|
1.
Introduzione
Nonostante lo sviluppo tecnologico abbia consentito di agevolare
notevolmente l'acquisizione delle fonti di prova (si pensi
all'esame del DNA), nell'ambito dell'attività investigativa un
ruolo ancora molto importante è svolto dalle dichiarazioni che
possono venire da testimoni o dalle stesse vittime di un reato. In
alcuni casi, quando nessun'altra prova è disponibile, esse assumono
addirittura un peso determinante e decisivo ai fini investigativi e
processuali.Ma possiamo credere a tutto quello che ci dice un
testimone? Possiamo credere ad esempio a tutto quello che un
testimone oculare di una rapina ci racconta? Ammettiamo pure che la
persona abbia tutto l'interesse a raccontare quello che è successo,
come nel caso di una donna che è stata vittima di uno stupro e
vuole fornire informazioni utili per catturare l'aggressore, siamo
sicuri che tra ciò che la donna ricorda, ciò che riporta e quanto è
realmente accaduto ci sia una corrispondenza precisa? E nel caso
dei bambini? Possiamo credere ad un bambino? Fino a che punto
dobbiamo considerare attendibile la sua testimonianza? Le numerose
ricerche condotte nel campo della memoria, sul suo funzionamento e
sulla complessa relazione che c'è tra memoria e testimonianza,
dimostrano che la memoria non è sempre infallibile, che anzi
riserva molte insidie e molte trappole che possono facilmente
indurre in errore e che in alcuni casi possono dar vita a fenomeni
veramente singolari, come quelli che si verificano quando una
persona si convince di ricordare cose che in realtà non ha mai
vissuto o visto. Questo soprattutto nei bambini. Già questi dati ci
dovrebbero indurre, quindi, a procedere con molta cautela quando
esaminiamo un testimone, a stare molto attenti nel modo di porre le
domande e a rispettare determinate regole se vogliamo ottenere
testimonianze realmente attendibili ed evitare così il rischio di
racconti che, pur coerenti, resi in buona fede, in seguito si
rivelano falsi, oppure riconoscimenti solo molto tardivi, o ancora,
testimonianze rese spontaneamente sin dall'inizio delle indagini
che successivamente vengono ritrattate; tutti fenomeni che
puntualmente si verificano.Il presente lavoro, che riprende un tema
oggetto di specifico insegnamento ormai da tre anni alla Scuola
Ufficiali dei Carabinieri nell'ambito della Cattedra di Tecniche
Investigative, si prefigge lo scopo di far compiere proprio un
percorso attraverso le più accreditate e recenti teorie sui
processi mnestici e sul ruolo che la memoria può giocare nella
testimonianza, allo scopo di consentire a coloro che sono chiamati
a svolgere interrogatori investigativi (di testimoni, di vittime di
reato o di indagati) di prendere coscienza di alcuni fattori
psicologici i quali, sfuggendo alla percezione di molti, possono
condizionare pesantemente la buona riuscita di una rievocazione o
un riconoscimento e compromettere l'attendibilità della
testimonianza stessa. In particolare, si affronterà la stretta
relazione che c'è tra testimonianza e memoria e si vedrà come
alcuni fattori possano influenzare il ricordo e limitare la
testimonianza; si affronterà, inoltre, la memoria nei bambini;
verranno date alcune indicazioni pratiche su come comportarsi per
rendere il più possibile attendibile una testimonianza e, infine,
verrà presentata una tecnica di esame del testimone nota come
"Intervista Cognitiva", che può rivelarsi uno strumento molto utile
per ottenere resoconti più completi ed accurati, soprattutto
quando si deve esaminare un testimone-vittima che vuole
collaborare, ma fa molta fatica ad accedere ai suoi stessi ricordi
perché magari ancora scosso o traumatizzato.
2. La testimonianza e la
memoria
Come abbiamo già accennato, il contenuto della testimonianza è
strettamente legato a come le persone ricordano l'evento che hanno
visto o vissuto e, ovviamente, alla loro decisione di raccontare o
meno quanto accaduto. Ma per i limiti e le peculiarità di
funzionamento della memoria umana, anche nel caso in cui la persona
decide di collaborare e raccontare tutto ciò che ricorda, una
testimonianza non potrà mai essere "totalmente" attendibile, nel
senso che non ci potrà mai essere una perfetta corrispondenza, una
completa sovrapposizione, tra l'evento e quanto viene raccontato.
La memoria è, infatti, frutto di un processo di tipo
prevalentemente ricostruttivo. Essa cioè non è, come comunemente si
pensa, semplicemente un contenitore dove basta andare a ripescare
le fotografie, i filmati, le copie, degli eventi accaduti, ma è un
processo attivo di elaborazione delle informazioni, dove
quest'ultime vengono selezionate, codificate ed integrate,
attraverso la conoscenza già posseduta dal soggetto, sia
consapevolmente (in modo da immagazzinarle in maniera logica,
coerente, come avviene ad esempio quando studiamo) sia
inconsapevolmente (e in tale processo concorrono interferenze
esterne, forti stati emotivi e stress). Queste operazioni spesso
possono alterare la percezione dell'evento e dei fatti accaduti in
modo da renderli assai diversi da ciò che accade realmente. Questo
spiega come anche un testimone oculare intenzionato a collaborare
possa dare involontariamente un resoconto diverso dal reale
svolgimento dei fatti.Quella che noi chiamiamo memoria è, quindi,
in realtà, un processo complesso, reso possibile da tre cosiddetti
"magazzini" (il Registro Sensoriale, la Memoria a Breve Termine e
la Memoria a Lungo Termine), che elaborano e conservano
l'informazione con modalità e caratteristiche spazio-temporali
diverse tra di loro: il Registro Sensoriale (RS) contiene, per un
tempo brevissimo (500-2000 m/s), l'informazione proveniente dagli
organi di senso, catturata e trattenuta nel suo formato originale
(visiva, olfattiva, tattile, uditiva); la Memoria a Breve Termine
(MBT) ha una capacità piuttosto limitata (si parla di circa 7 unità
di informazione) e mantiene l'informazione per un tempo massimo di
circa 30 sec.; e infine, l'ultimo magazzino, la Memoria a Lungo
Termine (MLT) ha una capacità spaziale e temporale potenzialmente
illimitata (vedi fig. 1). Come avviene il processo? Gli stimoli
fisici che arrivano dall'ambiente esterno vengono percepiti
attraverso i sensi, codificati sommariamente dai registri
sensoriali in tracce mnestiche e trattenuti per pochi istanti. Le
tracce mnestiche passano in MBT che le sottopone ad un processo di
ripetizione continua per permettere alla memoria di lavoro (ML) di
selezionare i dati rilevanti ed elaborarli assegnando loro un
significato attraverso la conoscenza generale fornita dalla MLT.
