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"Eppure ci furono anche in Libia
gli eroi, candidi, soldati, umani. Chi non abbandonò l'amico, chi
morì per nulla, sapendolo. Puro gesto senza ideale, se non quello
umano, gentile, nello specchio del destino che lo guardava: Senza
fiamma alcuni furono eroi. Si vide anche cosa poteva dare un uomo
senza patria, vilipeso, afflitto per venti anni da una bestiale
tirannia, eppure rimanere ancora gentile.
Quando essere davanti alla morte, sfumare l'odio, ed essere uomini
che hanno un destino, e solo quello. Un nobile soldato senza
bandiera; non c'è di più triste; e che una bandiera non si può
fare.
Ebbene ci furono".
Mario Tobino
Il deserto della
Libia
(l'opera è in libreria per i tipi Mondadori, collana Oscar
Mondadori, al prezzo di euro 6,80)
Il panorama letterario sulla Seconda guerra mondiale offre molto
sulle vicende belliche in Russia, ma non molto sulla guerra in Nord
Africa. In tal quadro, Il deserto della Libia rappresenta una
testimonianza straordinaria, un documento letterario di eccezionale
valore. Mario Tobino descrive con grazia ed ironia personaggi,
luoghi e traversie di una sezione di sanità del Regio Esercito. Uno
sguardo originale ed atipico sulla guerra e sul mondo militare,
quale quello degli ufficiali medici e degli aiutanti di sanità, una
prospettiva dove all'eroismo si sostituisce lo slancio umano di chi
vive per curare e cura per continuare a far vivere ancora. Ma non è
una prospettiva volutamente antieroica, è il tentativo estremo di
ricondurre ad un senso di più profonda umanità una serie di eventi
che talvolta sfuggono anche all'umana comprensione.
Il racconto si svolge sullo sfondo caldo ed inquietante del
deserto, dove tutto si riduce all'essenziale, dove le passioni e
gli atti estremi sono come amplificati e semplificati nella loro
primordiale purezza. Lo stile è volutamente ironico, talvolta
sarcastico quando non si può non evidenziare il pressappochismo,
l'inettitudine, l'ottusità burocratica, persino la pazzia. Ma non è
un'ironia fine a se stessa che si compiace della sua perfetta
riuscita letteraria: l'ironia aiuta a capire cose che sembrano
incomprensibili e consente di sopportare anche le peggiori
avversità. In questo contesto, pagine mirabili possono essere lette
quando l'Autore narra le vicende e le nefandezze del capitano Oscar
Pilli, ufficiale medico che incarna appieno la degenerazione
dell'autoreferenziale spirito burocratico militare. Forse uno dei
più riusciti personaggi del libro, la cui sola presenza al comando
della sezione di sanità tradisce i limiti e le incapacità dei
superiori comandi di gestire le proprie responsabilità. Una vicenda
esemplare e paradossale, che strappa continuamente sorrisi e
suscita un'ilarità tragicomica; ma in fondo sono sorrisi amari. Il
tono dissacrante dell'opera pone in luce tutta l'amarezza e il
disincanto di una generazione spesso mandata a combattere senza un
preciso scopo, senza una più alta visione morale che non fosse
sterile retorica: una generazione allo sbaraglio che meritava
qualcosa di più e di meglio. L'opera, però, non si involve in un
senso di rassegnata disperazione, ma si apre continuamente alla
speranza, recupera costantemente quei valori e quelle virtù
talmente radicate che nessun tipo di propaganda può offuscare.
Allora non tutto è buio e negativo. Eppure, come afferma in
chiusura Mario Tobino, "Ci furono anche in Libia gli eroi", anche
nel mezzo del deserto torrido e desolato, quasi preannuncio di
sicura morte. Anche lì la nobiltà del soldato, magari senza una
bandiera, è pienamente riconosciuta in un singolo gesto, semplice
nella sua umanità e carico di significato nel suo profondo valore
eroico. Il deserto della Libia è un altro documento eccezionale, è
un'altra lettura alla quale non si può rinunciare.
