre
presenti; aveva il volto terreo come sempre gli accadeva, quando si
avvicinavano le condizioni per liberare il suo odio contro gli
altri uomini. In quei momenti era in uno stato quasi patologico, un
epilettico avvolto dall'aura che preannuncia la convulsione. La
fazione per Nencini era un mezzo per soddisfare la sua libidine, la
brama di rivalsa, accecare chi aveva luce, scendere tutto alla sua
misura. Un groviglio di serpi gli si muoveva nel petto dardeggiando
la lingua, avendo fame e sete; era quello che lo faceva parlare,
muovere, agire.
'Te' articolò con voce che esplode dopo aver superato un ostacolo e
indicò Saverio, gli puntò contro il dito indice della mano destra,
dalla quale pendeva il manganello.
'Te' ripeté come quel suono fosse per lui una malsana
eccitazione.
'Naturalmente' sorrise Saverio con superiore condiscendenza nella
quale era una punta di disdegno; infatti osservando quella figura
così distante dalla militare distinzione di un ufficiale, gli erano
venuti in mente soldati di ventura, eserciti sud americani,
plebaglia camuffata con la divisa, e seguitò a guardare con
distacco quel capitano".
Mario Tobino
Il clandestino
(l'opera è in libreria per i tipi Mondadori, al prezzo di euro
7,23)
L'opera letteraria di Tobino si è confrontata più volte con
l'esperienza bellica e ne ha sempre tratto una felice ispirazione.
Le vicende della Seconda guerra mondiale hanno trovato, dapprima,
un'importante eco nel libro "Il deserto della Libia", dove con
magistrale poetica ed ironia sono descritti alcuni episodi della
guerra nel Nord Africa, successivamente sono state rievocate nel
romanzo "Il clandestino". Si tratta di un romanzo sulla Resistenza,
che narra la costituzione e le gesta di un'organizzazione
partigiana in un piccolo centro della Toscana, chiamata dai suoi
stessi componenti il clandestino. L'organizzazione, però, non è
sempre al centro del racconto, rimane un po' sullo sfondo, come
un'ideale agognato e lungamente atteso che finalmente riesce a
materializzarsi, una speranza che unisce e lascia intravedere un
futuro migliore. L'organizzazione è lo spunto per conoscersi, per
confrontarsi con il mondo, per scoprire tutti i lati umani delle
persone, il loro coraggio, la loro meschinità, la loro umanità di
fronte alle tragedie immense della vita. Sono i singoli personaggi
che rendono il romanzo ricco di profili psicologici e di figure
umane, dipinte con maestria ed intensità; personaggi
indimenticabili, da una parte e dell'altra, semplici e scaltri,
ingenui e forti, nobili e sognatori, meschini e violenti. Anselmo,
il Summonti, la Nelly e Saverio, ma anche il Rindi e il Nencini,
storie che si intrecciano, vite che si incontrano e si spezzano.
"Il clandestino" non è un romanzo sulla Resistenza come gli altri,
ha sicuramente qualcosa di diverso, un minor aspetto epico per un
più profonda investigazione della persona, dei suoi caratteri, del
suo stato d'animo, della sua forza come della sua fragilità.
Indimenticabile è anche il teatro della vicenda, la città di
Medusa, cioè la Toscana in riva al mare e il suo immediato
entroterra. La bellezza del romanzo è tutta nella capacità
narrativa dell'Autore, nel suo saper disegnare con mille sfumature
storie, ambienti e personaggi, nel far emergere dallo sfondo
dell'intera vicenda un più alto ideale civile in un mondo in
frantumi, crudelmente violento e troppo distante dall'uomo.
"Il clandestino" vincerà il prestigioso premio Strega nel 1962, una
delle più significative attestazioni letterarie del nostro
tempo.
"È impressionante parlare con i cappelloni, i giovani appena
sfornati dall'Accademia e volontari sul fronte russo: sento
un'immensa pietà, ammiro il loro entusiasmo, la loro rassegnazione
veramente degna di una causa migliore. Credono ancora
nell'esercito, nei valori morali: sognano. Vedono che le cose non
vanno, avvertono che la macchina non ingrana: sperano".
