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"Napoleone I, la cui carriera ebbe il
carattere di un duello contro l'Europa intera, disapprovava il
duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore
militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la
tradizione. Tuttavia, la storia di un duello, che divenne
leggendario nell'esercito, percorre l'epopea delle guerre
imperiali. Fra la sorpresa e l'ammirazione dei loro compagni, due
ufficiali, come artisti folli che cerchino di dorare l'oro zecchino
o biancheggiare il giglio, proseguirono una contesa privata lungo
gli anni di carneficina universale. Erano ufficiali di cavalleria,
e la loro connessione con l'animale focoso ma bizzarro che conduce
gli uomini in battaglia parve particolarmente appropriata. Sarebbe
difficile immaginare come eroi di questa leggenda, poniamo, due
ufficiali di fanteria di linea, la cui fantasia è domata dalle
lunghe marce e il cui valore deve essere per forza di un genere più
terra terra. Quanto poi a ufficiali di artiglieria o del genio, che
a forza di matematica hanno la testa ben piantata sulle spalle, la
cosa è semplicemente fuori questione."
Joseph Conrad
I duellanti
(l'opera è in libreria per le Edizioni Angolo Manzoni, al prezzo di
euro 14,00)
Il romanzo del senso dell'onore (anche se più che un romanzo è
un racconto), di un senso dell'onore portato sino alle estreme
conseguenze. La narrazione di un'epoca e dei suoi uomini più
rappresentativi, che non potevano essere che militari. Un romanzo
storico e un romanzo psicologico. È difficile classificare I
duellanti di Conrad, un libro la cui fortuna postuma si deve anche
alla trasposizione cinematografica di Ridley Scott. Si tratta
certamente di un grande affresco, dipinto in poche pagine: le
guerre napoleoniche vi scorrono come la trama di un lungo
sceneggiato, mettendo in risalto la crudezza dei tempi e il
vorticoso susseguirsi di eventi che un'Europa, sino ad allora
socialmente e politicamente statica e pigramente autoritaria, mal
sopporta, ma deve necessariamente affrontare. Soldati, reggimenti,
battaglie, campagne militari compongono quest'immenso affresco che
fa da sfondo alle vicende di due ufficiali di cavalleria, legati ad
un codice d'onore che condizionerà la loro esistenza e i loro
reciproci rapporti ben oltre il naturale trascorrere del tempo. I
duellanti rappresentano un'epoca ormai al tramonto, un'ideale di
vita romantico non più proponibile, l'esaltazione assoluta di una
virtù militare che sembra non trovare più spazio tra i valori della
moderna società. L'onore è il principale motore e fattore coesivo
di questa storia, dove due uomini si affrontano senza esitazione e
senza alcuna remora per il rispetto di una regola ritenuta sacra,
la cui assoluta osservanza va al di là di qualsiasi fattore
contingente, di qualsiasi accomodamento, di qualsiasi mediazione. È
una regola che taglia nettamente in due la sfera di azione di un
uomo, che non lascia sfumature che non permette composizioni
interpretative o transazioni morali. Questa regola diventa una
ragione di vita per i due ufficiali di cavalleria e costituisce il
pretesto per uno dei più bei racconti di Conrad.
"Sono stato incaricato di eseguire una ricognizione verso luoghi
sconosciuti, oltre il nostro settore, dove dovrei incontrare
reparti della divisone di fanteria Arezzo.
La strada è lunga e parto di buon mattino con la mia razione di
viveri a secco. Cammino allegro e vado di buon passo; la giornata è
calma, di sole, e ho ricevuto ieri una sua lettera.
Sotto il Komianit, dentro il bosco sepolto dalla neve, saluto gli
artiglieri della 19: sono indaffarati a pulire i pezzi da 75 e
tutto, lì da loro, dà un senso di ordine: i cannoni ben puliti e
ingrassati, le postazioni fatte a regola d'arte, le riservette
munizioni, i ricoveri. Tutte le opere sono fatte con tronchi scelti
e squadrati: come per una malga.
Con quelle barbe lunghe folte e rosse sembrano dei ragazzi
mascherati che giocano alla guerra, e gli obici i loro giocattoli.
Il senso di pulizia e di ordine che c'è qui, non deriva da arida
disciplina militare, ma dal loro costume."
Mario Rigoni Stern
Quota Albania
(l'opera è in libreria per i tipi Einaudi, in edizione tascabile,
al prezzo di euro 8,80)
Ancora la guerra in un bel racconto di Mario Rigoni Stern. Si
tratta questa volta della campagna italo-greca durante la Seconda
guerra mondiale e delle brevi vicende belliche in Francia nel 1940.
Due i temi dominanti all'interno del libro: l'amore dell'Autore per
la natura, un amore che neanche la guerra riesce ad offuscare; la
dura vita del soldato in una guerra che tradisce una completa
impreparazione non solo tecnica e logistica, ma sopratutto morale.
Mario Rigoni Stern si muove sulle Alpi occidentali e sui monti
dell'Albania come fosse un appassionato escursionista, affascinato
dalla bellezza della montagna, dai suoi boschi, dai suoi corsi
d'acqua, dal suo silenzio. La guerra irrompe nel racconto come
qualcosa di innaturale, ma ben presente a chi è chiamato ad
affrontarla. La guerra, tanto decantata ed attesa dal regime
politico dell'epoca, scopre subito il suo vero volto, fatto di fame
e di freddo, di violenti combattimenti e di morte. Il racconto, nel
felice e consueto stile fresco e diretto dell'Autore, si dipana tra
guerra e natura, tra l'aspirazione alla pace e la necessità di far
- comunque - il proprio dovere. Scopriamo così paesaggi di maestosa
e selvaggia bellezza, ma anche sofferenza e dolore che derivano da
mille difficoltà, dalla superficialità con cui si è affrontata una
campagna ritenuta facile e gloriosa, dalla scarsezza dei mezzi e
dei materiali che mette in risalto lo spirito di adattamento e
l'eccezionale arte di arrangiarsi del soldato italiano. Non ci sono
molti racconti sulle campagne militari in Francia ed Albania
durante la Seconda guerra mondiale, per cui il libro di Rigoni
Stern costituisce un documento di straordinaria importanza non solo
dal punto di vista letterario, ma anche da quello della
memorialistica bellica. Soprattutto il fronte albanese appare come
il più distante dal punto di vista geografico, il meno ragionevole
dal punto di vista strategico e politico, il più duro per le
carenze addestrative, operative e logistiche dei reparti chiamati a
combattere, i quali alle ben note manchevolezze riescono sempre ad
opporre il coraggio e lo spirito di sacrificio. Una pagina poco
conosciuta sia dell'opera di Rigoni Stern sia della produzione
letteraria sulla guerra che va opportunamente valorizzata ed
attentamente riletta.
"Antistante alla chiesa, il perimetro del piazzale era punteggiato
da numerosi cippi; alti quasi quanto un uomo, equidistanti fra
loro, formavano un grande rettangolo. Esercitavano un richiamo, al
quale sentii di dover rispondere ancor prima di entrare in chiesa.