La memoria di lavoro (ML) è chiamata così perché responsabile del
lavoro cognitivo effettuato dal soggetto nell'attività di
comprensione. Il problema di questa fase è costituito dal fatto che
la qualità dell'elaborazione dipende, oltre che dalla complessità
dei dati, dal numero di ripetizioni dell'informazione effettuato
dalla MBT: nella ML, infatti, la traccia è soggetta a decadimento,
in funzione diretta al tempo trascorso e inversa al numero di
ripetizioni della traccia stessa (Gulotta, 2000). L'informazione,
elaborata dalla ML, passa alla MLT. Questa viene distinta in: -
memoria autobiografica, che contiene tutte le informazioni relative
alla nostra identità e alla nostra storia passata;- memoria
episodica, che contiene le informazioni specifiche riferite ad
eventi ed episodi chiaramente collocabili nel tempo e nello
spazio;- memoria semantica, che comprende la conoscenza
concettuale e linguistica delle informazioni ed è organizzata in
strutture di tipo generale connesse tra loro, sotto forma di schemi
o scripts (copioni), che consentono di riconoscere i singoli dati
ed eventi della realtà e di attribuire loro un significato;-
memoria procedurale, che comprende la conoscenza di procedure e
regole relative al "come" operare; è questo tipo di conoscenza che
consente di mettere in atto tutta una serie di azioni motorie e
mentali. Il rapporto tra i vari tipi di memoria a lungo termine è
molto articolato, in quanto ognuna contribuisce alla formazione e
modificazione dell'altra. Per questo motivo possiamo dire che la
memoria è dinamica e non statica: ogni evento, in senso cognitivo,
modifica la struttura della conoscenza, per cui il ricordo che
abbiamo noi ora di un fatto non sarà mai uguale a come a suo tempo
abbiamo percepito quel fatto. E non solo perché nel corso del tempo
il ricordo è cambiato, ma anche perché a loro volta sono mutate le
stesse strutture conoscitive che permettono di richiamarlo alla
memoria (Gulotta, 2000). Tutti gli studiosi sono concordi nel
sostenere che questo processo si svolge fondamentalmente in tre
fasi: - la fase di acquisizione o codifica (mediante la quale il
soggetto percepisce e codifica le informazioni provenienti
dall'esterno); - la fase di ritenzione o mantenimento (durante la
quale il soggetto conserva in memoria le informazioni acquisite); -
la fase di recupero dell'informazione (durante la quale il
soggetto recupera l'informazione da dove era conservata). Questa
ultima fase può avvenire attraverso la rievocazione o il
riconoscimento. La rievocazione consiste nel richiamare alla mente
la traccia mestica e dipende dalla accessibilità della traccia
stessa da parte della memoria di lavoro. Pur essendo infatti nella
maggior parte dei casi la traccia disponibile, cioè presente nella
MLT, non è detto che sia anche accessibile; ciò dipende dalla
capacità di recuperare lo schema attraverso cui l'evento originario
era stato memorizzato. Nel riconoscimento, invece, vengono forniti
al soggetto degli stimoli e gli si chiede se li riconosce. In
genere quest'ultimo è considerato come un compito più facile
rispetto alla rievocazione, in quanto c'è uno stimolo esterno che
guida il soggetto nel recupero dell'informazione (vedi fig. 2). In
ognuna di queste fasi del processo (fase di acquisizione o
codifica, fase di ritenzione o mantenimento e fase di recupero)
intervengono numerosi fattori che possono influenzare notevolmente
i ricordi e limitare di conseguenza l'attendibilità della
testimonianza.