Nuto Revelli
Mai tardi
(L'opera è in libreria per i tipi Einaudi, al prezzo di euro
8,78)
Molto ha scritto Nuto Revelli sulle sue esperienze di guerra e
di vita militare. Ufficiale in servizio permanente effettivo degli
alpini, formatosi all'Accademia di Modena, ben presto si disillude
sul reale e definitivo esito delle vicende belliche della Seconda
guerra mondiale. Scrostatasi presto di dosso la densa e vischiosa
morale fascista, Revelli racconta a caldo una delle più grandi
tragedie militari, la ritirata dalla Russia, dopo lo sfondamento
del fronte del Don da parte dei sovietici. "Mai tardi" è un diario
in cui l'Autore annota giorno per giorno semplici eroismi,
sacrifici oltre ogni possibile sopportazione, un'immensa
disperazione in un mondo sconfinato e tremendamente freddo. Sullo
sfondo uno spazio inospitale, troppo grande per essere governato
dall'uomo che annaspa, combatte, cammina sino allo sfinimento per
vincere la battaglia della sopravvivenza. Una ritirata che segue,
con una fatalità impressionante, una missione (operativamente e
logisticamente) incomprensibile, portata avanti senza convinzione,
senza alcuno slancio, frutto di calcoli politici completamente
sbagliati, militarmente servente un alleato tanto sprezzante quanto
disumano. Il diario è incalzante, crudo, diretto, riesce
perfettamente a riprodurre il ritmo serrato degli eventi, lascia
trasparire in ogni sua piega un sentimento di profonda pietà umana
per i tanti che cadono lungo il cammino o vengono catturati come
prigionieri e comunque non ritorneranno mai. "Mai tardi" è anche
una forte denuncia nei confronti di profittatori e imboscati, di un
moralismo vuoto e decrepito, di chi ha giocato con le vite umane.
Le opere storiche e letterarie sui tragici fatti di Russia non
saranno mai abbastanza e non ci si stancherà mai di leggerle. Nuto
Revelli ha prodotto molto sull'argomento non solo perché lo ha
vissuto sino in fondo, ma soprattutto perché ha ritenuto eticamente
e civilmente giusto raccontare e ricordare, lasciare alle
generazioni future una testimonianza vera e asciutta dei fatti come
si sono verificati. "Mai tardi" si completa con la più nota opera
di Revelli "La strada del davai", unendo autobiografia e narrazione
epica, cronaca impietosa e critica serrata, lucida descrizione e
profonda introspezione.
"Chi è il nemico del mio paese? - pensava Pino. - Garibaldi e i
piemontesi che vengono di fuori e a tutti i costi ci vogliono
regalare questa benedetta libertà, che chi sa che gli pare e il
mondo resterà sempre quello che è, o quelli che ci hanno governati
sino a ora e han voluto, pei loro fini, e han tollerato il sopruso,
il raggiro, la corruzione?"
Carlo Alianello
L'alfiere
(Il romanzo è in libreria per le edizioni Osanna, al prezzo di euro
15,49)
Il romanzo è la storia di un giovane e nobile ufficiale
dell'esercito borbonico, appena uscito dalla "Nunziatella", che si
torva ad affrontare le sue prime esperienze professionali e di
vita. Siamo però nel 1860 e non c'è tempo per godere della vita di
guarnigione e dei gradi di alfiere appena indossati, perché il
Regno è stato invaso da un gruppo di avventurieri in camicia rossa
alla cui testa c'è Giuseppe Garibaldi. Pino Lancia, tra entusiasmo,
amor di Patria e spirito di avventura si getta nella mischia, ma
rimane subito deluso dallo strano e infausto susseguirsi degli
eventi. La vita gli riserverà amore e delusione, onore e disfatta.
"L'alfiere" è senza alcun dubbio un romanzo storico di vasto
respiro, al cui interno si muovono innumerevoli personaggi che
Carlo Alianello dipinge con mirabile maestria, in un quadro umano e
drammatico particolarmente ricco ed espressivo. Viene narrata una
delle pagine più significative della nostra storia nazionale, ma
dal punto di vista degli altri, degli sconfitti, di coloro che non
ci sono più. E appare in tutta la sua tragica immagine la
disgregazione di uno Stato antico, ma minato al suo interno, di un
Regno splendido e glorioso ma profondamente malato. Tutto si
sfascia, tutto si corrompe, la fine non si riesce ad arrestare e
tutto si conclude nell'assedio della cittadella di Gaeta che
eroicamente resiste sino alla inevitabile capitolazione.
"L'alfiere" è il romanzo dell'onore, di questa antica virtù
militare che il giovane ufficiale Lancia vive intensamente,
rimanendo fedele sino all'ultimo a ciò a cui aveva creduto più di
ogni altra cosa. Il disfacimento e la corruzione non riescono ad
intaccare in lui questo forte sentimento di appartenenza, questa
imperiosa regola di vita, nonostante i dubbi che continuamente
l'assalgono, nonostante il tradimento di molti e tra i molti anche
alte cariche militari. Intorno a Pino Lancia si muovono disertori e
traditori, camorristi e faccendieri, avventurieri e insorti, una
girandola di personaggi ambigui, di situazioni difficili e di
vicende avverse che farebbe smarrire chiunque, ma non lui. In tutto
questo turbinio, un giovane e inesperto ufficiale dell'antico
esercito borbonico si erge come un gigante, forte di un radicato e
semplice sentimento di onestà, illumina l'oscurità che avvolge
tutto intorno le umane vicende. Fedele sino all'ultimo alla purezza
dell'onore, ferito ed esausto, può alla fine orgogliosamente
affermare: "Io non ho capitolato".