Sulla prima stele a cui mi avvicinai lessi inciso un nome:
'Ravenna', sulla seconda 'Sforzesca', sulla terza 'Pasubio'. Man
mano che procedevo dall'una all'altra, andavo incontro ai nomi
delle nostre Divisioni schierate sul fronte russo, leggevo
'Torino', 'Cosseria', 'Vicenza'; e ancora, portandomi sull'opposto
lato della piazza, 'Tridentina', 'Julia', 'Cuneense', le tre
Divisioni alpine; e ancora 'Celere', la Divisione dei bersaglieri;
e ancora un cippo ricordava l'aeronautica e la IV Flottiglia Mas
sul fronte orientale; il dodicesimo, infine, il raggruppamento
camicie nere; così, tutti erano ricordati, nella religiosa
intenzione pacificatrice, gli innumerevoli sconosciuti e innominati
che avevano costituito reparto per reparto le grandi unità prima
d'essere i caduti e i dispersi in memoria dei quali era stato
eretto il grande tempio che mi si levava dinnanzi, silenzioso e
vasto."
Giulio Bedeschi
La mia erba è sul Don
(l'opera è in libreria per i tipi Mursia, al prezzo di euro
17,50)
Dopo Centomila gavette di ghiaccio Giulio Bedeschi ritorna sul
Don per ripercorrere le tappe dei tragici eventi della campagna di
Russia durante la Seconda guerra mondiale. La ritirata dell'Armir
(l'Armata italiana in Russia) ha costituito certamente un fatto
d'armi che è andato ben al di là delle cronache militari,
comportando sofferenze e sforzi sovrumani che hanno riscoperto
l'uomo nelle sue più profonde e primordiali radici, quasi
denudandolo di ogni abito e convenzione sociale e raschiando a
fondo la sua anima. L'enfatizzazione dei sentimenti, il prepotente
riemergere degli istinti di base, la disperata lotta per
sopravvivere sia per la salvaguardia della propria integrità fisica
sia per la conservazione della propria ragione e della propria
umanità, sono tutti motivi, più che sufficienti, per non smettere
mai di meditare e di coltivare la memoria. In questo contesto, la
fiorente letteratura sulla campagna italiana di Russia si è
arricchita nel 1984 di quest'altro romanzo di Bedeschi. La mia erba
è sul Don è un laboratorio narrativo dove si intrecciano vicende
presenti e ritorni al passato, la cronaca di uno dei tanti episodi
della ritirata e la descrizione di un mondo ormai profondamente
mutato, in cui anche i protagonisti di quei lontani fatti sono per
tanti aspetti talmente cambiati da divenire irriconoscibili allo
stesso Autore. Il romanzo è l'apologia di un eroe silenzioso, di un
compagno di sventura che ha sempre aiutato senza chiedere nulla in
cambio, la cui sola presenza ha recato conforto e speranza. Il nome
di questo eroe è sospeso tra l'immaginario e la realtà, la sua
stessa esistenza è avvolta nel mistero (così come la sua fine) e
solo la capacità narrativa dell'Autore ne fa emergere i tratti più
significativi. Un eroe dell'abnegazione, della modestia e,
soprattutto, del silenzio, da contrapporre ai clamori e ai
protagonisti del tempo presente, una ricercata e ben riuscita
descrizione che rimarca le differenze tra uomini di ieri e di oggi.
L'intento narrativo è marcatamente morale e in alcune pagine,
soprattutto quelle che gettano uno sguardo sul mondo di oggi, si
sente in modo preponderante la scelta di fondo dell'Autore. L'opera
riprende freschezza e fluidità nella pagine in cui si narrano le
vicende che fanno da sfondo all'intero racconto e in alcuni parti
ricorda il precedente, più felice e famoso libro dell'Autore sulla
ritirata di Russia.
"Mi ha fermato, con aria decisa, un borghese, si è fatto
conoscere come brigadiere dei carabinieri (ha mostrato i suoi
documenti) e mi ha pregato di accompagnarlo in caserma. Un capitano
mi ha interrogato a lungo, arricciandosi i baffi, e si è convinto
della mia regolare posizione e dell'autenticità dei miei documenti.
Mi ha messo in libertà, e quando ho chiesto le ragioni
dell'inchiesta, ha risposto: 'il brigadiere si era messo in mente
che lei fosse una spia austriaca: aveva trovato, chissà perché, che
il suo tipo non fosse italiano."
Paolo Caccia Dominioni
1915-1919. Diario di guerra
(l'opera è in libreria per i tipi Mursia, al prezzo di euro
10,00)
Tra i numerosi diari di guerra, scritti durante e dopo gli
eventi bellici della Prima guerra mondiale, quello di Paolo Caccia
Dominioni si distingue per il particolare stile narrativo. In modo
asciutto, diretto, senza fronzoli che l'Autore non ama, né le
tragiche circostanze oggettive suggeriscono, il diario racchiude
una serie di quadri di vita militare e di avvenimenti di guerra che
sono descritti nella loro crudezza e immediatezza, componendosi in
una superiore visione morale della propria missione e del proprio
ruolo di comandante alla quale il Dominioni non abdica mai. Paolo
Caccia Dominioni di Sillavengo è un personaggio emblematico, unico
nel suo genere, sia come scrittore, sia come militare. Ha
combattuto in due guerre mondiali: nella Prima, da ufficiale del
genio pontieri e sperimentatore dei primi reparti lanciafiamme;
nella Seconda, in attività di spionaggio, quale comandante di
battaglione del genio guastatori alpino e nella Resistenza. Dal
Carso ad El Alamein, l'Autore ha percorso nella sua vita tutti i
più importanti teatri di guerra, curando successivamente e per
tutta la sua vita la memoria dei luoghi e dei fatti. Questo diario,
che abbraccia un arco di tempo che va dal 1915 al 1919, prima e
dopo la partecipazione dell'Italia nella Prima guerra mondiale, è
un laboratorio di sperimentazione grafica e linguistica e di
confronto personale, dove l'Autore traduce i suoi celeberrimi
disegni in prosa. Le figure e gli ambienti che appaiono all'interno
del testo, tratteggiati con forza e semplicità, condensano con
estremo realismo ed efficacia i protagonisti, i momenti e i luoghi.