3. Fattori che possono influenzare il
ricordo e limitare la testimonianza
Quali sono questi fattori? Sono diversi. Alcuni sono legati
all'evento, altri sono legati al testimone e alle sue
caratteristiche e altri ancora sono da ricondurre alla memoria e
alle modalità con cui avviene il recupero. Tra i fattori legati
all'evento, che possono incidere già nella fase di acquisizione
alterando la percezione del testimone, ci sono:- il tempo di
esposizione: perché la percezione possa essere corretta, il tempo
di esposizione deve essere sufficientemente lungo, almeno 20
secondi; maggiore è il tempo di esposizione allo stimolo, migliore
è l'accuratezza;- la salienza dei dettagli: quando si assiste ad
un evento alcuni particolari colpiscono maggiormente l'attenzione
(ad esempio un colore che spicca rispetto agli altri, qualcosa di
inusuale o di nuovo), anche se a volte sono meno importanti di
altri ai fini della testimonianza. Un fenomeno che è stato molto
studiato è il cosiddetto weapon effect (effetto arma), per cui si
verifica che una persona, minacciata da un'arma, ricorda molto bene
l'arma, ma ha un ricordo molto vago e poco accurato
dell'aggressore, del suo volto o di altri elementi dell'episodio
(Loftus, 1979), proprio perché l'attenzione, anche senza che la
persona lo voglia, viene spostata in modo quasi esclusivo sull'arma
e quindi solo questo elemento viene codificato e poi ricordato. Per
quanto riguarda la percezione del volto anche se avviene in modo
"gestaltico", in quanto viene percepito nella sua globalità e non
attraverso i singoli particolari, si è visto che vengono meglio
percepiti e quindi successivamente meglio ricordati volti atipici,
o particolarmente piacevoli o spiacevoli, mentre quelli più comuni
non stimolano un'attenta osservazione;- la violenza dell'evento:
quando si tratta di testimoniare riguardo a un fatto molto violento
la performance peggiora. Questo è dovuto probabilmente alla grande
quantità di stress presente al momento del fatto. Tra i fattori
legati al testimone ci sono:- l'età del testimone: per quanto
riguarda i minori, a 12 anni la capacità di testimoniare è simile a
quella dell'adulto. Sotto questa età le capacità dei bambini sono
inferiori a quelle degli adulti solamente in relazione alle
strategie più complesse di elaborazione di eventi. Così la memoria
di fatti che non richiedono particolari strategie di codificazione
non varia con l'età. Se in generale quindi si può affermare che i
bambini siano buoni testimoni quanto alla percezione dell'evento,
il problema principale della loro attendibilità riguarda
soprattutto il ruolo delle informazioni post-evento e il contesto
entro cui avviene l'interrogatorio e/o la testimonianza. Per quanto
riguarda gli anziani, l'efficienza delle facoltà sensoriali in
generale diminuisce con il processo di invecchiamento, sia per
quanto riguarda la vista che l'udito. Lo stesso accade alle
capacità attentive e mnestiche. La maggior parte delle difficoltà
mnestiche degli anziani si riferiscono ai meccanismi di
immagazzinamento e recupero, le capacità di rievocazione risultano
più danneggiate di quelle di riconoscimento (Gulotta, 2000); - lo
stress: lo stato emotivo vissuto dal soggetto nel momento in cui
percepisce l'evento è sicuramente un evento di primaria importanza.
La maggior parte delle volte il testimone vive una situazione di
stress e paura. Più un evento aumenta lo stress del testimone più
una corretta percezione sarà compromessa. Un forte stress emotivo
toglie alla fase di immagazzinamento energie e attenzione
necessarie per cogliere il maggior numero di informazioni
possibili, e convoglia queste risorse sul controllo o sullo sfogo
delle emozioni. Si spiega in questo modo il caso di vittime che
fanno fatica a riconoscere lo stupratore. Lo stress determina anche
un restringimento del campo di attenzione e un focalizzarsi solo su
alcuni particolari con peggioramento dell'accuratezza percettiva
globale. Un fenomeno di questo tipo è quello, già descritto, del
weapon effect dove l'attenzione è catturata dall'arma al punto da
non fare vedere altri elementi presenti sulla scena. Secondo la
legge di Yerkes-Dodson, la relazione tra arousal (stimolazione,
eccitazione fisiologica) e prestazione cognitiva è una "U"
rovesciata, cioè ad una condizione di arousal troppo alto o troppo
basso corrisponde una prestazione cognitiva peggiore, mentre un
arousal medio dà una prestazione migliore. Quindi anche un livello
molto basso di attivazione emotiva, non solo quello molto alto,
porta ad un peggioramento della percezione compromettendo una buona
ricostruzione dell'evento in fase di recupero dell'informazione. Le
prestazioni migliori si hanno invece quando vi è un livello
ottimale di attivazione, cioè un livello intermedio;- la
conoscenza generale posseduta: serve a comprendere e dare
significato agli eventi, attraverso la selezione, la codifica e
l'elaborazione dell'informazione. L'evento tende ad essere
classificato, interpretato, secondo gli schemi generali posseduti
che distorcono il fatto originario per renderlo comprensibile. Così
si aggiungono dettagli per colmare vuoti e si eliminano le
informazioni che contraddicono la propria conoscenza generale
(Gulotta, 2000); - gli stereotipi, i pregiudizi personali, le
aspettative culturali: comportando l'attribuzione di un tratto, o
una caratteristica, a tutti i membri di un gruppo e anticipando
anche inconsapevolmente ciò che si percepisce possono seriamente
contaminare la percezione di un evento. è famoso l'esperimento in
cui i soggetti devono riportare quanto hanno visto in una scena
ambientata nella metropolitana di New York (Loftus, 1979). Molte
persone sono sedute, un uomo di colore è in piedi e indossa giacca
e cravatta, a fianco un secondo uomo, bianco, tiene in mano un
rasoio. I soggetti a cui era stata mostrata questa scena dovevano
raccontarla ad altri soggetti e questi ultimi ancora ad altri. Il
racconto finale, in più della metà dei casi, indicava che era
l'uomo di colore, e non l'uomo bianco, ad impugnare il rasoio
(Cavedon e Calzolari, 2001).I fattori generali legati alla memoria,
sono:- il tempo intercorso tra la fase di acquisizione e quella di
recupero: in generale, all'aumentare della distanza di tempo tra
evento e ricordo, questo peggiora progressivamente. Diversi studi
hanno visto che col passare del tempo è più probabile che i ricordi
subiscano delle distorsioni o si inseriscano delle informazioni
sbagliate senza che il soggetto se ne renda conto;- la ripetizione
del ricordo: maggiore è il numero di volte che un evento viene
ricordato migliore è il ricordo in generale, anche se ogni volta
vengono aggiunti o tolti particolari e l'evento originario tende ad
essere distorto;- le informazioni post-evento: lettura di
giornali, parlare dell'accaduto con altri testimoni, percezioni e
giudizi di altre persone che vengono a contatto con il soggetto,
comunicazione non verbale di chi conduce l'interrogatorio, inducono
inconsapevolmente a rimaneggiare il ricordo con i particolari
acquisiti successivamente all'evento ed a integrarli, distorcendo
il ricordo originario. Fattori legati alla modalità di recupero ed
alle caratteristiche del testimone, sono:- il tipo di domande: la
memoria può essere alterata dal tipo di domande poste da chi
esamina il testimone. Le domande fortemente suggestive, fuorvianti,
che contengono informazioni non vere, fanno sì che queste
informazioni sbagliate vengano inconsapevolmente incorporate nei
ricordi del testimone diventandone parte integrante, alterando
definitivamente la memoria dell'evento (Cavedon e Calzolari, 2001).
