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n. 3/4 - Luglio -
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Studi
Il traffico di esseri umani alla
luce della normativa della Nato
Elisa Nicodamo
1. Il
traffico di esseri umani
Il fenomeno migratorio ha caratterizzato la storia del nostro
pianeta fin dagli albori dell'umanità: è stata proprio la ricerca
di maggiori spazi e di climi più favorevoli a provocare lo
spostamento, lento ma costante, dei primi ominidi che hanno quindi
popolato, nel corso dei secoli e dei millenni, tutti i continenti.
Questa ricerca non si è mai fermata, anche se si è diversificata
nelle forme e nei luoghi di destinazione a seconda delle epoche
storiche.Attualmente, il fenomeno migratorio ha assunto proporzioni
globali. Il suo flusso è, poi, unidirezionale: dai luoghi più
poveri verso quelli dove migliori sono le condizioni di vita.
Questo significa sia spostamenti interni alle stesse entità statali
(dalle campagne alle città), sia viaggi più lunghi, verso le
regioni geografiche più ricche.Appare interessante notare, a questo
proposito, come negli ultimi tre decenni le politiche migratorie di
tutti i Paesi destinatari del flusso si siano sostanzialmente
omogeneizzate verso una tendenza restrittiva: "Per quanto le
politiche migratorie (degli Stati sviluppati) siano state
storicamente molto variegate, esse tendono oggi ad essere simili in
modo impressionante. Su un ipotetico continuum che va da confini
aperti a confini chiusi, esse sono tutte raggruppate molto
strettamente intorno al polo della chiusura"(1).
Tralasciando volutamente tutti gli aspetti politici che riguardano
la questione, è qui opportuno mettere in evidenza che, in mancanza
di vie d'accesso legali, coloro che vogliono emigrare trovano
comunque altri mezzi per raggiungere il proprio obiettivo:
utilizzando vie illegali. Queste si concretizzano in due fenomeni:
lo smuggling of migrants(2) (SoM) e il traffico di esseri umani
(Trafficking of Human Beings - THB).Nel corso dell'ultimo decennio,
l'importanza che queste fattispecie di reato hanno iniziato a
rivestire nella politica dei vari Paesi ha fatto sì che anche le
grandi organizzazioni internazionali si interessassero direttamente
della questione, tanto è vero che, alla Convenzione delle Nazioni
Unite contro la Criminalità Organizzata Transnazionale, firmata a
Palermo nel 2000, sono stati allegati due Protocolli aggiuntivi
dedicati esclusivamente a queste tematiche(3).Questi Protocolli
offrono una definizione univoca sia dello smuggling of migrants sia
del traffico di esseri umani, fornendo così una base giuridica
comune su cui operare per contrastare il fenomeno.Nel primo caso,
lo SoM viene definito come "… la procura, al fine di ottenere,
direttamente o indirettamente, un beneficio finanziario o
materiale, tramite l'ingresso illegale di un individuo all'interno
di uno Stato membro, del quale l'individuo non sia nativo né vi
abbia una residenza permanente"(4).Nel caso della tratta di esseri
umani, ci si trova di fronte, invece, ad una realtà del tutto
diversa, che implica più nello specifico lo sfruttamento degli
individui.
Tale traffico è infatti stato definito dal "Protocollo per
prevenire, sopprimere e punire il traffico di persone" come the
recruitment, transportation, transfer, harbouring or receipt of
persons, by means of the threat or use of force or other forms of
coercion, of abduction, of fraud, of deception, of the abuse of
power or of a position of vulnerability or of the giving or
receiving of payments or benefits to achieve the consent of a
person having control over another person, for the purpose of
exploitation(5).Emerge chiaramente dalle due definizioni quali
siano le principali differenze tra i due traffici: mentre
l'immigrazione clandestina implica necessariamente
l'attraversamento illegale di confini statali e prevede che ci sia
l'aperto consenso da parte di coloro che vengono trasportati, nel
caso del traffico di esseri umani questo può svolgersi ovunque,
anche nello stesso Paese di appartenenza delle vittime. Ciò che
però più caratterizza quest'ultima situazione è che la volontà di
coloro che sono sottoposti alla tratta è del tutto ininfluente,
come è esplicitato anche dalla stessa norma internazionale.Da un
punto di vista giuridico, però, la distinzione è ben più profonda,
dal momento che, nel primo caso si infrangono le leggi dello Stato,
mentre nel caso del THB sono violati i diritti fondamentali di ogni
essere umano(6).La definizione adottata dal Protocollo delle
Nazioni Unite suggerisce una possibile divisione del THB in tre
parti: una condotta-evento (atto), che si esplica nel reclutamento,
trasporto, alloggio delle persone vittime della tratta; una
condotta-modalità (mezzo), che consiste nella minaccia o nell'uso
della forza e/o di altre forme di coercizione e di inganno; un
obiettivo, che è quello dello sfruttamento.Le vittime provengono
dai Paesi più poveri(7): per restare nel solo ambito europeo, di
solito si tratta di Moldavia, Ucraina, Romania, Federazione Russa e
Bulgaria(8). All'interno dei singoli Stati, ci sono ulteriori
diversificazioni, poiché le giovani donne (tra i 18 e i 25 anni di
età) che più facilmente cadono nelle mani dei trafficanti sono nate
in cittadine di piccole o medie dimensioni ed hanno alle spalle
bassi livelli di scolarizzazione, provegono da famiglie in gravi
difficoltà economiche(9) e sono prive di un impiego, oppure ne
hanno uno insoddisfacente(10).I trafficanti utilizzano i metodi di
reclutamento più diversi: sebbene gli annunci di lavoro (come
cameriere o baby-sitter) sulla carta stampata o via etere siano
ancora in uso, negli ultimi anni ha iniziato a prevalere un
approccio più diretto per avvicinare la possibile vittima(11), che
prevede l'utilizzo di altre donne(12), oppure di giovani coppie.
