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Giuseppe Governale Colonnello dei
Carabinieri
Capo Ufficio Legale del Comando Operativo di vertice - Interforze -
Roma.
1. Legalità ed etica. Due facce della stessa
medaglia?
Uno degli argomenti più interessanti che introduce la parte
generale del Corso universitario di Diritto Penale, è costituito
dal raffronto tra legalità e morale(1).
Si tratta di importanti concetti da cui è possibile trarre spunti e
riflessioni, utili soprattutto per coloro il cui particolare status
impone l'osservanza di una gamma di doveri più ampia rispetto alla
collettività.
Il riferimento va verso tipizzate categorie professionali nei
confronti delle quali, per particolari funzioni e compiti assegnati
nella società, valgono, oltre alle norme di condotta previste per
legge per ogni cittadino, regole deontologiche anche non scritte,
tradizionalmente condivise o accettate, sulla cui attualità ed
efficacia si sono sviluppate di recente, in più di qualche caso,
accese polemiche.
In particolare, il dibattito si incentra su quelle note importanti
questioni etiche e morali, finora indiscusse regolatrici del
cosiddetto "modello occidentale", ed ha finito per coinvolgere, in
maniera appassionata, i più rilevanti settori d'élite della nostra
società, quali quelli della religione, della scuola, della
medicina, della finanza, dell'informazione, dello sport, finendo
per riverberarsi, inevitabilmente, anche sulla compagine militare
permeabile, come è naturale che sia, al cambiamento dei costumi
della società.
In tale ambito, per quanto direttamente ci riguarda, l'esame dei
due importanti aspetti - la legalità e la morale - assume dunque
indubbio interesse, in quanto può essere importante valutare: come
siano mutate nel tempo le loro tradizionali interrelazioni; quali
conseguenze i cambiamenti abbiano prodotto nelle Forze armate e
quali correttivi sia, se del caso, opportuno adottare.
Sul piano della dottrina, come noto, secondo autorevoli giuristi,
il diritto della legalità rappresenta quel complesso di regole,
sanzionate con il mezzo della pena, dirette ad assicurare il
livello minimo di moralità nei comportamenti. I reati, in
particolare, sarebbero i fatti immorali di maggiore gravità ed i
divieti penali ne rappresenterebbero il minimo etico.
Altri studiosi, invece, sono portati a ritenere che non sempre il
reato costituisca un'azione immorale.
Il confronto tra moralità e diritto è stato affrontato, da più
parti, in maniera approfondita, anche in chiave filosofica
Ad esempio, Cristiano Tomasio(2) (1655-1728), nel distinguere tra
moralità, costume e diritto, ha indicato che: "la moralità guida le
azioni interne dei semplici; il costume, le azioni esterne con cui
si guadagna la benevolenza dei consociati; il diritto, le azioni
esterne ed impone un obbligo basato sul timore della costrizione da
parte di altri uomini".
Ma come accennato, nella pratica quotidiana soprattutto degli
ultimi tempi, questi tre elementi e le relazioni tra loro
intercorrenti, hanno subito rilevanti modifiche che hanno finito
per determinare - soprattutto nella gente comune - disorientamento
su alcuni temi ed aspetti della vita di ogni giorno che, fino ad
alcuni anni fa, apparivano indubitabili certezze.
In termini più chiari, il limite dei comportamenti amorali è andato
via via arretrando, cosicché molte condotte "trasgressive", che
fino a qualche tempo fa sarebbero state subito deprecate, tendono
ora ad essere accettate, se non addirittura condivise, come fossero
un qualsiasi capo prêt-à-porter.
Infatti, si è andata da più parti consolidando la percezione che il
limite dei comportamenti accettabili avrebbe potuto essere il
rispetto della sola "legalità", intesa come l'osservanza della
legge, potendocisi ritenere soddisfatti se l'apporto offerto alla
società, al Reparto, all'Unità organizzativa, all'Ente, al di là
anche di qualunque schema etico, fosse stato "giusto", cioè lecito.
Andrebbe, di fatto, maturando, in più settori, una sorta di
generale autocondivisione verso un minimo comune denominatore
etico, che giustificherebbe approcci via via più permissivi nei
confronti dei comportamenti al limite della moralità.