Già nella metà degli anni '70 Elizabeth Loftus, aveva condotto
degli studi in cui dimostrava che, se si forniscono commenti
verbali riguardanti una figura presentata precedentemente, le
informazioni verbali potevano modificare la memoria visiva della
figura. In uno di questi famosi esperimenti, ad esempio, venivano
presentate ad alcuni soggetti una serie di diapositive relative ad
un incidente stradale. Le diapositive illustravano una situazione
in cui un'auto blu era passata ad uno stop e si era scontrata con
un'altra auto proveniente da destra. Qualche tempo dopo ai soggetti
venivano fatte domande relative alle diapositive viste e ad un
gruppo di soggetti in alcune domande si inserivano informazioni
sbagliate. Ad esempio si diceva che l'auto era verde oppure che il
segnale era un segnale di diritto di precedenza. I soggetti che
avevano ricevuto l'informazione sbagliata nel corso dell'intervista
ricordavano cose diverse rispetto a quelli che non avevano ricevuto
informazioni sbagliate (o ricordavano che la macchina era verde, o
che il segnale era un diritto di precedenza o non erano in grado di
dire di che colore fosse la macchina). Risultati come questi sono
stati ottenuti in centinaia di lavori e molti di questi studi sono
stati applicati a situazioni di vita quotidiana. Nella maggior
parte delle situazioni, il presentare l'informazione errata
successiva ha avuto lo stesso effetto: produceva una distorsione
nella memoria, la maggior parte dei soggetti o ricordava meno o
ricordava l'informazione errata presentata successivamente
(Mazzoni, 2000). Questo fenomeno per cui il ricevere l'informazione
sbagliata porta in qualche modo a modificare il ricordo di un
evento vissuto è noto come misinformation effect (effetto
disinformazione, effetto informazione sbagliata). Bisogna quindi
porre molta attenzione nel modo di porre le domande quando si
conducono colloqui, interviste o interrogatori per esaminare un
testimone. Vedremo, nel paragrafo relativo alle regole da seguire
per ottenere una testimonianza valida i suggerimenti che ci vengono
dalla ricerca psicologica e dall'esperienza maturata in Gran
Bretagna nel settore, dove una commissione incaricata dal Ministero
dell'Interno nel 1992 ha prodotto un vero e proprio manuale che
contiene le linee guida su come svolgere gli interrogatori, perché
questi possano essere considerati validi ai fini processuali;- il
ruolo del testimone: il testimone cerca sempre di essere creduto e
per fare ciò deve sforzarsi di essere preciso e quindi rinunciare
alle sue incertezze. Così facendo, quello che non è chiaro viene
corretto in modo che la deposizione risulti coerente e completa: il
racconto dell'evento, una volta evocato con questi aggiustamenti,
si consolida diventando e sostituendo inconsapevolmente ciò che si
è percepito. A ciò si aggiungano la pressione psicologica
proveniente dal contesto istituzionale, la motivazione a fornire
informazioni utili e la tendenza a compiacere l'interrogante
(effetto compliance), che a sua volta tende a spremere il soggetto
ed a suggerirgli le risposte che confermino la sua ipotesi: la
testimonianza diventa così un compromesso tra le richieste
dell'interrogante e la rielaborazione dell'interrogato (Gulotta,
2000);- la memoria indotta: è un fenomeno che si realizza
tipicamente quando si utilizzano identikit, foto segnaletiche e
"confronto all'americana" (lineup), si parte dall'erroneo
presupposto che l'osservatore sia comunque in grado di scegliere e
riconoscere quanto ha percepito anche solo momentaneamente.
Pertanto si "aiuta" il testimone a ricordare, lo si spinge a
collaborare senza tener conto dell'ansia per le aspettative altrui
che è insita in una situazione in cui bisogna dare una risposta e
si è gli unici a poterla dare (Gulotta, 2000);- il contesto
dell'interrogatorio e della confessione: una situazione di
deprivazione sensoriale può aumentare la vulnerabilità e la
dipendenza verso l'interrogante; è inoltre da considerare che
trovandosi in un contesto estraneo di cui non conosce le regole, il
soggetto può essere portato a parlare solo per soddisfare le
esigenze dell'interrogante;- la comunicazione non verbale di chi
conduce l'interrogatorio: il tono della voce, il movimento del
capo, degli occhi, dei gesti, la postura, sono tutti elementi che
possono giocare un ruolo fondamentale, soprattutto, quando si è
chiamati ad effettuare dei riconoscimenti. Poiché meno facile da
controllare, la comunicazione non verbale spesso lascia filtrare
dei contenuti profondi che il linguaggio non fa emergere;- lo
status di chi interroga: varie ricerche hanno dimostrato che si
ottengono risultati diversi se ad interrogare è una persona
importante e di status elevato piuttosto che una persona meno
importante. L'autorità di chi interroga può avere un certo ruolo
nell'influenzare i testimoni.