La prosa riproduce gli stessi personaggi, gli stessi momenti e gli
stessi luoghi come fossero tratteggiati con altrettanta maestria ed
efficacia espressiva. Il diario è ricco di disegni e di episodi:
episodi di vita quotidiana, umile e nobile, di eroismo e, talvolta,
di egoismo, di coraggio quasi sfrontato e di calda umanità. La
lettura è piacevole, alle volte fa pensare con tristezza, altre
volte induce a meditare sul dramma della guerra e delle vicende
umane, qualche volta strappa un timido sorriso per le situazioni
paradossali e ironiche che anche nei momenti più tragici vengono a
crearsi. Nel diario traspaiono tutti i sentimenti che soltanto un
evento di tale gravità come la guerra riesce a far emergere:
l'orgoglio del giovane ufficiale, l'alto senso del dovere che si è
chiamati a compiere come cittadini e come militari, la coscienza
dell'enorme peso delle responsabilità che i tempi impongono, la
libertà e lo spirito critico dell'uomo che non vuole perdere mai la
sua dignità di essere pensante e ragionevole, con i suoi limiti, i
suoi ideali, le sue virtù e le sue speranze. Lo straordinario
personaggio che è Paolo Caccia Dominioni non poteva non lasciarci
un documento straordinario della sua prima esperienza bellica e dei
migliori anni della sua vita (l'Autore si è arruolato volontario a
19 anni), consumati nelle trincee e nei campi di battaglia.
a cura del
Ten.Col. CC Fausto Bassetta
Giovanni Calesini
Diritto europeo di polizia
Laurus Robuffo,
2007, pagg. 270,
euro 32,00
Nel dicembre 1975 fu costituito a Roma il gruppo di lavoro TREVI
(Terrorismo, Radicalismo, Eversione, Violenza Internazionale), con
il fine di avviare la cooperazione nella lotta al terrorismo e alla
criminalità organizzata. L'anno successivo, furono costituiti i
gruppi di lavoro TREVI 1 (lotta al terrorismo) e TREVI 2
(cooperazione di polizia per l'ordine pubblico) e, nel 1986, il
TREVI 3 (cooperazione in materia di lotta al traffico di
stupefacenti e alla criminalità organizzata): nacque, così, la
cooperazione di polizia nell'ambito comunitario che, partendo da
una collaborazione informale tra le forze di polizia, si è
sviluppata e consolidata fino a giungere ai sofisticati strumenti
del terzo pilastro della UE, dell'Ufficio Europeo di Polizia
(Europol), del Sistema Informativo Schengen (SIS) e delle "sale
operative" SIReNE, dell'Agenzia europea per la gestione delle
frontiere esterne (FRONTEX) e dell'Accademia Europea di Polizia
(CEPOL), per citare i principali. Un percorso volto a rafforzare
tra i Paesi Membri sempre più la cooperazione strategica,
operativa, ma anche addestrativa, in un settore critico per
l'Unione Europea e fondamentale per il suo sviluppo. I recenti
costanti allargamenti dell'Unione e l'auspicata futura entrata in
vigore della Costituzione europea, infatti, rendono di viva
attualità tutti gli aspetti che confluiscono nel terzo
pilastro.
L'opera di Giovanni Calesini, dopo una generale visione sul
complesso sistema giuridico dell'Unione Europea, analizza questo
percorso, approfondendo gli specifici strumenti di polizia europei,
sia sotto il profilo normativo sia sotto quello operativo, e le
molteplici aree tematiche in cui essi trovano applicazione. Nel
complesso, un manuale utile per chi si avvicina allo studio
operativo della materia e per coloro che hanno necessità di un
testo di pronto utilizzo e agevole consultabilità.
Ten. Col. CC Andrea Paris
David Brunelli
Giuseppe Mazzi
Diritto Penale Militare
Giuffrè editore,
2007, pagg. 550,
euro 29,00
è la IV edizione, aggiornatissima, dell'ormai collaudato manuale
di diritto penale militare degli Autori. L'opera si articola in
quattro parti: le prime due, dedicate al diritto penale militare di
pace, riprendono la tradizionale distinzione sistematica del
diritto penale sostanziale in parte generale e in parte speciale;
ad esse si affiancano la parte terza, dedicata alle norme
superstiti del diritto penale militare processuale e agli istituti
che disciplinano l'ordinamento giudiziario militare, e la parte
quarta, dedicata alla legislazione penale militare di guerra e dei
conflitti armati. Correda il manuale una ricchissima bibliografia.
Il testo è scritto con la chiarezza e l'approfondimento consueti e
la spiegazione aggredisce subito il cuore della problematica
affrontata, senza inutili discorsi di contorno e con puntuali
richiami alla dottrina o alla giurisprudenza. Si tratta, quindi, di
un'opera completa sotto ogni profilo, utile a soddisfare le
esigenze di studio o di applicazione operativa sia di chi si
cimenta per la prima volta con la complessità del diritto penale
militare sia dell'operatore più esperto.
Ten. Col. CC Andrea Paris
Basilio Di Martino
Filippo Cappellano
I reparti d'assalto italiani nella Grande Guerra
Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico,
2007, pagg. 1022,
euro 30,00
I due autori, ufficiali in servizio permanente effettivo delle
Forze Armate, hanno realizzato un lavoro complesso composto da ben
1022 pagine dedicato esclusivamente ai reparti d'assalto italiani
nella Prima Guerra Mondiale, da cui il titolo.
Il lavoro è strutturato su una prima parte generale composta da
sette brevi capitoli e su una seconda parte molto più corposa di
circa cinquecentocinquanta pagine con la disamina della vita
operativa dei quarantuno reparti d'assalto ivi compresi quello
dell'11° reggimento bersaglieri, di cavalleria e, infine, del
reparto d'assalto di marcia.
Completano il lavoro otto appendici di cui una iconografica con le
citazioni delle ricompense dedicate ai reparti e ai singoli
(medaglie d'oro al valor militare), le citazioni sul bollettino di
guerra; le altre appendici sono dedicate all'addestramento,
all'evoluzione organica e disciplinare dei reparti. Infine, una
quarantina di pagine sono riservate ai documenti che rappresentano
i momenti più significativi delle attività dei Reparti Arditi
prima, durante e dopo lo scioglimento dei medesimi.
Si tratta di un'opera che descrive attentamente la nascita e lo
sviluppo dell'impiego di unità di Arditi distinguendo le semplici
attività di esplorazione della terra di nessuno (soprattutto nella
zona trentino-veneta) dall'attività di infiltrazione per svolgere
quelle azioni di penetrazione in profondità dello schieramento
nemico, secondo le indicazioni del maggiore Bassi e del generale
Grazioli, i due ufficiali ritenuti i veri inventori dei nostri
Reparti di Arditi.
Ripercorrere la storia degli Arditi italiani durante il Primo
Conflitto Mondiale non è stato lavoro da poco, come risulta
chiaramente dalla copiosa ricerca archivistica condotta presso
l'Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.
Tale ricerca ha permesso di avere una visione d'insieme attraverso
le differenti sperimentazioni che diedero luogo ai primi tentativi
di costituire reparti d'assalto ed all'esperienza acquisita sia sul
Fronte italiano sia su quello francese, peraltro, senza trascurare
gli elementi appresi dai nemici dell'epoca e principalmente dagli
austro-ungarici.
Tra i numerosi aspetti che meritano di essere sottolineati a
proposito di questo robusto volume, si deve rilevare la necessità a
distanza di oltre novanta anni di studiare ulteriormente aspetti
relativi allo sforzo bellico legato al primo scontro di portata
mondiale e che ebbe molteplici conseguenze sia per le forze armate
sia per l'intero Paese. Di ciò si deve essere grati ai due
autori.
Magg. CC Flavio Carbone
Nicolò Mirenna
L'Associazione Carabinieri e la sua storia
Associazione Nazionale Carabinieri,
2007, pagg, 166,
euro 5,00
Lo studio si presenta come una fedele ricostruzione delle varie
fasi attraverso cui si è sviluppata la storia dell'Associazione
Nazionale Carabinieri, nata come aggregazione di mutuo soccorso e
divenuta un fenomeno tuttora vivo e sentito, ancorato alle
tradizioni dell'Arma e proiettato nel sociale e nel volontariato
qualificato.