In tale ambito, un raffronto fra legalità ed etica - intimamente
connessa con la moralità - può apparire fuori luogo laddove, come
detto, è chiaramente avvertita la sostituzione dei tradizionali
valori etici con altri, sicuramente "più remunerativi".
è sotto l'occhio di tutti, infatti, il richiamo del successo, cui
si riconduce il conseguente miglioramento anche dello status
economico-finanziario, che tende a divenire efficace polo
d'attrazione soprattutto per i giovani, nella ricerca di abiti
mentali e professionali, che mirano ad acquisire i comodi modelli
del "vivere bene", senza particolari stress e fastidi. Anche la
compagine militare ne può risultare inevitabilmente
condizionata.
2. L'evoluzione del mondo militare ed il
bisogno dell'etica
Il mondo militare non è rimasto immune, né poteva esserlo, dagli
effetti del repentino mutamento della società che, specie negli
ultimi tempi, hanno determinato l'erosione di talune sue
peculiarità. Ciò ha finito per modificare, nella loro essenza, le
caratteristiche di specificità dello status del proprio personale,
rispetto al restante pubblico impiego.
In particolare, soprattutto a partire dalla fine degli anni '70,
all'evoluzione dei costumi sociali si è associata l'emanazione di
taluni provvedimenti legislativi e regolamentari che, pur
comprensibili ed in qualche modo auspicabili perché forieri di una
migliore condizione di vita per il personale militare, limitandosi
a recepire tout court istituti che più si attagliano alle categorie
del pubblico impiego, hanno finito - posti a sistema - per
condizionare l'operatività dei reparti e dell'intera organizzazione
militare e di sicurezza pubblica, in cui l'Arma assieme alle altre
Forze di Polizia si trova quotidianamente impegnata contro una
malavita che dalla sua parte non ha, di certo, attenuato schemi e
procedure d'impiego i quali configurano un vero e proprio
"confronto asimmetrico", con organizzazioni criminali agguerrite,
in grado di delinquere in "servizio permanente effettivo", h x 24,
non certamente vincolate a quei laccioli che tendono ad avviluppare
l'avversario, condizionandone l'operatività.
è evidente come una simile situazione possa determinare nel lungo
periodo, se non corretta o frenata, conseguenze quasi
inevitabili.
Come sappiamo, quello che oggi è chiamato "Comparto
Difesa-Sicurezza" ha costituito, da sempre, proprio per le sue
caratteristiche, un assetto pregiato, un elemento prioritario di
riferimento, cui necessariamente la collettività attinge
soprattutto quando, nei momenti di maggiore difficoltà, occorre
contrastare con efficacia chiunque attenti o metta a repentaglio i
valori della democrazia e del quieto vivere sociale.
L'elemento qualificante del "Comparto" è, senza dubbio, la
componente umana, ed a questa occorre guardare con attenzione
affinché quegli effetti negativi del cambiamento producano il minor
impatto possibile. è chiaro che soprattutto i giovani finiscono per
essere i più attratti dalle innovazioni e sono, in genere, più
recalcitranti nel mantenere le tradizioni. Ed è proprio per questo
che soprattutto su di essi si deve investire per supportarli di
quella necessaria carica motivazionale che può consentire di
renderli meno permeabili agli aspetti più deleteri del cambiamento
a qualsiasi costo.
Ogni efficace risultato ottenuto nel settore, sarà da ritenersi
positivo non solo per l'Istituzione che li accoglie, ma anche verso
la società nel suo complesso.
Il quadro appena delineato induce a ritenere che, in assenza di
incrementi organici (di volta in volta ipotizzati contestualmente
al verificarsi di episodi particolarmente cruenti), difficilmente
attuabili per evidenti ragioni di carattere economico-finanziario,
e di improbabili interventi diretti a rimodulare il quadro
normativo di riferimento, in modo da disancorare la condizione
militare da quegli schemi che sono più consoni al pubblico impiego,
sia necessario individuare efficaci "moltiplicatori di potenza",
capaci di migliorare ulteriormente gli indici di rendimento
complessivo.