Questo metodo viene preferito poiché ha il vantaggio di ispirare
fiducia nelle persone più deboli, ideali, cioè, per essere
sfruttate e che possono essere tratte con maggior facilità in
inganno. Proprio, dunque, per infondere un maggior senso di
fiducia, spesso le persone utilizzate come adescatori provengono
dallo stesso gruppo etnico o sociale, talvolta si tratta anche di
persone già conosciute e considerate amiche. Le metodologie di
trasporto della vittima variano poi a seconda dei casi. Molto
spesso, le ragazze viaggiano da sole(13), con propri documenti
d'identità(14).Nel caso in cui, tuttavia, ciò risultasse di
difficile attuazione, esistono organizzazioni che forniscono falsi
documenti d'identità, con i quali le donne possono ugualmente
attraversare i confini(15). Se ciò non fosse possibile, o
conveniente, la "merce" viene portata a destinazione facendo
valicare illegalmente i confini, a piedi, in macchina o su
qualunque altro mezzo di trasporto.Alla base di tutto il processo -
dal trasporto, alla vendita, allo sfruttamento - ci sono atti di
violenza. Questa si esplicita attraverso l'uso della forza, stupri
e minacce ai famigliari. Tutto ciò permette ai
compratori/sfruttatori un controllo totale sul prodotto che hanno
acquisito ed una certa garanzia di sicurezza che non ci siano fughe
o ripensamenti.Lo scopo è quello di trarre un vantaggio economico
dalla vendita delle persone e, di conseguenza, ogni lavoro loro
affidato può diventare remunerativo: dal lavoro forzato alla
costrizione a mendicare, dalla schiavitù al trapianto d'organi.
Soprattutto, però, si tratta di sfruttamento a sfondo sessuale:
delle 600.000/800.000 persone che sono vittime del traffico ogni
anno(16), circa l'80% sono giovani donne(17) che vengono utilizzate
nell'industria del sesso. L'uso del termine "industria" non è
scelto a caso. Coloro che si dedicano a questo tipo di commercio
umano, infatti, agiscono come veri e propri imprenditori,
interessati a massimizzare i profitti derivanti dal possesso di
donne che vengono avviate alla prostituzione forzata. Come nel caso
di qualunque merce, però, esistono condizioni e mercati più
favorevoli di altri e la capacità dell'imprenditore consiste
proprio nel cercare e nel gestire quelli più adatti e proficui. È
per questa ragione che il THB è indirizzato soprattutto verso i
Paesi più ricchi(18), e, anche all'interno di questi, verso le aree
più prospere(19). Ma non solo. Come in tutte le teorie economiche,
l'offerta si concentra dove la domanda è maggiore e quale luogo
migliore, allora, di quelle aree disastrate dai conflitti e dove
forte è la presenza della comunità internazionale, con la sua alta
disponibilità finanziaria e uno scarso mercato locale in cui
investire?La prostituzione, e di conseguenza anche il commercio di
donne da avviare a questo mercato, costituisce uno dei risvolti
negativi della maggior parte dei conflitti e, pressoché ovunque, si
è riscontrato che il termine delle ostilità e l'arrivo della
comunità internazionale tende a favorire questo evento(20).
Ciononostante, la presente analisi sarà incentrata sulla regione
balcanica(21), dove si trova il principale teatro d'operazioni
della NATO e della quale si vuole analizzare la risposta al
fenomeno(22).
2. La NATO e il THB: una minaccia alla
sicurezza ed alla stabilità
Ci sono diverse ragioni che rendono più semplice e più proficuo il
THB nelle regioni e nelle società destabilizzate dalla guerra e/o
in transizione. Innanzitutto, il termine dei combattimenti non
coincide, è ovvio, con un immediato ritorno alla normalità: gli ex
combattenti, siano essi guerriglieri, miliziani o paramilitari,
hanno perso ogni vantaggio, anche e soprattutto economico, che
derivava dallo stato di belligeranza. Privi di altri scopi, con
scarse risorse economiche e nella difficoltà di poter trovare un
impiego, resta come possibilità quella di investire in altre
attività, per lo più criminali.Inoltre, nelle aree colpite dalla
guerra c'è una maggior facilità di reperire giovani donne da
avviare alla prostituzione: molte di costoro possono essere già
state vittime, durante il conflitto, di violenze e di stupri(23) e
sono quindi soggetti particolarmente a rischio anche dopo il
termine delle ostilità. Molte, in ogni caso, sono sole, socialmente
isolate, estremamente vulnerabili dal punto di vista economico(24)
e, talvolta, sono state allontanate o hanno volontariamente
lasciato la propria abitazione, e vivono quindi nei campi profughi
o come IDPs (Internally Diplaced Persons).Nel contempo, la presenza
di appartenenti alla comunità internazionale (forze militari e
civili, appartenenti alle diverse organizzazioni internazionali -
ONU, NATO, OSCE - e alle ONG), spesso porta con sé la domanda di
lavoro domestico e/o di prestazioni sessuali, a cui possono essere
chiamate a rispondere dapprima donne del luogo e quindi straniere.A
questo proposito, è opportuno ricordare ancora una volta che i
trafficanti e i proprietari delle ragazze sono imprenditori: la
"merce" dopo un periodo di tempo relativamente breve deve essere
rivenduta, sia per garantire nuove opportunità agli avventori, sia
per assicurare l'investimento(25). Per poter far ciò è
indispensabile un afflusso costante e quindi non è possibile
limitare i rifornimenti alle sole aree più vicine geograficamente.
