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Primo Segretario commerciale presso l'Ambasciata d'Italia a Città
del Messico. Tenente di complemento in congedo dell'Arma dei
Carabinieri, ha frequentato il 160° Corso Tecnico-Professionale e
poi il 35° Corso Applicativo. Laureato in Scienze Politiche
(indirizzo internazionale e comunitario) all'Università Luiss Guido
Carli di Roma e in Scienze della Sicurezza all'Università di Roma
Tor Vergata.
"Questi migranti sono come i conventi, ricevono e danno".
Alessandro Manzoni
"Tu che volerai sopra il mare verso l'Italia bella e mi senti
invocare, porta ad essa, rondinella, l'immenso mio anelar.
Da questa estranea sponda, lontano da te, mia terra, affido ad ogni
onda la fede del mio cuor.
Ti penso lassù, folta di abeti e di argentei rii, ti amo come
allora, tu vivi sempre in me.
Montagna mia, fida, cara terra natale, tornerò, quando che sia,
nella mia casa lungo l'amica via.
Addio più non dirò".
L'Emigrato
di Ambrogio De Vigili
1. Premessa
Le migrazioni, che possono definirsi quali spostamenti dell'uomo
da un territorio ad un altro per fini di sussistenza o
sopravvivenza, rappresentano un lemma antico della storia
dell'uomo, la cui eco è rintracciabile già nel Vecchio Testamento.
Esse hanno avuto carattere volta a volta temporaneo (se non
stagionale) o permanente, periodico o irregolare, internazionale o
entro i confini nazionali, proletario o colonizzatore, limitato o
di massa. Dal tempo di Cristo in poi sono dipese il più spesso da
guerre e persecuzioni. Più di recente, hanno assunto carattere
prevalentemente economico, data la spinta alla ricerca di migliori
condizioni di vita e di lavoro avvertita in modo crescente da
larghe frange della popolazione mondiale, venendo a svolgere una
funzione equilibratrice nel rapporto tra la densità delle
popolazioni e le risorse economiche delle regioni di
incidenza.
Affondando nei tempi più remoti, le invasioni barbariche, oltre a
quelle degli Arabi, dei Mongoli, dei Turchi, hanno rappresentato i
più grandi movimenti di gruppi umani verso l'Europa, a partire dal
II secolo d.C. sino a tutto il Medio Evo. Il fenomeno più grande di
spostamenti dall'Europa si è svolto a partire dal sec. XV, in
seguito alla scoperta delle nuove terre d'oltreoceano. Verso la
fine del XVIII sec., con l'avvento della rivoluzione industriale e
la conseguente crisi agraria, iniziarono gli espatri dalle Isole
Britanniche, seguiti da quelli dai Paesi europei continentali
(Germania, Francia, Spagna, Italia), tutti diretti verso l'America
(con una notevole incidenza negli Stati Uniti(1)), l'Africa,
l'Australia(2).
I flussi quantitativamente più elevati si sono registrati alla fine
dei due conflitti mondiali che hanno segnato il Novecento. Nel
secondo dopoguerra i Paesi meno ricchi dell'Europa mediterranea,
cioè Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Turchia, hanno alimentato
la manodopera impiegata non solo oltreoceano (Stati Uniti, Canada,
Australia), ma anche in Paesi continentali come la Svizzera, la
Francia e la Germania. La fine della Guerra Fredda ha proposto con
maggiore forza all'attenzione dei Governi occidentali la questione
degli spostamenti copiosi di popolazione, favoriti dal disgelo
nella mobilità delle persone all'interno dell'Europa dopo la
disgregazione politica dei Paesi dell'Est.
Quelle degli ultimi anni rappresentano un vero e proprio
prolungamento in un nuovo scenario delle migrazioni delle origini,
caratterizzate da dinamiche lente che riguardavano gli individui e,
al più, le loro famiglie, ed oggi non più riconducibili a semplici
spostamenti individuali o di gruppi, manifestandosi sempre più
nella forma di veri e propri esodi improvvisi e (si perdoni la
quasi endiadi) di massa verso le regioni del benessere, come
l'Europa, odierna "terra promessa" e meta privilegiata di gran
parte dei migranti del nostro tempo. In effetti, sembra essere in
corso una risistemazione della popolazione del mondo guidata da
fattori demografici, economici e politici destinati a permanere se
non, per lo meno per certi aspetti, ad amplificarsi nel medio e nel
lungo periodo. Sviluppo economico internazionale diseguale,
crescente divaricazione tra aree di benessere e aree di miseria,
boom demografico dei Paesi poveri e denatalità di quelli più
industrializzati, guerre e conflitti etnici e religiosi ne
costituiscono il motore.
I migranti. Il loro numero è crescente: secondo una stima diffusa
dall'ultimo Dossier statistico curato dalla Caritas e dalla
Fondazione Migrantes(3), in tutto il mondo al 2005 si sarebbero
contati 191 milioni di immigrati, di cui 20 milioni richiedenti
asilo o rifugiati, ai quali si aggiungerebbero 30-40 milioni di
individui in situazione irregolare e 600-800 mila persone vittime
della tratta.
La loro integrazione è fonte di contrasti e la loro presenza è un
dato sempre più visibile, non ancora un fiume in piena, ma forse sì
una marea montante. È sufficiente del resto osservare i passeggeri
di un tram o di una metropolitana in una qualsiasi città europea
per rendersi conto di come sia cambiata, negli ultimi anni, la
geografia umana dell'Europa.
Già nel 1994 un film diretto dal regista Gianni Amelio, "Lamerica",
raccontava con illuminata tempestività i risvolti drammatici
dell'immigrazione albanese. Un racconto ancora attuale, oggi più di
ieri, preconizzando con poche "pennellate" di pellicola, con le
quali si rappresentava, in un effetto catartico alla Racine, una
"carretta del mare" carica di migranti che venivano verso l'Italia
colmi di speranze e di paura, i contorni di una tragedia
umanitaria.
Preconizzare un simbolo è più che trasporre la raffigurazione di un
elemento reale. Significa andare oltre lo sguardo che lo investe e
colpire l'immaginario arrivando a penetrare le coscienze e
predisponendole alla realtà. Ecco così che la carretta del mare,
come i gommoni, o i TIR con i sottofondi colmi di poveri esseri
umani, evocano il simbolo di una contraddizione del tempo in cui è
dato vivere, ove si proclama il diritto alla felicità per tutti ma
ci si interroga sull'opportunità di riconoscere il diritto alla
speranza di una vita migliore a chi è costretto nel vicolo buio di
un destino di povertà e di conflitto.
I "naufraghi" delle periferie del mondo sono testimoni disperati e
dolenti dei colossali processi di globalizzazione in atto. La
stessa Europa sembra avvertire una crisi d'identità, combattuta
com'è tra la civiltà fondata sull'universalismo dei diritti
proclamati dall'Illuminismo sin dal tempo della Rivoluzione
francese e le inquietudini di un presente che sembra porre in
discussione il benessere futuro dei propri cittadini.
Chiari sono i sintomi che lasciano presagire il fenomeno
immigratorio in netta espansione. È assai probabile che nel corso
del secolo in cui viviamo la questione demografica che coinvolge
l'Italia e gran parte dell'Europa, conseguente al differenziale tra
il tasso di crescita delle popolazioni dei Paesi confinanti e
quello delle popolazioni dell'Unione Europea, soprattutto di quelle
che si affacciano sul Mediterraneo, e la prevedibile richiesta
crescente di lavoratori per sostenere lo sviluppo economico
europeo, avranno come conseguenza il verificarsi di continui esodi
verso il vecchio continente, con effetti affatto esiziali sullo
sviluppo delle comunità urbane, sociali ed economiche. Il flusso
migratorio diverrà verosimilmente anche più intenso quando i
migranti dalle aree a maggiore pressione demografica (tra le quali
l'Africa Sub-Sahariana) potranno disporre di maggiori mezzi per
spostarsi e sottrarsi così all'attuale stato di
disperazione(4).
La soluzione? Non si può evitare un fenomeno così imponente, né si
deve averne timore. Occorre invece governarlo, il che rende
centrale la questione del diritto, cioè delle regole che debbono
presiedere all'ingresso, alla stabilizzazione, alla sanzione di
diritti e doveri degli immigrati.
Il vero problema, infatti, non consiste tanto nell'individuare gli
strumenti più appropriati al fine di contenere i sempre più
numerosi "arrivi di massa", che racchiudono peraltro una delle
modalità dell'immigrazione clandestina moderna; importa, invece,
imparare a convivere con il fenomeno, approfondirne tutti gli
aspetti e comprenderlo. Per far ciò non esiste una strada migliore
di un'altra, salvo la buona volontà da parte dei Governi e la
generosità da parte dei popoli dell'Europa. Per rimanere all'arte
cinematografica, piace ricordare un film uscito qualche anno fa,
"Beautiful people", del bosniaco Jasmin Dizdar, che racconta con
rassicurante sincerità quel che accade a quattro famiglie inglesi
che si ritrovano a convivere senza troppi drammi con i profughi
dell'ex-Jugoslavia nel cuore di Londra.
Non solo. La necessità di promuovere maggiormente lo sviluppo in
loco, che costituisce un investimento a lungo termine, lascia in
essere la necessità dei flussi migratori.
L'Italia s'inserisce in tale ambito non solo per l'esportazione dei
suoi prodotti, ma anche per il fatto che all'estero vivono più di
tre milioni di cittadini italiani e più di 60 milioni di
oriundi(5), e per essere diventata ormai da decenni essa stessa
un'area di grande immigrazione con un ritmo d'aumento sensibilmente
sostenuto.
Dato lo scenario illustrato, occorre interrogarsi sulle vie da
percorrere per fronteggiare le sfide e le minacce che verranno con
tutta prevedibilità poste in misura crescente alla sicurezza ed
all'identità stessa dell'Europa e dei singoli Stati europei dalla
prosecuzione e radicalizzazione dei flussi migratori provenienti
soprattutto dai territori dell'Africa, del Medio Oriente,
dell'Asia, dell'Europa dell'Est e dell'America Latina.
Non si vuol spingere l'analisi troppo fortemente in un futuro che,
pur se apparentemente immaginabile, mai come in questo periodo di
mutamento accelerato è preferibile che sia contenuto entro
orizzonti il più possibile conoscibili. Qui valgono i versi di
Machado com'egli li aveva scritti: "viandante, non c'è via, la via
si fa camminando" ("caminante, no hay camino / se hace camino al
andar").
2. Le cause della "diaspora" del XXI
secolo
Una lettura coerente del fenomeno migratorio e delle
caratteristiche strutturali e dinamiche dei nuovi flussi che lo
contraddistinguono deve tenere conto dei processi di
globalizzazione in atto e degli effetti che questi, in presenza di
persistenti squilibri demografici ed economici tra le varie aree
del mondo, determinano sull'incremento della circolazione mondiale
delle persone. Più in generale, la tendenza dei movimenti migratori
ad assumere un carattere "sistemico", a collocarsi cioè all'interno
di sistemi con specifiche caratteristiche geopolitiche e
macroeconomiche(6), appare oggi vieppiù posta in discussione da
molteplici elementi di imprevedibilità nonché dalla moltiplicazione
e dall'accelerazione delle interconnessioni che caratterizzano il
mondo globalizzato. In questo senso i processi migratori
costituiscono una componente essenziale dell'attuale "disordine"
internazionale(7).
Si è che i motivi delle migrazioni sono molteplici e complessi: gli
esodi sono oggi causati soprattutto da situazioni di crisi
economica e politica all'interno di un Paese e sono conseguenza
diretta di un insieme di fattori, tra cui, per citarne alcuni, la
sovrappopolazione, la povertà conseguente all'arretratezza
dell'economia, la disoccupazione diffusa, i cambiamenti climatici,
le catastrofi naturali, le persecuzioni, la prossimità geografica
dei Paesi di immigrazione, i mezzi di trasporto utilizzabili per il
viaggio, le condizioni meteorologiche prevalenti sulle vie di
transito, la presenza di organizzazioni interessate a favorire
l'emigrazione illegale.
Sarebbe dunque assai riduttivo ritenere di leggere il fenomeno
secondo il paradigma tradizionale del conflitto tra Sud e Nord del
mondo. Perché i fattori di spinta e di attrazione dei flussi
migratori, cioè a dire i motivi che spingono le persone fuori dal
loro Paese e le ragioni che li attirano verso un altro, agiscono
rafforzandosi reciprocamente, in un processo che può condizionare
in senso negativo o positivo, a seconda delle capacità di governo
che gli Stati sono in grado di esprimere ed applicare nell'incidere
sulle decisioni degli individui, lo sviluppo dei rapporti
d'interdipendenza nel mondo contemporaneo.
2.1 Lo squilibrio demografico La pressione
demografica ed il dislivello nella distribuzione della ricchezza
rappresentano senz'altro i più comuni fattori causali alla base
degli spostamenti di popolazione, finanche di tensioni e conflitti
tra Stati. Si ritiene comunemente che le migrazioni "volontarie",
soprattutto quelle determinate da fattori economici, prendano
origine dalla cosiddetta "pressione demografica differenziale"
esistente fra un Paese di origine ed un Paese di destinazione(8).
Del resto, le preoccupazioni dell'Europa nei riguardi della
"minaccia migratoria" discendono principalmente proprio dalla
condizione del vecchio continente quale regione demograficamente in
declino rispetto a molte di quelle immediatamente adiacenti, nonché
dal divario economico sempre più elevato rispetto agli Stati del
terzo e del quarto mondo(9).
Studiando il problema dell'immigrazione con la fredda lente dei
demografi, appaiono dei veri e propri buchi nelle piramidi
demografiche dei vari Paesi europei che tendono ad essere
progressivamente riempiti da lavoratori extra-comunitari. Da una
parte immigrati in cerca di lavoro che partono da Paesi
sovraffollati soprattutto di giovani; dall'altra, Paesi con una
popolazione sempre più vecchia, che hanno bisogno di una manodopera
giovanile e che nei prossimi decenni potrebbero soffrire accentuati
squilibri quantitativi, con una domanda che potrebbe eccedere in
larga misura l'offerta di lavoro, e che verrebbero ad affiancarsi
ai già ravvisabili forti squilibri qualitativi, consistenti nei
lavori poco graditi e poco pagati che gli autoctoni non sono più
disposti ad accettare, nonché agli squilibri territoriali,
discendenti dalle carenze localizzate di offerta di lavoro a fronte
di una limitata mobilità migratoria interna(10).
Né può risultare di conforto il dato secondo il quale nei Paesi
della sponda sud del Mediterraneo il tasso d'incremento demografico
sarebbe in regresso. È vero che in Egitto, Tunisia e Turchia sono
stati introdotti alcuni provvedimenti di pianificazione delle
nascite che hanno ridotto il numero di figli per donna dai 7 degli
anni '70 ai 4 del 1996.
Ciononostante, il rovesciamento dei rapporti numerici tra le
popolazioni delle due sponde del bacino mediterraneo appare ancora
lontano ove si consideri che, secondo le più recenti previsioni
demografiche, laddove nel 1950 gli europei erano il triplo degli
arabi, entro il 2010 la situazione potrebbe essere esattamente
opposta. Basti citare alcune stime sui tassi di crescita
demografica nei prossimi trent'anni dei principali Paesi di
provenienza dei flussi, regolari e non, dalla sponda sud del
Mediterraneo, che prevedono gli incrementi più elevati in Nigeria
(+ 76 milioni), Etiopia (+ 53 milioni), Egitto (+ 34 milioni),
seguiti da Niger (+ 17 milioni), Mali (+ 16 milioni), Sudan (+ 15
milioni), Somalia (+ 13 milioni), Algeria (+ 11 milioni), Marocco
(+ 11 milioni), e così via(11).
Anche l'Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM)
documenta nel "World Migration Report" del 2005 l'incremento delle
migrazioni dirette in Europa e provenienti dal continente africano.
Tra le cause identificate vi sono il deteriorarsi delle condizioni
di vita nell'Africa Sub-sahariana, l'allargarsi del differenziale
di reddito tra le due regioni e le ricorrenti politiche
d'immigrazione restrittive adottate dai Paesi europei(12).
In altre parole, la pressione demografica alle porte dell'Europa è
enorme e l'Italia è, fra tutti, il Paese maggiormente vulnerabile
data la lunghezza difficilmente controllabile delle sue coste ed il
basso indice di natalità, che già qualche anno fa lasciava
presagire che: "… la nostra crescita demografica, prossima a zero,
creerà il grosso problema della scarsità della forza lavoro, che in
breve eguaglierà quella in quiescenza. Sarà giocoforza allora
immettere nella catena produttiva, compresa quella di sicurezza,
altre etnie, altre razze, rassegnandosi anche a Forze Armate
multi-continentali"(13).
Per altro verso, l'approccio "demografico" difetta di una
sistematica sorveglianza delle vicende storico-politiche,
evidenziando una criticità d'interpretazione che, pur non
limitandosi a ritenere che la spinta a cercare fortuna in altri
Paesi derivi soltanto dalla crescita demografica, non consente di
focalizzare l'interezza del fenomeno migratorio.
Basti al riguardo citare il caso dei movimenti migratori
provenienti dai Paesi dell'Europa dell'Est non membri dell'Unione
Europea - che rivelano una dinamica demografica molto simile a
quella dell'Europa occidentale, con una popolazione che va
invecchiando e con tassi di crescita spesso negativi - e le cui
cause sono piuttosto riconducibili a fattori di ordine
storico-politico, legati al fallimento del sistema di economia
centralizzata di tipo sovietico ed ai conseguenti fenomeni della
povertà generalizzata, della disoccupazione e dell'emigrazione.
2.2 I fattori geopolitici Una chiave di lettura
sempre preziosa nell'affrontare il tema delle migrazioni verso
l'Europa occidentale provenienti dai Paesi in via di sviluppo e di
quelle, per certi versi molto differenti, provenienti da alcuni dei
Paesi dell'ex URSS, e prendendone in considerazione i fattori di
spinta e di attrazione presentati in termini oltre che geografici
anche di benessere economico e di opportunità di lavoro, è data
dall'inossidabile impostazione geopolitica. Tale approccio tende a
spiegare i rapporti tra le diverse società enfatizzando gli aspetti
quantitativi oltre che demografici dei fenomeni migratori, come il
rapporto tra popolazione e risorse, e si basa sul classico modello
dei vasi comunicanti, il cui equilibrio è governato da movimenti
spontanei dei flussi a fronte di differenze di pressione e di
livello(14).
Esso fa perno nella specie sulla constatazione dell'attenuazione
dei vincoli che saldano gli individui nei gruppi sociali
d'appartenenza su cui si fondano gli Stati, seguita alla fine della
contrapposizione tra sistemi socio-politici diversi.
La geopolitica si presenta da alcuni anni anche nella forma più
specifica - e per ciò stesso forse più efficace - della geoeconomia
che rappresenta un modo più congruo di analisi degli aspetti
territoriali e spaziali, di natura fisica e geografica oltre che
politica ed antropologica, dei movimenti migratori, incentrando
l'analisi su alcuni tra i più rilevanti fattori economici di spinta
presenti nei Paesi d'origine: la povertà, il deterioramento delle
condizioni ambientali (erosione dei suoli, deforestazione, carenza
di risorse idriche, processo di desertificazione, urbanizzazione
incontrollata, ecc.), il declino della produzione alimentare. A
questi fattori si lega lo sviluppo nella rapidità ed economicità
dei trasporti e delle telecomunicazioni internazionali. Peraltro,
una simile impostazione studia gli effetti sull'occupazione
dell'avvento nei Paesi meno avanzati delle nuove tecnologie e del
venir meno del modello d'impiego di forza-lavoro a basso costo e
poco specializzata in molte società in via di sviluppo(15).
In definitiva, l'approccio geopolitico, come anche quello
geoeconomico, affronta il tema delle migrazioni e del loro impatto
sulla sicurezza e sullo sviluppo delle società europee guardando
alla necessità di risolvere un "problema" di ordine politico ed
economico, che nell'avvenire prossimo e prevedibile dovrebbe essere
per l'appunto quello di una crescente pressione migratoria
sull'Europa promanante dai Paesi poveri.
2.3 I fattori psicologici Un'analisi dei fattori
oggettivi condotta dal punto di vista di "un osservatorio collocato
in basso", da cui "si guarda non al sistema ma alle persone"(16),
dovrebbe proporsi in primo luogo di evidenziare le pulsioni
soggettive che sono alla loro base, cioè le specifiche richieste di
cui sono portatori i migranti. Si può ritenere, in questo senso,
che quel che unifica i comportamenti delle donne e degli uomini che
optano per la migrazione è la rivendicazione e l'esercizio pratico
del "diritto di fuga" dai fattori "oggettivi" a cui si è fatto
sinteticamente cenno. L'accento posto sul diritto di fuga permette
d'altro canto, almeno sul piano concettuale, di superare quella
distinzione fra migranti e "profughi" che gli stessi sviluppi
"oggettivi" più recenti hanno per parte loro posto in crisi.
Per comprendere la natura dei fenomeni migratori in generale, e per
avere un'idea del tipo di minaccia rappresentato per l'Europa
occidentale dall'immigrazione, occorre dunque analizzare anche la
natura dei fenomeni psicologici e politici che, nei Paesi
d'origine, ne regolano la corrente, determinando i tempi ed i modi
in cui le differenze di pressione demografica tendono a scaricarsi
da un Paese all'altro.