"L'alfiere" è anche un romanzo d'amore. Renata, Titina e Ginevra
sono tre emblematiche figure che rappresentano i tre diversi stadi
della vita sentimentale di Pino. In questi tre personaggi, nel loro
intrecciarsi, nell'accavallarsi delle loro immagini, nei differenti
stati d'animo che suscitano in Pino c'è tutta la complessità
dell'amore: l'amore agognato e non corrisposto, l'amore puro e
semplice, l'amore passionale e coinvolgente.
È potente e nitido l'affresco che Carlo Alianello dipinge nel suo
romanzo d'esordio. Una narrazione piana e travolgente sino alla
tragedia, con un chiaro intento morale, sotteso alla prefigurazione
dei mali che affliggono ancor oggi il nostro Mezzogiorno.
"L'alfiere" in fondo è il romanzo dei vinti, è il punto di vista,
certamente scomodo, di uno Stato secolare che si è dissolto come
neve al sole, di un esercito il cui aggettivo borbonico è stato per
troppo tempo sinonimo di inefficienza militare e minor tempra
morale. Ma stiamo parlando anche della Patria e dell'esercito
dell'alfiere Pino Lancia e di coloro che a Gaeta hanno meritato
l'onore delle armi.
"Una volta Giordano aveva sostenuto fra i compagni che il
coraggio in guerra non era altro se non paura mascherata; che se
tutti si fossero tolti la maschera, non ci sarebbero state più
guerre al mondo. 'Giordano', lo beffava ora qualcuno dei più
rischiosi, 'esiste o non esiste il coraggio in guerra?'. Lui
grugniva, ma schietto com'era, non riusciva a negarlo. E allora:
'Razza di cretino, di …' e giù una serqua d'epiteti. Per
rabbonirlo, gli toccavano il tasto della pattuglia leggendaria:
'Come fu quella notte, Giordano?'. E Giordano, sebbene l'avesse
raccontata tante volte, tornava a narrarla in tutti i minuti
particolari, aggiungendone ogni volta di nuovi".
Giani Stuparich
Ritorneranno (Il romanzo è in libreria per i tipi
Garzanti, al prezzo di euro 9,81)
Giani Stuparich è uno degli scrittori più rappresentativi del
panorama letterario triestino. Ha partecipato alla Grande guerra
assieme al fratello Carlo (morto nel 1916) e all'amico Scipio
Slataper. Della Prima guerra mondiale ci ha lasciato importanti
documenti letterari, tra i quali il romanzo "Ritorneranno". Si
tratta di un romanzo piuttosto lungo, scritto con un gusto
letterario sobrio e con uno di uno stile descrittivo classico. È la
storia di tre fratelli triestini che partono volontari per la
Grande guerra, affrontando il rischio di venire catturati e
giudicati come traditori dell'Impero austriaco. Sono tre storie
parallele, dove emergono le caratteristiche umane di ciascun
personaggio e risalta la guerra e la vita di trincea in tutti i
suoi aspetti. Intanto a casa sono rimaste le donne della famiglia
ad aspettare con ansia il ritorno dei loro cari e a nutrirsi di
speranze e di stenti. "Ritorneranno" è un romanzo toccante e
profondamente intimo che, pur nella tragica successione degli
eventi, esprime sempre un superiore sentimento di serenità e di
giustizia. È chiaro l'intento autobiografico e morale dell'Autore
che traspare da ogni pagina dell'opera. Tanti i temi che sono
sviluppati nel romanzo: l'amor di Patria, il coraggio intrepido, il
senso del dovere sino all'estremo sacrifico, la sublimazione del
dolore, l'amore familiare, la speranza e la fede. La densità del
contenuto viene mirabilmente dipanata con la chiarezza e l'armonia
della prosa di Stuparich, mai fine a se stessa e sempre protesa a
far risaltare i reali sentimenti umani, ricca di una sensibilità
descrittiva non comune. Ritorneranno è un romanzo delicato che
tocca le corde del cuore e alleggerisce l'anima, non si compiace
dei sacrifici e delle miserie, ma mira ad una superiore
composizione delle vicende terrene, alla ricerca di un senso ultimo
delle cose. "Ritorneranno" è un romanzo di guerra, e la guerra
vive, si muove e si agita la suo interno come la necessaria
espiazione di colpe ancestrali, come il doloroso e inevitabile
passaggio verso l'agognato compimento di un sogno. Tra le opere
letterarie sulla Prima guerra mondiale, il romanzo di Stuparich
spicca certamente per originalità, ampiezza di prospettive e
chiarezza d'intenti; è sicuramente una delle letture più belle e
coinvolgenti di quel particolare periodo storico.
a cura del
Ten.Col. CC Fausto Bassetta |