Soprattutto però è altissimo il livello di instabilità politica e
sociale che permane dopo la conclusione formale del conflitto:
l'economia è disastrata, ci sono altissimi livelli di
disoccupazione, nonché una pressoché totale impunità che deriva da
sistemi legislativi, giudiziari e da organi di polizia quasi del
tutto inesistenti, se non semplicemente inefficienti.Tutto ciò
favorisce lo sviluppo delle organizzazioni criminali che prendono
il controllo della politica, della società e dell'economia,
contribuendo a far proseguire quell'instabilità necessaria allo
sviluppo delle loro attività e dei loro traffici illeciti. In
effetti, il THB è diventato, nel corso degli ultimi anni,
un'attività assai redditizia, proprio a causa delle restrizioni
d'ingresso legale nei Paesi più ricchi. In particolare, i vantaggi
per le organizzazioni criminali sono di due tipi: da una parte i
profitti sono relativamente alti, dall'altra i rischi di arresto e
di incriminazione sono di gran lunga minori di quelli di qualunque
altra attività illecita. Molte legislazioni, infatti, sono ancora
più concentrate nel fermare il migrante che nel contrastare il
trafficante.La specializzazione dei gruppi criminali, inoltre,
insieme alle loro capacità di coordinamento e di
compartimentazione(26), rendono difficile seguire le rotte di volta
in volta adottate per il trasporto. A ciò si aggiunge, poi, che
vengono attraversati numerosi Paesi che hanno vari tipi di
legislazioni, ed è nota l'abilità con cui le organizzazioni
criminali sono in grado di sfruttare i differenti sistemi normativi
ed il vacuum legis che si crea tra un ordinamento giuridico e
l'altro.Tali difficoltà investigative aumentano nel momento in cui
si deve operare in un contesto post-bellico, dove le forze di
polizia locali, qualora esistenti, sono inefficienti, spesso
corrotte, e dove mancano chiari riferimenti legislativi. Per quanto
necessariamente breve, questa descrizione della situazione in
un'area devastata da un conflitto permette di mettere in evidenza
le principali problematiche che investono, in maniera diretta, le
truppe della NATO che vi operano. È infatti opportuno ricordare che
il primo e principale compito delle forze dell'Alleanza Atlantica
schierate in teatro d'operazioni è quello di stabilire e mantenere
un ambiente sicuro e stabile in cui operare(27). Questo si
esplicita anche nel contrastare i fenomeni terroristici e criminali
che operano in un dato territorio, e ciò anche attraverso la
diretta eliminazione delle loro principali fonti di finanziamento:
una di queste, assolutamente rilevante, è proprio il THB che,
secondo stime, permette annualmente e in tutto il mondo, guadagni
tra i 9,5 ed i 10 miliardi di dollari statunitensi(28).Il
coinvolgimento - diretto o indiretto - di personale appartenente
alla NATO nel THB ha come conseguenza non solo il finanziamento di
quelle forze che sono tra le cause dell'instabilità e
dell'insicurezza nel teatro d'operazioni, ma è in grado anche di
minacciare la credibilità della missione e dunque della stessa
sicurezza. In effetti, le truppe, o coloro che sfruttano le donne
vittime del traffico, incorrono in un crimine. Questo, a sua volta,
può facilitare la corruzione o il ricatto degli appartenenti alla
missione, mettendo così a rischio l'operazione stessa. Ma non solo.