La necessità di un'organica ricerca delle proprie origini si spiega
con la voglia di ritrovare, nelle motivazioni che furono alla base
della sua costituzione e nei fenomeni sociali che ne hanno
determinato i mutamenti, nuove energie sempre più necessarie per
affrontare le sfide del presente.
Dopo un'accurata introduzione storica, tra il 13 luglio 1814, anno
dell'istituzione delle Regie Patenti e l'Unità d'Italia, molti sono
gli avvenimenti citati, determinanti nella storia dell'Arma. A mano
a mano che il Corpo dei Carabinieri viene esteso a tutta la Nazione
e assorbe le varie gendarmerie degli ex Stati italiani, si
producono inevitabili condizioni di disagio materiale e morale di
militari di ogni grado ed è in questo momento che si avverte, per
la prima volta, la mancanza di un sistema nazionale di previdenza e
di assistenza che risponda a certe esigenze. Alla base infatti del
concetto di associazione c'è il bisogno dei cittadini di eliminare
gli inconvenienti prodotti dall'isolamento, conseguendo vantaggi
per tutta la collettività.
La prima manifestazione associativa risale all'antica Roma con le
corporazioni di arti e mestieri e prosegue per tutto il medioevo.
Nell'Italia dello Statuto Albertino si parla di diritto di
riunione, ma non di diritto di associazione. È solo dopo l'Unità
che vengono abolite le limitazioni poste dai governi dei vari Stati
alle libertà di riunione e di associazione e nascono così le
Società Operaie di Mutuo Soccorso e le Fratellanze, istituti
privati di previdenza sociale, che ottengono la personalità
giuridica con legge 15 aprile 1886, n. 3818 e che si danno uno
statuto, improntato alle nuove idee e ai fondamentali principi
etici.
Le prime associazioni fra Carabinieri nascono come naturale
sviluppo e nell'ambito dei fermenti sociali e politici della
società civile che ha dato vita a movimenti di ispirazione
previdenziale e mutualistica. Nel 1886, dopo che il Parlamento
abolisce il divieto di associazionismo tra militari in congedo, si
costituisce a Milano la prima Associazione di Mutuo Soccorso tra
congedati e pensionati dei Carabinieri Reali.
L'apoliticità, la solidarietà, l'assistenza morale, culturale ed
economica sono principi fondanti, rimasti validi in tutte le
associazioni che da quel momento si andranno via via costituendo a
Torino, Como, Vicenza, Reggio Emilia, Pistoia, ecc. Il passaggio da
società di mutuo soccorso ad Associazioni d'Arma avviene durante il
primo convegno di tutte le associazioni presso il teatro Argentina
a Roma nel 1925, in seguito alla sempre più evidente difficoltà per
la eccessiva parcellizzazione nel territorio e la conseguente
confluenza delle varie associazioni locali in un unico Ente
nazionale. Nasce così nel 1926 la Federazione Nazionale del
Carabiniere Reale che diventa ente morale nel 1928 e a cui
aderiscono un numero crescente di associazioni fino al 1933, anno
in cui si raggiunge l'adesione totale. Ma nel 1938
l'associazionismo militare registra una pagina negativa: il Governo
fascista sopprime tutte le Associazioni d'Arma che vengono
trasformate in veri e propri reparti militari, con l'obbligo per
tutti i componenti di considerarsi volontari e quindi, in caso di
necessità, disponibili ad ogni impiego. Dopo la necessaria
risistemazione conseguente alla liberazione di Roma nel 1944,
inizia una fase di consolidamento e riorganizzazione che sfocerà
nell'entrata in vigore del nuovo Statuto Organico approvato nel
1956 con la nuova e definitiva denominazione di "Associazione
Nazionale Carabinieri". Presidente onorario dell'Associazione è il
Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, a ribadire l'unicità
di intenti e la continuità dei valori ispiratori dell'Arma
Oltre ai principi e ai valori in comune, il movimento
associazionistico dell'Arma, fin dall'inizio, cerca principalmente
di dare una risposta alle esigenze assistenziali, in assenza di un
sistema previdenziale e assicurativo e "in seguito al pietoso
quadro delle tristissime condizioni nelle quali talvolta, per il
decesso di un ufficiale, veniva improvvisamente a trovarsi la di
lui famiglia", viene istituita, nel 1921, la prima "Cassa di
Previdenza fra gli Ufficiali dei Carabinieri". L'iniziativa
riscuote molto successo, tanto che il Comando Generale decide di
estenderla anche ai Sottufficiali, lasciando comunque facoltativa
l'iscrizione.
Anche nella struttura dell'Associazione esiste la tendenza a
diffondersi nel territorio, attualmente l'ANC è presente in 13
Stati (Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina, Sud Africa, sono
solo alcuni) di ben quattro Continenti, a riprova tangibile del
perdurare dei valori morali e spirituali che da sempre animano i
Carabinieri in servizio e in congedo. Con l'espandersi
dell'emigrazione italiana nel mondo, insieme alla forza lavoro,
sono stati esportati valori quali spirito di corpo, senso
dell'onore, sentimento patrio, orgoglio di essere
Carabiniere.
L'aumento della sensibilità sociale registrato nell'ultimo
trentennio del secolo scorso ha reso più evidenti una serie di
bisogni ai quali si fatica a dare una risposta istituzionale
adeguata e soddisfacente: la disoccupazione, la crescita del
"consumismo", i problemi ambientali, l'individualismo e
l'arrivismo, sono condizioni che hanno trovato una parziale
risposta nel volontariato, nuova componente degli scenari
istituzionali che segna un'importante inversione di tendenza ad
attribuire esclusivamente allo Stato compiti e funzioni di
assistenza, di aiuto e servizio sociale. Nell'ANC l'attività di
volontariato con funzioni di protezione civile e solidarietà inizia
in seguito a un evento tragico come il terremoto del Friuli nel
1976 e viene reiterata in occasione di altre pubbliche calamità.
Attualmente l'ANC gestisce gruppi di volontariato "qualificato" che
hanno ormai acquisito un proprio statuto e un proprio ufficiale
riconoscimento.
Nella prospettiva di un aggiornamento e di un adeguamento alle
nuove realtà sociali e culturali, negli ultimi capitoli vengono
toccati argomenti quali la nascita delle "Benemerite", figlie,
mogli, sorelle di Carabinieri in servizio o in congedo che,
desiderose di sentirsi più vicine ai loro congiunti, vengono
impiegate nelle attività istituzionali dell'Associazione; la
diffusione di organi di stampa e pubblicazioni che dal 1872 sono
apparse sia per l'Arma sia per l'Associazione e infine un breve
excursus cronologico dei raduni dell'ANC nel tempo che
costituiscono i momenti più sentiti di unione e riconoscimento tra
gli associati.
In conclusione, al di là di ogni intento agiografico o
autoesaltativo, questo studio ha inteso tramandare il ricordo e il
racconto degli avvenimenti del passato, per continuare ad
alimentare l'alta missione sociale di assistenza materiale e morale
svolta dall'Associazione nei confronti dei Carabinieri di tutti i
tempi.