Fondamentale fra questi è l'etica che, usualmente, viene definita
come "l'insieme delle norme di condotta pubblica e privata che,
secondo la propria natura e volontà, una persona o un gruppo di
persone scelgono e seguono nella vita".
Essa, per la compagine militare, da sempre racchiude armonicamente
nel suo seno "norme di condotta" ispirate al senso del dovere,
all'onore, alla lealtà, all'abnegazione, allo spirito di
Corpo.
Si tratta di valori aggiuntivi che, per decenni, hanno
caratterizzato i peculiari assetti delle Forze armate e di polizia,
divenendone un vero e proprio patrimonio connaturato.
L'etica richiama anche: i valori dell'esempio e del lavoro lontano
dai riflettori, rifuggendo da protagonismi e personalismi; la
ricerca dell'innovazione nel solco delle tradizioni; l'interiore
motivazione, che diventa moltiplicatore di potenza dell'attività
operativa.
3. L'etica nell'azione di
comando
Certo, la cultura dell'essere più di quella dell'apparire mal si
concilia con la realtà che oggi la nostra società ci propone ove ha
maggior successo, e pertanto è vincente, colui che "appare"
migliore degli altri, che possiede superiori e più eloquenti doti
comunicative.
L'Arma, dalla "fedeltà immobile e dalla abnegazione silenziosa",
descritta nel Risorgimento da Nigra, che della riservatezza e dello
stile composto e misurato fa, come è doveroso, costume essenziale,
potrebbe trovarsi potenzialmente a disagio nel raffrontarsi con una
società in cui la ricerca della ribalta diviene, per molti, il
mezzo insostituibile per raggiungere l'obiettivo prefissato, anche
fuori dagli etici schemi di riferimento e quando, almeno
apparentemente, chi vive di furberie sembra avvantaggiarsi su
coloro che si rivelano onesti, leali, capaci di mantenere la parola
data.
Il noto sociologo Francesco Alberoni(3), di recente è intervenuto
sul tema con un interessante articolo con il quale egli risponde
all'importante domanda: "perché dobbiamo essere onesti, quando la
disonestà, il malaffare, il vivere sul filo della legalità, pagano
in termini economici, di carriera, di posizione sociale?".
In altre parole, "coloro che hanno la bussola dell'integrità morale
come possono operare in un mondo dove ci sono tanti
spregiudicati?". La risposta dell'autore è che l'onesto tende a
ispirare fiducia e ad ottenere, pertanto, credito.
In sintesi, quando devi fidarti di qualcuno "sei costretto a
rivolgerti a lui".
Come non condividere questa tesi, quando poi essa aderisce
armonicamente con l'immagine che la collettività ha dell'Arma,
Istituzione che si è affermata nel tempo grazie all'affidabilità
della sua pregiata componente umana?
Questo è un patrimonio che la compagine militare nel suo complesso
non può assolutamente dissipare, ma che anzi deve implementare
facendo ricorso anche e soprattutto a quegli aspetti che,
tradizionalmente, da sempre ne caratterizzano la fisionomia: fra
tutti l'azione di comando svolta specialmente ai livelli più a
diretto contatto con gli uomini.
Quella dell'azione di comando è una questione della massima
rilevanza, che investe ogni struttura organizzata, ma che nella
struttura militare, ancora una volta, non può prescindere dal
riferirsi anche a quei valori etici poco di moda nella società in
cui viviamo.
Sempre Alberoni(4), in un'altra breve quanto arguta nota, ha
rilevato che "ci sono capi che non sanno comandare perché non
ascoltano ed altri che non sanno comandare perché non decidono,
capi che desiderano essere temuti ... che non ammettono essere
contraddetti ed altri", burocrati azzeccagarbugli, "terrorizzati
all'idea di assumere iniziative e responsabilità che finiscono per
delegare".
Queste tendenze dispiegano effetti negativi soprattutto nelle
organizzazioni gerarchiche ed in particolare nella compagine
militare, dove comandare efficacemente diventa oggettivamente
sempre più difficile.
Sono, per fortuna, lontani i tempi in cui la disciplina veniva
amministrata con il "gatto a nove code" che conduceva il duca di
Wellington nel 1834 ad affermare(5) "non vedo come si possa avere
un esercito se non lo si mantiene in uno stato di disciplina, né
vedo come si possa ottenere disciplina senza punizioni… Una
punizione non impressiona nessuno se non è corporale".