"Altri, raccogliendo più tardi testimonianze precise, hanno
ricostruito con maggior esattezza la vicenda di quella notte: qui,
in queste pagine che non sono di storia né di cronaca, ma un
viaggio a ritroso nella memoria, rimangono vere le immagini che
allora si formarono, la bufera, i giovani inermi, i lanciafiamme. E
ancora la corsa affannosa delle staffette verso il comando, il
risvegliarsi ansioso dei partigiani, l'ira alla vista della
fattoria incendiata, il dolore man mano più cocente ogni volta che,
tra i campi, nel buio, si ritrovava il corpo straziato di un
compagno. Poi l'alba, lucida dopo la pioggia, e i cadaveri degli
impiccati, come un rimorso per ciò che non si era riusciti a
impedire.
Ma non un crollo, un abbandonarsi alla disperazione; anzi una lunga
marcia di trasferimento, la fitta rete dei collegamenti con il
gruppetto lasciato di vedetta al vecchio campo, il ritorno, segnato
dalla consapevolezza che la lotta si presentava, d'ora innanzi, più
dura.
In un certo senso, anzi, proprio da quella notte, la formazione
partigiana aveva acquisito il carattere organico di un corpo di
combattimento, la coscienza piena della disciplina. Molti erano
caduti perché avevano voluto sottrarsi ad una regola, ma anche
coloro che tale regola non avevano saputo far rispettare - o
imporre - erano responsabili. Un corpo di volontari cresce e si
forma, proprio attraverso queste prove e queste successive prese di
coscienza; ma, una volta acquistatala, non la perde più, diviene
quell'organismo vivente che era ormai la nostra brigata".
Mario Spinella
Memoria della
resistenza
(l'opera è in libreria in versione tascabile per i tipi
Einaudi, al prezzo di euro 7,23)
La letteratura sulla Resistenza offre certamente un vasto
panorama di memorialistica. Il libro di Mario Spinella rappresenta
una delle più felici interpretazioni di questo filone letterario.
L'Autore ha combattuto in Russia e successivamente nelle file della
Resistenza, vivendo di persona una serie ininterrotta di vicende
che da soldato abbandonato a se stesso dopo l'8 settembre a
Brescia, lo portarono ad operare nella clandestinità a Firenze,
dove sarà anche imprigionato, per poi militare in una brigata sui
Monti Scalari, sino alla liberazione del capoluogo toscano. La
narrazione si sviluppa in tanto brevi e brevissimi racconti, con la
costante indicazione del luogo in cui si svolgono i fatti descritti
e il tempo in cui sono accaduti. È una memoria che torna a ritroso
nel tempo sui propri passi, percorrendo città, vie, campagne,
monti, fredde celle, piccoli appartamenti e caldi ricoveri di
montagna. È una memoria che racconta fughe, battaglie, attese, la
paura di essere scoperti e il timore di rimanere uccisi in qualche
scaramuccia. È una memoria viva e vitale che vuole rendere
testimonianza, senza particolari velleità letterarie e senza un
preciso intento di documentazione storica, come lo stesso Autore si
premura di avvertire nella "Giustificazione" del suo stesso libro.
Mario Spinella rende testimonianza con precisione e con passione,
con una serenità d'animo che indubbiamente ha costituito la sua
principale forza morale durante tutto il suo periodo di
clandestinità e di lotta partigiana. Questa stessa serenità rende
la narrazione fresca, piana, di facile e piacevole lettura. Anche
per questo siamo grati alla Memoria di Spinella, nella speranza che
la memoria contribuisca sempre ad illuminare il presente con la
luce del passato.
"Come molti altri ufficiali, il capitano Epivent non sapeva
portare gli abiti borghesi. Quando era vestito di grigio o di nero
pareva un commesso. Ma in divisa, trionfava …
Disprezzava tutti in generale, con molte gradazioni nel suo
disprezzo.