In primo luogo, occorre prendere in considerazione lo squilibrio
nei fattori sia di spinta (i cosiddetti push-factors) da parte dei
Paesi di origine, sia di attrazione (i cosiddetti pull-factors) da
parte dei Paesi di destinazione, in particolare laddove prevalgano
i fattori espulsivi (ad es.: disoccupazione, crisi economica e
sociale, guerre, conflitti etnici, persecuzioni, ecc.).
Un fattore determinante di attrazione è la convinzione nutrita nei
Paesi d'immigrazione, sia essa legale o illegale, di poter
migliorare il proprio sviluppo economico ospitando lavoratori più
disponibili e meno onerosi dal punto di vista economico. In
Germania, ad esempio, tale fattore è stato decisivo per attrarre,
nel corso degli anni Settanta ed Ottanta, lavoratori di nazionalità
turca che hanno progressivamente preso il posto degli immigrati
italiani e spagnoli, più tutelati dagli accordi internazionali e
meno disposti ad accettare condizioni lavorative gravose ed
economicamente poco remunerative(17).
Un altro fattore di attrazione è dato dalla forte diminuzione del
tasso di natalità in Europa, che ha creato nelle società dei Paesi
meno sviluppati un'aspettativa, a volte assai poco realistica, di
maggiori opportunità di inserimento lavorativo e sociale. Anche la
presenza di più o meno numerose comunità di immigrati già
insediatisi nei Paesi ospitanti può agevolare la previsione di
alcuni flussi migratori. Su tale presenza si innesta l'effetto
"terra promessa", determinato dal fatto che, per ragioni culturali,
le comunità degli immigrati insediate nei Paesi europei tendono ad
aumentare più rapidamente rispetto alle popolazioni locali. Grazie
alla facilità di comunicazione, la "catena migratoria" che viene a
crearsi agisce come potente fattore di attrazione e di
convincimento.
Significativa è infine l'influenza dei mass-media nel prospettare
migliori condizioni di vita e nell'orientare le opinioni pubbliche
dell'Europa a non osteggiare le immigrazioni illegali adducendo
motivazioni umanitarie. Del resto, anche le politiche
d'integrazione, quando risultino favorevoli, e, in taluni casi,
l'azione di associazioni caritatevoli che tentano di risolvere
attraverso la migrazione situazioni di particolare disagio delle
regioni di origine, costituiscono un evidente incentivo ad
ulteriore immigrazione(18).
Tra i più rilevanti fattori psicologici di spinta vi è il
progressivo peggioramento nel divario delle condizioni di vita tra
le diverse componenti della società e dei trattamenti salariali e
la carenza di opportunità di sviluppo professionale per
l'incapacità di fare tesoro delle più elevate figure professionali,
indotta dall'emigrazione stessa (contribuendo alla cosiddetta "fuga
dei cervelli").
Lo stesso fenomeno migratorio può a sua volta determinare processi
politico-psicologici presso i popoli che ne sono interessati, sia
che siano dei Paesi di partenza, sia che siano dei Paesi di arrivo.
Nei primi si possono manifestare processi di contaminazione
culturale dovuti al ritorno in patria di emigranti che portano al
Paese d'origine i modelli di vita e di cultura dei Paesi che li
hanno ospitati(19). Nei secondi si riscontrano fenomeni, non sempre
transitori, di razzismo o di rigetto.
Peraltro, in molti Paesi d'origine dei flussi migratori diretti
verso l'Europa, gli emigranti tendono ad "europeizzarsi" ancor
prima di emigrare, iniziando a considerarne i modelli come
superiori a quelli propri(20). In fondo, non si diventa europei
solo perché si emigra: si emigra anche perché si è già diventati
europei, perché in altre parole si è già cominciato a preferire i
modelli di vita e di comportamento della meta del proprio viaggio
prima ancora di esserci arrivati e ponendo di fatto le basi
psicologiche per il proprio anelito ad una vita complessivamente
migliore.
In campo migratorio il sistema delle aspettative gioca dunque un
ruolo decisivo già a partire dalla formulazione del bilancio. Ed
allora ben si intende quanto alti siano i costi - in termini
economici, professionali, psicologici, affettivi, organizzativi -
da mettere in preventivo per gli immigrati, soprattutto quelli
clandestini.
Quando le singole persone si trovano in una situazione di assoluta
e disperata povertà, come nel caso di chi è costretto a vivere,
meglio, a sopravvivere nel proprio Paese con meno di un dollaro al
giorno, ed in condizioni di assoluta inadeguatezza sotto il profilo
educativo, professionale e sanitario, si impone comunque il
problema di intendere l'emigrazione come scelta di
sopravvivenza(21).
Una scelta che è propria del singolo individuo, che prende la
decisione di partire dopo aver fatto un suo personale bilancio,
stilato mettendo a confronto la propria attuale situazione
lavorativa, personale, familiare nei luoghi di origine e quella
sperata nei luoghi di destinazione, tenendo anche conto dei costi,
in primo luogo finanziari ma anche in termini di rischi per la
propria incolumità, che il trasferimento, specie se "illegale",
comporta.
3. L'evoluzione e le prospettive del
fenomeno migratorio in Europa
Il fenomeno delle migrazioni internazionali costituisce uno dei
problemi di più pressante attualità per tutti i Paesi dell'Unione
Europea. Certo, come detto, non è questo un fenomeno nuovo.
Da sempre si sono verificati spostamenti più o meno consistenti da
una regione all'altra. Oggi, però, si assiste al prorompere di
flussi nuovi, che interessano vieppiù come destinatari proprio i
Paesi che in un tempo neanche troppo remoto sono stati
d'emigrazione.
Per capire l'impatto che il fenomeno immigratorio sta avendo ed
avrà in futuro sulle società europee, occorre analizzarne e capirne
la natura, il che equivale a dire conoscere le culture dei popoli
interessati e studiare i fattori che spingono alla partenza. Perché
i fenomeni delle migrazioni provenienti soprattutto dal sud e
dall'est sono tra loro molto diversi e la spinta ad emigrare
risulta essere una complessa combinazione di moventi collettivi e
di capacità e aspirazioni individuali, tutti assai mutevoli nel
tempo e nello spazio(22). È questa la ragione principale per la
quale non si è ancora individuata una "teoria generale" dei
fenomeni migratori in Europa, né si è potuto formalizzare un
modello capace di prevedere, individuare o seguire i vari flussi
nelle loro direzioni, nella loro entità, nella loro
struttura.
Secondo l'ultimo Dossier Caritas/Migrantes(23), alla fine del 2004
i cittadini stranieri nei 25 Stati membri dell'Unione, escludendo
coloro che tra essi avevano già acquisito cittadinanza, sono stati
pari a 26 milioni e 61mila su una popolazione di 457 milioni di
abitanti ed un'incidenza di poco superiore al 5%, con punte del 9%
in Germania e in Austria, dell'8% in Spagna, del 5% nel Regno Unito
e in Francia e superiore al 4% in Italia (quota salita al 5,2%
l'anno successivo): "l'Unione Europea si presenta così come un'area
ad alta concentrazione di immigrati, la cui presenza costituisce
una necessità demografica, perché il vecchio continente, anche se è
prevista un'immigrazione netta di 40 milioni di persone, nel 2050
vedrà comunque diminuire di 7 milioni di unità la popolazione nel
suo complesso e di 52 milioni di unità la popolazione in età
lavoro"(24).
Secondo una statistica proposta recentemente(25), tra i Paesi
dell'Unione Europea più popolosi e tra quelli mediterranei, nel
periodo compreso tra il 2005 ed il 2030 solo Regno Unito (+ 7,7%) e
Francia (+ 6,4%) non vedranno diminuire la propria popolazione
complessiva, mentre i Paesi della sponda mediterranea dell'Unione,
Spagna (- 3,0%), Grecia (- 3,7%) e soprattutto Italia (- 10,0%),
subiranno una diminuzione delle rispettive popolazioni.
Anche la popolazione nazionale più numerosa dell'Unione, quella
tedesca, è attesa contrarsi nel periodo in considerazione di circa
1 milione di persone (pari in termini percentuali ad una riduzione
dell'1,3%). In termini di popolazione in età lavorativa (dai 15 ai
59 anni) la diminuzione sarà invece comune a tutti i Paesi
considerati, per effetto della bassa fecondità e del crescente
invecchiamento della popolazione.
Dal 2005 al 2030 si dovrebbero registrare le più forti diminuzioni
di persone appartenenti alle fasce in età lavorativa, pari a ben 8
milioni ciascuna, in Italia e in Germania (equivalenti
rispettivamente al - 24,1% ed al - 16,1%), lasciando scoperti quei
lavori mal retribuiti o troppo duri dal punto di vista fisico che i
cittadini comunitari non vorranno più fare perché il loro livello
d'istruzione e di benessere sarà troppo elevato per porli in
condizione di accettarli(26) e per i quali gli stranieri di prima
generazione saranno invece ben disposti a candidarsi.
Nonostante le predette previsioni statistiche e la lunga esperienza
storica quale grande piattaforma di esodo fino alla seconda guerra
mondiale, l'Unione Europea sta vivendo un atteggiamento tormentato
nei confronti dell'immigrazione.
Stenta a vedere la luce una normativa comune in materia
d'immigrazione, mentre il lavoro "nero" continua ad essere in buona
misura un regolatore del mercato e l'azione dei trafficanti di
esseri umani conduce con drammatica ripetitività alla morte dei
migranti(27).
Infatti, parlando di migrazioni non ci si può limitare a
considerare la componente regolare. È stato al riguardo stimato(28)
che, oltre alla popolazione giunta in modo regolare, nel decennio
1990-2000 più di 180.000 persone siano arrivate in Europa in modo
irregolare, con un enorme incremento degli arrivi irregolari per
via marittima nell'area sud-europea, tanto che il bacino del
Mediterraneo è stato identificato come la principale porta
d'ingresso clandestino allo spazio comunitario.
In questo contesto, per molti sino ad oggi le più o meno recenti
iniziative adottate a livello bilaterale e multilaterale, com'è il
caso del processo di cooperazione euro-mediterranea avviato e
rilanciato con la "Dichiarazione di Barcellona" nel novembre del
1995(29), volte a condividere con i Paesi della sponda sud del
Mediterraneo la responsabilità del contrasto dei flussi migratori
clandestini diretti verso l'Europa e provenienti in particolare dai
Paesi dell'Africa Sub-sahariana, "hanno evidenziato i limiti
dell'approccio difensivo, basato sulla
repressione-dissuasione"(30), risaltando la sfida ancora aperta per
l'Europa volta a far quadrare il cerchio dell'immigrazione.
3.1 L'immigrazione in Italia L'Italia, sin dai
primi anni del secondo dopoguerra e fino a tutti gli anni '50 e
'60, è stata un Paese di grande emigrazione, tanto si è che gli
Italiani occupano ancora oggi le prime posizioni nelle statistiche
relative agli immigrati presenti nei principali Paesi del mondo. Il
retaggio storico-culturale tratteggia dunque l'Italia come un Paese
di emigranti. Dal nostro Paese, dalla breccia di Porta Pia ai
giorni nostri, sono partiti poco meno di 30 milioni di uomini e di
donne(31).
I problemi legati all'opposto fenomeno dell'immigrazione hanno
iniziato a presentarsi a partire dagli anni '80, divenendo vieppiù
evidenti all'inizio degli anni '90, nel corso dei quali alla più
familiare immigrazione dall'Africa del nord si è aggiunto il
fenomeno crescente dei flussi immigratori dai Balcani e dall'Est
europeo(32): l'immagine dell'Italia "ponte" tra l'Europa ed il
Mediterraneo orientale e meridionale è stata presa alla lettera
anche dagli immigrati dei Balcani, tutti alla ricerca di un più
redditizio posto di lavoro o di un rifugio da guerre e
persecuzioni. Che l'Italia, per oltre un secolo terra
d'emigrazione, sia diventata un Paese di approdo dell'emigrazione è
senz'altro un segno di progresso economico, anche se, fra le sfide
che è chiamata ad affrontare, quella migratoria assume una
rilevanza del tutto particolare soprattutto sul piano nazionale. Il
nostro Paese si trova infatti in una posizione di grande
esposizione in primo luogo per la sua collocazione geopolitica:
crocevia naturale fra il bacino del Mediterraneo ed il nord del
continente europeo da un lato, tra oriente europeo ed asiatico e
occidente europeo dall'altro, nonché luogo di cesura e di incontro
delle grandi religioni monoteiste e delle culture più antiche,
l'Italia è la "porta" dell'Europa e, come tale, si trova in prima
linea nell'impatto delle popolazioni che muovono dai Paesi della
sponda sud del Mediterraneo e dell'Africa e dei suddetti movimenti
dell'area balcanica, oltre che delle correnti asiatiche che cercano
di raggiungere l'Europa occidentale attraverso il Mediterraneo. Con
le sue migliaia di chilometri di coste, è seriamente esposta a
continui tentativi d'aggiramento delle misure nazionali - da ultimo
la legge "Bossi-Fini" n. 189 del 30 luglio 2002 - e sopranazionali
intese a contenere e regolamentare l'ingresso degli immigrati in
Europa. Ed è chiamata a misurarsi, sul piano culturale ancor prima
che politico, con l'afflusso instancabile di uomini e donne
migranti: un fenomeno di proporzioni crescenti e sempre più
"visibili".
Che il numero degli immigrati sia in crescita è confermato anche
dal Dossier Caritas/Migrantes del 2006, secondo cui il numero degli
immigrati regolari in Italia avrebbe quasi raggiunto quello degli
emigrati italiani nel mondo(33). Secondo la stima del Dossier gli
immigrati sono 3.035.000 alla fine del 2005, con un'incidenza
percentuale del 5,2% equivalente ad un immigrato ogni 19
residenti(34). L'Italia si colloca così accanto ai grandi Paesi
europei d'immigrazione, insieme a Germania (7.287.980), Spagna
(3.371.394), Francia (3.263.186) e Gran Bretagna (2.857.000). Nel
prossimo futuro dovrà poi essere messo in conto un aumento ancor
più rilevante, come hanno dimostrato le 485.000 domande di
assunzione presentate nel mese di marzo del 2006, per fruire delle
quote stabilite dal Decreto Flussi (170.000)(35).
Chi sono? Gli immigrati in Italia sono una popolazione
prevalentemente giovane, concentrata per il 70% nella fascia di età
15-44 anni (laddove solo il 47,5% degli italiani si colloca in
quella fascia).
Da dove arrivano? Con riguardo all'etnia di appartenenza, ogni 10
stranieri 5 sono europei, 2 africani, 2 asiatici e 1 americano.
Trent'anni fa erano euro-americani 9 su 10 stranieri . Nel 1970 i
comunitari in provenienza dai 10 Stati membri di allora erano 4
ogni 10 presenze, oggi è comunitario solo 1 ogni 10 nonostante
l'ampliamento dell'Unione a 25. I soggiornanti dei paesi
dell'Europa dell'Est sono circa un milione(36). Facendo riferimento
alle due comunità più numerose, quella rumena e quella marocchina,
nel 2005 di 5 visti rilasciati a cittadini rumeni 4 inerivano al
lavoro, 1 al ricongiungimento familiare, mentre ogni tre visti
rilasciati a favore di cittadini marocchini 2 sono stati per
ricongiungimento familiare e 1 per lavoro. La diversità dei luoghi
d'origine determina la compresenza di molte fedi: cristiani
(49,1%), musulmani (33,2%), religioni orientali (4,4%)(37).
Dove sono? Difficile dirlo, perché gli extracomunitari tendono a
spostarsi emigrando da una regione all'altra d'Italia, facendo
"ballare" ancor di più le statistiche: i regolarizzati a Reggio
Calabria vanno a lavorare a Brescia e quelli di Ancona finiscono in
Trentino per venire incontro alle richieste di lavoro
stagionale(38). Sono comunque sparsi in tutto il Paese, seppure con
una tendenza a risiedere sempre più nel nord, con il 59,5% del
totale delle presenze contro il 27% nel centro ed il 13,5% nel
meridione.
Rispetto a loro, variegate sono le percezioni e le sensibilità da
parte delle opinioni pubbliche. Per alcuni, l'immigrazione sarebbe
necessaria perché, considerato il declino del tasso di natalità, la
manodopera importata sarebbe utile e funzionale a sostenere il
prodotto interno lordo nonché il sistema pensionistico avviato
verso l'era della longevità. Per altri, non si tiene nella dovuta
considerazione che l'Italia conta 58 milioni di abitanti, con una
densità per chilometro quadrato di gran lunga superiore a quella
della Cina. Del resto, già nel 1947, dopo la firma del Trattato di
Pace, un documento del Governo De Gasperi descriveva l'Italia come
"nazione di 45 milioni d'esseri umani congestionati sopra un suolo
che non li può nutrire".
Ricorre anche l'argomento secondo il quale l'immigrazione sarebbe
necessaria perché in Italia le ultime generazioni rifiutano i
lavori più "umili", soprattutto nell'agricoltura e nell'industria.
Resta da chiedersi se tali lavori possano ancora essere considerati
"umili" o "manuali" dopo l'avvento delle sofisticatissime
tecnologie agricole e di produzione industriale. In effetti, questa
posizione appare retaggio di un'impostazione culturale che ha
determinato un sostanziale "alleggerimento" del valore legale dei
titoli di studio superiori, con la rincorsa al conseguimento del
"diploma" inteso fondamentalmente come "certificato d'esenzione dai
lavori manuali"(39) e con il depauperamento delle antiche e
preziose risorse di tanta parte dell'artigianato e della capacità
imprenditoriale autonoma.
Da non sottacere, infine, le vaste e complesse problematiche
avvertite in merito alle più o meno evidenti difficoltà ravvisabili
nel processo di integrazione degli immigrati nei vari tessuti
sociali, tra cui, tanto per citare un esempio, la necessità di
conciliare la formazione di un adeguato sentimento di appartenenza
allo Stato-nazione da un lato e, dall'altro, il diritto
dell'immigrato di conservare la memoria delle proprie origini.
4. Le tipologie dei flussi migratori verso
l'Europa
4.1 L'immigrazione legale: il ruolo dell'immigrazione
economica
L'emigrazione, spiega una studiosa americana della globalizzazione,
Saskia Sassen(40), è funzionale anche al sistema economico dei
Paesi di destinazione.
Ciò che la Sassen sostiene non è certo una novità. È noto che dalla
fine del Settecento alla fine dell'Ottocento gli immigrati hanno
contribuito in modo determinante alla nascita delle grandi
fabbriche europee ed alla costruzione delle ferrovie. A maggior
ragione oggi, all'inizio di un secolo in cui, premendo un tasto, i
capitali volano da un Paese all'altro, è un dato di fatto che le
economie europee hanno bisogno urgente d'immigrati, ai quali
spesso, oltre ad esigere buone prestazioni professionali, si
richiede pazienza, adattabilità e poche pretese. E, a sentire
sondaggi ed opinioni, essi ricambiano pienamente la fiducia
accordata, dimostrandosi più disponibili, più agguerriti ed
ambiziosi, in molti casi più capaci degli autoctoni.
Non è un caso che siano in tanti ad affermare la necessità per le
economie europee di attrarre nuove energie, sia per i lavori più
qualificati sia per quelli che gran parte degli europei occidentali
non vogliono più fare nei ristoranti, negli alberghi, nei campi,
nei cantieri edili e nelle fabbriche. Ed uno degli aspetti più
problematici dell'attuale divario esistente tra i Paesi europei e
quelli in via di sviluppo è proprio la grande difficoltà da parte
dei primi a gestire la forte pressione migratoria della forza
lavoro straniera in un mercato del lavoro, qual è quello europeo,
che da anni ormai richiede manodopera altamente qualificata o da
impiegare in mestieri pagati poco e poco graditi dagli autoctoni
(tra in quali in particolare quelli afferenti i settori della
pesca, dell'agricoltura, dell'industria pesante, dell'edilizia, dei
servizi domestici e di assistenza)(41).
Per contro, nell'ambito dei potenti processi di atomizzazione che
hanno investito negli ultimi anni il mondo produttivo, la posizione
dei migranti è oltremodo contraddittoria: dalla piena
valorizzazione economica della "clandestinità" nei tanti sweatshops
sorti sulle due rive dell'Atlantico o nei lavori stagionali in
agricoltura (come nell'Italia del sud) si passa alla diffusione di
vere e proprie forme di "adesione privatistica" all'interno di
piccole imprese spesso a conduzione familiare, che si possono ad
esempio osservare nei distretti industriali italiani del nord-est.