Sono pure lontani, per fortuna, quelli della disciplina "pronta,
cieca ed assoluta" degli anni '60. Ma, paradossalmente, quelle
epoche potevano non necessitare di comandanti carismatici perché
gli ordini venivano eseguiti senza se e senza ma.
Oggi, quando sono, ormai, trascorsi quasi 30 anni dalla legge 382
del 1978, che ha introdotto la giusta nuova visione della
disciplina "consapevole", si ha maggiormente bisogno di comandanti
che, fin dalle prime esperienze, siano in grado di coinvolgere i
propri uomini ed ottenere da loro il massimo migliore
rendimento.
Chiaro che questo non è affatto facile, anzi. Ma ogni sforzo va
fatto affinché, fin dagli Istituti di formazione per gli Ufficiali
ed i Marescialli, così come già avviene, la componente "attitudine
al comando" (che si affianca alla cultura ed alla professionalità)
sia resa ancor più fondamentale strumento con cui caratterizzare
l'imprinting del futuro capo.
Oggi, più che mai, gravitare l'attenzione sulla motivazione, sul
richiamo ai valori etici, sul senso della responsabilità, diviene
indispensabile.
Al riguardo, appare opportuno richiamare, brevemente, gli
imperativi che in passato definivano la leadership(6): prima di
tutto l'affinità cioè la necessità che un capo si avvalesse di
collaboratori leali e possibilmente con analoghe vedute, per
rassicurare sulla affidabilità della risposta alle esigenze. Il
rapporto di affinità veniva puntellato dalla ricompensa o dalla
sanzione, secondo un sistema di valori accettato da tutti;
ricompensa e sanzione venivano rafforzate dall'esempio, con cui
l'autorità, che chiedeva di affrontare il rischio per suo ordine,
dimostrava a sua volta di accettarlo personalmente; l'esempio era
amplificato dalla parola, cioè dalla spiegazione del leader sulla
necessità di correre pericoli in un discorso diretto ai propri
uomini; infine la parola si concretizzava nell'azione, la
traduzione della leadership in atto effettivo di successo. Questi
imperativi, questi principi che ne informavano i programmi, sono
stati conservati - nelle loro linee generali - dalle Scuole
militari che esistono ancora oggi: West Point negli USA, Sandhurst
in Gran Bretagna, Saint Cyr in Francia, Modena in Italia.
Mentre la conoscenza degli aspetti più eminentemente tecnici non
rientrava tra le priorità, lo scopo fondamentale della formazione è
stato sempre quello di produrre giovani uomini che osservassero le
regole dell'etica e della buona società (essenzialmente la moralità
ed i costumi descritti da Tomasio) e obbedissero ai propri
superiori anche e soprattutto nei momenti di grave tensione e
difficoltà, quando gli occhi e le menti della Nazione si rivolgono
loro.
Eloquente e particolarmente pregnante è, in merito, il celebre
discorso pronunciato nel 1962 dal Gen. Douglas Mac Arthur agli
allievi dell'Accademia di West Point, incentrato sul richiamo dei
valori etici supremi di "Dovere, Onore e Patria", vere pietre
angolari dell'essere militare che, al di là di ogni retorica, hanno
in ogni tempo infiammato i cuori e calibrato le menti dei
Comandanti di qualsiasi cultura e provenienza(7).
Occorre rivalutare questi concetti, ove si consideri che oggi la
compagine militare è formata da professionisti e l'Arma riceve
mediamente nelle proprie fila giovani con diversificate esperienze
operative effettuate quali volontari in ferma breve nelle Forze
Armate di provenienza e, perciò, l'impatto dei nostri quadri più
giovani, nell'attività di formazione, diviene ancor più complesso e
delicato.
Cosicché, l'approccio nel governo del personale non potrà che
essere "individualizzato" perché ogni militare, ogni Carabiniere,
ha una propria vita personale e familiare che non si può non
considerare se si vuole contare su ciascuno in ogni
circostanza.
Oggi non si può comandare senza esempio, equanimità, coinvolgimento
del personale, senza "sapere ascoltare" prima di decidere.
