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RIVISTA DEI CARABINIERI REALI
Anno II - N. 2 - marzo-aprile 1935
I Carabinieri Reali nella
campagna del 1848
1. Raccolto il grido lanciato dalle fumanti barricate di Milano,
Carlo Alberto ordinava, il 19 Marzo 1848, l'adunata dell'esercito
al Ticino, ed il 23, nello stesso giorno, quasi nello stesso
momento, in cui i soldati del Radetzky, cacciati dalla città,
iniziavano la ritirata sui forti del quadrilatero, avviliti e
scossi dal rapido divampare della rivoluzione, dichiarava la guerra
all'Austria.
Incalzato dagli avvenimenti passava Carlo Alberto, il giorno 25, a
mobilitazione ancora in corso, il Ticino, e con soli 55.000 uomini
su due corpi d'armata di due divisioni ciascuna, ed una divisione
di riserva, si lanciava per il Po all'inseguimento del nemico,
rifiutandosi di entrare a Milano prima di avere sconfitto gli
Austriaci, perchè - disse - «a gente tanto valorosa non voleva
presentarsi se non dopo una vittoria».
Il corpo dei carabinieri reali, mentre dava nel paese tutta l'opera
sua per rendere ordinate e spedite le operazioni inerenti alla
formazione ed al completamento dell'armata, costituiva per l'armata
stessa, fin dai primi giorni della campagna, tre squadroni di
guerra da impiegarsi «nei servizi d'onore e di battaglia in faccia
al nemico» come riserva di cavalleria alla diretta dipendenza del
Re, e costituiva pure reparti di carabinieri a piedi presso i
quartieri generali delle divisioni per il servizio di guida e di
scorta, di porta ordini e di polizia al campo.
Gli squadroni, formatisi a Venaria Reale fra il 27 marzo ed il 5
aprile, raggiungevano il successivo, a Cremona, il quartier
generale, e da quel giorno seguirono, nei vari spostamenti, il Re,
del quale formarono la fedele, sicura scorta. Ne aveva il comando
il maggiore Negri di S. Front ed erano comandanti di squadrone i
capitani Brunetta d'Usseaux, Incisa di Camerana e Morelli di Polo.
Avevano il comando dei distaccamenti assegnati alle grandi unità,
per lo speciale servizio in campagna, il maggiore Ceva di Nuceto ed
il luogotenente Pogliotti per la 41ª divisione, il luogotenente
Basso per la 2ª, il tenente Roissard de Bellet per la 3ª ed il
luogotenente Veggi per la 4ª; alla divisione di riserva erano il
capitano Buraggi ed il luogotenente Brunati.
Comandante superiore dei carabinieri all'armata, il colonnello
Avogrado di Valdengo. Seguiva le operazioni, con lo stato maggiore
del Re, il generale Lazari, comandante del corpo ed aiutante di
campo effettivo di S. M.
Impossessatasi dei ponti sul Mincio, occupava l'armata piemontese
la riva sinistra del fiume, e nell'attesa dei complementi e degli
alleati per ordinare e formare il vero esercito di operazione,
mandava ricognizioni verso Mantova, Peschiera e Roverbella, seguite
da presso da Re Carlo Alberto.
Il bollettino dell'Armata n. 10 relativo alle operazioni di guerra
contro Peschiera, così conclude: «S. M. restò, non curante del
pericolo, per più ore esposto al fuoco nemico con i suoi figli e un
numeroso stato maggiore»; parole che nella loro semplicità rendono
il più bello omaggio al Re cavalleresco.
Da Peschiera a Novara il destino degli squadroni carabinieri è
quello medesimo del Re, del quale sono la scorta fidata e non v'è
fatto d'arme od episodio che non li trovi accanto a lui e per lui,
immobili e silenziosi. Anelli di questa catena ideale le
ricognizioni di Mantova, di Peschiera e Roverbella, l'occupazione
di Sommacampagna e la carica di Pastrengo, poi Bussolengo, S.
Lucia, Goito, Staffalo, Valeggio, Villafranca, Milano e finalmente
la Sforzesca e Novara.
La mattina del 30 aprile, dopo aver pernottato sul campo di
battaglia e dopo aver sostenuto deboli combattimenti a Cola ed a
Sandrà, muovono i piemontesi su tre colonne verso Pastrengo: la
terza divisione Broglia con le brigate Savoia e Guardie per
avvolgere la sinistra nemica, la divisione di riserva del Duca di
Savoia con le brigate Cuneo e Regina per puntare al centro,
direttamente sull'abitato, la quarta divisione Federici con la
brigata Piemonte per assalire la destra.
Avanzarono animosi i cacciatori di Piemonte, ma toccate che ebbero
le falde delle colline di Pastrengo dovettero sostare,
aggrappandovisi inchiodati dal fuoco; mancava loro il sostegno,
sulla destra, della Cuneo, che, impantanata nel terreno
acquitrinoso e melmoso del torrente Tione, era tenuta anch'essa
sotto il rabbioso crepitio della fucileria nemica.
Il Re, dall'osservatorio della Mirandola di fronte a Pastrengo,
dopo avere mandato reiterati ordini al Duca di Savoia perchè
avanzasse, raggiungeva, fremente per il ritardo, la brigata, ed
incurante del pericolo la incoraggiava con la sua presenza a
superare l'ostacolo ed a spiegarsi.