Trattandosi di attività criminali, al THB è legata tutta una serie
di altre attività illecite(29) in grado di costituire una minaccia
alla stabilità dell'ambiente operativo. Inoltre, il comportamento
illecito delle truppe mina la fiducia della popolazione locale
nella forza di pace, rendendo difficili i rapporti ed ancor più
arduo completare con successo il mandato. A quanto detto si
aggiungono anche minacce di carattere sanitario; molto spesso, le
ragazze vittime del traffico non hanno accesso a cure mediche e
sanitarie: ciò può comportare e facilitare lo sviluppo e la
diffusione di malattie veneree, della tubercolosi(30), di epatiti e
dell'HIV/AIDS(31). Queste sono tra le principali ragioni che hanno
spinto, nel 2003(32), l'Alleanza Atlantica ad affrontare con
decisione la questione del THB, avviando una intensa campagna di
sensibilizzazione al fenomeno e una politica di tolleranza zero sul
tema.Quest'ultima si è concretizzata con l'adozione di una NATO
policy on combating trafficking in human beings(33), con la quale
gli Alleati non solo si impegnano a ratificare la Convenzione delle
Nazioni Unite contro il Crimine Organizzato e i Protocolli ad essa
allegati, ma anche a rivedere le proprie legislazioni nazionali in
materia, al fine di renderle omogenee a quanto espresso da tale
Convenzione(34).Le Nazioni dell'Alleanza Atlantica si assumono
anche l'incarico di supportare le autorità del Paese ospitante la
missione nella lotta al THB ed incoraggiano gli altri Stati
contribuenti alla missione ad intraprendere simili decisioni per il
contrasto di questo fenomeno, prima di entrare a far parte di
operazioni a guida NATO(35).Un altro dei punti chiave messo in
evidenza dalla policy è che gli appartenenti all'Alleanza
concordano nell'istruire ed addestrare il personale che deve essere
impiegato in una missione della NATO(36) sulle problematiche
relative al traffico di esseri umani, sulla minaccia che esso
rappresenta per il successo della missione, sulle proprie
responsabilità e sui propri doveri a tale riguardo(37).Per questa
ragione, l'Alleanza ha sviluppato:a) delle norme di comportamento
per tutto il personale che è impegnato nelle missioni NATO(38), ma
che non vi appartiene. Lo scopo di queste linee guida(39) è quello
di definire gli standard di comportamento a cui le Forze operanti
sotto l'egida della NATO devono attenersi in materia di THB(40) e,
anche, quello di definire i parametri entro i quali questi
contingenti possono sostenere le autorità della Nazione ospite(41).
Infatti, alle truppe che operano sotto il comando e controllo della
NATO è proibito prendere parte o facilitare in alcun modo il
THB(42). Questi stessi effettivi devono supportare, entro le loro
competenze ed il loro mandato, gli sforzi delle autorità della
Nazione ospite nel combattere tale fenomeno(43). Per raggiungere
questo fine, è necessario che le autorità della NATO e dei Paesi
che partecipano alle diverse missioni adottino delle appropriate
misure di attuazione, che si concretizzano in modi diversi a
seconda che si tratti di Paesi facenti parti dell'Alleanza oppure
delle Nazioni contribuenti:- nel primo caso, infatti, le autorità
della NATO dovrebbero includere come requisito permanente lo
sviluppo, all'interno dell'esistente dottrina sulle peace support
operations (PSO)(44), di specifiche politiche affinché le Forze
NATO sostengano gli sforzi delle autorità nazionali nel contrasto
del THB. Nel contempo, che si creino dei specifici moduli formativi
per il personale della NATO sulla tematica del THB: moduli, questi,
che dovrebbero comprendere l'ausilio di esperti in materia anche
appartenenti ad altre organizzazioni internazionali e/o ad ONG.
Infine, che si sviluppino capacità valutative per analizzare i
progressi fatti nella lotta al THB e, soprattutto, che si metta in
atto un meccanismo atto a riportare, in modo trasparente e
confidenziale, eventuali violazioni di appartenenti alle truppe
dell'Alleanza Atlantica per ciò che concerne questo
argomento(45);- nel secondo caso, invece, i Paesi contribuenti
dovrebbero organizzare moduli di addestramento specifici
sull'argomento per tutto il proprio personale. Questi corsi
dovrebbero includere, oltre alla specifica tematica relativa al
THB, anche quali siano le conseguenze legali a cui vanno incontro
coloro che infrangono le leggi anti-THB(46). Proprio per questo, le
linee guida della NATO raccomandano che le Nazioni partecipanti
rivedano la propria legislazione in materia, allo scopo di renderla
più adeguata alle esigenze di contrasto, affinché sia certo che gli
appartenenti alla Forza che si rendano responsabili, in qualunque
modo, di THB siano perseguiti e puniti adeguatamente(47);b) dei
programmi di addestramento ed educativi(48) sulla tematica
specifica, poiché si è ritenuto che la conoscenza e la
consapevolezza di che cosa sia il THB costituiscano gli elementi
chiave per il successo del contrasto del fenomeno. Il training si
concentrerà dunque non solo nel fornire una panoramica generale su
cosa sia il THB, ma porrà anche il personale di fronte alle
conseguenze di un eventuale coinvolgimento nel THB. Per fare ciò,
sono state sviluppate due tipologie di addestramento, che
consistono in:- un modulo generale per tutto il personale che è
inquadrato all'interno di un'operazione NATO(49);- moduli più
particolareggiati per coloro che hanno specifiche responsabilità,
sia dal punto di vista della legislazione nazionale sia da quello
della policy della NATO, di controllo del personale(50).Da parte
dei comandanti NATO, dunque, l'azione di contrasto al THB dovrebbe
procedere dapprima con l'eventuale individuazione del reato,
dopodiché ne dovrebbe essere data informazione alla catena di
comando della forza: in particolare, dovrebbero esserne informate
anche le cellule CIMIC, LEGAD e POLAD e le Forze di polizia del
Paese di appartenenza del sospetto. In seguito, ogni altra azione
spetta esclusivamente alla Nazione del contingente di cui fa parte
il presunto colpevole, poiché le norme giuridiche atte a regolare,
se del caso, questa fattispecie sono esclusivamente quelle dello
Stato di appartenenza. Deriva proprio da questo limite l'insistenza
della NATO affinché tutti i Paesi, membri o meno dell'Alleanza
Atlantica, ratifichino la Convenzione delle Nazioni Unite contro la
Criminalità Organizzata Transnazionale e, in particolare, i suoi
Protocolli: infatti, solo grazie ad una univoca, certa e efficace
legislazione nazionale in materia di lotta al traffico di esseri
umani, la politica messa in atto dall'Alleanza per il contrasto di
questo fenomeno può avere un risultato positivo;c) delle linee
guida per lo staff della NATO al fine di evitare la promozione e la
facilitazione del THB(51). Queste ribadiscono che lo staff(52)
della NATO non può essere coinvolto nel THB né facilitarlo e che,
al contrario, ha il dovere di segnalare al proprio comandante (o
supervisore) ogni eventuale caso di THB di cui potrebbe essere a
conoscenza, così come di qualunque coinvolgimento di personale
dell'Alleanza nel THB, inclusi i casi di sfruttamento
sessuale(53).Al fine di garantire che questo avvenga, le Nazioni
della NATO devono garantire che il personale che è sotto la sua
giurisdizione e che è stato coinvolto in attività criminali legate
al THB sia processato secondo la legislazione nazionale(54).