Prima di tutto, per lui, i civili non esistevano neppure. Li
guardava come si guardano gli animali, senza accordar loro
un'attenzione maggiore di quella che accordava ai passeri o alle
galline. Solo gli ufficiali contavano al mondo, ma non nutriva la
stessa stima per tutti gli ufficiali. In sostanza rispettava solo i
begli uomini. Perché la vera, l'unica qualità del militare era
secondo lui la prestanza fisica. Un soldato, era un pezzo d'uomo,
che diavolo, un gran pezzo d'uomo creato per fare la guerra e
l'amore, un uomo di polso, molto virile e nient'altro…
Rideva molto degli ufficiali di fanteria, che sono bassi e grassi e
hanno il fiatone quando camminano, ma nutriva soprattutto un
invincibile disprezzo, che confinava con la ripugnanza, verso i
poveri mingherlini che uscivano dal politecnico, quegli ometti
magri con gli occhiali, goffi e maldestri, che sembrano fatti per
la divisa quanto un coniglio per dire messa, sosteneva
lui".
Guy de Maupassant
Racconti di vita
militare
(l'opera è in libreria in versione tascabile per i tipi
Einaudi, al prezzo di euro 7,75)
Il libro di Guy de Maupassant raccoglie ventiquattro racconti
brevi che si stagliano sullo sfondo della guerra franco-prussiana
del 1870-71. L'opera costituisce un classico della narrativa del
XIX secolo e una delle migliori dello scrittore francese. Tra le
novelle non si può non citare la famosa "Boule de suif", così come,
tra i vari personaggi dipinti dell'Autore, una citazione
particolare merita il capitano Epivent, lo stereotipo
dell'ufficiale di cavalleria, l'incarnazione di un modello la cui
forza identificativa è in parte sopravvissuta sino ai nostri
giorni. Guy de Maupassant conosce bene il mondo militare e lo sa
ritrarre con un gusto descrittivo veramente unico, in cui il
piacere della lettura si fonde con l'arguzia del particolare, con
la capacità di cogliere gli stati d'animo, con la sottile ironia
che riconduce il gesto più austero e solenne alla sua irriducibile
umanità. Ciascun racconto costituisce un'occasione letteraria per
presentare un personaggio, un momento della vita, un sentimento
umano, un insieme di circostanze ed avvenimenti che lungi
dall'essere sconnessi ed isolati si compongono in unico romanzo. La
vita militare è l'occasione e il materiale vivo da cui l'Autore tra
spunto per tratteggiare virtù e miserie, i più nobili sentimenti e
i più bassi istinti. Senza dubbio il più felice effetto narrativo
del libro è la caratterizzazione dei personaggi che vivono e si
muovono all'interno delle novelle, protagonisti non solo di un
episodio, ma dell'intera vita. D'altronde, la lettura di Racconti
di vita militare rappresenta certamente una piacevole opportunità
per conoscere uno degli scrittori francesi più amati, autore - tra
l'altro - dei Racconti del crimine.
"Ho allungato una pedata ad una gavetta ed ho schiaffato
dentro un tipo arrogante che si conferiva certe arie
beffarde.
Il soldato è l'attendente dell'aiutante maggiore in prima del
Deposito, autorità cospicua, tanto che i comandi si sono fatti
diligenti di preservarla da ogni peripezia gloriosa quanto si vuole
ma priva di garanzie.
Ieri sera l'aiutante maggiore è rimasto senza attendente: stamane,
appena entrato in caserma, ha parlamentato lungamente con lui. Poi
è salito al comando; mi è passato dinanzi facendo suonare la
guerresca fanfara dei suoi speroni, e mi ha trafitto con
un'occhiataccia tremenda.
Sono stato invitato a salire dal colonnello.
'Ieri lei ha dato un calcio alla gavetta di un soldato'.
'Signorsì'.
'Questo è abuso di autorità. Tenga gli arresti'.
'Mi duole che non potrò scontarli, poiché stasera dovrò partire per
il fronte'.