Ten. CC Beatrice Di Grazia
Cristiano Armati
Yari Selvetella
Roma Criminale
Newton & Compton Editori,
2006, pagg. 449,
euro 14,90
L'omicidio di Matteotti, la strage delle Fosse Ardeatine, il
caso Bebawi, il massacro del Circeo, la morte di Marta Russo e
molti altri, sono eventi delittuosi che hanno un unico comune
denominatore: sono episodi di cronaca giudiziaria dell'ultimo
secolo che hanno avuto per scenario Roma, "città fondata con un
omicidio e popolata con uno stupro di massa", come argutamente
ricordato in premessa dai due autori. Essi analizzano questi eventi
delittuosi con suggestioni tematiche interessanti, ipotizzando,
talvolta, anche analogie con episodi di cronaca del passato, in
particolare con il periodo della Roma Umbertina: il coinvolgimento
di ambigui apparati di potere è comune all'assassinio di Sonzogno e
a quello di Mino Pecorelli; il 1897 - durante il quale si verificò
una grave crisi edilizia - può essere paragonato alla seconda metà
degli anni '70, ricca di tangenti ad opera di spregiudicati
imprenditori edilizi; una certa disinvoltura economica caratterizzò
tanto l'epopea di Sommaruga, quanto il crac del Gruppo Cragnotti;
il caso della nobildonna Filo della Torre, infine, presenta
analogie con quello della Contessa Lara.
La trattazione dell'omicidio di Pier Paolo Pasolini è più
particolareggiata e sembra perseguire lo scopo di impedire che il
caso non venga riduttivamente ricordato come l'incidente di
percorso di un artista sui generis, talvolta ritenuto scomodo e
imbarazzante: egli morì perché, asseritamente, indagava su loschi
affari che interessavano congiuntamente taluni esponeneti politici
e rappresentanti malavitosi romani. I due autori arrivano a fare
addirittura i nomi degli assassini, a loro dire conosciuti da molto
tempo in certi ambienti romani, fino ad oggi impietosamente
omertosi.
Armati e Selvetella analizzano tutti gli eventi mantenendo sempre
un ricorrente punto di vista: Roma e i suoi abitanti, protagonisti
e spettatori di una storia in cui il mistero è l'attore
principale.
L'opera, però, sembra caratterizzata da un modus operandi e una
forma mentis tipiche del ricercatore universitario - forse retaggio
della giovane età degli autori, entrambi trentenni - piuttosto che
del giornalista investigativo. La trattazione estremamente
sintetica di alcuni delitti, infatti, sembra essere finalizzata
alla produzione di un compendio divulgativo-informativo e non
appare invece il risultato di un'inchiesta approfondita. Lo stile
romanzato assume una valenza bivalente: da un lato rende più
avvincente la lettura ed elimina il rischio di una esposizione
troppo analitica ed asettica, spesso ricorrente nelle opere in cui
sono analizzati molteplici eventi; dall'altro caratterizza il
lavoro in termini non sempre credibili, soprattutto nelle diverse
analogie con gli episodi di cronaca del passato, talvolta non
pertinenti.
Magg. CC Gianluca Livi
Ali Tariq
All'ombra del melograno
Baldini Castoldi Dalai,
2007, pagg. 348,
euro 18,00
L'opera ripercorre le vicende che in Spagna, alla fine del XV
secolo, segnarono la fine della dominazione islamica per mano
dell'impero cristiano. Nel 1499, a Granada, sette anni dopo la resa
della Spagna islamica, in palese violazione di specifici accordi
pregressi, il mondo cattolico impedì ai musulmani di professare
liberamente la loro fede, bruciando i libri nei quali erano
depositati cultura e sapere islamico di ben 8 secoli, vietando gli
usi, i costumi, la musica e addirittura la lingua. Il romanzo vede
protagonisti gli esponenti dei Banu Hudayl, aristocratici musulmani
ormai impotenti di fronte agli eventi, costretti a scegliere come
sopravvivere, combattutti tra il restare da convertiti o il fuggire
nel Nord Africa per non rinnegare fede e cultura.
Il titolo, dal doppio significato, allude al simbolo della città di
Granada del 1499 (l'ombra del melogramo, appunto) ma sta anche ad
indicare l'ombra che realmente veniva proiettata dai melograni
piantati nel giardino degli aristoratici, luogo ove riecheggiavano
presente e passato del mondo islamico. L'autore, Tariq Ali - figura
di spicco della sinistra critica internazionale - è storico,
analista politico-culturale, romanziere e regista cinematografico.
Egli offre una visione distante dallo stereotipo del mondo islamico
fornito dalla storia formale. La sua opera, seppure in chiave di
romanzo, risulta molto attuale poiché sembra denunciare le
incertezze politico-religiose che stanno caratterizzando l'Europa
dei nostri tempi. Lo scrittore non è un novizio del genere: oltre
ad aver pubblicato diversi studi sui rapporti tra islamismo e
culture occidentali, è autore di volumi dedicati alla politica
internazionale ("Bush in Babilonia. La ricolonizzazione dell'Iraq"
edito da Fazi nel 2004) o al fondamentalismo religioso ("Lo scontro
dei fondamentalismi" edito da Rizzoli nel 2002).
Magg. CC Gianluca Livi
Monestier Barbara
Sono venuti a prendermi la vita - Storia della mia adozione
Piemme editore,
2007, pagg 189,
euro 13,90
Generalmente, i libri che trattano il tema dell'adozione sono
sempre scritti dai genitori adottivi o da addetti del settore
(assistenti sociali, medici, operatori di orfanotrofi). Questo
libro, invece, offre una chiave di lettura diversa, un altro e non
meno importante punto di vista: quello della persona adottata. E il
risultato non è molto positivo. La protagonista dichiara di aver
vissuto un vero e proprio dramma. Abbandonata dalla madre biologica
a poche settimane di vita, è stata cresciuta in affidamento in una
bidonville vicino Santiago. Fino all'età di 4 anni e mezzo, quando
venne adottata da una famiglia francese, il suo mondo era
rappresentato dalla sua tata, gli altri bambini, la lingua cilena
che stava imparando a parlare, il cibo e la cultura locali. Una
vita non certo lussuosa, ma felice. L'autrice spiega che per lei
l'adozione ha rappresentato una violenza, il furto di tutte le cose
che lei aveva imparato a conoscere, ad accettare. Non fu un atto
d'amore, ma un rapimento che ha causato un iniziale violento
trauma, a cui hanno fatto seguito, giunta in Francia, sensazioni di
paura e rabbia. E poi, crescendo, il tutto si è concretizzato in
senso di inadeguatezza, depressione, tentativi di suicidio, visite
presso centri di cura specializzati. Tutto ciò, allo scopo di
sfuggire alle crisi di identità, ai mille dubbi che hanno minato la
sua infanzia e la sua adolescenza. L'affetto, le energie, le
fantasie, il calore umano - ancorché palesati in grande misura ed
in assoluta buona fede dai propri genitori adottivi - si è tradotto
nel tempo in un ricatto affettivo, in una gratitudine imposta,
quasi fosse scontata, che la protagonista ben riassume nella frase,
ripetutale infinite volte per tutta la vita: "sei stata adottata,
ti è stato dato tutto e non avevi nulla, ora non puoi che essere
felice". Nel tempo, ciò è sfociato nella crescente esigenza di
ricongiungersi con il suo paese d'origine, culminato con la
conoscenza della madre biologica, avvenuto per la prima volta a
ventuno anni.