3. Conclusioni
La vendita e lo sfruttamento, delle persone, soprattutto per scopi
sessuali, hanno assunto una certa rilevanza, sia data la portata
globale del fenomeno sia per il coinvolgimento di un numero sempre
crescente di vittime. La partecipazione della criminalità
organizzata, in questo tipo di traffico, è poi favorita da lauti
guadagni a fronte di pochi rischi. Questi sono ancor più ridotti in
quelle aree dove situazioni di tensione interna o di guerra hanno
diminuito il potere di prevenzione e di contrasto da parte dello
Stato.Ed è proprio questa consapevolezza che ha spinto l'Alleanza
Atlantica ad affrontare una tematica tanto delicata e complessa
quale quella del traffico di esseri umani.Nonostante la serietà e
la decisione con cui la NATO si è interessata al fenomeno ed ha
cercato di porvi un freno, permangono alcune difficoltà, che, pur
influenzando inevitabilmente il successo della policy
dell'Alleanza, non dipendono né dalle sue scelte o né dalle
politiche che essa adotta.Infatti, lo sforzo messo in atto da
Bruxelles, insieme a quanto proposto dal Palazzo di Vetro, sono
utili per controllare, e in qualche modo contrastare, le devianze
solo dei propri Contingenti(55), mentre non sarebbe possibile, per
nessuna delle due Organizzazioni, riuscire a controllare il gran
numero di persone - soprattutto stranieri - che, a vario titolo, si
riversano in aree d'operazioni: si pensi, ad esempio, a quante sono
le organizzazioni internazionali che non appartengono alle Nazioni
Unite ed alla galassia di organizzazioni non governative(56) che
vanno ad operare nei teatri e che non hanno alcun dovere (né alcun
diritto) di controllare in modo specifico il comportamento del
proprio personale.Per ciò che riguarda più direttamente la NATO, la
difficoltà maggiore che permane è che l'intero processo di
repressione e punizione del fenomeno resta saldamente in mano alla
Nazione di appartenenza. E se, per quanto in suo potere, l'Alleanza
preme affinché tutti i Paesi ratifichino la Convenzione ONU e i
suoi Protocolli, poco può fare affinché coloro che sono ritenuti
colpevoli di crimini legati al THB ricevano adeguate misure
punitive una volta rientrati in Patria(57).Ciononostante, fanno
comunque onore all'Alleanza Atlantica gli sforzi compiuti e
l'impegno messo in atto per fare quanto più possibile per
contrastare uno dei fenomeni più preoccupanti della nostra
epoca.
(*) - Dottoressa in Scienze diplomatiche e internazionali.
(1) - A.R. Zolberg, The Politics of Immigration Policy, American
Behavioral Scientists, numero 42, 1999, pag. 1276, citato in G.
Sciortino, Un'analisi dell'industria dell'ingresso clandestino in
Italia, in L'Italia nel sistema internazionale del traffico di
persone, CeSPi, 1999, pag. 3.
(2) - Sebbene si potrebbe far riferimento a questa fattispecie
anche con la traduzione italiana di "immigrazione illegale", si è
tuttavia preferito utilizzare l'espressione originale in inglese,
poiché ne rende più pienamente il reale significato concettuale:
"contrabbando di migranti". È infatti opportuno ricordare che il
Dizionario (M. Cortellazzo e P. Zolli, Il nuovo etimologico,
Zanichelli, Bologna, 1999, ad vocem) definisce il termine
"contrabbando" come "importazione o esportazione di merci
escludendo il pagamento dei dovuti tributi".
(3) - Si tratta del Protocol against the Smuggling of Migrants by
land, sea and air, supplementing the United Nations Convention
against Transnational Organized Crime (Protocollo contro
l'immigrazione clandestina via terra, via mare e per via aerea, ad
integrazione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la
Criminalità Organizzata Transnazionale) e del Protocol to prevent,
suppress and punish trafficking in persons, especially women and
children, supplementing the United Nations Convention against
Transnational Organized Crime (Protocollo per la prevenzione, la
repressione e la condanna del traffico di esseri umani, con
particolare riferimento a donne e minori, ad integrazione della
Convenzione delle Nazioni Unite contro la Criminalità Organizzata
Transnazionale). Per dovere di correttezza, si precisa che nessuna
delle traduzioni, degli articoli delle convenzioni o della politica
della NATO qui riportate, proviene da fonti ufficiali e, dunque,
che non ha alcun valore né alcuna rilevanza ufficiale.