4. Quando il testimone è un
minore
Rispetto al passato è ormai abbastanza frequente che dei minori
siano chiamati a testimoniare o in quanto testimoni oculari di un
fatto reato, o come testimoni-vittime, soprattutto in relazione a
casi di abusi o violenza sessuale. Per il nostro codice la
testimonianza di un bambino ha lo stesso valore di quella di un
adulto, salvo l'obbligo di non prestare giuramento per i minori di
14 anni(1) e la possibilità di avvalersi di un esperto di
psicologia dell'età evolutiva(2).Ma che cosa ci dicono le ricerche
più recenti circa le capacità di ricordare dei bambini? Possiamo
considerare le loro testimonianze attendibili? Quali sono le
criticità quando si va ad esaminare un bambino?In generale i
ricercatori hanno messo in evidenza che: - in bambini anche molto
piccoli (già a 4 anni) il "ricordo libero" (ricordo non sollecitato
da domande specifiche o da aiuti esterni) è accurato come negli
adulti; gli elementi cioè che ricordano tramite il "ricordo libero"
sono elementi effettivamente presenti nell'episodio originale
(Mazzoni, 2000);- i bambini piccoli hanno però ricordi molto
"poveri" di particolari. In genere ricordano pochi elementi di un
episodio, ricordano meglio fatti che hanno vissuto in prima persona
e gli aspetti che per loro sono più salienti;- i bambini hanno la
tendenza spontanea a dire di sì, a dare cioè risposte positive,
anche quando dovrebbero dire di no, a domande poste in maniera
diretta;- i bambini a cui viene fatta più volte la stessa domanda
sono portati a credere che la loro prima risposta sia stata
considerata sbagliata e tendono a modificare la risposta successiva
per far piacere all'intervistatore;- rispetto agli adulti i
bambini (soprattutto molto piccoli) risultano molto più
suggestionabili: hanno quindi la tendenza a ricordare
l'informazione errata presentata successivamente, questo è tanto
più vero quanto più chi pone le domande viene percepito come una
figura autorevole (Mazzoni, 2001).Tale ultimo parametro è stato
accuratamente studiato valutando l'effetto dell'informazione
fuorviante come misura della suggestionabilità. In una ricerca
(Ceci e altri, 1987) sull'effetto delle domande fuorvianti sui
minori, sono stati interrogati bambini dai 3 ai 12 anni su un
evento a cui avevano assistito. Sono stati creati due gruppi e solo
ad uno di questi sono state poste domande fuorvianti. è stato
osservato che le domande fuorvianti riducevano l'attendibilità nei
bambini ed in particolare in quelli più piccoli. Quando invece gli
stessi bambini venivano interrogati da altri coetanei la differenza
si riduceva. Ciò suggerisce che parte dell'inaccuratezza prodotta
dalle domande fuorvianti derivava dal fatto che i bambini
accettavano quello che secondo loro gli adulti volevano dir loro,
piuttosto che riferire ciò che credevano veramente. Tale dato è
confermato da uno studio (Gulotta, Ercolin, 2004) secondo cui i
bambini sono risultati attendibili nel raccontare l'evento quando
sono stati interrogati con domande aperte non suggestive. Invece,
alle domande chiuse suggestive la maggior parte dei bambini ha
risposto in modo da confermare i suggerimenti in esse contenute e
accettando così l'esistenza di fatti mai verificatisi. Infine,
quando alcune domande sono state poste loro una seconda volta
(domande ripetute), i bambini hanno modificato la versione dei
fatti precedentemente fornita, dimostrando, quindi, di approvare la
verità proposta dall'intervistatore adulto a discapito della
propria. Da questi studi emerge come sia grande il pericolo che
corre chi interroga il minore in ambito forense: occorre cercare di
evitare di avere pregiudizi, opinioni ed aspettative sull'accaduto
per il quale il bambino è chiamato a testimoniare. Più o meno
inconsapevolmente, negli interrogatori gli organi inquirenti
possono influenzare le deposizioni del bambino suggerendogli le
risposte che da lui si desidera ricevere, inducendolo
indirettamente a raccontare fatti mai accaduti e per lo più frutto
della sua fantasia e suggestionabilità. In tali casi il contesto
giudiziario, per di più, è per il minore fonte di ansia, in quanto
freddo, estraneo e sconosciuto; sovrastato dall'insistenza degli
interrogatori e dal peso minaccioso degli imputati (solitamente
adulti) che egli accusa, il minore deve rievocare un vissuto il più
delle volte difficile e doloroso. Ecco perché l'audizione del
minore, nei procedimenti penali, pone diverse questioni che devono
essere prese opportunamente in considerazione, per evitare che la
prova testimoniale risulti, oltre che traumatica, anche
insoddisfacente per gli esiti del processo. Alla luce di quanto
sopra, come meglio si vedrà nel prossimo paragrafo, ma a maggior
ragione per ciò che concerne l'audizione dei minori, occorre
evitare di porre loro delle domande guidanti, di ripetere più volte
le stesse domande e di usare dei rinforzi fuorvianti nel porre dei
quesiti. L'inquirente deve cercare inoltre di nascondere il più
possibile le proprie emozioni e deve evitare di fingere di credere
a tutto ciò che il minore racconta, nonché fare commenti
sull'indagato (in caso di subiti abusi sessuali). Ancora va evitato
di prolungare il colloquio, interrompere il minore, riportare al
minore dichiarazioni di altri, fargli promesse non mantenibili,
toccarlo o fissarlo negli occhi. è consigliato utilizzare frasi
corte e semplici, verbi al presente, evitando invece costruzioni
sintattiche e grammaticali complesse.Tra le varie tecniche
utilizzate per l'ascolto del minore, merita una attenzione
particolare la tecnica delle cosiddette "audizioni protette", la
cui finalità è quella di creare un ambiente minimamente
traumatizzante per il minore, nonché di esplorare con accuratezza e
scientificità i fatti di interesse.Ciò può avvenire in due modi:
durante il processo, permettendo al bambino di testimoniare
attraverso un sistema a circuito chiuso che collega (in tempo
reale) due stanze attigue separate da uno specchio unidirezionale;
nella fase delle indagini preliminari in un luogo anche esterno al
Tribunale. In tema di subiti abusi sessuali, per esempio, la legge
n. 66/1996(3) ha espressamente previsto un ampio ricorso
all'incidente probatorio e a connesse, particolari modalità di
esecuzione dello stesso. Oggi è infatti prevista la possibilità di
richiedere l'audizione del minore con la forma dell'incidente
probatorio anche fuori dalle ipotesi normalmente previste(4).