La trasformazione della natura stessa del lavoro, che mette in
discussione la classica funzione novecentesca di canale
privilegiato di accesso alla cittadinanza, determina che la
posizione lavorativa ben difficilmente può oggi funzionare per i
migranti come suo criterio esclusivo. Peraltro, un eccessivo
assorbimento di lavoratori immigrati da parte delle economie
occidentali potrebbe causare notevoli squilibri in un'ottica di
lungo periodo. Tanti economisti, infatti, prevedono che la domanda
di lavoro dei Paesi sviluppati potrà in futuro essere soddisfatta
in misura crescente per il tramite di attività lavorative
delocalizzate nei Paesi in via di sviluppo(42). Da questo punto di
vista, il principio di accogliere i lavoratori migranti in funzione
dell'esistenza di posti di lavoro è fondamentale in uno scenario
internazionale in cui coloro che aspirano a migliorare le proprie
condizioni di vita emigrando sono centinaia di milioni. Non ci si
può permettere di alimentare illusioni che nei Paesi dell'Europa ci
sia posto e lavoro per tutti. Le conseguenze di flussi migratori
incontrollati sarebbero nel medio e lungo periodo drammatiche per
tutti, sia per i migranti sia per i Paesi ospitanti(43). Anche
perché è assai verosimile che la vera colonna portante di tutto il
sistema di controllo e di regolazione delle migrazioni
internazionali del XXI secolo dovrà passare per una accorta
gestione della mappa futura dell'offerta di lavoro a livello
transnazionale, adeguata a soddisfare una domanda di lavoro
generica prevedibilmente crescente nei Paesi di origine dei flussi
migratori ed una domanda di lavoro specifica e tendenzialmente job
oriented nei Paesi di accoglienza.
4.2 L'immigrazione illegale
L'immigrazione illegale costituisce un fenomeno complesso,
risultante di un insieme di fattori e di cause: immigrazione
irregolare determinata dai movimenti dei rifugiati e dei
richiedenti asilo; prolungamento non autorizzato del soggiorno o
dell'esercizio dell'attività lavorativa degli aspiranti lavoratori;
ingressi illegali. Essa più di tutto viene identificata con un
termine evocativo che bene ne rappresenta i contorni di grande
tragedia umana: clandestinità.
L'immigrazione clandestina è una storia che si ripete nell'andare
dei secoli. L'avventura dei migranti è sempre stata dura, ed oggi
ancor di più per coloro che non hanno titoli di viaggio e
passaporti validi con tanto di timbri: viaggi della speranza,
dell'angoscia, del dolore. Sono cambiate rispetto a ieri le
"modalità" della sorte: chiusi nelle stive delle navi, ammassati
nei doppifondi dei Tir, nascosti nelle intercapedini dei treni, in
balia dei capricci delle onde su gommoni sovraccarichi. Affidando
la propria vita a dei "passatori" - i novelli Caronte di una
tragedia umana difficilmente quantificabile - il più spesso privi
di alcuno scrupolo.
Ecco allora che si può morire soffocati in un container
semplicemente perché a nessuno viene in mente di calcolare il
consumo di ossigeno, oppure annegati in mare perché le "carrette"
del mare affondano o perché l'avidità accoglie troppe persone sul
gommone e lo "scafista" delibera che in fondo se ne può sacrificare
qualcuna.
Insomma, il viaggio degli immigrati irregolari è oggi ancora molto
simile a quelli degli schiavi. Il mestiere di "negriero" nell'era
informatica non è morto, anzi si è trasformato, riversandosi sui
flussi migratori che toccano l'Europa continentale e la Gran
Bretagna e riproponendo con crudezza la condizione disumana dello
stivaggio dei cinesi contrabbandati negli Stati Uniti descritto da
Ernst Hemingway.
Esiste però una notevole differenza: nel nostro tempo il negriero
si fa forte anche della complicità degli esseri umani da lui
sfruttati. E ciò non solo perché le sue vittime ne condividono
l'interesse a non farsi scoprire, ma anche perché spesso sono
coinvolte loro malgrado in traffici criminali (di stupefacenti, di
minori destinati alle adozioni illegali, di altre materie di
contrabbando) che ricordano il "biglietto di sola andata" fornito
ai corrieri della droga. Lasciando intravedere, dietro il fenomeno
delle migrazioni irregolari, un vero e proprio sistema criminogeno.
Senza contare le molteplici modalità di assorbimento degli
immigrati clandestini nel mercato del lavoro "nero". L'Europa della
new economy, consacrata sempre più al terziario, continua ad avere
bisogno di manodopera volenterosa, e per alcuni meglio se a basso
costo e senza troppe pretese.
4.3 Richiedenti asilo e rifugiati in Europa Il
crollo dei regimi comunisti, la caduta del muro di Berlino ed il
proliferare di innumerevoli aree di crisi ai confini del continente
hanno modificato radicalmente il quadro entro il quale collocare
profughi e rifugiati(44).
Nel corso degli anni Settanta, l'Europa occidentale riceveva circa
30.000 domande di asilo ogni anno, alla fine degli anni Ottanta le
domande sono salite a 300.000 e nel 1992 sono giunte a quasi
700.000.
L'adozione di una politica delle immigrazioni vieppiù restrittiva a
partire proprio dagli anni Settanta ha contribuito ad espandere il
numero delle domande di asilo, strumento alternativo a disposizione
del potenziale immigrato per tentare l'ingresso in un Paese
europeo. Ciò di fatto ha annullato la distinzione tra profugo ed
immigrato.
La condizione del richiedente asilo si è così modificata volgendosi
da dimensione individuale ed elitaria in fenomeno coinvolgente
grandi masse di persone. A fronte della necessità di superare
barriere normative sempre più rigide, i potenziali immigrati si
sono spesso dichiarati perseguitati per beneficiare di procedure di
accesso più benevole, incrementando la consistenza dei flussi
migratori dei profughi, il cui numero, tra la fine degli anni
Ottanta ed il 1994, è addirittura triplicato, arrivando in Europa
ad oltre 6,5 milioni.
Ciò ha determinato un netto incremento delle dimensioni complessive
del fenomeno migratorio, alimentando un atteggiamento di chiusura
nei Paesi europei ospitanti, pur tradizionalmente e culturalmente
sensibili alle esigenze dei perseguitati per motivi di carattere
politico, religioso, etnico, sociale. Il diritto d'asilo è dunque
divenuto foriero di problematiche molto complesse, investendo da un
lato il tema legato all'obbligazione morale di solidarietà e di
protezione dei diritti umani e, dall'altro, alle irrinunciabili
esigenze di carattere economico-politico e di ordine e sicurezza
pubblica.
Anche a seguito del costante aumento delle pressioni migratorie,
accompagnato da una crescita delle tendenze xenofobe interne, si è
ritenuto inadeguato il complesso dei principi e delle modalità
esecutive per la concessione e l'accertamento dello status di
rifugiato, sicché quasi tutti i Paesi europei nel breve passaggio
tra il 1993 ed il 1995 hanno adottato una condotta assai
restrittiva nell'interpretazione dei presupposti a base della
determinazione dello status di rifugiato(45), limitandolo
esclusivamente a coloro che avessero ragione di temere la
persecuzione da parte dello Stato da cui fuggono e negandolo alle
presunte vittime di persecuzioni commesse da gruppi ribelli o da
organizzazioni estremiste(46). In tal modo lo status di rifugiato è
venuto a riferirsi soltanto alle situazioni in cui fosse
riscontrabile un conflitto personale con lo Stato di appartenenza,
ovvero ai casi in cui il rischio a cui si era potenzialmente o
fattivamente sottoposti discendesse da provvedimenti ad personam e
non a situazioni diffuse. Ne è derivata l'esclusione sia dei casi
di esilio per circostanze legate a forme di violenza generalizzata,
nel caso di guerre civili o di conflitti bellici, sia dei casi
relativi ad aggressioni, occupazioni o dominazioni straniere, ed
eventi che turbino gravemente l'ordine pubblico del Paese di
appartenenza(47).
Ancora, gli esodi verificatisi in particolare a partire dagli anni
'90 hanno riportato in primo piano il tema di quanti, a causa di un
conflitto o di gravi disordini interni, siano stati costretti a
cercare protezione all'estero come rifugiati o displaced persons,
dando particolare risalto al tema della protezione temporanea, che
è una forma specifica di accoglienza, finalizzata ad offrire
rifugio - appunto - temporaneo, in attesa del momento in cui venga
decisa o la concessione dell'asilo od il rimpatrio(48).
Il concetto di protezione temporanea si distingue da quello
relativo al riconoscimento internazionale dello status di
rifugiato, perché è volto a dare una risposta rapida ed efficace ai
problemi posti dai grandi flussi di profughi, in fuga da conflitti
armati o da altre situazioni di violazione grave e generalizzata
dei diritti umani. L'applicazione di tale concetto prescinde,
inoltre, da una procedura individuale di determinazione dello
status e per ciò stesso costituisce un valido strumento allorquando
la rapidità e la gravità degli eventi rendono impraticabile uno
screening delle singole situazioni. Per altro verso, la protezione
temporanea mira non all'integrazione dell'individuo nello Stato
ospitante, quanto piuttosto a garantirgli protezione ed assistenza
su basi, appunto, temporanee, ovvero fino a quando non sarà
possibile un suo "ritorno sicuro" - safe return - nelle terre di
provenienza(49). Va comunque ribadito che la protezione temporanea
accordata ad un individuo non pregiudica il suo diritto di
presentare domanda per il riconoscimento dello status di rifugiato
secondo la nozione contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951.
Ciò vale, in particolare, per coloro che fuggono da situazioni di
guerra o nelle quali siano in atto violazioni generalizzate dei
diritti umani. Ne deriva che emerge una potenziale sovrapposizione
tra due ambiti, dal momento che una parte di situazioni che possono
trovare soluzione immediata in base alla protezione temporanea
potrebbero altresì costituire una base per il riconoscimento dello
status di rifugiato.
Ciò non toglie che la "dimensione asilo", cioè persone che non
cercano solo lavoro ma anche protezione, sarà in ogni caso sempre
più rilevante rispetto all'immigrazione generale, che è ancora al
centro dell'attenzione. Il mondo in via di sviluppo ed ancor più
quello "a sviluppo minimo" trabocca di nazionalità o etnie vittime
di conflitti che possono invocare il diritto d'asilo politico.
Spesso è addirittura impossibile accertare se i clandestini senza
passaporto siano veramente profughi.
L'interrogativo sempre più serpeggiante in molte delle opinioni
pubbliche europee è, insomma, quanti veri o presunti fuggiaschi ed
undocumented aliens degli arrivi giornalieri si potranno
verosimilmente accogliere ancora?
4.4 I migranti nel diritto internazionale Il
diritto di lasciare il proprio Paese(50) ed il diritto di
rientrarvi sono riconosciuti in tutte le norme codificate in
materia di diritti dell'uomo, sia a carattere regionale sia a
carattere universale. In particolare, a livello universale i
diritti in parola sono riconosciuti dall'art. 13, co. 2°, della
Dichiarazione universale dei diritti umani(51), dall'art. 5 lett.
d. della Convenzione internazionale sull'eliminazione di ogni forma
di discriminazione razziale(52) e dall'art. 12, co. 2° del Patto
internazionale sui diritti civili e politici(53). A livello
regionale, essi sono riconosciuti dall'art. 2, co. 2 e dall'art. 3,
co. 2 del Protocollo addizionale n. 4 alla Convenzione europea per
la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali(54).
I diritti di cui sopra costituiscono due fattispecie distinte, e
ciò è dimostrato dalla diversa disciplina cui essi sono sottoposti
dalle normative internazionali che li prevedono(55). Il diritto di
lasciare il proprio Paese è poi altra cosa rispetto alla libertà di
movimento all'interno di un Paese. Il primo riguarda esclusivamente
il Paese di cui si ha la cittadinanza; la seconda, invece, concerne
non solo il Paese di cui si sia cittadini, ma anche qualsiasi
Paese. Inoltre, a differenza del diritto di lasciare il proprio
Paese, il diritto di farvi ritorno non è suscettibile di
restrizioni da parte dello Stato, sul quale grava in ogni caso
l'obbligo di consentire l'ingresso del proprio cittadino.
5. La percezione della minaccia
migratoria
La libertà di movimento è stata definita "il principale fattore
di stratificazione" nelle società contemporanee ed uno dei criteri
fondamentali attorno a cui si plasmano le nuove gerarchie
sociali(56).
L'antropologo statunitense James Clifford ha voluto riassumere
questi spunti in una coerente teoria dei tratti "diasporici" che
caratterizzerebbero una parte consistente dei movimenti migratori
contemporanei(57). La condizione attuale del fenomeno immigratorio,
quella degli arrivi di massa ed improvvisi, prefigurerebbe per il
predetto nell'immaginario collettivo una sorta di situazione di
fatto irreversibile e di complessa gestione, che renderebbe assai
difficile per i Paesi di approdo ogni tipo di respingimento. Il
timore cruciale è che il crescente squilibrio tra Paesi sviluppati
e società in degrado potrebbe condurre ad una crisi estremamente
grave e foriera di gravi rischi per la sicurezza sociale e l'ordine
pubblico soprattutto dei Paesi europei di più intensa immigrazione,
ponendo evidenti problemi agli Stati in materia di monopolio della
forza interna legittima e di capacità di controllo. Tale spazio
potrebbe dunque essere concepito essenzialmente come uno spazio di
sicurezza, nel quale recuperare e non perdere il controllo delle
dinamiche sociali.
Per altri, l'essere migranti, vuoi per scelta, vuoi per necessità,
connotandosi nella pratica dell'attraversamento continuo dei
confini, non può che surrogare anche l'attraversamento delle
"identità" e la loro "diluizione, dovuta alla permeabilità delle
comunità e alla decompressione delle frontiere etniche"(58), che,
su basi integralmente moderne, costituisce una vera e propria
inversione nella storia delle aggregazioni su base nazionale e
rappresenta oggi, nel tempo della globalizzazione, l'epicentro di
una nuova "questione sociale", agitando una sfida particolarmente
attuale a riconsiderare i temi della nazionalità, della
localizzazione, dell'identità e della memoria(59).
Qui si assiste ad un cambiamento profondo nella percezione della
sicurezza e ad un mutamento radicale per quanto riguarda le opzioni
che sostengono il concetto di "controllo" quale espressione del
cambiamento nella stessa concezione tradizionale di "territorio
delimitato da frontiere"(60). In questo rinnovato quadro di
sicurezza, non può che modificarsi anche la soglia di percezione
della minaccia migratoria, uno dei cui primi sintomi è
rappresentato dal crescente malcontento sociale che, sia per le
convinzioni etico-morali d'ispirazione, sia per le considerazioni
di ordine economico a loro fondamento, sembra alimentarsi di un
allarme in bilico verso il parossismo o l'irrazionale.
Ad ascoltare i portavoce della xenofobia e del razzismo, dovremmo
trovarci di fronte ad un'"invasione" di dimensioni bibliche. Ma,
occorre ammettere, l'ostilità verso gli immigrati nasce e si
struttura anche a causa del ritardo e dell'inadeguatezza con cui è
stato affrontato un processo così complesso e variegato. E molto
spesso il richiamo nazionalistico ad un'identità ancestrale
"incontaminata" è frutto di un'impreparazione al cambiamento
imposto dalla realtà, la manifestazione di una paura dell'ignoto
con cui si pensa di immobilizzare, entro confini rigidamente
chiusi, il flusso mutevole dell'evoluzione umana e sociale. Ecco
allora che chi non riesce a convivere con la crescente pluralità di
origini, di etnie e di culture, che è la vera sfida del mondo di
oggi, può essere tentato di rifugiarsi nell'immagine di una
comunità incontaminata e sviluppare un odio profondo nei confronti
di chi viene avvertito come "diverso" o "separato" o che tale
appare nell'immaginario collettivo.
Anche nell'accettazione democratica e pluralistica delle
"differenze", la tensione che nasce dal contatto fra gruppi e
culture diversi assume valenze diverse a seconda del grado di forza
esercitato dal richiamo ai valori comuni e più universali.
I rapporti fra gruppi umani con tratti originari propri, definiti e
distinti, anche nelle situazioni di convivenza più riuscite, sono
sempre caratterizzati dalla potenziale contrapposizione rispetto
alla piena accettazione del "diverso".
La xenofobia verso gli immigrati palesa non pochi aspetti di questa
logica. Una logica che in particolari momenti di crisi sociale,
quando non è facile riferirsi a valori comuni, può stravolgere la
percezione stessa della realtà, sicché l'esterno può essere sino a
tal punto "negativizzato" da rendere possibile la tentazione di una
sua radicale rimozione. In tali situazioni, l'appartenenza
nazionale e linguistica, il fatto di essere membri di un gruppo e
di una religione, anziché essere considerati come il frutto di un
composito processo storico, assumono un carattere quasi sacrale che
non tollera devianze, mentre la nostalgia per una comunità
"incontaminata" torna ad esercitare un potente e pericoloso
fascino.
Da dove nasce la sindrome della paura degli immigrati che ha
investito in questi ultimi anni molti Paesi europei? Per
comprenderlo, il richiamo al timore dei mutamenti, degli andamenti
demografici e delle situazioni occupazionali non è
sufficiente.
Conviene invece riflettere sul rapporto fra Stati nazionali ed il
progetto d'edificazione dell'Europa. In effetti, la chiusura alla
cittadinanza degli immigrati sembra in parte collegata all'apertura
delle frontiere e all'allargamento dei confini raggiunto dopo
l'unificazione europea. La paura degli immigrati è cresciuta in
parallelo con la sfiducia verso gli immigrati provenienti dai Paesi
dell'Est europeo e verso quelli dei Paesi in via di sviluppo.
I fenomeni di ostilità nei confronti degli immigrati si alimentano
anche a causa del comprensibile malcontento sociale dovuto
all'incidenza dei reati commessi dagli ospiti più indesiderati: i
clandestini. Sul punto, va detto che se per un verso l'immigrato
chiede asilo là dove le leggi gli garantiscono un tetto e,
talvolta, un assegno mensile, com'è accaduto per molto tempo in
Germania ed in Gran Bretagna, per altro verso sceglie il rischio
della clandestinità là dove i controlli sono minori o meno efficaci
e l'economia sommersa ed illegale lo accoglie a braccia aperte,
come è avvenuto pure in Italia.
Come conseguenza ne deriva che il confine tra immigrati clandestini
e asylantes è molto labile.
Sia i clandestini sia gli asylantes, in quanto immigrati
irregolari, rischiano di essere irretiti dalla criminalità locale
per venire sfruttati od avviati verso attività criminali e comunque
ridotti in condizioni di vita degradate, tanto da dover essere
ritenuti essi stessi, il più spesso, come le prime vittime del
binomio criminalità-immigrazione, un binomio che vanta alcuni
alleati per certi versi insospettati.
Il primo è rappresentato dal comportamento ambivalente
dell'opinione pubblica la quale, di fronte ad ogni nuovo "sbarco"
(via terra o via mare) si abbandona a rigide posizioni di chiusura
e di intolleranza, salvo poi reagire di fronte a manifestazioni di
rigore da parte delle autorità delegate a governare il fenomeno ed
a riscoprire la propria vocazione umanitaria. L'influenza dei
mass-media non è aliena dall'alimentare una tale schizofrenica
condotta. In una simile materia i regimi democratici dell'Europa si
trovano in grande difficoltà, avendo assai scarsi margini di
manovra.
Nelle ricche nazioni di arrivo vi è un altro alleato, rappresentato
da datori di lavoro a volte senza scrupoli che usano a proprio
piacimento un'inesauribile e disponibile forza- lavoro, anche
qualificata, a bassi salari e senza alcuna forma di tutela, con ciò
danneggiando la concorrenza dei "rivali", siano essi immigrati in
regola con le leggi nazionali o autoctoni rispettosi delle tabelle
contrattuali. È questo un potente alleato, misurabile dalla
capacità con cui le economie dei Paesi di destinazione riescono a
fagocitare le continue ondate di undocumented workers(61). In
questo senso, i rischi per la sicurezza derivanti dall'immigrazione
illegale sono strettamente connessi non solo con l'attrazione
esercitata da una nazione prospera ma anche con la domanda di
lavoro a basso costo e retribuito illegalmente.
È probabile che le minacce alla sicurezza abbiano pure implicazioni
in campo sociologico, manifestandosi in comportamenti devianti di
vario tipo, espressione di disagio e di disperazione individuale o
di piccoli gruppi. In particolare, i migranti, prevalentemente di
giovane età, andranno ad alimentare le grandi aree metropolitane
europee, riproducendo - ad un livello esacerbato dalle differenze
etniche e culturali - una prospettiva di conflitto che ricorda
quelli attuali tra i centri e le periferie delle città, com'è il
caso dei giovani di colore negli Stati Uniti.
In questo scenario è difficile agitare la legge del contrappasso
sulle spalle - meglio, sulla pelle - degli immigrati clandestini i
quali, nonostante le dure condizioni imposte dalla condizione
illegale di assorbimento da parte del mercato del lavoro, non fanno
altro che saltare la fila dei tanti in attesa, come succede in
molte code nostrane, cercando di varcare in anticipo i confini del
benessere, per entrare in un ambiente socio-economico comunque
infinitamente migliore rispetto a quello da cui si è appena
fuggiti.
Per quanto riguarda i Paesi di accoglienza vi è poi il problema dei
rapporti che la nuova componente della popolazione manterrà con i
Paesi d'origine. Per altro verso, è opportuno rilevare il tema
dell'apporto che la nuova componente della popolazione potrà e
dovrà dare alle forze di difesa del Paese di accoglienza e alle
stesse forze dell'ordine.