(4) - "… The procurement, in order to obtain, directly or
indirectly, a financial or other material benefit, of the illegal
entry of a person into a State Party of which the person is not a
national or a permanent resident": cfr. Protocol against the
Smuggling of Migrants by land, sea and air, supplementing the
United Nations Convention against Transnational Organized Crime,
cit., art. 3a.
(5) - "... Il reclutamento, il trasporto, il trasferimento,
l'alloggio o la semplice ricezione di persone, con la minaccia di
ricorso o con l'uso della forza o di altre forme di coercizione,
con il rapimento, con l'inganno, con delle insidie, o tramite
l'abuso di potere o della posizione di vulnerabilità della vittima,
o tramite il pagamento o la ricezione di somme di denaro o di altre
forme di compensi per ottenere il consenso di una persona che abbia
il controllo su un'altra, ai fini dello sfruttamento": cfr.:
Protocol to prevent, suppress and punish trafficking in persons,
especially women and children, supplementing the United Nations
Convention against Transnational Organized Crime, art. 3a.
(6) - È comunque opportuno sottolineare come il confine tra SoM e
THB sia talvolta molto labile e possa accadere che coloro che
scelgono volontariamente di lasciare il proprio Paese finiscano
nelle mani di sfruttatori senza scrupoli.
(7) - In generale, il più alto numero di vittime del traffico
riguarda persone che provengono dal continente asiatico, mentre dai
Paesi dell'Est Europa riforniscono soprattutto giovani donne da
avviare alla prostituzione in Europa e in Nord America. Le ragioni
che favoriscono la tratta si possono riassumere in due: fattori di
espulsione (quali ad esempio povertà, disoccupazione, disparità di
genere, rottura dei legami sociali) e fattori di attrazione (che
vanno dalle immagini di ricchezza provenienti dai media -
soprattutto dalle pubblicità - alle storie dei migranti che hanno
avuto successo).
(8) - Per fare un raffronto, il Prodotto Interno Lordo di questi
Paesi è di intorno ai US$ 7.000 annui (così ripartiti: Russia: $
8.808; Bulgaria: $ 7.404; Romania: $ 6.932; Ucraina: $ 5.140),
mentre la Moldavia ha un PIL pro capite di soli $1.777 annui.
L'Italia ha un PIL pro capite annuo di $ 27.032. Fonte: ENI, World
Energy and Economic Atlas, 2005.
(9) - Molto spesso, inoltre, a parità di lavoro, le donne
percepiscono salari inferiori e, in generale, la condizione sociale
femminile non è ancora egalitaria rispetto a quella dell'uomo. A
fronte di ciò, tuttavia, le responsabilità e le aspettative nei
confronti delle donne sono elevate, tali per cui molte, pur
consapevoli del tipo di lavoro che potrebbero essere costrette a
svolgere all'estero, optano per questa scelta, per aiutare
economicamente la famiglia, e, nello tempo stesso, per fuggire
dall'ambiente in cui hanno vissuto. Si veda: F. Miko, Trafficking
in Women and Children: the U.S. and International Response, CRS
Report for Congress, 26 marzo 2004; IOM Kosovo, A General Review of
the Psychological Support and Services Provided to Victims of
Trafficking, settembre 2003.
(10) - Da notare, a questo proposito, che, soprattutto nei Paesi
dell'ex blocco sovietico, permane, a parità di incarico, una
notevole differenza remunerativa tra uomini e donne, a netto
vantaggio dei primi, a cui si aggiunge che, spesso, la stessa
scelta del lavoratore è fatta su basi preferenziali a vantaggio
degli uomini: questo processo è chiamato feminisation of poverty. A
queste politiche discriminatorie sul lavoro non corrisponde,
tuttavia, nessun vantaggio. Al contrario, il peso di responsabilità
sulle donne è in costante crescita ed è, in parte, anche questa
pressione sociale che favorisce la ricerca di impieghi all'estero.
Si veda a questo proposito: B. Limanowska, Trafficking in human
beings in Southeastern Europe, UNICEF, 2002, soprattutto pagg.
5-6.
(11) - Gli avvisi dei governi, quelli delle organizzazioni
internazionali, ad esempio IOM - Organizzazione Internazionale per
le Migrazioni - UNICEF, OSCE, ed altre, e delle organizzazioni non
governative interessate al fenomeno hanno costretto le
organizzazioni criminali a modificare in parte il proprio
approccio: sempre più spesso, le vittime del traffico sono
consapevoli del tipo di incarico che sarà loro affidato una volta
giunte a destinazione, vale a dire prostituirsi. Ciò che viene loro
taciuto, tuttavia, è il fatto che, per farlo, saranno private della
loro libertà e di gran parte dei loro proventi. Nonostante ciò,
tuttavia, accade raramente che qualcuna decida di rinunciare,
perché, per quanto limitato sia il loro guadagno, con esso sono pur
sempre in grado di mantenere la famiglia di origine meglio che con
qualunque stipendio che una donna potrebbe ottenere in
Patria.
(12) - Molte di queste sono donne già vittime del traffico e che,
tornate in patria, continuano a lavorare per l'organizzazione che
le aveva in precedenza sfruttate.