Inoltre, sempre in tema di incidente probatorio, è previsto che, in
caso di minori di anni 16, il giudice possa stabilire il luogo, il
tempo e le modalità particolari attraverso cui procedere
all'incidente probatorio quando le esigenze del minore lo rendono
necessario ed opportuno; l'udienza, addirittura potrebbe svolgersi
in luogo diverso dal Tribunale, come strutture specializzate di
assistenza o, in mancanza (e qualora opportuno) presso l'abitazione
del minore(5).
5. Alcune regole per una testimonianza
valida
Come abbiamo già visto nel paragrafo precedente è opportuno darsi
delle regole se si vogliono raccogliere testimonianze valide ed
evitare di modificare con le nostre domande non solo il resoconto
dei fatti ma i ricordi stessi dei testimoni, questo soprattutto nei
bambini.In Gran Bretagna proprio partendo dall'inadeguatezza dei
sistemi di interrogatori, un gruppo di esperti sotto l'egida dello
Home Office (Ministero dell'Interno) e il Department of Health
(Ministero della Salute) già nel 1992 ha realizzato un manuale
(Memorandum of Good Practice), che contiene le linee guida su come
condurre correttamente un'intervista e su quali sono gli errori da
evitare; oggi gli interrogatori di polizia vengono registrati e un
tribunale può chiedere di avere accesso al modo in cui le
informazioni sono state raccolte e decidere se possono venire o
meno accettate. Interrogatori non registrati non sono ammessi come
prova (Mazzoni, 2003). Ecco alcune indicazioni di base valide per
condurre un colloquio con un testimone, sia esso un bambino che una
persona adulta:- porre domande in modo da non suggerire niente,
neppure su quello che si ritiene sia vero, ma su cui non c'è
certezza assoluta;- non cercare informazioni che confermano le
proprie ipotesi e scartare le altre;- non dare per scontato che ci
sia condivisione di conoscenza;- non rinforzare le risposte con …
bene, bravo, giusto, ecc;- privilegiare la narrazione iniziale
spontanea;- fare in larga misura domande aperte (domande che
lasciano la possibilità di dare ogni tipo di risposta, senza alcuna
limitazione);- inserire nelle domande solo informazioni fornite
nelle risposte precedenti;- fare domande chiuse solo nell'ultima
tappa del colloquio (domande molto precise e specifiche);- non
interrompere mai l'interlocutore.
6. Una tecnica per esaminare i testimoni:
l'intervista cognitiva
Agli inizi degli anni '80 Ed Geiselman (University of California)
e Ron Fisher (Florida International University), per aiutare la
polizia giudiziaria ad ottenere dai testimoni dei resoconti più
attendibili e completi, hanno messo a punto una tecnica
investigativa chiamata "Intervista Cognitiva" (IC). Essa consiste
in una strategia di recupero guidato e tiene conto delle scoperte
sul funzionamento della memoria. In particolare, essa si basa su
due presupposti:
1) la traccia di memoria è costituita da molti elementi e più sono
gli elementi che concorrono al momento del recupero
dell'informazione, maggiore sarà la probabilità di recupero di
questa;
2) poiché esistono diversi percorsi per raggiungere una certa
informazione codificata, se essa è inaccessibile attraverso un
certo percorso potrà probabilmente essere raggiunta attraverso
un'altra strada (Tulving, 1974). L'idea di fondo è, quindi, che
l'oblio non sempre sia causato dalla perdita dell'informazione ma
piuttosto dalla sua non accessibilità. Per cui se un'informazione
non viene ricordata non significa che sia andata irrimediabilmente
perduta, ma che non può essere recuperata per quella via;
utilizzando un'altra via è possibile recuperare questa
informazione.
L'Intervista Cognitiva si pone fondamentalmente due scopi:
1) non danneggiare il ricordo che il testimone ha dell'evento, che
è già di per sé parziale e incompleto;
2) fornire un aiuto al testimone, allo scopo di recuperare il
maggior numero di informazioni.