In relazione a questo ultimo punto, cioè alla capacità di "sapere
ascoltare", essa va intesa secondo due aspetti principali: quello
più propriamente attinente alla sfera decisionale del Comandante e
quello, altrettanto importante, che attiene alla conoscenza dei
propri uomini. E gli uomini alle dipendenze si "conoscono" se con
loro si parla, si interloquisce e si diventa, al di là di ogni
demagogia, dei validi punti di riferimento, non solo per gli
aspetti direttamente riferiti al servizio, ma anche per quelli che
riguardano essenzialmente la sfera privata ed emozionale di
ognuno.
Questi minimi comuni denominatori consentono di rendere coesi
reparti ed unità, in un ambito di sostanziale armonia, in grado di
stemperare quella latente conflittualità che, particolarmente
avvertibile nella società contemporanea, bisogna evitare si radichi
anche nella compagine militare.
In tale quadro, un'azione di comando serena ed equilibrata in grado
di migliorare, nel rispetto della "regola", l'armonia e
l'affiatamento del reparto, richiamando alla mano i valori etici,
diviene obiettivo di straordinaria importanza, che si può
raggiungere solo se ognuno, in particolare i comandanti più
giovani, avrà come riferimento l'assunto che occorre dare per
ricevere.
E nell'azione di comando "si dà", con l'esempio, nutrendo i nostri
collaboratori di validi modelli comportamentali, di motivazioni, di
cameratismo, di comunione ideale, rifuggendo dalla alterigia, dal
distacco, atteggiamenti propri di chi si limita ad attendere
l'operato dei dipendenti per poi giudicarlo con la lente di
ingrandimento. Bisogna, inoltre evitare l'alimentazione di forme
alternative e surrogatorie della linea gerarchica che si auto
legittimino, diventando sostenitrici di istanze e richieste, quando
in uno o più settori sensibili del servizio, tra i quali quello
attinente alle giuste aspettative del personale, si registrano
deficit o assenze di responsabilità del superiore diretto, quel
superiore che, come fino a qualche anno fa recitava qualche vecchio
appuntato "nella sua sfera di competenza sarà ben lieto di esaudire
i desideri dei dipendenti quando questi non contrastino con le
esigenze del servizio e della disciplina", recitando una frase
imparata a memoria alla Legione allievi, quaranta anni prima.
In sostanza, dovrebbe essere bandita, ove si riscontri, quella
mentalità dello "zero a zero", che conduce alla asettica, e perciò
non certo etica, azione di comando, senza il coraggio delle
decisioni, peggiore espressione dell'operato di chi per missione è
chiamato a guidare uomini e donne, anche e soprattutto, nei momenti
di particolare difficoltà operativa ed ambientale.
Oggi, meno che mai si ha bisogno di comandanti "notai", la cui
unica preoccupazione sia quella di registrare freddamente i
comportamenti dei sottoposti, ma di comandanti che sappiano
motivare e coinvolgere il personale nella loro sfera emozionale,
trattando ognuno nel modo più appropriato, in quanto ad alcuni, i
più sensibili, per migliorare basta una semplice esortazione, per
altri possono occorrere stimoli più consistenti.
Proprio nel dosare i mezzi a disposizione consiste, del resto, la
virtuosa azione di comando rivolta a cogliere tutto il valore del
"saper essere", quel "saper essere" che è poi come ha - di recente
- affermato il Comandante Generale dell'Arma "il perno della
formazione dell'uomo, la cultura dell'etica, la sola che consentirà
in ogni circostanza di essere oltre che tutori della legge, un
riferimento sociale ed umano insostituibile per dedizione ed
integrità"(8).
Approfondimenti
__________________________________
(1) - F. Antolisei, Manuale di diritto penale, Giuffrè, 1975, pagg.
4 e ss.
(2) - H. Welzel, Diritto naturale e giustizia materiale, Civiltà
del diritto, 1965, pagg. 247 e ss.
(3) - F. Alberoni, Perché l'onesto è più creativo ed efficiente,
Corriere della sera, 12 febbraio 2007, pag. 1.