6. Le sfide connesse con l'inserimento
delle correnti migratorie
6.1 Assimilazione o integrazione? I rischi del
multiculturalismo Se consideriamo più da vicino i
movimenti migratori che caratterizzano l'età contemporanea, emerge
chiaramente la sfida radicale che essi portano alla sociologia
delle migrazioni novecentesca. Quest'ultima, a partire dai classici
e innovativi studi di William I. Thomas e di altri sociologi della
Scuola di Chicago degli anni '20(62), fa perno sui concetti di
assimilazione e di integrazione. Si può subito notare, a questo
riguardo, che le condizioni complessive delle società occidentali
contemporanee sembrano caratterizzate dalla crisi generale dei
meccanismi integrativi che avevano contraddistinto, pur
contraddittoriamente, il regime politico e sociale che
convenzionalmente viene definito "fordista"(63). La crisi dello
Stato sociale è in fondo l'archetipo di questa crisi che, oltre a
ripercuotersi inevitabilmente sulla posizione dei migranti, induce
i Paesi dell'Europa ad interrogarsi sul proprio futuro quali
nazioni.
La prospettiva immediata di alcuni li delinea quali Stati "invasi"
da alcuni milioni di stranieri residenti molti legalmente, anche se
talvolta in condizioni di precarietà, altri illegalmente, con
l'effetto di creare due categorie di abitanti, una con la pienezza
dei diritti e l'altra senza.
Se le società europee - ed in particolare quella italiana, a causa
della caduta della natalità - continueranno a compensare con
l'immigrazione i vuoti lasciati dalle dinamiche in corso, la
popolazione finirà con l'essere sempre più stratificata, con una
differenziazione dei diritti goduti dalle varie componenti
immigrate in funzione del grado di inserimento, dell'origine e
dell'anzianità della presenza.
È questo lo scenario tipico della società multi-culturale, priva di
tessuto connettivo e foriera di potenziali contrasti difficilmente
componibili, al punto da sconquassare l'idea stessa di "Nazione".
Uno scenario che si pone in contrasto con quello del pluralismo.
Perché multi-culturalismo significa discordia senza concordia,
convivenza di gruppi non solidali fra loro, uniti solo dal
riconoscimento del diritto di perseguire diversi fini e diversi
stili di vita, mentre il pluralismo è la vera linfa delle moderne
democrazie occidentali, sigillo della concordia e della coesione di
intenti discordi tra loro, di una comunità di diversi che
rispettano, secondo un principio di reciprocità, le diversità
altrui.
In un suo recente scritto, dal titolo "Pluralismo,
multi-culturalismo e estranei. Saggio sulla società multi-etnica",
il politologo italiano Giovanni Sartori si interroga su quale sia
il limite oltre il quale la società pluralistica possa accogliere,
senza disintegrarsi, gli "estranei" che la rifiutano e, per
converso, come si faccia ad integrare questi estranei, cioè gli
immigrati di un'altra cultura, di un'altra religione, di un'altra
etnia. Egli conclude affermando che per capire fino a che punto si
possa "aprire" una società agli estranei - e creare così la
"società aperta" preconizzata da Popper - è necessario rifarsi al
codice genetico del pluralismo, il quale solo può decifrare i
valori fondanti e le linee di sviluppo di una società libera e
liberale.
Se il limbo del sentimento nazionale è rappresentato da una società
non integrata e multi-culturale, ne consegue che forse meglio
sarebbe superare i modelli che assorbono l'immigrazione proponendo
l'assimilazione, ovvero la costruzione di comunità o minoranze
etniche da garantire nel mantenimento delle loro identità. Perché,
a fronte del rischio di consolidare il multi-culturalismo, non è
sufficiente l'accoglienza o l'assimilazione: piuttosto, la via da
percorrere sembrerebbe quella di maturare una graduale, autentica
cultura dell'integrazione, fortemente ispirata a criteri e principi
di solidarietà ed ancorata al rispetto dei diritti fondamentali
dell'individuo.
In altre parole, per altri occorre mirare alla formazione di una
società multi-etnica.
In quest'ottica, l'avvento di una società multi-etnica non è forse
più una scelta: essa potrebbe invece divenire il futuro ineludibile
dell'Europa. Il problema, la scommessa dei singoli Stati nazionali
e dell'Europa nel suo insieme, riguarderebbe le modalità di
attuazione di questa società. Come la si dovrebbe realizzare?
In Europa molti guardano al modello dell'America, Paese
d'immigrazione fin dalla sua nascita, che ha risolto il problema
dell'integrazione affidando alla legge il compito di riconoscere a
tutti, di qualsiasi sangue, colore, razza, gli stessi diritti, e
lasciando alla società il compito di difendere la propria
integrità. Negli Stati Uniti la democrazia è cresciuta entro il
calderone di fusione del melting pot, ed ancora oggi il sistema di
valori americani - il proud to be american - è nel complesso solido
e vincente.
Però, in America vi è chi osserva che non c'è integrazione, c'è
uguaglianza: fra bianchi e neri ci si rispetta ma raramente ci si
sposa. "Indovina chi viene a cena?" è in questo senso un
film-documento ancora molto attuale. Non solo. Negli ultimi tempi
la fusione miracolosa ha cessato di funzionare anche nel suo
ambiente ideale, declinando sempre più verso il multi-culturalismo
con la formazione di comunità autogestite e di lobby etniche che
assurgono a protagonisti della lotta politica.
Uno degli effetti perversi prodotti dalle società multi-culturali è
proprio la chiusura, spesso di intere comunità, che dà luogo a
forme di malinconica nostalgia dell'atavico, foriere di
particolarismi.
Il concetto di cultura con cui lavorano i teorici del
multi-culturalismo pare darne per scontata la compattezza e
l'impermeabilità, sulla base del presupposto di una corrispondenza
tra "cultura" ed "etnia" che proprio gli sviluppi più recenti
dell'antropologia e dell'etnologia hanno fortemente
contestato.
Applicata ai migranti, per di più, la prospettiva del
multi-culturalismo tende a nascondere la rottura con la "cultura" o
con la "comunità" di provenienza che caratterizza, per definizione,
l'origine del migrante, e a presentare come risolto a priori uno
dei problemi fondamentali della sociologia delle migrazioni: quello
dei processi di formazione, riproduzione e trasformazione
dell'identità degli stessi migranti(64). Come ha scritto
l'antropologo francese Jean-Loup Amselle, non si può dimenticare
che "… tra i diritti delle minoranze c'è anche quello di rinunciare
alla loro cultura"(65).
Ci si chiede allora se sia necessario contrastare la tendenza,
riscontrabile nei teorici del multi-culturalismo, a chiudere
l'"identità" dei migranti all'interno di monadi "culturali"
pre-confezionate. Nell'età della globalizzazione, molto più
ragionevole appare la posizione di chi sottolinea che essi
sarebbero, tra l'altro, soggetti di una potente domanda di "consumo
etero-culturale", che calibra continuamente simboli e significati,
fino ad investire il nocciolo duro di concetti come "democrazia" e
"diritti umani"(66).
Per questo sarebbe forse auspicabile guardare ai Paesi che
affrontano una fase più avanzata del fenomeno migratorio, com'è il
caso della Francia, dove "i protagonisti dei disordini che
nell'autunno scorso (del 2006) hanno interessato le banlieues
francesi appartengono alle seconde e alle terze generazioni di
immigrati nordafricani, il cui ingresso nella vita attiva pone
problemi di integrazione in un mercato del lavoro caratterizzato da
forti barriere d'ingresso"(67).
Nonostante la crisi delle banlieues, un simbolo altamente evocativo
del sostanziale successo del modello francese d'integrazione è
rappresentato dai giocatori francesi di colore - giovani immigrati
africani anche di seconda e terza generazione - che, prima della
finale del campionato mondiale di calcio a Berlino del giugno del
2006, hanno cantato la "Marsigliese", dichiarandosi "enfants de la
patrie", forse anche più emozionati dei - pochi - colleghi di pelle
più chiara.
La vicenda delle banlieues sembra piuttosto indicare come
prioritaria "la lotta contro le discriminazioni, da attuare
attraverso politiche di ingresso che consentano la selezione di
lavoratori qualificati e efficaci misure di
integrazione"(68).
Occorre però saper distinguere la consapevolezza e
l'auto-percezione degli immigrati, a seconda che essa si
rappresenti unicamente quale mera "presenza economica" ovvero si
alimenti di un anelito civile ed etico-politico. Il sottinteso di
tale distinzione è che per scoprire come due diverse percezioni
possano saldarsi al meglio occorre prima riconoscerne le
differenze. In altre parole, importare mano d'opera non è la
medesima cosa che importare un potenziale cittadino.
Nella prima accezione, l'immigrato è soltanto "forza lavoro" e ad
esso potrebbe adattarsi e giustificarsi pienamente il modello
tedesco del "residente temporaneo". Nella seconda, invece,
l'immigrato è una persona con diritti e doveri, alla quale dovrebbe
dunque applicarsi una formula che ne tuteli pienamente le
situazioni giuridiche soggettive, quale forse potrebbe essere il
modello americano del residente a tempo indefinito. Ma, se si
volesse fare un passo ulteriore per trasformare il potenziale
cittadino in un buon cittadino, di modo che - riprendendo la
celebre formula di Mao Tze-tung - la stessa comunità degli
immigrati possa formare "l'acqua in cui il soldato della guerra
rivoluzionaria nuota come un pesce", occorre riconoscergli piena
cittadinanza. L'immigrato che venisse a percepirsi come
"provvisorio", un "migrante di passaggio", finirebbe col ricondurre
la propria affermazione in termini d'identità alla sfera della sua
vita, quella vita che egli si riserva di vivere nel Paese
d'origine.
Già, ma come affermare un'identità nuova che consenta all'immigrato
di percorrere le stesse vie del pensiero e dei comportamenti di un
buon cittadino? Ogni immigrato dovrà senz'altro affrontare il tema
della propria identità. In breve, chi sarà? Rimarrà aggregato ad
una comunità d'origine? O diverrà parte di una nuova nazione? Ora,
basta un'abitudine ai viaggi perché l'aggregazione si disgreghi;
aggregazione, infatti, è un insistente, minuzioso ribadire, ma
bastano itinerari nuovi ed informati al di fuori dei presupposti
nazionali, nonché adusati a versarsi in linguaggi diversi,
incomparabili, e subito l'aggregazione originaria tremola,
smarrisce la sua forza adesiva.
Sono in molti a sostenere che qualsiasi politica migratoria
dovrebbe tenere conto dei riflessi che potrà avere sulla
costruzione dell'identità del cittadino ed ispirarsi ad una
mentalità che è l'opposto di quella dominante nei tempi in cui
tutto appariva immutabile; una mentalità in grado di interrogare i
fondamenti costitutivi dell'identità nel suo divenire, quando
appare messo in crisi da mutate ed inattese condizioni vita, o da
profondi rivolgimenti interni, per dare un senso nuovo
all'appartenenza contro la tentazione di fissarla in modelli dati
una volta per sempre. Per cui una corretta politica migratoria
dovrebbe garantire, tra l'altro, la presenza di forti valori comuni
che mantengano intatto il sentimento della dignità dei singoli e
creino le condizioni per un arricchimento reciproco, anche in
presenza di una relazione chiaramente asimmetrica, perseguendo una
convergenza reciproca per evitare il rinchiudersi in enclaves
contrapposte.
In questo ambito, la scelta per l'integrazione è davvero una scelta
obbligata, specie per chi, come tanti europei, prima di
immedesimarsi nelle vesti di ospitanti può attingere alla memoria
di un passato neanche troppo remoto che li ha visti dall'altra
parte della barricata. Tutto ciò purché gli immigrati operino delle
scelte precise ed accettino le consuetudini civili dei Paesi che li
accolgono, rinunciando a pratiche incompatibili con i principi
giuridici della società occidentale ed accettando la distinzione
tra religiosità e civitas. Anche se il disincantato individualismo
che caratterizza l'epoca attuale rende alquanto ardua
l'identificazione di un complesso di valori duraturi che
appartengano al linguaggio morale condiviso e condivisibile da una
nazione, non si possono disconoscere la validità e la ricchezza che
deriverebbero dal circolo virtuoso innescato dall'integrazione di
culture diverse sulla matrice di un comune senso di
appartenenza.
Per conservare e tramandare i caratteri propri delle nazioni altri
suggeriscono di dare la possibilità agli immigrati ed ai loro figli
- ove lo desiderino e siano in possesso dei requisiti dettati dalla
legge - di acquisire la nazionalità dei Paesi di destinazione e
divenirne parte, perché la nazione non ha soltanto i tratti degli
avi e non si nutre unicamente del sangue dei martiri patrioti.
L'idea di nazione è l'insieme di una storia, di una tradizione, di
una lingua condivisa, dei sentimenti comuni evocati dal senso di
appartenenza a qualcosa di incontenibile e potenzialmente eterno; è
una cultura che ramifica e si arricchisce di legami personali, di
gesti condivisi; è una comunione spirituale fatta di laicità e di
religiosità civile; è un dono offerto all'uomo, al di là del colore
della sua pelle e del suo patrimonio genetico.
Epperò, per formare una nazione occorrono i cittadini. E cittadini
il più possibile virtuosi, cioè portatori della "virtù civile
dell'appartenenza". Prendendo come termine di riferimento la "virtù
civile" intesa come un fatto di stretta cittadinanza o di
convivenza politica, astraendosi quindi da qualsiasi espressione di
moralismo manicheo, la "virtù dei cittadini" ben si attaglia al
precetto di Toqueville allorquando afferma che la convivenza
sociale - in un regime democratico - è possibile solo tra cittadini
virtuosi. Se ci sono virtuosi del piano in un'orchestra, tanto
meglio per essa, ma guai a chi stona. Così, per una nazione si
dovrebbe esigere una soglia minima di partecipazione alla sua vita
da parte degli immigrati, così come si dovrebbe esigere la forza
morale di cittadini virtuosi(69).
Certo, per alcuni(70) il bene comune pubblico si ottiene come
conseguenza della somma degli egoismi personali. Le comunità degli
immigrati, dato il sillogisma, non costituiscono null'altro che una
serie di cellule isolate e deresponsabilizzate, escluse dalla
società civile ed incapaci di rappresentarle. E sono gli stessi che
ritengono che la coesistenza umana in una società democratica
coincida con il mero libero gioco del mercato e che o l'astuzia
della ragione nella storia (Hegel), o una mano invisibile (Adam
Smith), trarrà beni sociali dai vizi privati, tra i quali, non
ultimo, l'interesse economico, l'egoismo, l'avidità,
l'intolleranza(71).
Ma, la vera sfida consiste per i più nell'individuare ed
incrementare un nucleo di valori fondamentali, che gli immigrati e
gli autoctoni insieme possano avvertire in modo irrinunciabile e
desiderare che vengano accettati e condivisi nel sentimento diffuso
della società "civile" ed attraverso il filtro di un comune e
duraturo senso di appartenenza, per realizzare un'osmosi fra
culture e persone all'interno di una stessa società e costruire una
cornice entro la quale, garantendo la sicurezza, si possa
realizzare il bene comune nella comune partecipazione alla vita del
Paese ospitante.
6.2 L'intreccio tra immigrati e cittadinanza Già nel
pensiero dei primi teorici dello Stato inteso nella sua accezione
moderna, come Hobbes e Bodin, tra i suoi compiti vi è quello di
garantire la sicurezza della società e quella dei suoi cittadini.
Ne discende che il vincolo d'appartenenza rappresentato dalla
cittadinanza nazionale offre all'individuo la titolarità di un
complesso di diritti, fra cui la garanzia di protezione da parte
dello Stato di origine sia all'interno sia all'esterno del
territorio nazionale. Il binomio cittadinanza-nazionalità, che si
esplica nell'assunto in base al quale si è cittadini di uno Stato
soltanto se si appartiene, per nascita o per scelta, alla nazione
culturale sulla quale lo Stato medesimo pretende fondarsi, ha
costituito il perno sul quale circoscrivere i titolari di
situazioni giuridiche soggettive ed i destinatari della protezione
statuale. L'appartenenza dell'individuo cittadino ad uno
Stato-nazione è così una costruzione sociale che si è venuta
configurando nel corso dell'evoluzione dello Stato in relazione
alla definizione di un'organizzazione sociale, delimitando
l'inclusione di alcuni nel suo corpo sociale e giustificando
l'esclusione degli altri, gli "estranei"(72). La condizione
dell'assenza di cittadinanza è dunque possibile se viene resa
esplicita la definizione di cittadinanza, la quale sola segna la
linea che separa un "dentro" da un "fuori"(73) e che,
evidentemente, non può ridursi alla tematica della
"naturalizzazione" (e dunque all'idea di appartenenza).
Negli ultimi anni la problematica legata al binomio
cittadinanza-immigrazione si è in effetti mossa attorno ad una
rinnovata dimensione di "esclusione" riguardo la posizione dei
migranti nelle società occidentali contemporanee, definendo così la
cittadinanza con riferimento alla piena e legittima partecipazione
alla vita di una nazione, e quindi anche in relazione a chi ne
risulta escluso. Gli Stati si trovano a dover assicurare la
protezione ed il controllo di individui e collettività che vivono
ed agiscono nel loro territorio ma che non appartengono tutti alla
comunità nazionale. Da mero criterio giuridico-formale il termine
cittadinanza è venuto così a coincidere in "un processo di più o
meno consapevole estensione del suo campo semantico"(74),
tramutandosi rapidamente in un concetto più esteso che coinvolge
gli stessi criteri dell'adesione soggettiva ad un ordinamento:
identità e partecipazione, ma anche diritti e doveri a geometria
variabile. È qui che s'innesta la riflessione sul rapporto tra
cittadinanza e movimenti migratori.
In questo senso, lo status di autoctono discende dalla nascita
anziché da una scelta, qual è invece la posizione dell'immigrato, e
non ha bisogno di alcuna specificazione in ordine a diritti o a
privilegi, attenendo esclusivamente alla sovranità dello Stato.
Epperò, il dibattito relativo alla necessità di far convivere
coloro che possiedono i diritti della cittadinanza e quanti ne sono
privi ha portato a far cadere la distinzione fra le varie
"categorie": cittadini nazionali, discendenti da cittadini
nazionali, residenti permanentemente nel Paese, da un lato, e
cittadini di uno Stato residenti all'estero, soggetti con due o più
nazionalità, stranieri con soggiorno permanente, residenti
temporanei, migranti stagionali, rifugiati, richiedenti asilo
politico, immigrati illegali, dall'altro. Ogni categoria con,
presumibilmente, diversi diritti e doveri, giuridici e
politici(75).
Ora, la crescita dell'immigrazione e delle categorie citate
costringe a ridefinire la cittadinanza, anche se la regola rimane
quella del cittadino nato e cresciuto nel Paese, presupponendo
l'immutabilità genealogica in secula seculorum e assumendo che la
popolazione mondiale sia divisa in abitanti di Paesi nettamente
distinti in base alla nazionalità(76). Il classico concetto di
cittadinanza intesa quale titolo per il riconoscimento formale
della propria appartenenza ad una comunità politica sembra infatti
comportare indubbi riflessi negativi sulle situazioni giuridiche
soggettive dei migranti. La filosofa statunitense Jean Hampton, ad
esempio, partendo da un approccio di teoria democratica della
giustizia contesta la legittimità normativa di un'esclusione dei
migranti da spazi nazionali nei quali la cittadinanza è codificata
sulla base dello jus sanguinis(77). Per altro verso, l'antropologa
tedesca Verena Stolke illustra come la posizione d'irrigidimento
nei confronti dei migranti, assunta da tutti i Paesi dell'Europa
occidentale nel corso degli anni '90, sia stata accompagnata in
misura crescente da orientamenti favorevoli all'introduzione di
elementi di jus sanguinis nel diritto di cittadinanza, ciò anche in
quei Paesi di tutt'altra tradizione come l'Inghilterra e la
Francia(78).
Anche le norme oggi generalmente adottate sull'immigrazione
presuppongono che normalmente un soggetto sia cittadino o
straniero: il cittadino ha diritti, di regola vive in patria ed è
relativamente poco mobile, mentre lo straniero ha diritti limitati
(fatto salvo per quelli stabiliti da accordi bilaterali fra Stati),
è mobile e si trova solo temporaneamente nel territorio dello Stato
in questione. Tali norme generano, però, una forte domanda di
riconoscimento di diritti di residenza e di cittadinanza. Il
passaggio da straniero a cittadino è difficile, ma una volta
compiuto si suppone che lo straniero, con l'acquisizione dei
diritti, abbia perso la sua tipica mobilità. Tuttavia, il passaggio
negli ultimi anni si è andato allargando sino a comprendere una
nuova figura, quella del "lavoratore mobile", per il quale la
nazionalità costituisce solo un mezzo per agevolare i propri
spostamenti. Questa figura di lavoratore non chiede più la
cittadinanza, gli è sufficiente l'autorizzazione a lavorare. Da
questo punto di vista si è osservato che "la maggioranza degli
immigrati non ambisce a ottenere la cittadinanza del Paese di
residenza, nemmeno dopo vent'anni di soggiorno, e mostra scarso
interesse per la naturalizzazione"(79), con ciò evidenziandosi il
problema della "doppia coscienza" o del "doppio spazio
politico-culturale" dei migranti come cittadini di e della
frontiera, concetti, questi, originariamente coniati da W.E.B. Du
Bois per denotare la posizione degli afro-americani, e recentemente
riproposti dal sociologo Paul Gilroy nella sua ricerca
sull'Atlantico nero(80).