Geiselman e Fisher hanno identificato quattro differenti strategie
cognitive per cercare di recuperare le informazioni:
- ricreare il contesto e lo stato psicologico vissuto al momento
dell'evento: questa prima strategia, si basa sul principio secondo
il quale quanto più ci si cala nella situazione del momento
dell'immagazzinamento, tanto più aumenta l'accessibilità
dell'informazione conservata in memoria (Tulving e Thomson:
Encoding Specificity Hypotesis - ipotesi della specificità di
codifica) e consiste nel chiedere al testimone di rivivere
mentalmente il contesto ambientale e lo stato d'animo personale
presenti al momento dell'evento criminoso (momento del giorno,
condizioni metereologiche, persone e disposizione degli oggetti
presenti, reazioni emozionali e sensazioni avute, pensieri);
- riportare ogni cosa: la seconda strategia, spinge il teste a
non selezionare le informazioni da riportare da quelle da non
riportare e consiste nell'invitare il testimone a riportare tutto
ciò che riesce a ricordare, anche informazioni incomplete,
indipendentemente da quanto lui ritiene essere rilevante o banale.
Accade spesso che i testimoni non sappiano quale informazione sia
utile o meno e tendono a tralasciare dettagli apparentemente
insignificanti ma che in realtà sono rilevanti ai fini
dell'indagine;
- riportare gli eventi in ordine inverso: la terza strategia,
parte dal presupposto che utilizzare diverse strategie di recupero
migliora l'accesso ai ricordi immagazzinati. Il testimone quindi è
invitato a ricordare e riportare i fatti non più in ordine
sequenziale, ma partendo da diversi momenti nel tempo, iniziando ad
esempio dalla fine, o dalla metà, o dal momento più significativo.
Il cambiare ordine aiuta ad utilizzare modalità di accesso diverse
che aumentano la probabilità di rievocare nuovi dettagli;
- cambiare prospettiva: infine, con la quarta strategia,
all'intervistato viene chiesto di raccontare l'evento da
prospettive e punti di vista diversi. Con questa tecnica si
incoraggiano i soggetti a mettersi nei panni di un altro testimone
per cercare di riportare quello che altre persone potrebbero aver
visto. Anche questo approccio cerca di facilitare il recupero di
dettagli che altrimenti passerebbero inosservati.
In una versione riveduta di questa tecnica gli autori hanno
sottolineato che due sono gli elementi fondamentali da tener
presente nell'esame del testimone: l'aspetto mnestico e l'aspetto
relazionale (la costruzione del rapporto con il testimone).
è importane che entrambi gli aspetti vengano facilitati: la memoria
attraverso le quattro strategie cognitive sopra descritte e la
relazione attraverso una serie di accorgimenti relativi
all'interazione tra il testimone e l'intervistatore.
Il testimone di solito è ansioso, l'intervista è per lui un
momento stressante, il rapporto quindi con l'intervistatore diventa
di fondamentale importanza. Inizialmente è importante che entrambi
condividano perché e come avverrà l'intervista. In seguito
l'intervistatore dovrà ascoltare con molta attenzione in modo da
adattare le proprie domande e la struttura dell'intervista alla
persona che ha davanti (personalizzare l'intervista); dovrà fare in
modo da far sentire la persona importante e utile al fine dello
svolgimento dell'indagine. Si può usare spesso il nome del
testimone, ripetere l'ultima frase detta dal soggetto, evitare
frasi impersonali e imparate a memoria, interessarsi del suo stato
d'animo, tranquillizzarlo. Uno degli obiettivi principali è quello
di minimizzare l'ansia, mantenerla sotto controllo e uno dei modi
per far questo è quello di mostrarsi rilassato e parlare lentamente
in modo che il testimone possa fare lo stesso. Quando la persona si
sentirà accolta, sarà più disponibile a parlare (Cavedon,
Calzolari, 2001).
Un'altra modalità per facilitare il rapporto è quella di lasciare
che sia il testimone a dettare il ritmo dell'intervista, ad essere
lui il protagonista e a giocare il ruolo più attivo (tecnica del
trasferimento del controllo). Questo si può ottenere attraverso
domande aperte, che non interrompono il racconto del testimone,
attraverso domande pertinenti, poste in funzione del racconto del
testimone e non secondo uno schema prestabilito.
All'intervistatore spetta il compito di tenere un livello alto di
concentrazione evitando ogni distrazione quali ad esempio
interruzioni di risposte (aspettare che il testimone abbia
completato la risposta prima di passare alla domanda successiva),
segnali non verbali di noia o rumori, individuare un luogo
tranquillo dove nessuno possa venire ad interrompere l'intervista.
Rassicurare il teste sul fatto che l'intervista non comporta una
valutazione delle sue prestazioni e permettergli di interrompere se
la rievocazione divenisse dolorosa o inquietante (Cavedon,
Calzolari, 2001).
Questa tecnica è stata successivamente affinata aggiungendo alle
quattro strategie cognitive originarie la tecnica dell'attivazione
di "immagini mentali", per cui nella parte dell'intervista relativa
alle domande, si potrà chiedere al testimone di focalizzare
l'attenzione su aspetti particolari della scena (ad es.: il viso, i
vestiti, l'arma utilizzata) e di crearsi delle immagini mentali.
Quando una immagine mentale è stata creata si analizza l'immagine
facendo delle domande sempre più specifiche. E solo successivamente
si passerà ad indagare altri aspetti.
è importante sottolineare che raramente nella pratica vengono
utilizzate tutte le strategie cognitive che compongono l'Intervista
Cognitiva; in genere gli esaminatori adattano l'intervista alle
proprie esigenze, alla natura dell'evento criminoso e utilizzano
una strategia cognitiva piuttosto che un'altra anche in base alle
caratteristiche del testimone che hanno di fronte, alle sue
capacità e alla sua disponibilità.
Nell'ultima versione proposta da Geiselman e Fisher l'Intervista
Cognitiva si articola in cinque fasi:
1^ Fase: costruzione del rapporto
In questa fase il modo di porsi di chi intervista è molto
importante e necessita di buone abilità comunicative. Instaurato un
rapporto di fiducia con l'interlocutore, prima di iniziare, occorre
informarlo sui motivi e le modalità dell'intervista, invitandolo a
raccontare senza inventare.