(13) - Consapevoli di questo, le autorità turche hanno deciso di
distribuire, direttamente negli aeroporti, volantini su cosa sia il
traffico di esseri umani e su quali possibilità lo Stato turco
offra alle ragazze che ne sono vittime. Queste possibilità
consistono in centri di ascolto (il numero verde 157), aperti 24
ore su 24 tutta la settimana, in cui si trovano interpreti in sei
lingue, così da facilitare la comprensione della vittima e quindi
l'aiuto ed il sostegno.
(14) - La maggior parte delle volte, tuttavia, sono costrette a
consegnarli ai loro aguzzini. Questo gesto ha due conseguenze: in
primo luogo, la vittima rimane priva di qualunque documento
d'identità, il che significa che percepisce di essere ancora più
legata a coloro che la sfruttano; in secondo luogo, questi
documenti possono poi essere falsificati ed utilizzati da altre
ragazze, il che porta ad un doppio guadagno da parte
dell'organizzazione criminale.
(15) - La regione balcanica, da questo punto di vista, costituisce
un ideale punto di transito e di destinazione per molte delle donne
provenienti dall'Est Europa. Le rotte, tuttavia, non sono solo, è
ovvio, segrete, ma variano anche a seconda delle necessità,
dell'efficacia dell'opera di contrasto, delle convenienze
economiche del trasporto e degli accordi tra le diverse
organizzazioni criminali che controllano i territori di
transito.
(16) - US Department of State, Trafficking in Persons Report, 2005,
pag. 6. Le stime possono essere molto divergenti tra loro: nel 2001
l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), ad
esempio, offriva un range ancora maggiore, supponendo che le
vittime fossero tra le 700.000 e i 2 milioni (IOM, "2001
Trafficking in Migrants," Quarterly Bulletin, numero 23, aprile
2001).
(17) - US Department of State, Trafficking in Persons Report, 2005,
pag. 6. Il numero di bambini (minori sotto i 18 anni) è in costante
aumento e vengono impiegati soprattutto nell'industria del sesso e
della pedopornografia. Molti di loro vengono direttamente venduti
dai propri genitori: per esempio, in alcuni Paesi africani, i
debiti di una famiglia vengono passati da una generazione
all'altra, per cui i genitori vendono i figli nel tentativo di
estinguere il debito contratto da loro stessi o anche dai propri
genitori. Parimenti, la vendita di spose-bambine costituisce una
pratica comune in alcune regioni di Cina ed India, laddove cioè
l'infanticidio di feti femminili o volontaria uccisione per fame di
neonate, a causa della preferenza per la nascita di progenie di
sesso maschile, ha provocato una totale disparità e disomogeneità
demografica. Tralasciando volutamente la questione dei bambini
soldato, pratica comune non solo in alcuni Paesi africani, ma anche
in Myanmar e Colombia, ritengo necessario ricordare che molti
bambini - di giovanissima età, talvolta tra i tre e i quattro anni
- che provengono soprattutto dall'Asia Orientale (in particolare
Pakistan e Bangladesh) o dall'Africa, sono venduti nell'area del
Golfo Persico per essere utilizzati come fantini nelle corse di
cammello. Dal momento che è fondamentale che il fantino sia il più
leggero possibile, molti di loro vengono tenuti quasi a livello di
indigenza, privi di qualsiasi assistenza medica ed in drammatiche
condizioni igenico-sanitarie. Su questo tema è intervenuto il
governo degli Emirati Arabi Uniti, tra i più interessati dal
fenomeno, ma anche uno dei primi a cercare soluzioni normative per
fronteggiare il fenomeno: ai minori provenienti dai Paesi che
normalmente forniscono questo mercato viene richiesto di possedere
un proprio passaporto, mentre il Governo di Abu Dhabi ha iniziato a
collaborare con l'UNICEF e con i Governi di provenienza dei minori
- in questo caso si tratta di Pakistan, Bangladesh, Sudan e
Mauritius - per sviluppare azioni di contrasto congiunte, nonché
per rimpatriare tutti i minori sfruttati come fantini di cammelli.
Si veda: US Department of State, op. cit., pag. 12 e BBC News,
"More child camel jockeys return", 8 luglio 2005. Sullo specifico
argomento si vedano anche: www.camelraces.com, www.antislavery.org,
www.unicef.org. Sullo sfruttamento dei bambini: UNICEF, Children on
the Edge: Protecting Children from Sexual Exploitation and
Trafficking in East Asia and the Pacific, UNICEF, 2001; UNICEF,
Childhood Under Threat 2005.
(18) - Nei decenni scorsi, il THB e l'immigrazione illegale si sono
diretti verso l'Unione Europea, l'America del Nord, l'Australia e
la Nuova Zelanda. Negli ultimi anni si è avvertito un lieve
cambiamento. Da una parte, le politiche sempre più restrittive dei
Paesi sviluppati e le conseguenti pene maggiori inflitte agli
immigrati irregolari hanno contribuito a scoraggiare, sebbene solo
in minima parte, il fenomeno. Soprattutto, però, alcune aree
geografiche hanno accresciuto la propria economia, diventando così
nuovi poli di attrazione sia per gli immigrati clandestini, sia per
i trafficanti di esseri umani. In questo senso, un caso emblematico
è rappresentato dalla Turchia: fino a pochi anni fa Paese di
provenienza di molti immigrati clandestini (soprattutto di etnia
kurda), ora è divenuto un importante punto di arrivo anche per
molte vittime di THB provenienti dall'Europa centro-orientale. Le
ragioni sono molteplici: da una parte la notevole crescita
economica conosciuta dal Paese negli ultimi anni, dall'altra un
relativamente semplice accesso ai visti d'entrata nel Paese per
coloro che provengono, oltre che dall'Unione Europea, anche dagli
Stati dell'ex blocco sovietico, e che consiste esclusivamente
nell'acquisto di visto d'ingresso del valore di US$ 10 al momento
dell'arrivo entro i confini nazionali. La stessa area centrasiatica
sta subendo simili evoluzioni: il Kazakhistan sta infatti
diventando un polo di attrazione per i trafficanti di esseri umani
provenienti dai Paesi circostanti, soprattutto dal più povero
Uzbekistan.