Se attingendo a queste considerazioni torniamo a volgere la nostra
attenzione sul tema del rapporto tra cittadinanza e immigrazione,
una delle categorie più interessanti che incontriamo è quella di
"naturalizzazione parziale"(81), locuzione con cui si traduce il
termine inglese denizeship, coniato nel XVI secolo per definire la
posizione dello straniero accettato come cittadino in virtù di un
atto della Corona.
Nel dibattito contemporaneo esso fa riferimento alla possibilità
che gli immigrati godano di pieni diritti senza che essi abbiano
precedentemente acquisito la nuova cittadinanza, configurando e
valorizzando una posizione intermedia tra lo status di cittadino e
quello di straniero(82).
Non manca, tuttavia, chi guarda con sospetto l'eventualità che la
prospettiva indicata sia praticata sulla base di una rigida
differenziazione dei diritti, volta a stabilirne un livello
minimale da garantire ai migranti secondo la proposta di Zincone di
"una politica dei diritti utili", fondata per l'appunto sulla
contrapposizione dei diritti politici e di quelli
sociali(83).
Il rischio che in tal modo si correrebbe è di trasformare la
denizeship in una sorta di cittadinanza mediata. Ed è questo un
rischio assai grave, soprattutto ove si consideri che, all'interno
delle singole collettività nazionali, sono molte e assai forti le
tendenze a frantumare l'universalismo della cittadinanza per
istituire nuovi confini interni fondati su particolarismi
localizzati(84).
A fronte di ciò, la futura riflessione su cittadinanza e
immigrazione potrebbe essere collocata in una prospettiva
d'impianto universalistico, guardando a nuovi concetti quali la
"cittadinanza europea" e l'"europeizzazione" della
cittadinanza(85), pur nella consapevolezza delle particolarità che,
tanto sotto il profilo storico quanto sotto quello
giuridico-formale, segnano la formulazione del paradigma
universalistico occidentale. In questo quadro il rapporto tra
diritto di cittadinanza ed appartenenza, intesa come fattore
politico-culturale e psicologico-sociale, costituisce il punto di
equilibrio tra universalismo e particolarismo.
Dal lato dei migranti, secondo vari studiosi le "diversità" di cui
essi sono portatori si potrebbero disporre in una linea di
continuità con il pluralismo d'interessi e di vincoli di lealtà che
costituisce uno degli elementi strutturali delle società
moderne.
Ne discende che i migranti, sotto il profilo dell'"appartenenza",
presenterebbero evidenti caratteristiche peculiari, il cui peso
risalterebbe se non altro da quella richiesta di "cambiamento di
giurisdizione" - come detto da Gambino(86) - di cui è espressione
il fatto stesso della migrazione. Del resto, alla fuga da uno
spazio politico, sociale e culturale non fa quasi mai riscontro da
parte degli immigranti nelle società occidentali di accoglienza una
richiesta di piena adesione al nuovo spazio politico, sociale e
culturale(87). E già oggi il sistema normativo europeo consente ad
una massa crescente di lavoratori di effettuare brevi e frequenti
soggiorni all'estero, dando luogo ad un vero e proprio
"pendolarismo" internazionale ed obbligando di tanto in tanto gli
Stati a regolarizzare gli immigrati illegali, il che vale quale
riconoscimento implicito delle notevoli difficoltà a garantirne il
pieno controllo.
Su questo filo, la mescolanza delle popolazioni altera
continuamente il significato della nazionalità. Nel comune sentire
i privilegi dell'appartenenza non possono essere negati a coloro
che vivono, lavorano, pagano le tasse in un Paese soltanto perché
sono nati all'estero. Però, l'estensione di tali privilegi potrebbe
essere intesa quale una svalutazione dei diritti della popolazione
autoctona, tant'è che ogni movimento sociale d'opposizione
all'immigrazione è implicitamente un movimento di difesa di
presunti privilegi. Anche se, nella misura in cui tali privilegi
esistono, sono venuti in certa parte a dipendere anche dal lavoro
degli immigrati.
Un conto è ospitare, altro è concedere la cittadinanza. Se questo è
l'assioma al quale si giunge, sono in tanti a sostenere che il
primo essenziale strumento per realizzare una corretta politica
dell'integrazione consiste per ciascun Paese nel sapersi dotare di
un'adeguata legge sulla cittadinanza, che detti delle condizioni di
acquisizione di tale cittadinanza che favoriscano l'adesione ai
valori fondanti ed irrinunciabili delle Istituzioni nazionali e che
facciano perno su una volontà associativa e di inserimento nella
nuova Patria il cui stigma poggi su manifesti e condivisi segni di
volontà di inserimento.
7. La perversione del binomio
criminalità-immigrazione
7.1 L'inserimento degli immigrati in attività devianti e
nella micro-criminalità In passato, quasi tutte le
correnti migratorie hanno evidenziato tre diversi modelli
d'inserimento: quello regolare (o legale), quello informale e
quello illegale, variando in ragione delle caratteristiche del
quadro politico e della congiuntura economica dei Paesi di
emigrazione e di immigrazione(88).
Nel tempo in cui la migrazione si è andata inserendo in un contesto
socio-economico che esigeva l'impiego crescente di una manodopera
poco qualificata, anche l'immigrazione irregolare veniva assorbita
senza rendersi suscettibile di azioni di contrasto se non con
riguardo all'evoluzione del costume(89). Per contro, nell'attuale
epoca caratterizzata da uno sviluppo economico post-industriale
annegato nella globalizzazione, i paradigmi dell'inserimento degli
immigrati in comportamenti ed attività devianti e nella criminalità
organizzata non trovano la medesima applicazione. La criminalità è
soltanto un tipo di una più vasta varietà di condotte,
qualificabili globalmente come devianti.
Negli ultimi vent'anni si è sviluppata una crescente trasfusione
delle attività criminali dai Paesi di immigrazione ai Paesi
originatori, in particolare in quelli caratterizzati dalla
diffusione di mafie e attività criminali connesse con processi di
destrutturazione sociale, economica e politica, secondo uno schema
di crescente chiusura etnica nella stigmatizzazione
dell'appartenenza alla devianza.
Un primo parametro che qualifica la devianza degli immigrati è
quello della non osservanza di alcune norme sociali. Esso non è
però sufficiente a configurare il comportamento deviante: tutte le
devianze sono condotte non rispettose di norme, ma non tutte le
inosservanze normative vengono percepite come devianti. Pertanto,
sono devianti quelle condotte antinormative che provocano intense
reazioni di censura, sicché la devianza non può identificarsi con
la criminalità, dal momento che quest'ultima si configura solo come
infrazione della legge penale.
La devianza, invece, si realizza quando si manifesta nel tessuto
sociale un'intensa reazione di disapprovazione per la condotta di
chi infrange le norme (penali, culturali, sociali, religiose)
ritenute importanti(90). Tali reazioni comportano spesso fenomeni
di emarginazione e di esclusione o di marginalità(91). Nel limbo
sospeso tra emarginazione e marginalità l'immigrato, cioè a dire il
"diverso" (per lingua, religione, costumi, etc.)(92), rischia di
perdere la partita dell'integrazione e di cadere nel gorgo della
devianza e nella criminalità.
La fortuna dei modelli devianti e criminali corrisponde in buona
misura anche alla perdita di credibilità del modello tradizionale
di speranza e buon esito della migrazione. Anche se pur sempre una
certa parte riesce a raggiungere un inserimento decoroso, la
maggioranza degli immigrati oscilla tra la precarietà della
regolarità ed il rischio di precipitazione nella illegalità. Ciò
discende principalmente dalla quasi assoluta impossibilità di
accedere ad una migrazione regolare persino da parte di individui
che siano indotti a fuggire da guerre o da persecuzioni. Non a caso
le più diffuse fattispecie di reato connesse con il fenomeno
migratorio riguardano la falsificazione di documenti e
l'immigrazione irregolare, entrambi riconducibili nell'alveo della
più ampia categoria del "delitto di migrazione".
Inoltre, è un dato ineludibile che, in assenza di vie legali al
soddisfacimento del bisogno ineluttabile di fuggire dal proprio
Paese per aspirare a condizioni di vita migliori per sé e per la
propria famiglia, delinquenti, criminali e mafie profittano di tale
situazione offrendo le proprie prestazioni per aggirare i vincoli
delle politiche di Governo rispetto alla domanda di migrazione. Ne
discende che il rischio per gli immigrati-vittime di essere
irretiti in attività e comportamenti illegali è esponenziale.
Il fenomeno in parola appare configurarsi soprattutto come devianza
delinquenziale giovanile e maschile. La grande maggioranza degli
arrestati e degli incarcerati nei vari Paesi dell'Unione è
costituita da giovani e in tutte le nazionalità i tassi di arresti
delle donne sono insignificanti rispetto a quelli degli uomini.
Essi provengono normalmente da Paesi caratterizzati da grave
degrado economico, sociale e politico. Talvolta sono portatori di
moti di protesta e di ribellione derivanti dal percepirsi esclusi
dai privilegi del mondo occidentale, atteggiamento questo peraltro
più manifesto laddove la prossimità con i Paesi d'origine riproduca
il conflitto tra il ricco centro e le periferie degradate. Ciò è
specialmente evidente negli immigrati che non abbiano beneficiato
degli aiuti di una catena migratoria omogenea rappresentata da
formazioni reticolari "a forte coesione e controllo sociale
endogeno"(93), né di aiuti dalla società di arrivo, o che
appartengano a catene migratorie dominate da un modello di
inserimento deviante, dedicandosi ad esempio allo spaccio e
traffico di droga(94).
Nei Paesi di più antica immigrazione, nei quali è stata concessa la
nazionalità agli indigeni colonizzati e in generale agli immigrati,
il fenomeno tocca in modo rilevante i giovani d'origine immigrata
anche una volta acquisita la cittadinanza dei Paesi di residenza.
In questi Paesi la maggioranza dei detenuti autoctoni è composta da
persone di origine straniera. In Francia si tratta soprattutto di
giovani francesi d'origine magrebina. In Inghilterra di giovani
neri con nazionalità inglese o del Commonwealth, originari dei
Caraibi e di altre ex-colonie.
Anche in Italia i fenomeni della devianza e della criminalità si
presentano piuttosto appariscenti. È pur vero, però, che spesso si
è operata una ingiustificata commistione tra criminalità ordinaria
italiana e devianza criminale di alcuni immigrati, essendo
indubitabile che la maggior parte degli "irregolari" e dei
"clandestini" è solo gente che cerca di sopravvivere, mentre nei
casi di devianza criminale citati probabilmente l'impegno più
fruttuoso non consiste tanto nel criminalizzare i singoli, il più
spesso vittime e non attori, quanto piuttosto nel cercare di
contrastare l'azione delle organizzazioni criminali che operano sia
in Italia sia nei Paesi di origine.
7.2 La clandestinità come causa del mercato del lavoro nero
e del ricorso al crimine quali fonti di
sopravvivenza Mentre l'immigrazione come fenomeno può
essere materia di dibattito sulla natura positiva o negativa dei
suoi effetti, l'immigrazione clandestina o illegale determina una
serie di minacce interne rivelandosi causa del mercato del lavoro
nero e del ricorso al crimine quale fonte di sopravvivenza.
L'immigrazione clandestina crea infatti una manovalanza del crimine
locale ed organizzato su basi relativamente spontanee, col
reclutamento di immigrati, quasi sempre giovani, da parte di
delinquenti o di organizzazioni criminali autoctone.
Tale fenomeno è normalmente accompagnato dalla sostituzione
dell'immigrato all'autoctono in tali attività, producendosi un
processo di "concentrazione etnica" di alcune attività illegali sul
territorio(95). Il traffico di immigrati può dunque essere
considerato come un vero e proprio "caporalato" internazionale sul
quale speculano i fornitori di vettori e di documenti illegali. Il
fenomeno tristemente noto degli "scafisti", novelli Caronte nella
guida alla terra promessa, è da questo punto di vista
emblematico.
Si è visto che la quasi totale chiusura alla migrazione libera e
regolarizzata, non offrendo spiragli di legalità per governare il
conseguente fenomeno inarrestabile della clandestinità, ha come
primo effetto quello di incentivare gruppi criminali e mafie più o
meno localizzate ad offrire le proprie prestazioni a fronte di una
crescente domanda di migrazione. Ciononostante, contro
l'immigrazione clandestina le società europee hanno quasi sempre
optato per soluzioni repressive e di inasprimento delle pene, senza
però individuare sempre strumenti idonei ad agevolare l'inserimento
degli immigrati regolari, determinando così la crescita della
devianza. È questo un evidente paradosso: dal momento che in molti
casi l'irregolarità è conseguenza proprio di una precarizzazione
della regolarità, stigmatizzata ad esempio dalla perdita dei
requisiti minimi richiesti ai fini del rinnovo del permesso di
soggiorno (come l'aver svolto lavori non certificati a livello
formale).
In tali casi risulta ben difficile ignorare che si è valicato il
confine tra mantenimento della legalità e generazione di un più o
meno diffuso sentimento di discriminazione nutrito da molti giovani
immigrati quale ingiustizia cui opporsi con forme di
radicalizzazione di ciò che poteva essere all'inizio solo una
latente "anomia" o devianza(96). È in questo senso che può dirsi
che esiste un "problema di emarginazione criminale"
nell'immigrazione. Un problema che non è temporaneo.
L'enfatizzazione della criminalità attribuita agli immigrati ed
un'esagerata risposta in chiave repressiva, infatti, potrebbe alla
lunga provocare una radicalizzazione dei fenomeni di distacco e di
criminalizzazione, se non addirittura di auto-criminalizzazione,
portando all'avvento ed alla diffusione di una serie di patologie
già riscontrabili di vittimismo (aumento dei suicidi,
tossicodipendenza, atti di autolesionismo in carcere, altre
patologie della disperazione).
In sostanza, laddove emerge alto il rischio per gli immigrati di
venire irretiti in comportamenti ed attività illegali, è necessario
convincersi che l'esistenza di una comunità residente di stranieri
è un dato incontrovertibile e che va garantita, stabilizzata. E non
solo per necessità economica, ma soprattutto per evitare
discriminazioni, odio, conflitti, in una parola l'invito o il
costringimento alla devianza.
7.3 Criminalità organizzata e traffico di
migranti Molto spesso gli immigrati clandestini sono
viaggiatori che si affidano ad "agenzie di viaggio"
efficientissime, organizzazioni dedite ad una rinnovata tratta
degli schiavi, uno degli affari più redditizi della criminalità
organizzata internazionale.
Queste organizzazioni criminali rappresentano una delle minacce più
severe alla sicurezza ed alla legalità in Europa. Esse, infatti,
oltre che alimentare il fenomeno dell'immigrazione clandestina, si
avvalgono delle stesse strutture logistiche utilizzate per la rete
dei traffici umani per il contrabbando, il traffico di droga e di
armi.
In altre parole, con gli stessi mezzi, e in alcuni casi con gli
stessi viaggi, i trafficanti trasportano uomini ed altra merce,
compresa la droga. Non solo: le stesse organizzazioni criminali
dedite al contrabbando e già da anni impegnate sul versante
dell'immigrazione clandestina si prestano sempre più spesso anche
al commercio di donne e di bambini, alimentando così i mercati
della prostituzione e della pedofilia. Per non parlare del
commercio di organi umani.
Come reagire al complesso fenomeno della criminalità organizzata?
Uno degli ostacoli principali per la condotta di una lotta
perlomeno ad armi pari è dato dal fatto che non esiste ancora una
mappa perfettamente attendibile dei grandi gruppi criminali
internazionali dediti allo sfruttamento del fenomeno immigratorio e
delle aree in cui operano e sono presenti. In ogni caso, è noto che
le organizzazioni che trafficano in carne umana, oltre che in
droga, sigarette ed armi, sono ormai delle organizzazioni mafiose
vere e proprie, strutturate a livello verticistico ed
internazionale, con basi operative nei Paesi di provenienza, in
quelli di transito ed in quelli di destinazione, anche se il
traffico di esseri umani è gestito concretamente da tante piccole
organizzazioni transnazionali che non è semplice
identificare.
È parere condiviso da molti osservatori che l'idea a favore
dell'impiego avverso tali fenomeni degli strumenti tipici della
lotta alla criminalità organizzata sarebbe auspicabile nonché
pienamente realizzabile già nell'immediato, sia per via analogica -
date le caratteristiche comuni di determinate strutture criminose -
sia per via sinallagmatica attraverso appositi interventi
legislativi.
7.4 Il terrorismo veicolato dall'immigrazione clandestina ed
illegale Uno degli effetti della immigrazione clandestina
è legato alla formazione di gruppi portatori di valori diversi e
spesso opposti a quelli propri di una moderna democrazia. Tali
gruppi possono agire in modo destabilizzante attraverso
l'infiltrazione di cellule e l'agitazione nelle preesistenti
comunità di emigranti, l'intimidazione e l'attacco agli oppositori
del regime al governo nella madrepatria o ai loro sostenitori,
l'appoggio e la pratica del terrorismo religioso, di matrice
islamica(97), sollevando urgenti problemi di ordine legale e
morale.
In questo scenario, la cooperazione occidentale potrà rivelarsi
utile per aprire valvole di sfogo alle pressioni migratorie,
inserendosi in quel distacco sempre più netto che, nel mondo
islamico, si sta producendo fra le élites e le classi medie da un
lato, che vorrebbero "occidentalizzarsi" seguendo i precetti
dell'economia di mercato e le attrazioni in termini di libertà
evocate dai modelli di vita occidentali, e le masse popolari
dall'altro, ove attecchiscono come infezioni in corpi indeboliti le
esasperazioni dell'integralismo religioso e del fattore etnico.
8. Quali soluzioni?
8.1 La ricerca di un approccio integrato europeo nel governo
dei processi migratori Fino alla prima metà degli anni
Novanta la politica migratoria dell'Europa era dominata da un
approccio di tipo unilaterale e "reattivo all'emergenza", che come
tale prescindeva totalmente da valutazioni in merito alle cause dei
movimenti migratori, nonché alla condotta degli Stati di
emigrazione e di transito. Data questa impostazione, la politica
migratoria veniva concepita quale baricentro di una
regolamentazione dei flussi migratori di natura prevalentemente
economica, connotandosi quale politica dell'immigrazione in senso
stretto e di una gestione ordinata dei flussi originati da fenomeni
di tipo coercitivo, atteggiandosi a politica dell'asilo. Le due
facce dell'approccio governativo in questa materia si concentravano
dunque nell'affrontare e gestire il problema migratorio quale
realtà fenomenica fattuale, mentre le cause e le dinamiche
all'origine venivano lasciate alla competenza di altri settori,
quali la politica estera o la politica di cooperazione allo
sviluppo.
Soltanto in seguito questa impostazione riduttiva dei compiti e
degli obiettivi delle politiche in materia di immigrazione e di
asilo è stata messa in crisi, data la presa di coscienza della
impossibilità di governare efficacemente le migrazioni
internazionali senza un approccio più organico rispetto alla
complessità del fenomeno(98).
Si è così diffusa una nuova concezione nell'approccio governativo,
stigmatizzata dalla sostituzione dell'espressione "politica
migratoria" rispetto alla precedente "politica dell'immigrazione",
sintomo evidente di un notevole distacco dalla tradizionale visione
unilaterale assiepata entro i confini nazionali e volta a gestire
le sole variabili dell'accoglienza o del respingimento(99) e del
corrispondente emergere di un approccio sempre più integrato e
globale. Soprattutto negli ultimi anni si è avviato in Europa un
processo di "comunitarizzazione" nell'elaborazione delle politiche
interne in materia di immigrazione e di asilo, che evidenzia una
profonda evoluzione nella concezione stessa della politica
migratoria e più in generale della sicurezza interna in quasi tutti
gli Stati dell'Unione.
Si tratta di una tendenza che ha acquistato crescenti spazi
politici e normativi e che concepisce le migrazioni internazionali
e di massa quali fenomeni complessi e di processo e che, come tali,
necessitano di forme di intervento e di governo coordinate e
multi-dimensionali che vadano ad incidere su tutte le componenti
causali e le fasi di sviluppo(100).
Al riguardo, il Vice Presidente della Commissione Europea e
Commissario responsabile per la Giustizia e gli Affari Interni
Franco Frattini, in occasione di una intervista e riferendosi agli
ultimi sviluppi della politica europea in materia di immigrazione,
ha dichiarato che "la novità consiste in una strategia europea che
per la prima volta ha il consenso politico dei Paesi membri. In
altre parole si è rafforzata l'idea che l'Europa debba risolvere
insieme il problema dell'immigrazione … Ad oggi abbiamo concordato
tre grandi linee dell'azione europea. La prima riguarda i rapporti
con i Paesi di origine e di transito, in particolare dalle sponde
sud del Mediterraneo, senza dimenticare il flusso migratorio da est
(Ucraina, Bielorussia e Moldavia) … Il secondo punto è costituito
dalla lotta al narco-traffico di esseri umani … Il terzo aspetto
infine riguarda la politica interna ai Paesi membri"(101).