2^ Fase: racconto libero
Viene chiesto al testimone di ritornare mentalmente alla situazione
critica, di rivederla e di raccontare il fatto descrivendo tutto
ciò che ricorda, anche particolari che possono sembrare
insignificanti. Durante il racconto vanno evitate interruzioni e
domande specifiche. Le domande verranno fatte successivamente sulla
base di quanto riportato dal testimone. è importante rispettare le
pause e i silenzi. Questa fase si conclude con la richiesta se
ricorda altro.
3^ Fase: domande
è il momento più impegnativo e critico dell'intervista. Ridestando
l'attenzione e la concentrazione del testimone, vengono poste prima
domande aperte, poi domande chiuse; facendo molta attenzione a non
fare domande suggestive, che suggeriscono le risposte o introducono
elementi di cui il testimone non ha parlato. Si procede
all'attivazione di immagini mentali su aspetti specifici.
4^ Fase: secondo racconto
Il testimone viene invitato a fare un secondo racconto con modalità
diverse, utilizzando la strategia del cambio di prospettiva o del
riportare i fatti in ordine inverso, con l'accortezza, da parte
dell'inquirente, di verificare di aver compreso correttamente ogni
informazione ricevuta. La decisione o meno di utilizzare le due
strategie è lasciata all'esaminatore sulla base dei risultati
ottenuti dall'intervista e al tipo di testimone che si trova di
fronte.
5^ Fase: chiusura
Ha luogo un commiato amichevole tra intervistato e intervistatore,
con i ringraziamenti da parte di questi, anche al fine di
rafforzare la collaborazione magari per una futura evenienza.
L'efficacia di questo strumento è confermata da numerose ricerche.
Il vantaggio principale è costituito da un maggior numero di
informazioni riportate dai testimoni e dal nullo o scarso
incremento delle informazioni scorrette, di errori o di
confabulazioni. Alcuni studi (Fisher et al., 1989) per esempio,
confrontando la performance di alcuni investigatori prima e dopo il
training secondo la suesposta metodologia, hanno evidenziato un
incremento nel numero di informazioni riportate di oltre il 50%
rispetto a quello di colleghi non addestrati all'uso della
specifica tecnica. Questi risultati mostrano effettivamente che la
maggior parte dei fatti elicitati facendo uso dell'intervista
cognitiva erano nuovi rispetto a quelli elicitati con interviste
standard.
La memoria dei testimoni è quindi a volte molto più informativa di
quello che ci si aspetta.
Le persone spesso ricordano più di quello che dicono; il tipo di
domande utilizzate ed il modo di porle sono un fattore critico
nella testimonianza e tanto un interrogatorio fatto male può
distorcere il ricordo, tanto un interrogatorio ben gestito può
aiutare il ricordo ad emergere.
7. Conclusioni
In questo articolo abbiamo cercato di delineare un quadro il più
possibile completo e aggiornato dei processi sottostanti
all'acquisizione di elementi conoscitivi durante gli interrogatori;
ma vi è anche l'auspicio di aver sensibilizzato il lettore e,
meglio ancora, l'operatore rispetto ai problemi metodologici
nell'acquisizione della testimonianza. In particolare, si fanno
proprie e si enfatizzano le questioni rilevate da Gulotta e Ercolin
(2004), i quali si chiedono quanti, tra coloro che interrogano in
sede giudiziaria, sono al corrente della tendenza della gente (e
dei minori in particolare) a lasciarsi suggestionare? Quanti
addetti ai lavori sono sufficientemente esperti nei metodi di
ascolto e di intervista in modo che il teste possa rendere al
massimo? E quanti ancora non pongono domande suggestive durante le
deposizioni testimoniali? Ed infine, quanti bambini verranno
strumentalizzati dagli adulti (genitori, giudici, avvocati, periti)
allo scopo di ricevere da loro una prova certa contro un presunto
colpevole?
Lo scopo dovrebbe essere la raccolta dei resoconti il più possibile
aderenti alla realtà, finalizzati a diminuire il più possibile la
variabilità e la quantità di errore nella ricostruzione
istruttoria.
Alcuni bravi professionisti già operano, senza rendersene conto, in
modo ottimale, ma è proprio qui il ruolo fondamentale della
formazione: trasformare le intuizioni in competenze
professionali.
È ciò appare ancora più determinante se si considera che oggi è
fatto divieto alla polizia giudiziaria di testimoniare de relato
circa il contenuto delle dichiarazioni rese dai testimoni, fatta
eccezione per quelle acquisite dall'indagato alla presenza del
difensore(6). È indispensabile pertanto che il moderno
investigatore, nel prepararsi con scrupolo al dibattimento, tenga
nella giusta considerazione anche la necessità della massima
autenticità di quanto, a seguito di audizione, viene cristallizzato
nei verbali di interrogatorio o di sommarie informazioni
testimoniali.
(*) - Maggiore dei Carabinieri, insegnante di Psicologia Applicata
presso la Scuola Ufficiali Carabinieri.
(1) - Art. 947 c.p.p.
(2) - Art. 498 c.p.p.
(3) - Legge n. 66/96, Norme contro la violenza sessuale.
(4) - Art. 392/1 bis c.p.p.
(5) - Art. 398/5 c.p.p.
(6) - Legge 1° marzo 2001 n. 63, modifiche al Codice Penale e al
Codice di Procedura Penale in materia di formazione e valutazione
della prova, in attuazione della Legge Costituzionale di riforma
dell'art. 111 della Costituzione. |