L'opera fa riflettere su temi molto caldi e controversi. L'inedito
pensiero della persona adottata ha scosso l'opinione pubblica
francese, suscitando dibattito mediatico: la scelta egotica di
avere un figlio, che in termini di legge si concretizza nel
presunto "diritto al figlio", si traduce per la bimba adottata in
una vita agiata ma infelice a causa di una sofferta mancanza
d'identità personale. Un punto di vista finora del tutto
inedito.
Magg. CC Gianluca Livi
Fabrizio Calvi
I nazisti che hanno vinto. Le brillanti carriere delle SS nel
dopoguerra
Piemme editore,
2007, pagg. 362,
euro 17,90
Fabrizio Calvi ha condotto uno studio che ha il sapore di una
seria indagine, formale e rigorosa, più che dello scoop mediatico.
Grazie alla consultazione di materiale d'archivio non più
secretato, egli ha ricostruito le gesta di diversi nazisti che,
dall'immediato dopoguerra in poi - al fine di salvaguardare biechi
interessi materiali e grazie a complicità di ogni tipo o a
ragnatele di rapporti ambigui - hanno operato presso propaggini più
o meno clandestine di strutture politiche ed ufficiali di alcuni
tra i Paesi vincitori del conflitto o, addirittura, sono giunti ai
vertici di aziende multinazionali.
A titolo di esempio, Karl Hass, uno dei responsabili dell'eccidio
delle Fosse Ardeatine, fu assoldato nell'organizzazione "Los
Angeles" con l'incarico di infiltrare il partito comunista
italiano. "Hacke", un'organizzazione clandestina interamente
fondata da ex appartenenti al regime nazista, verrà successivamente
infiltrata da agenti sovietici ed estenderà le sue ramificazioni in
tutta Europa.
Alla fine, spiega l'autore, l'utilizzo di criminali di guerra fu
talmente ricorrente, che i nazisti accolti negli Stati Uniti furono
in totale più di diecimila. Per l'autore, tutto ciò ha un solo
significato: le vittime hanno perso un'altra volta. E la seconda
sconfitta suona oggi impietosamente più dolorosa della prima,
perché evidenzia il disinteresse per la Shoah da parte degli
Alleati a favore di biechi interessi economici e politici.
Magg. CC Gianluca Livi
Joseph E. Stiglitz
La Globalizzazione che funziona
Einaudi editore,
2006, pagg. 336
euro 16,50
Nella sua precendente opera, "La globalizzazione e i suoi
oppositori contro le istituzioni internazionali", Joseph E.
Stiglitz (premio Nobel nel 2001 per l'Economia), denunciava il
perseguimento di interessi economici da parte dei paesi ricchi a
danno di quelli in via di sviluppo. In "La Globalizzazione che
funziona", l'autore cambia chiave di lettura e offre suggerimenti
su come far funzionare la globalizzazione, su come ottimizzarla per
arginare la miseria in cui verte il Terzo Mondo: la globalizzazione
economica è una forza positiva, capace di incentivare la crescita e
di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni più povere
del pianeta. A tal uopo è necessaria una revisione degli accordi
commerciali, delle politiche economiche imposte ai paesi più
poveri, una riorganizzazione degli aiuti internazionali e del
sistema finanziario globale. "Io penso", spiega l'Autore, "che
abbiano ragione anche gli ottimisti - quelli che, in assemblee come
il World Social Forum di Mumbai, hanno affermato che «un mondo
diverso è possibile»". In questo libro vengono illustrate alcune
riforme che permetterebbero alla globalizzazione di realizzare in
modo più convincente il proprio potenziale, migliorando la vita
delle persone sia nel mondo industrializzato sia in quello in via
di sviluppo. "È vero che facciamo parte di un'economia sempre più
globale", continua l'autore, "ma tutti noi viviamo in comunità
locali e continuiamo, molto più di quanto non si creda, a pensare
in termini di realtà locale. È naturale che si attribuisca più
importanza a un posto di lavoro perso sul mercato nazionale che non
a due nuovi posti di lavoro creati all'estero. Questa mentalità
ristretta ci porta spesso a non valutare correttamente quali
effetti potrebbero avere determinate politiche da noi auspicate
sull'economia globale e a preoccuparci solo dell'impatto diretto
che potrebbero avere su di noi. Perché la globalizzazione possa
davvero funzionare, bisognerà cambiare mentalità: dovremo pensare e
agire in modo globale".
Magg. CC Gianluca Livi
Benedetto XVI (Joseph Ratzinger)
Gesù di Nazareth
Rizzoli editore,
2007, pagg 446,
euro 19,50
"Gesù di Nazareth", ovverosia l'interpretazione della figura di
Gesù nel Nuovo Testamento secondo Joseph Ratzinger. Al tempo della
giovinezza del Santo Padre - negli anni Trenta e Quaranta
-prestigiosi autori pubblicarono una serie di libri entusiasmanti
ove, riferisce egli stesso, "l'immagine di Gesù Cristo veniva
delineata a partire dai Vangeli: come Egli visse sulla terra e
come, pur essendo interamente uomo, portò nello stesso tempo agli
uomini Dio, con il quale, in quanto Figlio, era una cosa sola.
Così, attraverso l'uomo Gesù, divenne visibile Dio e a partire da
Dio si poté vedere l'immagine dell'uomo giusto. A cominciare dagli
anni Cinquanta la situazione cambiò. Lo strappo tra il "Gesù
storico" e il "Cristo della fede" divenne sempre più ampio; l'uno
si allontanò dall'altro a vista d'occhio. (...) I progressi della
ricerca storico-critica condussero a distinzioni sempre più sottili
tra i diversi strati della tradizione. Dietro di essi, la figura di
Gesù, su cui poggia la fede, divenne sempre più incerta, prese
contorni sempre meno definiti. Nello stesso tempo le ricostruzioni
di questo Gesù, che doveva essere cercato dietro le tradizioni
degli Evangelisti e le loro fonti, divennero sempre più
contraddittorie: dal rivoluzionario nemico dei romani che si oppone
al potere costituito e naturalmente fallisce, al mite moralista che
tutto permette e inspiegabilmente finisce per causare la propria
rovina". Il libro del Santo Padre nasce dall'esigenza di offrire
una figura di Gesù diversa da quella descritta negli ultimi
decenni. Sembra che gli autori effettuassero la ricostruzione della
figura del figlio di Dio trasponendo i propri ideali, piuttosto che
descrivere dettagliatamente un'icona diventata nel tempo assai
confusa. Ciò ha portato, secondo il Papa, a rendere il credente
diffidente verso queste immagini di Gesù, che hanno piuttosto
generato una certa distanza tra la comunità e il figlio di Dio. Se
ne deduce che noi sappiamo ben poco di certo su Gesù e che invece,
molto tempo dopo la sua comparsa, la fede nella sua divinità abbia
plasmato la sua immagine. Una simile situazione "è drammatica per
la fede perché rende incerto il suo autentico punto di riferimento:
l'intima amicizia con Gesù, da cui tutto dipende, minaccia di
annaspare nel vuoto". Pertanto, il Sommo Pontefice muove
dall'esigenza di fornire alcune "indicazioni di metodo" affinché
esse determinino la strada della Sua interpretazione della figura
di Gesù nel Nuovo Testamento. Egli non vuole andare contro la
moderna esegesi - alla quale anzi riconosce il merito di aver
divulgato fonti e concezioni attraverso le quali la figura di Gesù
viene descritta con una vivacità e profondità che solo pochi
decenni fa non era immagnabile - ma che offre una visione che va al
di là dell'interpretazione storico-critica, che invece si può
ottenere analizzando tale figura con nuovi criteri metodologici.