Più in generale, il Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli
Affari Esteri On.le Massimo D'Alema, trattando dell'auspicio che
l'Unione Europea - guardando in particolare agli sviluppi della sua
politica estera e di difesa comune - riesca per il futuro a
conciliare capacità decisionale e coesione, ha recentemente
sostenuto che "gli stessi principi - leadership e coesione -
valgono per gli sviluppi della sicurezza interna, all'incrocio fra
gestione delle politiche migratorie, cooperazione giudiziaria e
gestione comune dell'intelligence. I progressi compiuti dal 2001 in
poi su questo piano sono molto più incoraggianti di quanto in
genere si pensi. Consolidarli ulteriormente appare una delle
priorità evidenti dei prossimi anni, fra l'altro chiesta in modo
esplicito da larga parte dell'opinione pubblica europea. In questo
caso, utilizzando una passerella del Trattato di Nizza, si potrebbe
arrivare a decidere a maggioranza qualificata"(102).
8.2 Contrasto dell'immigrazione clandestina e programmazione
degli ingressi legali A fronte della concreta
rivendicazione del diritto di fuga da parte dei migranti, si
assiste oggi a una tendenza al "riarmo" dei confini nei confronti
di donne e uomini in fuga dalla miseria, dalla guerra, da tirannidi
sociali e politiche (e si va dalle "frontiere esterne" dell'Unione
Europea al confine tra Stati Uniti e Messico), che si accompagna
alla contemporanea tendenza all'abbattimento delle barriere alla
circolazione delle merci e dei capitali (nonché, entro determinate
aree e per determinate categorie sociali, delle
persone)(103).
È questo uno dei caratteri salienti della "globalizzazione"
contemporanea che, nelle società occidentali, si riflette in primo
luogo nei processi di stigmatizzazione fino alla radicale
esclusione a cui sono sottoposti i cosiddetti clandestini. Ed in
effetti una prospettiva teorico-politica orientata a ripensare la
democrazia nel nuovo scenario globale e a riaprire conseguentemente
in senso cosmopolitico il movimento espansivo dei flussi migratori
quale fattore fondamentale, negli equilibri del mondo
contemporaneo, di rispettivo vantaggio per tutti i Paesi
interessati, non può che rivolgersi criticamente contro lo stesso
concetto di clandestinità(104).
I vantaggi sono, almeno apparentemente, per tutti. Un afflusso
equilibrato di migranti consente ai Paesi di accoglienza di trovare
la manodopera necessaria in vari settori di attività e servizi per
i quali non esiste più una offerta di lavoro locale. Inoltre, lo
stabile inserimento di emigranti può rallentare l'invecchiamento
della popolazione che caratterizza la maggior parte dei Paesi
europei. Per i Paesi d'origine, l'emigrazione può comportare un
alleggerimento delle tensioni sociali e, grazie ai flussi
finanziari di ritorno dovuti alle rimesse degli immigrati, può
contribuire al risanamento ed al successivo decollo economico di
tali Paesi, nell'ambito della definizione di una seria politica di
cooperazione internazionale allo sviluppo.
Esiste dunque una complementarità d'interessi fra Paesi di
immigrazione e Paesi di emigrazione, a condizione però che i
movimenti di persone avvengano in modo ordinato, in funzione
soprattutto dell'offerta e della domanda di lavoro, pur lasciando
spazio adeguato per l'accoglienza umanitaria di profughi, peraltro
spesso legata a situazioni contingenti e passeggere.
Una corretta programmazione degli ingressi legali ed un efficace
contrasto dell'immigrazione clandestina costituiscono pertanto gli
strumenti essenziali per garantire un'immigrazione informata ai più
elementari principi di diritto umanitario e funzionale ai delicati
equilibri macroeconomici dei Paesi coinvolti, consacrandosi quale
inestimabile fonte di arricchimento per l'Europa e quale importante
contributo per lo sviluppo dei Paesi arretrati.
8.3 Confronto tra i vari modelli e sistemi nazionali europei
di controllo dei flussi migratori Uno degli obiettivi
prioritari perseguiti dagli Stati moderni fin dalla loro
costituzione quali entità statuali-nazionali è rappresentato dal
controllo e dalla stabilizzazione dei movimenti della popolazione
umana sul territorio. In origine e per molto tempo gli Stati hanno
ideato ed adottato forme di controllo uti singuli. L'edificazione
di un sistema generalizzato di controllo migratorio è piuttosto
recente.
Fino alla Grande Guerra era possibile viaggiare per tutta l'Europa
senza dover richiedere alcun tipo di permesso o di visto (fatta
eccezione per la Russia) e talvolta senza doversi munire di alcun
documento di identità. Le poche limitazioni della libertà di
movimento nei vari Paesi dell'Europa erano finalizzate a regolare
l'emigrazione dei propri cittadini piuttosto che a prevenire
l'afflusso di stranieri(105). Gli Stati del nord Europa, a fronte
della crescente attrazione esercitata dalle Americhe su molti dei
propri cittadini, furono i primi ad introdurre forme di controllo
sull'espatrio con un complesso di provvedimenti restrittivi ben
presto imitati dagli Stati dell'Europa centrale(106). Se per un
verso i Paesi di destinazione avevano interesse ad attrarre
l'immigrazione di lavoratori e ad evitare al contempo l'ingresso di
individui potenzialmente "immorali" o sovversivi, dall'altro i
Paesi d'origine puntavano ad evitare la perdita di lavoratori
qualificati e di buoni soldati, incentivando piuttosto la partenza
degli individui meno apprezzabili(107).
Gli attuali sistemi di controllo dei flussi migratori hanno preso
forma secondo un'evoluzione storica che trova collocazione tra la
fine del primo conflitto mondiale e il termine del secondo(108).
Tale periodo vede l'Europa attanagliata da una forte recessione
economica, dall'acme del processo di nazionalizzazione delle masse
e dall'intensificarsi dei conflitti geopolitici. La tradizionale
problematica delle politiche migratorie era stata fino allora
legata ad una mera concezione eugenetica della popolazione, oltre
che ad esigenze di tutela dell'ordine pubblico. In tale periodo
emerge anche la funzione di protezione della forza lavoro autoctona
nei confronti della potenziale concorrenza straniera. Ed in tutti i
Paesi europei sono introdotti ed avviati provvedimenti quali il
controllo organizzato e pervasivo delle frontiere, il permesso di
residenza ed il permesso di lavoro, sono istituiti gli uffici
stranieri presso le autorità di polizia, e viene emanato un
complesso di norme atte a garantire trattamenti preferenziali di
ingresso e di mantenimento per i propri cittadini nei vari settori
lavorativi.
Negli anni successivi gli Stati europei hanno accresciuto
enormemente le proprie capacità di controllo sui movimenti di
popolazioni. Se gli interventi sui flussi in uscita sono divenuti
via via sempre più marginali, il controllo sui flussi in entrata è
divenuto sempre più pervasivo, tant'è che per alcuni autori(109) le
politiche di controllo possono essere intieramente ricondotte al
complesso di procedure che regolano l'ingresso degli stranieri
entro il territorio statale.
Oggi, i flussi migratori incontrano forme di controllo lungo tutto
l'arco del tragitto migratorio(110).
Alcuni meccanismi di controllo prendono le mosse prima ancora che
il migrante decida di migrare, vuoi con la conclusione di accordi
internazionali con il suo Stato d'origine (accordi di reclutamento
ovvero accordi volti a scoraggiare la partenza), vuoi con
l'imposizione di vincoli allo spostamento (l'obbligo di richiedere
dei visti), vuoi ancora con l'intensificazione dei controlli alla
frontiera (con il controllo dei visti e con la repressione
dell'immigrazione clandestina).
Accanto a tale categoria di controlli, che è possibile definire del
tipo esterno, si possono individuare dei controlli del tipo
interno, volti ad integrare quelli esterni raffittendone le maglie,
ovvero a disciplinare le modificazioni della condizione dei
migranti nel corso della loro permanenza sul territorio dello
Stato.
Alcuni di tali meccanismi sono finalizzati a reprimere le
permanenze irregolari (con controlli di polizia delle identità e
con il rilascio di permessi di soggiorno), a controllare l'accesso
al mercato del lavoro (con la concessione di permessi di lavoro o
l'individuazione di profili di carriere sulla base della
cittadinanza) ed ai servizi pubblici e privati (tutela
previdenziale, assistenza sanitaria, accesso al credito,
etc.).
In sostanza, laddove i controlli esterni intervengono sul processo
migratorio nell'arco della sua parabola che ha luogo all'esterno
del territorio nazionale, i controlli interni sono tesi a governare
la permanenza del migrante sul territorio dello Stato.
Per questo viene comunemente ritenuto che una politica migratoria
accorta ed efficace necessiti del ricorso ad una combinazione delle
due categorie di controlli, che peraltro varia più o meno
sensibilmente a seconda del Paese che si consideri(111).
8.4 Il controllo delle frontiere
A fronte del crescente fenomeno immigratorio, negli ultimi anni si
è registrato un rinnovato ed intenso interesse per un tema che, nei
decenni successivi alla seconda guerra mondiale, sembrava
definitivamente relegato nel dimenticatoio: quello del "confine".
Si tratta di una tendenza non limitata agli ambiti di ricerca che
possiamo definire geopolitico e geoeconomico(112).
Sollecitazioni di grande interesse per la riflessione sulla
problematica del confine provengono, ad esempio, dalla letteratura
etno-antropologica(113). Non solo. Étienne Balibar ha segnalato
come la problematica del confine ponga questioni assai complesse
anche per la filosofia politica, costringendo in primo luogo a
riaprire la riflessione sul rapporto tra universalismo e
particolarismo nella democrazia(114).
Una posizione particolarmente critica sulla funzione dei confini è
quella che è possibile rintracciare nell'argomentazione di Luigi
Ferrajoli il quale, in esplicito riferimento ai nuovi movimenti
migratori, ha parlato della cittadinanza come dell'"ultimo
privilegio di status rimasto nel diritto moderno"(115).
Se queste posizioni tendono a rintracciare nell'esistenza stessa
dei confini i segni di un'ingiustizia su cui dovrebbero
permanentemente esercitarsi la riflessione e la vigilanza dei
filosofi politici, un recente, nuovo filone di ricerca,
diversamente orientato, rielabora, all'interno del paradigma
politico liberale, alcuni aspetti delle critiche all'universalismo
dell'appartenenza comunitaria. In questo senso, ad esempio, Jules
Coleman e Sarah Harding hanno cercato di dimostrare - sulla base di
un'ampia rassegna delle politiche migratorie adottate dagli Stati
democratici occidentali - come il controllo dei flussi possa essere
giustificato dal punto di vista della misura in cui esso
contribuisce ad assicurare un'equa distribuzione del bene
dell'appartenenza a una comunità politica e culturale(116).
A fronte del dibattito montante, ciò che sta accadendo alle
frontiere dell'Unione Europea dimostra che è giunto il momento di
trovare una soluzione ed una risposta unitaria al problema
sollevato dalla sfida dell'immigrazione ed alla conseguente
necessità di addivenire a forme di controllo integrate ed
armonizzate tra i diversi Paesi membri.
Anche il controllo delle frontiere sarebbe reso senz'altro più
agevole da forme di cooperazione tra gli Stati confinanti a partire
dalla definizione di straniero. Ma, è proprio su tale definizione
che si scaricano sia le pressioni interne al sistema politico sia
quelle derivanti dalle relazioni geopolitiche in cui i vari Stati
sono inseriti.
Vi sono stranieri con una elevata "titolarità" (è il caso dei
cittadini di un Paese dell'Unione Europea che risiedono in un altro
Paese membro):
- stranieri che hanno conseguito tale diritto sulla base di
convenzioni internazionali (come un richiedente asilo);
- stranieri che hanno un diritto di residenza riconosciuto secondo
le leggi del Paese;
- stranieri temporaneamente presenti (quali sono coloro che hanno
chiesto asilo o che hanno permessi discrezionali per motivi
umanitari);
- immigrati illegali (anche questi costituiti da diversificate
categorie: clandestini, intimati d'espulsione, overstayers,
illegali tollerati)(117).
Alla diversificazione in ordine alla titolarità corrisponde una
diversificazione dei canali d'ingresso predisposti dagli stessi
Stati i quali classificano i richiedenti l'ingresso entro un
ristretto numero di categorie (lavoratori stranieri, rifugiati,
richiedenti asilo, ricongiunti, ecc.) distinte, peraltro, dal tipo
di procedura amministrativa specifica alla quale è devoluta la
disciplina del loro ingresso(118).
Inoltre, il sistema dei controlli migratori, intervenendo su
processi di origine trans-frontaliera, non può non riferirsi ad una
complessa rete di relazioni geopolitiche nelle quali ogni Stato
risulta immerso. Il sistema che ha avuto vigore negli Stati
dell'Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale e sino al
1989 è stato caratterizzato dal forte controllo esercitato dai
regimi collettivisti, il cui crollo - tra il 1989 ed il 1991 - ne
ha comportato una conseguente radicale ristrutturazione. Ancora,
una delle cause dell'avvento di flussi migratori verso i Paesi
dell'Europa meridionale nel corso degli anni Ottanta è stata il
blocco di nuovi ingressi nei Paesi del nord dell'Europa, fino ad
allora tradizionali mete di destinazione.
Ogni Stato europeo intrattiene relazioni diplomatiche e commerciali
con altri Stati il cui vigore sconsiglia l'adozione di misure
troppo rigide nei confronti dei loro immigrati. Inoltre, ogni Stato
europeo ha sottoscritto un certo numero di Convenzioni
internazionali - come ad esempio la Convenzione di Ginevra sui
rifugiati - che limitano alquanto la propria sfera di azione.
Infine, lo stesso Trattato sull'Unione Europea costituisce una
notevole pressione geopolitica, con il progetto di sviluppare un
sistema di controlli europeo nel contesto della realizzazione della
libera circolazione delle persone tra gli Stati membri.
Si comprende così perché in materia di politica dell'immigrazione
ogni Stato europeo conservi ancora le sue leggi. E perché,
nonostante i firmatari dell'Accordo di Schengen abbiano una
frontiera unica, ciascuno di essi conservi, in materia di asilo e
permessi di lavoro, le proprie norme. Rimane il fatto che da solo
nessun Paese può affrontare il dramma dell'immigrazione
clandestina. Perché gli emigranti ed i loro sfruttatori si
inseriscono tra le crepe delle contraddizioni europee e cercano il
sistema più vulnerabile, il varco meno controllato, la legge più
favorevole. E, dopo aver messo piede in uno Stato europeo, passano
agevolmente da un Paese all'altro.
In ogni caso, è da sottolineare che proprio il sistema europeo di
controllo, ed in particolare il Sistema Schengen, non implica una
soppressione dei controlli nell'area di libera circolazione anche
se l'abolizione dei controlli alla frontiera potrebbe favorire la
maturazione di una percezione di un'Europa priva di frontiere(119).
Il controllo infatti esiste, ma non è più strettamente legato al
territorio. Piuttosto, vi è la tendenza ad incentrare il controllo
sulle persone e, in particolare, su determinate categorie: i
sospetti criminali e gli stranieri, suscettibili a priori di
specifiche forme di segnalazione. In sostanza, la sorveglianza
preventiva di cui si tratta si applica soltanto ad alcune categorie
precostituite che classificano gli individui sulla base della loro
appartenenza ad un solo gruppo(120). Di contro, anche se il
viaggiatore comunitario non ha bisogno di esibire un documento di
riconoscimento valido sul territorio Schengen, è comunque costretto
a portarlo con sé dal momento che tutti i Paesi impongono l'obbligo
di provare la propria identità.
Sotto il profilo tecnico il sistema di controllo introdotto nello
spazio Schengen è efficace, anche se va rilevato che esso continua
a fondarsi sulla collaborazione nel rispetto della piena sovranità
nazionale, senza affidare una delega all'amministrazione europea.
La clausola di salvaguardia contenuta nella Convenzione di
applicazione, che consente agli Stati parte di ripristinare i
controlli alle frontiere in caso di necessità, dà pienamente il
polso di questa formula di collaborazione(121).
In ambito comunitario è poi da segnalare la recente istituzione
dell'Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa
alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione Europea
(FRONTEX)(122), con lo scopo di aumentare la sicurezza alle
frontiere dell'Unione assicurando il coordinamento delle iniziative
degli Stati membri finalizzate ad attuare le misure comunitarie per
la gestione delle frontiere esterne(123).
8.5 La cooperazione tra gli Stati di destinazione e gli
Stati d'origine dell'emigrazione Sin dai primi anni
Novanta molti Stati europei di destinazione dell'immigrazione, al
fine di migliorare l'efficacia delle politiche di controllo e di
regolazione dei crescenti flussi migratori, hanno progressivamente
abbandonato il tradizionale approccio unilaterale e reattivo nella
definizione delle varie politiche migratorie, avviando
l'instaurazione di un dialogo con i Paesi di emigrazione e di
transito attraverso nuovi canali di cooperazione allo
sviluppo(124). Ciononostante anche le più recenti esperienze
evidenziano come la complessità del governo integrato dei fenomeni
migratori non possa che trascendere le competenze, e soprattutto le
capacità, dei singoli Stati, richiedendo piuttosto un impegno
sovranazionale. Con riferimento all'Unione Europea questa
considerazione, alla luce del molto citato principio di
sussidiarietà, si pone a suggello dell'assunzione di un ruolo
trainante da parte delle Istituzioni europee.
Peraltro, una corretta gestione a livello globale dei fenomeni
migratori richiede un profondo cambiamento nella concezione dello
sviluppo. Oggi più che nel passato, in uno scenario
economico-finanziario "globalizzato" e caratterizzato dall'erosione
progressiva della domestic jurisdiction nell'esercizio della
sovranità da parte degli Stati nazionali, per creare e mantenere
condizioni di benessere e di prosperità in un quadro generale di
sicurezza è necessario tenere conto delle situazioni anche degli
altri Paesi. In altri termini, la sicurezza dell'Europa non può
prescindere dallo stato di benessere di tutti gli Stati che la
circondano(125). È questo un postulato indiscutibile che esige
l'intrapresa di azioni volte a mantenere stabilità e sviluppo "a
macchia d'olio" per attuare una strategia complessiva di
contenimento della pressione migratoria.
L'esigenza di attuare nuove forme di cooperazione si accompagna
dunque ad un più stretto coordinamento tra Stati di origine e Stati
di destinazione degli immigrati, concependo le politiche migratorie
quali veri e propri strumenti di sicurezza. Una corretta politica
migratoria che garantisca l'accoglienza di quote sostenibili di
immigrati, di cui va perseguita l'integrazione e, soprattutto, la
dignità della cittadinanza, costituisce senz'altro una componente
fondamentale di una simile cooperazione allo sviluppo. Un'altra
componente di tale cooperazione è legata alla necessità di
stimolare la crescita economica e sociale dei Paesi meno sviluppati
secondo un approccio complessivo che non si limiti ai soli aspetti
economici e finanziari ma che affronti il problema dello sviluppo
secondo uno schema trans-nazionale, sulla base di una valutazione
critica delle reali situazioni politiche e socio-economiche dei
singoli Stati.
Di contraltare, nei Paesi in via di sviluppo l'emigrazione consente
un alleggerimento delle tensioni sociali e, garantendo i cosiddetti
flussi finanziari di ritorno, può contribuire al decollo economico
di essi. Di più: progetti di co-sviluppo possono determinare per
gli Stati di partenza e di destinazione dei flussi migratori nuove
convenienze ed opportunità nel quadro di intese che vadano oltre il
semplice arresto o controllo dei flussi. In questo contesto, i
ricongiungimenti familiari costituiscono un ulteriore elemento di
equilibrio ai fini di una politica di immigrazione accorta e
ragionevole.
8.6 Gli accordi di riammissione con i Paesi di provenienza
degli immigrati quali strumenti di contenimento del
fenomeno
La cittadinanza intesa come istituto giuridico internazionale
comporta oltre che la dimensione della protezione diplomatica,
attraverso la quale si esplica la difesa del cittadino nei
confronti di altri Stati, anche la dimensione della riammissione
del cittadino da parte dello Stato di appartenenza su richiesta
dello Stato territoriale. L'obbligo di riammissione consente di
dare effettività alla libertà di espulsione degli stranieri da
parte dello Stato territoriale, anche se per realizzare la pretesa
dell'espulsione occorre pur sempre la collaborazione dello Stato di
appartenenza, soprattutto nei casi in cui lo straniero sia
sprovvisto di documenti di riconoscimento(126). In altre parole,
per rendere effettivo il diritto di espellere gli stranieri dal
loro territorio è necessario che un altro Stato riceva la persona
espulsa. Quest'obbligo incombe sullo Stato del quale la persona
espulsa ha la cittadinanza. Il diritto di uno Stato di non
ammettere sul proprio territorio lo straniero si accompagna dunque
necessariamente ad un dovere da parte del Paese di origine di
riammetterlo.
Vi è poi da considerare il diritto dell'individuo a ritornare, che
si concreta nell'esercizio di una pretesa verso il Paese di
cittadinanza. Nel caso in cui un individuo desideri ritornare al
proprio Paese di origine, il diritto alla riammissione fa capo non
solo allo Stato che vuole espellere lo straniero, ma anche
all'individuo, mentre al contrario se l'individuo sceglie di non
esercitare il proprio diritto di ritornare, lo Stato che intende
procedere all'espulsione non può invocare tale diritto per
rafforzare la propria richiesta con il Paese di origine.