Il colonnello si è ficcata la pancia sotto lo scrittoio, ha acceso
una sigaretta, mi ha risposto senza guardarmi, annoiato e
contrariato.
'Non importa. Lei sa che la punizione ha carattere soprattutto
morale.'"
Carlo Salsa
Trincee. Confidenze di un
fante
(l'opera è in libreria per i tipi Mursia, al prezzo di euro
17,00)
Il libro è una testimonianza diretta delle vicende belliche
della Prima guerra mondiale vissute da un giovane ufficiale di
fanteria che ha combattuto in prima linea ed è stato
successivamente catturato come prigioniero. Si tratta di una delle
opere più intense sulla Grande guerra che senza retorica, senza
intenti apologetici, descrive la vita (e la morte) nelle trincee
del Carso. I combattimenti, la vita quotidiana, le miserie e la
grandezze dell'uomo, chiamato ad una prova superiore a qualsiasi
altra, le migliori virtù militari come i più spregevoli
comportamenti egoistici e irresponsabili costruiscono una trama
narrativa che si dipana nel libro con una tale fluidità da tenere
costantemente assorto il lettore. Una lettura certamente gradevole,
ma che non risparmia una continua riflessione sui profondi temi che
emergono con prepotenza dal racconto e che riguardano innanzitutto
l'uomo, spesso disarmato di fronte all'ineluttabile e ad un destino
già scritto. Dal punto di vista letterario, l'Autore esprime uno
stile personale dove si fondono la calda emozione di chi scrive ciò
che ha vissuto e la fresca vena di chi racconta per rendere una
degna testimonianza per tutti coloro che non hanno potuto o saputo
farlo. Le pagine di Trincee nella loro bellezza semplice e diretta
non lasciano indifferenti, non sono un resoconto più o meno
dettagliato, ma costituiscono soprattutto una memoria riconoscente
per chi ha dimostrato, al di sopra di ogni umana aspettativa, cosa
significhi sacrifico, solidarietà, responsabilità; allo stesso
tempo, rappresentato una chiara denuncia per tutti gli orrori e le
meschinità viste o subite. Un episodio, più di ogni altro sembra
condensare questa duplice caratteristica dell'opera, quella
dell'omaggio al sacrifico e quella della spietata denudazione
dell'ottusità e dell'egoismo umano: "Il comandante degli alpini, un
maggiore che aveva qualcosa di gentilizio nell'aspetto e nei modi,
pallido, taciturno, severo come un asceta, ha fatto presente al
Comando, dopo il primo tentativo interrotto da un suo ordine, le
caratteristiche del terreno e l'impossibilità di persistere. I
comandi, per telefono, hanno richiesto il numero delle perdite.
'Una trentina di morti', venne risposto. 'Si riprenda l'azione',
ordinarono senz'altro. Con questa miseria di trenta morti, come si
fa a dimostrare che un attacco non si può condurre? L'azione fu
ritentata da vari sbocchi, in massa. Una mitragliatrice ha preso la
parola lassù, fra le tane che tarlano la muraglia rocciosa. Ma gli
alpini, scarponi, hanno continuato a traboccare dalla trincea,
impassibili. Bisogna andare, c'è l'ordine, mi spetta, e dunque non
c'è più niente da dire. 'Si sospenda l'azione!' ha ordinato
nuovamente il maggiore. E s'è riattaccato al telefono. Dopo un
conciliabolo serrato, fu visto gettare il microfono e uscire dallo
sgabuzzino. Al suo aiutante disse, pacatamente, con quella sua
brevità austera e triste: 'Esco io. È il solo mezzo per far cessare
l'attacco'. Si buttò fuori, solo; alla prima fucilata stramazzò sul
mucchio dei suoi alpini. E l'azione, lassù, fu sospesa."
Questo è Trincee di Carlo Salsa. A lui la riconoscenza per quanto
ha scritto e raccontato; a noi il dovere di coltivare la
memoria. |