In questo momento gli Austriaci tentano dal pianoro delle Bionde un
più violento sforzo contro le due brigate, che più da vicino li
minacciano, provocando fra le loro file un movimento di esitazione
ed un ondeggiamento. Il Re, che aveva nella sua foga oltrepassato
la linea della Cuneo, è arrestato all'improvviso da una scarica a
bruciapelo, che un reparto di Tirolesi, appiattato dietro i
cespugli sui ciglio della collina, rovescia sopra il drappello dei
carabinieri, che precede immediatamente il Sovrano in servizio di
esplorazione, facendone impennare i cavalli, ed il Re stesso viene
quasi coinvolto e travolto nella breve mischia.
E' l'attimo fuggente che, nella sua tragicità se non percepito e
colto, sta per precipitare, ed è come se la vita per un attimo si
fermasse; ma rapido e deciso lancia, il maggiore S. Front, al
galoppo su per la collina gli squadroni carabinieri, che seguivano
il Re, e l'impeto di quella imponente massa di cavalieri, che
precipita, dilaga e rovina, scintillante per l'uniforme, eccitata
per il pericolo corso dal Sovrano, imbaldanzita dalla vista di
Pastrengo e dalla fuga del nemico, segna la vittoria. I fanti di
Piemonte e di Cuneo, trascinati dall'esempio, si lanciano a passo
di carica su per l'erta del monte, mentre avanzano intrepidi sulla
destra i fanti di Savoia e le Guardie.
Premuti dalle baionette si affollano in disordine, alle 4 del
pomeriggio, ai ponti sull'Adige i Tirolesi del Wocher.
La brillante carica dei carabinieri decise della giornata,
«salvando il Re - scrisse nel suo diario il maggiore De Bartolomeis
addetto allo stato maggiore del quartiere generale principale - di
essere ulteriormente preso di mira e fatto prigioniero».
Carlo Alberto citò il 2 maggio all'ordine del giorno i tre
squadroni per la fazione di Pastrengo e per la ricognizione fatta
dagli squadroni Morelli ed Incisa, verso Bussolengo e fino
all'Adige, all'alba del 1 maggio, inseguendo e molestando -
appiedati - con tiri di carabina un battaglione di fanteria e
l'artiglieria nemica, che si ritirava.
2. Per dare soddisfazione all'opinione pubblica impaziente e per
tendere la mano alla città, pronta, dicevasi, ad insorgere, venne
spinta il 6 maggio, con truppe del i corpo e della divisione di
riserva, una ricognizione offensiva su Verona. Sei colonne mossero
all'alba dagli accampamenti per schierarsi, convergendo, sotto
quelle mura, in attesa. Alla testa di una di esse, con i fanti
d'Aosta era Re Carlo Alberto.
Cruenta si accese la battaglia: Crocebianca, S. Massimo, S. Lucia,
Tomba, furono le posizioni di attacco dove le colonne,
successivamente attestando, assalirono e furono assalite,
respinsero e furono respinte, difendendosi, frammischiate, in una
lotta disperata.
Carlo Alberto, in prima linea, sulla strada di Verona, oltre S.
Lucia solo con gli squadroni di scorta, guardava le mura della
città come se ne attendesse un segnale, per le decisioni da
prendere.
«I carabinieri che gli stavano alle spalle poterono numerare 40
colpi di palle nemiche nelle persone loro, nei cavalli, nei panni
ed arnesi». Così il capitano Augusto Vecchi. Ed un anno dopo, in
una lettera ai suoi elettori il generale Franzini scriveva:
«Vedendo minacciata la persona del Re, presa a bersaglio da molti
tiratori nemici, che scavalcando l'alta diga di pietra, prendevano
a girare la nostra sinistra, io, mosso da impeto naturale, presi il
comando della brava scorta dei CC. RR. come già dissi al
parlamento, e la disposi di fronte per caricare, ciò che indusse i
bersaglieri nemici a rivarcare subito la diga».
Alle tre, dileguata ogni speranza di vittoria contro la
soverchiante pressione nemica, veniva ordinato il ripiegamento, ma
il Re fermatosi al Fenilone, dove numerosi si erano andati riunendo
i feriti, non si mosse se non quando tutti furono raccolti.
Infuriava intanto più vicina la battaglia, sostenuta dalla brigata
Cuneo con il Duca di Savoia, e con questa riprese Carlo Alberto la
triste via del ritorno.
«Il Re non si avviò egli stesso al suo quartier generale finché non
ebbe veduti trasportare verso Sommacampagna tutti i feriti rimasti
per la maggior parte al Fenilone; marciò in coda alla divisione con
cui aveva avanzato»; così il bollettino dell'armata n. 24. L'ordine
generale dell'armata del 10 maggio, dal quartier generale
principale di Sommacampagna, concludeva: «I fatti d'arme del 6
maggio presso Verona, così onorevoli per il nostro esercito, hanno
dato nuova occasione al Re di dimostrare al medesimo quanto egli
sia giusto apprezzatore del merito; fatta scelta di quelli che, fra
le prove del comune valore, seppero ancora trovar modo di
segnalarsi sopra i loro colleghi, S. M. ha dichiarato che sian
dichiarati di menzione onorevole (cito solamente gli appartenenti
al corpo): I tre squadroni di guerra di servizio presso S. M. il
Re: per contegno ed intrepidezza nelle varie fasi del
combattimento; Maggiore dr. Cattaneo: per essersi distinto al
Fenilone; carabiniere Bianco 12° Antonio del 1° corpo d'armata: per
essersi distinto a S. Lucia; maggiore cav. Ceva del 1° corpo
d'armata, decorato di medaglia d'argento: addetto al comandante
delle forze, gen. Bava, si distinse a S. Lucia, recapitando ordini
e riconducendo in combattimento reparti intimiditi».
(continua) |