Per quanto riguarda la prevenzione dell'immigrazione, la
collaborazione tra lo Stato di emigrazione e quello di immigrazione
costituisce pertanto uno degli strumenti di contrasto più
importanti, comportando peraltro forme di sinergia più o meno
articolate per quanto attiene l'impiego delle risorse umane per
l'assistenza sociale e linguistica, i controlli di polizia e
doganali, il controllo delle frontiere(127).
La tendenza a stipulare accordi di riammissione, definiti anche
convenzioni di rimpatrio o repatriation treaties, ha avuto un
notevole incremento a partire dagli anni Novanta, e negli ultimi
anni è oggetto di sempre maggiore attenzione. Tali accordi
stabiliscono l'obbligo reciproco alla riammissione nelle ipotesi di
violazione della normativa interna in materia di ingresso e di
soggiorno e disciplinano la riammissione sia dei cittadini degli
Stati parte sia dei cittadini di Stati terzi(128). I presupposti
della riammissione di questi ultimi sono di carattere giuridico,
come il visto o il permesso di soggiorno rilasciato dalla parte
richiedente, o di tipo fattuale, come il soggiorno o il transito
attraverso il territorio della parte richiesta la quale abbia
mostrato negligenza od addirittura omissione nel controllo delle
proprie frontiere(129).
La relazione giuridica interstatuale che viene a formarsi con
l'accordo di riammissione fa perno sull'istituto della
cittadinanza, avendo come aspetto più rilevante il suo accertamento
o, perlomeno, la sua presunzione(130). In questo contesto, numerosi
accordi prevedono uno specifico obbligo di collaborazione
diplomatica(131), pur essendo le procedure nazionali della
riammissione alquanto eterogenee tra loro.
9. Conclusioni. Una diga da opporre alla
marea o una sorgente per irrigare il deserto?
La crescente imponenza del "fenomeno immigrazione" diretto verso
l'Europa suggerisce l'attuazione di politiche comuni tese a
programmare gli ingressi legali favorendo l'integrazione degli
immigrati regolarmente soggiornanti, a contrastare efficacemente
l'immigrazione clandestina e lo sfruttamento criminale dei flussi
migratori, a sviluppare una nuova cultura dell'integrazione che sia
improntata ad autentici principi di solidarietà e di rispetto dei
diritti irrinunciabili di tutti gli uomini ed il cui presupposto
riposi nella realizzazione di efficaci meccanismi di controllo e di
contrasto dell'immigrazione illegale, a proporre una moderna
politica dell'immigrazione che abbia come asse portante il
co-sviluppo e la valorizzazione del rapporto tra uomini e culture
diverse, nell'ambito di una società futura inter-etnica che sappia
affrontare i rischi e le minacce del multi-culturalismo.
Questa rosa di "soluzioni", dalla cui piena ed integrale attuazione
si ritiene ormai comunemente che possa discendere la capacità di
governare il fenomeno descritto, non vuole essere una trascrizione
di "comandamenti", da intendersi come verità assolute ed
incontrovertibili. Piuttosto, l'intento è quello di offrire ciò che
si ritiene un nucleo di valori comuni e di orientamenti condivisi,
per essere in grado di sciogliere il nodo dell'immigrazione secondo
una visione fortemente europea.
Per questo, gli obiettivi che si è inteso qui perseguire nel
rappresentare le sfide alla sicurezza e all'identità dell'Europa, e
dentro di essa dell'Italia, nel secolo in cui è dato vivere che
potranno discendere dal crescente fenomeno immigratorio, sono tutti
tesi ad offrire un'impostazione di analisi critica, tale da
consentire al lettore di alimentare adeguatamente la propria
riflessione su questi temi. Ciò perché la difficoltà sottesa non
consiste tanto nel definire le possibili soluzioni, che sono - come
detto - molteplici ed alternative, quanto piuttosto
nell'accettarle.
In questo quadro, per affrontare con efficacia la questione
dell'immigrazione con le implicazioni che essa determina in
particolare sull'identità sociale e sulla concezione della
cittadinanza, occorre prima affrontare il tema dello "spazio
europeo". Sarebbe arduo per gli Stati europei riuscire a risolvere
le tensioni e le contraddizioni del fenomeno immigrazione e tentare
di realizzare efficaci modelli di integrazione e di cittadinanza
senza intraprendere un percorso armonico e convergente a livello
europeo. Stazionare in questa materia nella "terra di nessuno", fra
Europa e Stati nazionali, senza definire i contorni del citato
spazio europeo, non può che complicare i percorsi seguiti dalle
politiche migratorie nazionali. Ciò perché nessun Paese può pensare
di rispondere alla sfida dell'immigrazione da solo.
La delicatezza di tale situazione è ancora più evidente ove si
consideri che allo stato attuale, nonostante le misure finora
adottate per arginare i movimenti immigratori irregolari, il
fenomeno immigratorio è in costante crescita, specialmente in
quegli Stati (Francia, Germania, Italia, Spagna, Portogallo,
Grecia) le cui frontiere coincidono in parte con i confini esterni
dell'Unione Europea considerati a maggiore rischio, vale a dire il
sud del Mediterraneo e l'Europa dell'Est. Ciò mentre le politiche
dell'immigrazione e dell'asilo costituiscono ancora un ambito
privilegiato della sovranità nazionale, elaborate in alcuni casi
senza considerare adeguatamente tutte le cause che determinano i
flussi migratori. A questo si aggiunga la rilevanza dei problemi
derivanti dall'instabilità politica, sociale ed economica dei Paesi
originatori dei flussi migratori, nei quali la dinamica
demografica, associata al sottosviluppo, innesca un circolo vizioso
che accende la miccia della migrazione di massa.
Non solo. L'immigrazione è ormai una componente dei processi di
globalizzazione dei mercati e delle economie e, come, tale
influisce sulle scelte delle localizzazioni produttive e sulle
caratteristiche del mercato del lavoro, favorendo l'allargarsi
delle macchie di lavoro nero o sommerso. Né è ragionevole
alimentare illusioni di posti di lavoro per tutti in Europa, senza
considerare che le conseguenze di flussi migratori incontrollati si
rivelano drammatici sia per i migranti sia per i Paesi ospitanti.
In tutta Europa, infatti, si rileva la presenza di un doppio
mercato del lavoro, l'uno ufficiale e garantito, l'altro
sotterraneo, mobile, non protetto, ove un ruolo rilevante è giocato
dalla manodopera immigrata a basso costo, illegale o
semi-illegale.
Tenendo presente il quadro complessivo dei flussi migratori e delle
sue cause, anche la distinzione, in linea di principio cristallina,
tra migranti per motivi economici e migranti per ragioni politiche
o di persecuzione individuale appare sempre più problematica.
La tendenza, ormai generalizzata, a controllare o bloccare
l'immigrazione economica può così comportare infauste restrizioni e
limitazioni anche nei confronti di coloro che sono pienamente
legittimati a chiedere asilo politico o protezione
umanitaria.
Ma, come attuare tutte le verifiche necessarie per evitare il
ricorso abusivo al diritto d'asilo, tutelando così effettivamente
l'asilo come diritto fondamentale della persona umana? E come
rinunciare a salvaguardare il diritto di asilo e del riconoscimento
dello status di rifugiati per tutti coloro che siano costretti a
chiederlo a causa di persecuzioni politiche e religiose, di
calamità naturali, di conflitti bellici, di catastrofi sociali, e
che siano rispettati i diritti inviolabili dei minori(132)? Né si
può disconoscere l'obbligo morale che deriva in primis dall'impegno
umanitario che fa di ognuno di noi il simile di ogni altro, quale
che sia la sua pelle, il suo Dio, la sua origine, la sua cultura, e
come tale ci fa obbligo di trattarlo.
Ancora: come interpretare correttamente le esigenze di contenimento
del fenomeno? Perché il dato certo, al di là di ogni possibile
fraintendimento, è che la graduale chiusura delle frontiere
esterne, connessa con la liberalizzazione dei movimenti delle
persone all'interno dell'area europea, lascia agli aspiranti
immigranti ben poco margine rispetto all'opzione di entrare e
permanere nel territorio in condizioni di illegalità, di frequente
inoltrando, quale ultima ratio, richiesta di asilo politico. Con
ciò alimentandosi l'idea di un'"Europa-fortezza", libera
all'interno (anche se non per tutti) e quasi impenetrabile
dall'esterno, secondo un innovativo concetto di nazionalismo
"sovranazionale".
Oggi gli immigrati vengono stigmatizzati soprattutto in ragione
della loro non appartenenza europea. Il riconoscimento e, talvolta,
l'enfatizzazione delle differenze, postulate come inconciliabili,
serve ad accrescere in alcun frange delle pubbliche opinioni
europee la richiesta di separazione, esclusione, allontanamento
degli stranieri, sancendo l'incomunicabilità e incompatibilità tra
popolazioni europee ed extra-europee e denunciando il carattere
sradicante, negativo e destrutturante dell'immigrazione.
Peraltro, il ricorso a politiche fortemente restrittive da parte di
quasi tutti i Paesi europei comporta come conseguenza indesiderata
il prosperare di attività criminali specializzate nell'immigrazione
clandestina, nel lavoro nero, nel mercato degli alloggi e dei
permessi di soggiorno.
I nuovi mercanti di schiavi si servono talvolta di piccola
manovalanza costituita da immigrati, ultimo anello di una catena di
sfruttamento della quale vittime sono gli immigrati stessi.
Senza dimenticare che la condizione di clandestinità,
l'emarginazione sociale, la mancanza di diritti rappresentano il
terreno di coltura per l'emergere di comportamenti devianti. La
repressione e la denuncia sociale di questi comportamenti, quando
si tratta di "extracomunitari", conduce addirittura
all'affermazione dello stereotipo dell'immigrato-delinquente.
La storia, in fondo, si ripete. La paura e l'ostilità che a metà
dell'Ottocento, in concomitanza con l'esodo rurale in Europa,
prendevano di mira le "classi pericolose", le malattie, la miseria,
la sporcizia dei proletari, oggi tendono a rivolgersi contro gli
immigrati, spostando e perpetuando all'interno della "fortezza"
Europa le innumerevoli contraddizioni dello sviluppo planetario
ineguale.
Non è facile far capire che, in un'Europa in bilico sulla
modernità, gli immigrati possono rappresentare uno strumento di
trasformazione e di progresso sociale. Nella legalità. Molto spesso
prevale il contrasto, come quello tra xenofobie da suburra
turbolenta e suggestione o attrazione dell'esotico, o come quello
meno mite e satirico della contesa violenta di una guerra tra
poveri.
Se guardiamo al domani, che popolazione, che società sarà quella
europea quando dei suoi componenti uno su quattro sarà uno
"straniero" eticamente e politicamente fratello, ma di cultura,
religione, "razza" diverse? Non certo paragonabile ai "fratelli"
invasori che calarono al tempo delle invasioni barbariche, i quali,
del tutto privi di cultura, smaniavano di adottare la cultura
greco-romana e ne divennero i più tenaci sostenitori. Come ha
sapientemente ricordato Indro Montanelli, "gli ultimi grandi
generali romani erano "barbari"; e l'ultimo commovente inno a Roma,
traboccante di gratitudine per ciò che Roma gli aveva dato, lo
compose un "barbaro", Namaziano"(133).
Per molti, i barbari di oggi si chiamano extra-comunitari,
portatori il più spesso di una propria diversità, tanto da
sollevare una questione di rilevo cruciale: la compatibilità
culturale del flusso migratorio.
Tale questione si muove tra i due canoni dell'accoglienza per tutti
in nome della libertà culturale e religiosa da un lato e della
strenua difesa della propria identità culturale dall'altro.
Quale potrà essere la panacea ai "mali" dell'immigrazione,
l'integrazione o l'assimilazione?
L'integrazione resta per ora un traguardo. Ogni individuo,
nell'atto di interpretare il mondo, istituisce continuamente dei
confini, e l'inclusione della "cultura" nel paniere dei "beni
fondamentali" a cui lo Stato liberale deve garantire eque
possibilità di accesso a tutti i cittadini si espone al rischio di
assecondare tendenze meramente reattive alla circolazione e alla
contaminazione delle culture che costituisce uno dei portati
fondamentali della globalizzazione(134).
Occorre poi analizzare a fondo le possibili conseguenze discendenti
dalla concessione di eccessivi privilegi a fronte delle molte
richieste mosse dalle varie minoranze di immigrati, la cui piena ed
integrale soddisfazione potrebbe condurre alla costituzione di
comunità chiuse, caratterizzate da una forte identità interna e dal
rifiuto di integrarsi nella società esterna. Per questo occorre
valutare appieno il rischio di creare una società disaggregata o,
peggio, de-omogeneizzata sui fondamentali valori comuni di
aggregazione, conseguenza diretta di una progressiva trasformazione
degli "estranei" in cittadini votanti.
L'idea di un'Europa blindata agli immigrati, ovvero organizzata a
selezionarne l'ingresso ricorrendo a criteri univoci, quali quelli
della qualità professionale e della volontà e disponibilità al
rispetto delle sue regole, sembra a molti indulgere eccessivamente
sulla sponda della retorica politica e delle osservazioni di
principio. Anche sotto questo profilo l'unico criterio ragionevole,
che discende del resto dal riconoscimento di quella naturale
attitudine a difendere la propria integrità materiale e spirituale
che è tipica di qualsivoglia comunità umana, rimane quella del buon
ospite, il quale apre le porte della propria casa a chi bussa per
chiedere ospitalità, ma poi è legittimato a pretendere il pieno
rispetto delle regole vigenti in quella casa.
Al riguardo, già Benjamin Constant nel 1797 scriveva che, " …
quando si getta in una società un principio separato da tutti quei
principii intermediari che lo adattano alla nostra situazione si
produce un gran disordine; perché questo principio divelto da tutte
le connessioni, privo di tutti i suoi appoggi, distrugge e
sconvolge …".
A questo punto è necessario sottolineare che il quadro d'insieme
che si è voluto delineare secondo una prospettiva volta ad aprire
vie di composizione per i due corni del problema, multi-etnicismo e
multi-culturalismo, è funzionale alla ricerca di una via mediana,
non necessariamente di compromesso, ma che proponga un'idea forte
in mezzo a posizioni di forza, ove trovi spazio anche la
considerazione che l'immigrazione si è ormai trasformata in uno
strumento, volendo anche proficuo, della grande competizione
globale. Del resto, se è vero che le economie più vigorose cercano
di "strapparsi" i migliori lavoratori dei Paesi non
industrializzati, allora giocoforza il tema dell'immigrazione deve
essere considerato anche una questione di interesse
nazionale!
Essendo l'immigrazione di massa un dato indefettibile ed in varia
misura inarrestabile, diventa necessario per l'Europa almeno
tentare di gestirla piuttosto che subirla. Inoltre, oltre che
"eticamente" doverosa, se non altro per i vari chiaroscuri dei
trascorsi coloniali, l'immigrazione è conveniente per l'Europa,
proprio a causa della profonda segmentazione del suo mercato del
lavoro ed è un potente ed efficace strumento di sviluppo dei Paesi
di origine. La sua piena accettazione e la sua corretta gestione
costituiscono ulteriori elementi positivi per i Paesi europei di
destinazione: un rapido e consistente sviluppo economico dei Paesi
di origine, oltre che auspicabile in primo luogo sotto il profilo
etico anzidetto, diventa per l'Europa particolarmente propizio sia
sotto il profilo economico(135), dal momento che in questi Paesi
troverà mercati in fortissima crescita, sia sotto il profilo
politico, dal momento che lo sviluppo contribuisce a lenire le
tensioni politiche e le tentazioni di intraprendere percorsi di
contrapposizione(136).
Diviene allora facile concordare sull'opportunità di affinare un
concetto di solidarietà concepita nel senso di dare il lavoro vero
che c'è, regolarizzare chi se lo merita, pretendere che le leggi
siano uguali per tutti, italiani e non. In questo risalta il
rispetto delle regole costituzionali, sulla base delle quali " …
anche per l'immigrato il sistema dei diritti e dei doveri
rappresenta la condizione del permesso di soggiorno e della futura
possibile cittadinanza"(137).
La legalità è un valore universale, irrinunciabile. È senz'altro
necessario fissare quote realistiche di ingressi e procedure snelle
per visti e permessi, ma ancor più necessario è farle rispettare,
nel rispetto anche e soprattutto umanitario delle persone,
esercitando un'azione repressiva decisa, continua e coerente
soprattutto contro le organizzazioni criminali che governano la
nuova tratta degli schiavi. Una parte della soluzione quindi esiste
ed è semplice: poche regole chiare, grande severità per chi le
calpesta, diritti veri senza discriminazioni per gli altri.
E poi, per evitare che i fenomeni descritti possano ripercuotersi,
sotto forma di minacce alla sicurezza, sugli interessi vitali e sul
benessere dei Paesi europei è orami chiaro per tutti che
l'approccio non può più essere individuale ma deve essere il frutto
di una concertazione e di un coordinamento sempre più approfonditi,
non solo tra i Paesi di passaggio ed i Paesi meta dei migranti, ma
anche e soprattutto tra questi ultimi ed i Paesi originatori del
fenomeno, perseguendo una crescente cooperazione a livello
bilaterale e multilaterale per identificare gli strumenti di
contenimento più appropriati e continuando ad alimentare una sempre
più rigorosa ed efficace repressione dei crimini connessi con il
traffico ed al trasporto di migranti.
Perno essenziale di una politica programmata dell'immigrazione e di
una corretta politica d'integrazione è e rimane dunque il
funzionamento dei meccanismi di controllo e di contrasto
dell'immigrazione illegale o clandestina. Ma, ferma restando la
necessità di una rigorosa ed efficace azione repressiva della
immigrazione illegale, è del tutto illusorio pensare di bloccare o
limitare seriamente tale fenomeno solo con strumenti di tipo
repressivo. Sono necessari anche altri strumenti di contenimento e
controllo, e tra questi rivestono importanza essenziale gli accordi
con i Paesi da cui partono i flussi migratori: accordi di
riammissione anzitutto, accompagnati quando è possibile da più
ampie intese di cooperazione per lo sviluppo su basi bilaterali e
multilaterali.
Fatto salvo tutto quanto detto, la costruzione di un nuovo "blocco
sociale" multi-etnico dovrà necessariamente fare i conti con la
doverosa inclusione dei nuovi soggetti e le spinte in chiave
multi-culturale, alimentando una politica della "contaminazione"
capace di costruire una convivenza civile che non guardi solo ad
un'integrazione omologante, ma che sia anche aperta alla conoscenza
ed al rispetto delle differenze, vivificando una nuova cultura
della comprensione che possa evitare ciò che Popper ha definito il
paradosso della tolleranza, quando scrisse che "se non siamo
disposti a difendere una società tollerante contro l'attacco degli
intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti, e la
tolleranza con essi - per questo - noi dovremmo … proclamare, in
nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli
intolleranti"(138).
Di là di questo, rimane l'importanza di avere ben chiara la
concezione di identità europea nella quale si vorrà immergere,
impregnandolo di essa, il predetto "blocco sociale". Un'identità
che, come ribadito di recente dal Vice Presidente del Consiglio e
Ministro degli Affari Esteri On.le Massimo D'Alema, "si definisce
su valori positivi democratici, fra cui la capacità di integrazione
e il rispetto delle diversità; non su scelte negative di
esclusione. Se scegliesse questa seconda strada, l'Europa
diventerebbe in realtà un epicentro dello scontro di civiltà. Non
abbiamo nessun interesse a favorire un esito del genere"(139).
_________________
(1) - Pari, nel periodo compreso tra il 1820 ed il 1830, a circa
37,8 milioni di individui. Negli anni 1886-1890 la media annua
dell'emigrazione dall'Europa aveva raggiunto le 778.936 unità,
assumendo anche carattere familiare e gradualmente proletario
anziché colonizzatore.
(2) - Si calcola che dal 1800 al 1924 defluirono dall'Europa circa
60 milioni di persone.
(3) - Cfr.: Caritas/Migrantes, 2006.
(4) - Ibidem.
(5) - Fondazione Migrantes, 2006, pag. 16.
(8) - Cfr.: Federici, 1981, In questo senso, quanto maggiore è in
un dato periodo di tempo lo squilibrio tra la crescita demografica
ed economica di un Paese e quella di un altro Paese, tanto maggiore
sarà la pressione migratoria che verrà a crearsi fra i due
Paesi.
(9) - La transizione demografica, cioè il passaggio da alti a bassi
o bassissimi regimi di fecondità e di mortalità, durante il quale
si verificano elevati incrementi di popolazione ed una più o meno
accentuata diminuzione delle nascite, si è ormai completamente
compiuta nel mondo sviluppato ed è in atto quasi ovunque anche nel
mondo in via di sviluppo, mentre è in ritardo o appena iniziata nei
Paesi che l'ONU definisce "a sviluppo minimo" (least developed
countries), e che si trovano quasi tutti in Africa. Cfr.: Golini,
2000.
(10) - Ibidem, pagg. 117-118. Inoltre, appare improbabile che il
futuro ulteriore incremento di offerta di lavoro da parte delle
donne e l'assorbimento della forte disoccupazione giovanile
potranno controbilanciare tali squilibri.