Questi ultimi permetteranno certamente un'interpretazione teologica
della Bibbia che, però, non può essere affrontata senza il
presupposto essenziale della fede. In sintesi, per il Santo Padre,
la scelta di fede non può derivare dal puro metodo storico. Egli ha
cercato di presentare il Messia come il vero Gesù, muovendo dalla
considerazione che la figura del "Gesù storico" sia molto più
logica e comprensibile delle ricostruzioni offerte dai molteplici
autori di cui sopra. Ciò è possibile proprio partendo dal
presupposto che i Vangeli stessi tratteggiano una figura storica
assolutamente sensata e stabile. Solo così si può spiegare la Sua
crocifissione. Per spiegare la credibilità dei Vangeli, egli
analizza, tra le tante, la parabola evangelica del buon samaritano.
È plausibile l'episodio dell'uomo che, assalito dai briganti sulla
strada per Gerico, viene da questi ultimi abbandonato in fin di
vita ai bordi della via. "È una storia assolutamente realistica,
perché su quella strada assalti simili accadevano regolarmente".
Delle tre figure che si trovano a transitare per quella strada, un
sacerdote, un levita, ed un samaritano ("probabilmente un
mercante"), solo quest'ultimo mostra compassione e aiuta il
malcapitato. Così facendo, egli si fa "prossimo" e dimostra alla
comunità che non è difficile diventare una persona protesa al
bisogno dell'altro. Il Santo Padre, infine, attualizza tale
parabola asserendo che le popolazioni del Terzo Mondo sono
"prossime" a noi. "Vediamo che anche il nostro stile di vita, la
storia in cui siamo coinvolti li ha spogliati e continua a
spogliargli. In questo è compreso soprattutto il fatto che le
abbiamo ferite spiritualmente. Invece di dare loro Dio, il Dio
vicino a noi in Cristo, e accogliere così dalle loro tradizioni
tutto ciò che è prezioso e grande e portarlo a compimento, abbiamo
portato loro il cinismo di un mondo senza Dio, in cui contano solo
il potere e il profitto".
Magg. CC Gianluca Livi
Lirio Abbate
Peter Gomez
I Complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone
al parlamento
Fazi Editore,
2007, pagg. 353,
euro 15,00
Gli autori di questo libro sono accomunati dal modo di vivere la
loro professione. Cronisti per istinto, ancor prima che per
passione.
Lirio Abbate è il giornalista che per primo, nello stesso istante
in cui è avvenuta, ha diffuso al mondo intero la notizia della
cattura di Bernardo Provenzano. è lui, infatti, il cronista
dell'ANSA di Palermo che quella mattina dell'11 aprile del 2006 era
appostato tra i rovi e le rocce di Corleone, a spiare i poliziotti
che a loro volta spiavano Bernardo Provenzano e che lo hanno
catturato. "Arrestato Provenzano": è questo il suo "lancio" delle
11:28 che, partito da Montagna dei Cavalli, in pochi minuti ha
fatto il giro del mondo e che gli è valso il premio quale "Cronista
dell'Anno".
Peter Gomez, redattore de L'Espresso e autore di numerosi libri,
allievo di Indro Montanelli, è un giornalista d'inchiesta vecchio
stampo. Abituato a scavare, studiare, verificare sempre in modo
approfondito e rigoroso, firma da anni inchieste scottanti e
coraggiose, spesso scomode, portando alla luce, con rara onestà
intellettuale, sconcertanti fatti di cronaca e verità nascoste che
si annidano nelle zone d'ombra al confine tra potere ufficiale e
criminalità.
Questo loro libro ha davvero molti pregi. Si tratta di una
intelligente e documentatissima biografia di Bernardo Provenzano,
concepita e sviluppata secondo un angolo visuale ben preciso:
quello delle complicità, delle connivenze e delle alleanze,
trasversali ad ogni forma di potere lecito ed illecito, attraverso
le quali, negli anni, si è - da un lato - affermato ed evoluto il
suo ruolo mafioso e - dall'altro - protratta, per un tempo
incredibilmente lungo, la sua latitanza. Sono ricostruiti,
esclusivamente sulla base di una rigorosa documentazione, gli
ultimi decenni della storia personale di Provenzano. Quello che ne
emerge, però, è anche un pezzo inquietante della storia d'Italia,
fino ai nostri giorni.
Il libro, scritto in uno stile immediato ed avvincente, porta alla
luce - con lucidità e precisione storica inedite - la complessità
psicologica e la sofisticatissima capacità di gestione del potere
che hanno fatto di Bernardo Provenzano il leader indiscusso di cosa
nostra, cui hanno fatto capo le più importanti scelte strategiche
dell'organizzazione, la gestione delle attività illecite e
soprattutto la distribuzione interna delle risorse.
Si tratta di un libro davvero importante, poichè, tra l'altro,
sfata con grande efficacia la pericolosa tendenza revisionistica,
rapidamente affermatasi subito dopo la sua cattura, che ha portato
molti commentatori, anche autorevoli, a sminuire il reale spessore
di Bernardo Provenzano, soffermandosi solo sugli aspetti
folcloristici portati alla luce dal suo arresto: l'aspetto dimesso,
l'umile stalla in cui si nascondeva, la cicoria, il miele, le buste
della biancheria.
Grazie alla faticosa ed intelligente opera critica e di ricerca
compiuta dagli autori, nel libro vengono ricostruiti, in modo
preciso e documentato, gli investimenti nell'edilizia, nella
sanità, nell'agricoltura, grazie ai quali - da tempi ed attraverso
alleanze compresi solo con molti anni di ritardo - Bernardo
Provenzano ha costituito il proprio immenso potere economico e
mafioso. Vengono passate al setaccio ed illustrate in modo chiaro,
le alleanze e le cointeressenze che Bernardo Provenzano ha saputo
tessere, con moderno spirito bipartisan, con esponenti di tutte le
aree politiche. Sono delineate in modo preciso le figure di quella
ristretta cerchia di uomini d'onore, figure fondamentali nel
sistema di potere di Provenzano, che hanno costituito i suoi più
fidati e preziosi consiglieri, il suo corpo diplomatico. Si tratta
non di rozzi contadini con coppola e lupara (alcuni di loro
probabilmente non hanno mai imbracciato un fucile), ma di uomini
d'onore lontani dagli stereotipi, nati in piccoli paesi
dell'entroterra corleonese e divenuti imprenditori di primo piano,
funzionari della pubblica amministrazione, medici, politici. Uomini
d'onore che hanno rivestito ruoli importanti, tanto in cosa nostra
che nella società civile e che hanno quindi costituito i concreti
anelli di congiunzione fra questi mondi così radicati l'uno
nell'altro. Più che mai, nell'era Provenzano.