(4) - F. Alberoni, Ascoltare e decidere: le due regole per decidere
bene, Corriere della sera, 29 gennaio 2007, pag. 1.
(5) - J. Keegan, La maschera del comando, Il saggiatore, 1987, pag.
138.
(6) - J. Keegan, op. cit., pag. 353.
(7) - Si riportano alcuni brani, tradotti in italiano, del testo
integrale riportato su internet sui principali siti dedicati a West
Point e al Gen. Mac Arthur: "Dovere, Onore, Patria: Queste tre
sacre parole indicano rispettosamente che cosa voi dovete essere,
che cosa potete essere, che cosa voi sarete. Esse costituiscono per
voi il motto per sviluppare il coraggio, quando il coraggio sembra
svanire; per riguadagnare fede, quando vi sembra di averne poca per
credere, per generare speranza quando la speranza viene a mancare.
…Esse sviluppano il vostro carattere. Lo modellano per i vostri
ruoli futuri come custodi della Difesa della nazione. Esse vi
faranno abbastanza forti per sopportare la debolezza ed abbastanza
coraggiosi per sorreggervi nei momenti di paura. ...Esse vi
insegneranno a essere fieri e a non piegarvi nei momenti di
insuccesso, ma ad essere umili e delicati nel successo; a non
sostituire con le parole le azioni; a non cercare percorsi di
comodità; ad affrontare gli sforzi ed a spronarvi nelle difficoltà
e nelle sfide; ad imparare a levarvi in piedi nei momenti di
tempesta, ma ad avere pietà su coloro che cadono; a padroneggiare
voi stessi prima che cerchiate di acquistare padronanza degli
altri; ad avere un cuore pulito - obiettivo particolarmente alto -;
ad imparare a ridere, senza tuttavia mai dimenticare di saper
piangere; a ricercare il futuro, senza tuttavia mai trascurare il
passato; ad essere seri, senza tuttavia prendersi mai troppo
seriamente; ad essere modesti in modo che vi ricordiate che la
vera grandezza è la semplicità. ...Esse vi daranno una volontà
temperata, una qualità dell'immaginazione, un vigore delle
emozioni, una freschezza sul profondo senso della vita, una
predominanza del coraggio sulla timidezza, una inclinazione per
l'avventura sull'amore per la tranquillità. ...Esse genereranno nel
vostro cuore il senso di meraviglia, l'infallibile speranza per
quello che verrà e la gioia e la ispirazione per la vita. ...Esse
vi insegneranno in questo modo ad essere un ufficiale e un
gentiluomo. ...Il codice, che quelle parole perpetuano, abbraccia
la più alta legge morale e manterrà la prova di tutte le etiche o
filosofie enunciate per le cose che sono giuste rispetto a quelle
che sono sbagliate. Al soldato, sopra tutti gli altri uomini, è
richiesto di praticare il più grande atto di sacrificio religioso.
In battaglia e di fronte al pericolo e alla morte, rivela quegli
attributi divini che il Creatore ha dato quando ha generato l'uomo
a Sua propria immagine. Nessun coraggio fisico e nessuna grande
resistenza può sostituire l'aiuto divino che da solo può
sostenerlo. Per quanto duri gli avvenimenti della guerra possano
essere, il soldato che è chiamato ad offrire e dare la sua vita per
la Patria, rappresenta il più nobile sviluppo dell'umanità. ...Voi
siete il lievito che lega insieme l'intero tessuto del nostro
sistema nazionale di difesa. Dalle vostre fila verranno i grandi
Comandanti che terranno nelle loro mani il destino della Nazione,
nel momento in cui la campana di guerra suonerà. ...Ciò non
significa che voi siete guerrafondai. Al contrario, il soldato
sopra tutti gli altri uomini prega per la pace; egli soffre e
sopporta le ferite e le cicatrici più profonde della guerra. Sempre
nelle nostre orecchie risuonano le infauste parole di Platone, il
più saggio di tutti i filosofi! Soltanto i morti hanno visto la
conclusione della guerra".
(8) - Da prolusione del Signor Comandante Generale dell'Arma,
all'inaugurazione dell'Anno Accademico 2006-2007 alla Scuola
Ufficiali Carabinieri, 31 gennaio 2007.
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