(11) - Busetta e Marini, 2005, pagg. 17-18.
(12) - Cfr.: Capodanno, 2006.
(13) - Bucciol, 1998, pag. 38.
(14) - Sacco, 1996, pag. 9.
(15) - Con lo sviluppo, ad esempio, la percentuale di fattore umano
impiegata in molte di queste società nell'agricoltura è destinata a
ridursi, con la conseguente espulsione dai campi di molti
contadini, che andranno ad alimentare le schiere di aspiranti
all'emigrazione.
(16) - Zincone, 1992, pag. 8.
(17) - Tagliaferri - Sirimarco, 1997, pag. 7.
(18) - Cfr., tra gli altri: Golini, Strozza e Gallo, 2000.
(19) - Tale è stato il caso, nel sud dell'Italia, dei cosiddetti
processi di "americanizzazione", dovuti al ritorno in patria di
emigranti che portavano al Paese d'origine i modelli americani.
Cfr.: Sacco, op. cit., pag. 12.
(20) - Cfr.: ibidem.
(21) - È necessario uscire dall'annichilimento imposto da una
condizione di assoluta povertà prima di poter acquisire la
consapevolezza dell'emigrazione quale strumento per nutrire la
speranza di migliori condizioni di vita. Ed in effetti, come
sostiene Zelinsky, 1971, in ogni singolo Paese l'emigrazione
internazionale sembra avere seguito l'andamento di una curva a
campana, con un'intensità tendente allo zero quando lo sviluppo
socio-economico è arretratissimo, con un'intensità crescente una
volta avviato il processo di modernizzazione e di transizione
demografica, con un'intensità decrescente fino a divenire negativa
in condizioni di sviluppo elevato.
(22) - Golini, 2000, pag. 105.
(23) - Cfr.: Caritas/Migrantes, op. cit.
(24) - Ibidem.
(25) - Busetta e Marini, op. cit., pagg. 15-16.
(26) - Cfr.: Golini, 2003.
(27) - Il Dossier Caritas/Migranti, op. cit., cita il dato proposto
dall'ONG "United", secondo cui nell'ultimo decennio si sono contati
circa 5.000 morti di frontiera.
(28) - Cfr.: Busetta e Marini, op. cit.
(29) - Per un approfondimento sul "processo di Barcellona" cfr.:
Paruolo, 2005, Ricceri, 2006 e Romeo, n. 5/2006.
(30) - Capodanno, op. cit., pag. 4.
(31) - Fondazione Migrantes, op. cit., pag. 16.
(32) - Gli stranieri presenti in Italia e provenienti dall'Europa
orientale passano dal 5% del totale (781.138) nel 1990 al 23,6%
(dei quali circa i due terzi provenienti dai Balcani) dei 1.240.721
del 1997, divenendo in quel periodo la componente
preponderante.
(33) - Cfr.: Caritas/Migrantes, op. cit., pag. 2.
(34) - Ibidem.
(35) - Al riguardo, il 25 ottobre del 2006 è stato approvato un
Decreto del P.d.C., che ha fatto seguito al precedente Decreto del
15 febbraio dello stesso anno, concernente la programmazione
aggiuntiva dei flussi d'ingresso di lavoratori extra-comunitari non
stagionali nel territorio dello Stato per il 2006, il quale prevede
un ampliamento della quota globale di ingressi per l'anno in
considerazione pari a 350.000 unità.
(36) - Tra i Paesi europei i gruppi più numerosi sono quello
romeno, quello polacco quello albanese e quello ucraino. Tra i
continenti, per l'Africa il primo gruppo è quello marocchino, per
l'Asia il cinese e il filippino, per l'America il peruviano e lo
statunitense. Cfr.: Caritas /Migrantes, op. cit.
(37) - Ibidem.
(38) - Padula, op. cit, pag. 6.
(39) - Cfr.: ibidem.
(40) - Cfr.: Sasson, op. cit.
(41) - Cfr., tra gli altri: Coleman, 1998, e Salt, 1998.
(42) - Harris, 2000, pag. 280.
(43) - Calamia, 1999, pagg. 2-3.
(44) - La nozione di rifugiato va tenuta distinta da quella di
"displaced person", come sostiene Aleni, 2006, pag. 311, "con la
prima si indica colui che, avendo fondato motivo di temere una
persecuzione personale nel proprio Stato, si avvale di uno speciale
regime di protezione internazionale, mentre la seconda è utilizzata
per riferirsi a chi, pur non essendo soggetto al pericolo di
persecuzione personale, necessiti temporaneamente di protezione,
perché in fuga da guerre civili, disastri e gravi turbamenti
dell'ordine pubblico".
(45) - Pur aumentando le domande la percentuale di accoglienze è
diminuita drasticamente in tutta l'Unione Europea proprio a partire
dal 1993.
(46) - È questo il caso ad esempio, della posizione della Francia
nei confronti delle vittime dei movimenti integralisti
algerini.
(47) - L'ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i
Rifugiati) ha spesso denunciato i rischi di un eccessivo rigore
applicativo, riconducibile principalmente alla forte
preoccupazione, avvertita da tutti i Paesi europei, che il
riconoscimento dello status di rifugiato possa essere utilizzato
quale corsia preferenziale anche dai migranti economici o da altri
espatriati che non sarebbero altrimenti in grado di dimostrare di
essere perseguitati nel loro Stato di appartenenza.
(48) - L'istituto ha preso forma in Europa in relazione alla
necessità di accogliere i profughi provenienti dai territori
dell'ex-Yugoslavia. Il 29 luglio 1992, nel corso della prima
Conferenza sulla ex-Yugoslavia promossa dall'ACNUR, l'Alto
Commissario chiese formalmente ai Governi di garantire la
protezione temporanea ai profughi in fuga dal conflitto in atto; la
pronta risposta a questo appello da parte degli Stati europei ha
consentito ad oltre 700.000 persone provenienti dall'ex-Yugoslavia
di godere di protezione temporanea in Europa. Cfr.: D'alconzo,
1999, pag. 71.
(49) - Ibidem.
(50) - Per "proprio Paese" s'intende il Paese di cui si ha la
cittadinanza.
(51) - Secondo tale art.: "Ogni individuo ha diritto alla libertà
di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni
individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il
proprio, e di ritornare nel proprio Paese".
(52) - Secondo tale art.: "In conformità agli obblighi stabiliti
nell'art. 2 di questa Convenzione, gli Stati contraenti si
impegnano a proibire e ad eliminare la discriminazione razziale in
tutte le sue forme e a garantire il diritto di ogni individuo,
senza distinzione di razza, colore, origine nazionale o etnica,
all'uguaglianza di fronte alla legge, e in particolare nel
godimento dei seguenti diritti: …
(d) Altri diritti civili, in particolare:
- il diritto alla libertà di movimento e di residenza all'interno
dello Stato;
- il diritto di lasciare un Paese, incluso il proprio, e di fare
ritorno nel proprio Paese".
(53) - Secondo tale art.: "Ogni individuo che si trovi legalmente
nel territorio di uno Stato ha diritto alla libertà di movimento e
alla libertà di scelta della residenza in quel territorio. Ogni
individuo è libero di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio.
I suddetti diritti non possono essere sottoposti ad alcuna
restrizione, tranne quelle che siano previste dalla legge, siano
necessarie per proteggere la sicurezza nazionale, l'ordine
pubblico, la sanità o la moralità pubbliche, ovvero gli altrui
diritti e libertà, e siano compatibili con gli altri diritti
riconosciuti dal presente Patto. Nessuno può essere arbitrariamente
privato del diritto di entrare nel proprio Paese".
(54) - Secondo tali artt.:
- art. 2, co. 2: "Ognuno è libero di lasciare qualsiasi Paese,
compreso il suo";
- art. 3, co. 2: "Nessuno può essere privato del diritto di entrare
nel territorio dello Stato di cui è cittadino".
(55) - Il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e
delle libertà fondamentali consentono le sole limitazioni del
diritto di lasciare il proprio Paese previste dalla - il primo - e
conformi alla - la seconda - legge, al fine di proteggere la
sicurezza nazionale, l'ordine pubblico e la salute pubblica, gli
altrui diritti e libertà. Peraltro, la predetta Convenzione
sottolinea che la necessità di limitare il diritto di lasciare il
proprio Paese deve essere valutata in base ai princìpi di una
moderna democrazia, tra cui la libertà di espressione, la libertà
di associazione e il diritto alla difesa.
(56) - Bauman, 1999, pag. 4.
(57) - Clifford, 1999, pagg. 299-342.
(58) - Romeo, n. 6/2006, pag. 16.
(59) - È questo un tema che ha un valido precedente nei fenomeni di
frantumazione sociale generati dal cosiddetto "post-colonialismo",
frantumazione che, "disseminata" a causa dei grandi movimenti di
popolazione all'interno delle singole storie e tradizioni
nazionali, disturbano la continuità temporale e scardinano
l'omogeneità dell'ipotetica comunità nazionale. Sul tema, cfr., ad
es.: Bhaba, 1990.
(60) - Bigo, 1995, pag. 124.
(61) - Ibidem.
(62) - Cfr.: Thomas, 1921.
(63 ) - Cfr.: Mezzadra, 1999.
(64) - Cfr.: Mezzadra, 1999.
(65) - Amselle, 1990, pag. 37.
(66) - Cfr.: Appadurai, 1996.
(67) - Capodanno, op. cit., pag. 3. Cfr. sul tema anche: Ricucci,
2004, e Withol de Wenden, 2004.
(68) - Ibidem.
(69) - Già lo ha detto da tempo Platone.
(70) - Tra i quali spicca Mandeville.
(71) - Potrebbe risultare "moralmente" istruttivo rileggere il
"Faust" di Goethe, nel quale Mefistofele dice di dedicarsi a
tramare il male, mentre conclude creando il bene.
(72) - Cfr.: Leca, 1992.
(73) - Cfr.: Mezzadra, 1999.
(74) - Cfr.: Costa, 1999, pag. 7.
(75) - Harris, op. cit., 143-144.
(76) - Citando Brubaker, 1997, pag. 3, si presume che
l'appartenenza a ciascuno Stato nazionale sia "egualitaria,
inviolabile, nazionale, democratica, unica e produttiva di
conseguenze sociali".
(78) - Cfr.: Stolke, 1995.
(79) - Sassen, 1996, pag. 139.
(80) - Cfr.: Gilroy, 1993. Nella sua ricostruzione della cultura
delle comunità dei neri immigrati in Gran Bretagna l'autore mostra
come essa sia espressione di uno specifico insieme di legami locali
e globali, formatosi storicamente nel grande spazio afro-caraibico,
britannico e americano ove il popolo nero si è mosso a partire
dalla grande cesura rappresentata dall'inizio della tratta degli
schiavi. Secondo Gilroy, tuttavia, i neri hanno attraversato questo
spazio non solo come merci, ma anche, ad esempio, come marittimi
impiegati sulle navi commerciali e militari, o migranti per scelta
o per bisogno, conducendo lotte per la cittadinanza e
l'emancipazione.
(81) - Cfr. ad es: Hammar, 1985, Layton-Henry, 1990, Bauböck, 1994,
Withol de Wenden, 1994.
(82) - Cfr.: Mezzadra, op. cit.
(83) - Cfr.: Zincone, 1994.
(84) - Cfr.: Balibar, 1998.
(85) - Cfr.: Delanty, 2006.
(86) - Cfr.: Gambino, 1996.
(87) - Come rileva Mezzadra, 1999, sotto questo profilo gli
immigrati non rappresentano in alcun modo una peculiarità specifica
nelle società occidentali contemporanee. Comportamenti soggettivi
di "secessione" si sono diffusi in modo crescente negli ultimi anni
nella stessa filigrana della cittadinanza.
(88) - Cfr.: Palidda, op. cit.
(89) - Basti al riguardo considerare la storia della migrazione
italiana interna ed esterna, come anche quella dei Paesi
dell'Europa meridionale.
(90) - Cfr.: Ponti, 1980.
(91) - Marginalità sociale ed emarginazione sociale non sono
sinonimi. Marginalità indica una condizione statica o uno status
sociale, cioè una condizione di fatto che a volte implica o
presuppone l'emarginazione e a volte vi conduce. Emarginazione
indica un processo dinamico o un risultato di azioni sociali che si
verifica a livello sociale. La marginalità comporta riduzione delle
aspettative di affermazione sociale, minori responsabilità, minore
partecipazione alla vita sociale ed alle decisioni collettive.
L'emarginazione è il ridurre le prospettive, il togliere le
responsabilità, il nutrire aspettative negative, tutti
atteggiamenti questi che i gruppi sociali mettono in atto nei
confronti di alcuni soggetti o gruppi in funzione della loro
condotta riprovata. Cfr.: Tomeo, 1977, e Ponti, op. cit.
(92) - Diversità e devianza sono due concetti tra loro distinti: la
prima esprime la proposta di nuovi valori umani, la seconda include
i comportamenti oggetto di disapprovazione. Cfr.: ibidem.
(93) - Palidda, op. cit., pag. 47.
(94) - Ibidem.
(95) - È questo il caso della vendita delle droghe sulle strade,
anche se i più comuni reati rientranti nei cosiddetti delitti di
immigrazione attribuiti ai migranti riguardano il possesso di
documenti falsi.
(96) - Palidda, op. cit., pag. 49.
(97) - Il fenomeno terroristico nell'area del Mediterraneo si rifà
alla lezione di Ibn Taymiya, (XIV sec.) come risposta alla supposta
invadenza della cultura occidentale ed opera storicamente, in
prevalenza, all'interno dei Paesi islamici, al fine di
delegittimare le élites governative. In epoca recente i "Fratelli
Musulmani" e poi, nelle forme drammatiche a tutti note, Al-Qaeda
hanno riproposto il terrorismo colpendo obiettivi occidentali.
L'azione terroristica di matrice islamica è un jihad fard ayn, o
jihad indiretto che, puntando sul fattore sorpresa, intende mettere
in crisi la superiorità occidentale, puntando ad annientare il
nemico secondo una logica punitiva. Più l'azione è estrema,
maggiore è la legittimazione.
(98) - Cfr.: Cespi, 2000, pagg. 599-600. Un fattore determinante di
tale cambiamento è rappresentato dai crescenti afflussi massicci ed
imprevisti di migranti forzati che hanno segnato gli anni Novanta e
provenienti dall'Albania, dalla ex-Yugoslavia, dalle regioni a
maggioranza curda della Turchia orientale e dell'Iraq
settentrionale.
(99) - Non a caso si parla sempre più spesso di "migrazioni"
piuttosto che di "immigrazioni".
(100) - Cfr. al riguardo, da ultimo, le conclusioni della
Presidenza del Consiglio Europeo di Bruxelles del 14-15 dicembre
2006 in merito alle questioni migratorie trattate nell'ambito dello
"Spazio di Libertà, Sicurezza e Giustizia".
(101) - Roffi, 2006, pag. 8.
(102) - D'Alema, 26 ottobre 2006.
(103) - Cfr.: Mezzadra, 1999.
(104) - Ibidem.
(105) - Come ricorda Sciortino, 1999, p. 59, in Italia la prima
distinzione tra cittadini e stranieri, che risale al 1865,
comportava comunque il godimento dei medesimi diritti da parte
degli uni e degli altri. Le uniche forme di controllo erano
ispirate a considerazioni di ordine pubblico ed avevano vigore
esclusivamente a livello locale, con carattere peraltro di
emergenza.
(106) - In questo periodo il criterio principale a cui veniva
informata la regolazione degli aspiranti emigranti era la
selettività operata da parte degli Stati d'arrivo sulla base sia
delle competenze professionali, sia dell'origine geografica, con
una preferenza per le popolazioni nord-europee.
(107) - I primi flussi di emigranti italiani diretti verso il
Brasile erano regolati sulla base di accordi intercorrenti tra gli
Stati d'arrivo ed i trasportatori, vincolati questi ultimi a
reclutare solo settentrionali. Cfr.: ibidem, pagg. 60.
(108) - Hammar, 1985.
(109) - Cfr., tra gli altri: Bolaffi, 1996.
(110) - Cfr.: Brochmann, 1996, pagg. 100-110.
(111) - Tale combinazione può anche variare nel tempo e nel
medesimo Paese. L'Italia, ad esempio, ha condotto prima una
politica basata quasi esclusivamente sui controlli interni
(1961-1989), poi una strategia incentrata sui controlli esterni
(dal 1990 ad oggi). Un caso molto simile è quello della Francia, la
quale dal 1950 al 1972 ha prima seguito una politica caratterizzata
da scarsi controlli esterni ma da forti controlli interni, per poi
accedere, nel corso degli anni '80, ad una politica di chiusura
delle frontiere ed al conseguente "ammorbidimento" dei controlli
interni. Ancora, il Regno Unito ha sviluppato forti controlli
esterni a discapito di quelli interni, mentre per contro, la Svezia
ha storicamente seguito una politica degli accessi molto liberale a
fronte di un'articolazione pervasiva dei sistemi di controlli
interni.
(112) - Cfr., tra gli altri: Badie, 1996.
(113) - Cfr.: Zanini, 1997.
(114) - Balibar, op. cit.
(115) - Ferrajoli, 1994, pag. 288.
(116) - Cfr.: Coleman - Harding, in Schwartz, 1995.
(117) - Sciortino, op. cit., pag. 66.
(118) - Ibidem. Al riguardo va sottolineato che al sistema dei
controlli promossi per via legislativa si accompagna frequentemente
una presenza di meccanismi di controllo amministrativi.
(119) - Common Market Law Review, 1995.
(120) - Cfr.: Bigo, 1996, 1998.
(121) - Le potenziali implicazioni di tale clausola sono
prevalentemente simboliche, dal momento che l'impermeabilità delle
frontiere non potrebbe essere integralmente garantita anche con il
ripristino dei controlli. Di fatto, essa costituisce la garanzia
per gli Stati di poter riaffermare il principio della sovranità
nazionale in presenza di esigenze di politica estera e di politica
interna, come nel caso di turbative nell'opinione pubblica legate
al tema della sicurezza.
(122) - Istituita con il Regolamento (CE) n. 2007/2004 del
Consiglio del 26 ottobre 2004 (GU L 349 del 25 novembre
2004).
(123) - Come si legge nel sito web "Europa. Agenzie dell'Unione
Europea" (http://europa.eu/agencies/index_it.htm),
compiti dell'Agenzia sono di "coordinare la cooperazione operativa
tra gli Stati membri in materia di gestione delle frontiere
esterne, assistere gli Stati membri nella formazione di guardie
nazionali di confine, anche elaborando norme comuni in materia di
formazione, preparare analisi dei rischi, seguire l'evoluzione
delle ricerche in materia di controllo e sorveglianza delle
frontiere esterne, aiutare gli Stati membri che devono affrontare
circostanze tali da richiedere un'assistenza tecnica e operativa
rafforzata alle frontiere esterne, e fornire agli Stati membri il
sostegno necessario per organizzare operazioni di rimpatrio
congiunte". FRONTEX "opera in stretto collegamento con altri
organismi comunitari e dell'UE responsabili in materia di sicurezza
alle frontiere esterne, come EUROPOL, CEPOL, OLAF, e di
cooperazione nel settore delle dogane e dei controlli fito-sanitari
e veterinari, al fine di garantire la coerenza complessiva del
sistema".
(124) - Al riguardo debbono essere ricordate in particolare le
numerose iniziative di cooperazione tecnica, volte a rafforzare gli
apparati di controllo delle frontiere dei Paesi di emigrazione e di
transito, e la stipulazione di una fitta rete di accordi
internazionali di riammissione, tesi ad assicurare la
collaborazione degli Stati di emigrazione e di transito
nell'esecuzione dei provvedimenti di respingimento dei migranti
clandestini decretati dagli Stati di immigrazione.
(125) - Cfr.: Cagiano de Azevedo, Cantore, Di Prospero e Di Santo,
1993.
(126) - In molti casi solo l'identificazione dello stato straniero
da parte dello Stato di appartenenza o di provenienza può
consentire la riammissione.
(127) - Caggiano, 2000, pag. 426.
(128) - Cfr.: Pastore, 1998.
(129) - Caggiano, op. cit., pag. 427.
(130) - I criteri cui viene fatto ricorso a tal fine sono
solitamente contenuti in successivi protocolli od intese esecutive,
che prevedono ad esempio una dichiarazione dell'interessato,
dichiarazioni testimoniali, ecc.
(131) - Pastore, op. cit., sostiene che l'obbligo di riammissione
persiste anche nell'ipotesi in cui la cittadinanza sia stata
privata o ad essa lo stesso interessato abbia rinunciato.
(132) - Tutelati del resto da convenzioni internazionali
essenzialmente senza alcuna distinzione riguardo all'origine, alla
provenienza, alla nazionalità.
(133) - Montanelli, 2000, pag. 33.
(134) - Cfr., ad es.: Jameson - Myoshi, 1998.
(135) - Cfr., tra gli altri Golini, Gesano e Heins, 1991.
(136) - Golini, 2000, pag. 121.
(137) - Bolaffi, op. cit., pag. 12.
(135) - Cfr., tra gli altri Golini, Gesano e Heins, 1991.
(136) - Golini, 2000, pag. 121.
(137) - Bolaffi, op. cit., pag. 12. |