Cap. CC Giovanni Sozzo
Andrea Colombo
Storia Nera
Cairo,
2007, pagg. 266,
euro 17,00
Il 2 agosto del 1980 un ordigno di inaudita potenza esplose alla
stazione centrale di Bologna: 85 persone perirono e altre 200
rimasero ferite. L'atto terroristico - che verrà ricordato come il
più grave evento criminale del secondo dopoguerra italiano - verrà
addebitato ai N.A.R. (Nuclei Armati Rivoluzionari), agguerrito
gruppo terroristico di destra che, in quanto a pericolosità, era
secondo solo alle Brigate Rosse. Ne facevano parte Francesca Mambro
e Valerio Fioravanti, detenuti dagli inizi degli anni '80, ora
coniugi, entrambi dichiaratisi estranei a quel terribile evento,
sebbene rei confessi di altri omicidi. Questo libro - virtualmente
diviso in due parti - parla di loro due: nei primi 12 capitoli
vengono ripercorsi ed analizzati i prodromi che hanno spinto i
protagonisti a percorrere la strada del terrorismo; nella restante
parte viene analizzato più dettagliatamente il contesto che ruota
attorno alla strage. Sembrerebbe il solito libro autobiografico, il
già edito monologo difensivo incentrato sul "sono innocente" visto
infinite volte in televisione e al cinema, letto ancora più spesso
nei libri. E invece no. Curiosamente, i due ex N.A.R. decidono di
affidare ricordi e versioni ad Andrea Colombo, un uomo di sinistra,
in passato dirigente di Potere Operaio e notista politico del
Manifesto, attualmente collaboratore del quotidiano Liberazione e
portavoce di Rifondazione Comunista al Senato. Ne emerge un'opera
frutto di una strana alchimia che si traduce in un inaspettato
equilibrio dal quale affiora una decisa azione di autocritica, da
entrambi le parti. "Il sospetto che il processo per la strage del 2
agosto 1980 si sia concluso con condanne ingiuste", riferisce
Colombo "non fa scandalo. (...) I condannati, stragisti o meno che
siano, innocenti certo non sono. Si tratta di terroristi, rei
confessi di svariati omicidi, condannati a numerosi ergastoli.
Assolverli per il reato di strage non cambierebbe in nulla la loro
situazione. Un altro motivo, certamente più rappresentativo
dell'obiettività che anima l'autore, è di carattere più ideologico:
"Non sono soltanto terroristi, ma anche fascisti. (...) I due
leader dei Nar sono gli unici fascisti condannati dopo
un'impressionanete serie di massacri rimasti impuniti ma di matrice
quasi certamente nera. Riconoscere la loro innoncenza
significherebbe eliminare l'unica traccia giudiziaria di
responsbilità neofascista dello stragismo". L'allusione alla
vicenda "Sofri" sembra evidente: il sospetto di una condanna
ingiusta ha, in quest'ultimo caso, alimentato dibattiti, cortei,
polemiche, interessando esponeneti della politica, della cultura,
dello spettacolo. Lo stesso sospetto non vale per i coniugi
Fioravanti - sembra sottintendere l'autore - sia perché ex
terroristi, sia perché fascisti.
L'atteggiamento di Colombo ricorda quello di Giampaolo Pansa (la
cui ultima opera è stata recensita proprio su queste stesse pagine,
in un numero passato), anch'egli giornalista di sinistra che, del
tutto controtendenza, non ha esitato a denunciare tanto gli orrori
commessi dai partigiani nell'immediato dopoguerra a danno degli ex
appartenenti al regime fascista, quanto il silenzio che ne ha fatto
seguito, proprio ad opera di esponenti del suo stesso schieramento
politico.
Dal canto loro, i coniugi spiegano come si sono avvicinati
all'ideologia di destra: a scuola Fioravanti commentò "un tema
sulla Resistenza chiedendo con finta ingenuità se si debba
intendere come Resistenza quella di Salvo d'Acquisto che si è fatto
fucilare per salvare altri o quella dei partigiani di via Rasella
che hanno fatto fucilare altri al posto loro"; la Mambro ricorda
che i genitori e il nonno erano di destra: "di quello che era
successo durante la guerra, mi offrivano un'interpretazione
moderata, ragionevole. Non dicevano che tutto il bene era stato da
una parte e tutto il male dall'altra". "Per Lei", puntualizza
Colombo, "la vera immagine della destra è la loro, non quella
offerta da un fanatismo nostalgico che non condivide o, peggio, da
un antisemitismo che non sopporta". Essi chiariscono anche la ratio
di certe scelte estreme e violente, rivedendole con un
atteggiamento di fondo che appare sincero: ricordando l'omicidio
(da loro promosso e concretizzato) di Mario Amato, uno dei pochi
magistrati ad occuparsi del terrorismo di destra, affermano: "se è
vero che Amato non conosceva noi, è altrettanto vero che noi non
conoscevamo lui. Conoscevamo alcune sue frasi prese dai giornali,
da spezzoni di interrogatorio che qualcuno ci riferiva, ma non ci
si dovrebbe mai fidare delle fonti così frammentarie e parziali. Le
sue frasi, inserite nel giusto contesto, erano molto meno sbagliate
di come ci erano sembrate isolate, a se stanti". Letta a distanza
di anni, la sua deposizione al Csm appare frutto di "un
ragionamento molto pacato e sereno, addirittura garantista,
generoso. Paradossalmente dicevamo quasi le stesse cose: lui
sosteneva che qualcuno stesse usando la nostra rabbia, e noi
pensavamo la stessa cosa". Dichiarazioni, queste, che suscitano
emozioni altalenanti: si rimane quantomeno perplessi pensando alla
facilità con cui, in quegli anni, alcuni ragazzi emettevano ed
eseguivano sentenze di morte; colpisce, invece, il senso di
autocritica che anima oggi i responsabili di quegli omicidi.
A prescindere dalla versione innocentista assunta sia dall'autore,
sia dai protagonisti, in merito ai fatti di Bologna, il libro
appare ben fatto, equilibrato, quasi ponderato. L'atteggiamento dei
due coniugi non deve essere interpetato come troppo algido o
crudelmente asettico: essi ammettono, oggi, di non voler "far finta
di essere stati personcine buone e gentili che pensavano solo al
bene dell'umanità". I due ex Nar, semplicemente, percorrono la
strada della ragionevole autocritica, col senno di venticinque anni
dopo, comunque in termini sempre scevri dal facile pentitismo, mai
interessato ad entrambi.
Magg. Gianluca Livi
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