(19) - È il caso dell'Italia, ad esempio, dove, oltre a motivazioni
di carattere culturale e soprattutto ad interessi criminali
altrimenti contrastanti, è vero che la maggior parte delle ragazze
destinate al mercato della prostituzione trova la via delle più
ricche città del nord e del centro, piuttosto che delle aree del
Mezzogiorno. Si veda ad esempio: C. Motta, Immigrazione clandestina
e criminalità: Puglia frontiera d'Europa, pagg. 39-49, in S.
Becucci e M. Massari (a cura di), Mafie nostre, mafie loro,
Einaudi, Torino, 2001.
(20) - È stato anche sostenuto che "la schiavitù sessuale o
l'induzione alla prostituzione siano 'effetti collaterali negativi'
della pace che le operazioni forniscono come un bene pubblico",
intendendo con "effetti collaterali negativi" che queste siano la
causa di "un esito negativo all'interno di qualunque tipo di
mercato, che così costringe il lato della domanda ad un costo più
alto di produzione del proprio bene o servizio", D. Pallen, Sexual
Slavery in Bosnia: The Negative Externality of the Market for
Peace, Swords & Ploughshares, 2002, pagg. 27-43.
(21) - Su questo tema, le maggiori polemiche a livello mediatico
hanno riguardato, infatti, le truppe delle Nazioni Unite impegnate
in territorio africano, in Burundi ad esempio ma soprattutto nella
Repubblica Democratica del Congo: in merito si veda infra, nota
successiva.
(22) - La questione dello stretto legame tra traffico di esseri
umani (soprattutto giovani donne), prostituzione forzata, e
missioni di pace ha interessato in modo particolare le Nazioni
Unite che, all'inizio del nuovo millennio, hanno subíto una serie
di attacchi da parte della stampa sul comportamento di alcuni
militari operanti sotto l'egida del Palazzo di Vetro. Si veda ad
esempio: M. Jordan, UN tackles sex abuse by troops, BBC News.com.,
21 giugno 2005; O. Bowcott, Report reveals shame of UN
peacekeepers, Guardian International, 25 marzo 2005, nel quale si
legge, tra l'altro, che "la reputazione delle missioni di
peacekeeping delle Nazioni Unite ha subito ieri un colpo umiliante,
quando da un rapporto interno è emerso che sono stati riscontrati
ripetuti casi di abusi sessuali e di stupri perpetrati dai soldati
che avrebbero dovuto restaurare lo stato di diritto"; C. Lynch,
U.N. Faces More Accusations of Sexual Misconduct, Washington Post,
13 marzo 2005; C. Lynch, U.N. Sexual Abuse Alleged in Congo,
Washington Post, 16 dicembre 2004. Per quanto diverse siano le
missioni incriminate (Burundi, Timor Est, Libera, Costa d'Avorio e
Kosovo - si vedano per tutti: S. Price, New sex misconduct claims
hit UN, BBC News, 17 dicembre 2004, Global Forum Policy, Burundi:
UN Mission sets up units to check sexual abuse, 15 novembre 2004,
S. Martin, Must boys be boys?, Refugees International, ottobre
2005), lo scandalo ha avuto inizio con la missione nella Repubblica
Democratica del Congo (Missione MONUC): nella primavera del 2002,
infatti, ipotesi di diffusi abusi sessuali su donne e bambini
rifugiati o su IDPs (Internally Diplaced Persons) si sono
incentrate sul personale - civile e militare - operante nella
missione MUNOC.
La gravità delle accuse, tra le quali anche pedofilia e foto e
video pedopornografici, ha costretto le Nazioni Unite a stilare
rigidi codici di condotta. Quello del MONUC, nello specifico,
afferma che "è strettamente proibito a tutto il personale del
MONUC:
- compiere qualsiasi atto o abuso sessuale, o comunque
riconducibile ad attività sessuali, o di compiere atti che
comportino l'umiliazione, il disonore o lo sfruttamento in base al
sesso della vittima;
- avere alcun tipo di attività sessuale con minori (persone di età
inferiore ai 18 anni); l'errata attribuzione della maggiore età ad
un persona non sarà ritenuta valida in sede di difesa;
- utilizzare minori o adulti per procurare servizi di carattere
sessuale ad altri;
- scambiare soldi, lavori, beni o servizi per ottenere prestazioni
sessuali da prostitute o da altri;
- richiedere alcun tipo di favore sessuale in cambio delle attività
di assistenza umanitaria svolte, o in cambio di cibo o di qualsiasi
altro bene destinato ai rifugiati;
- recarsi in case di tolleranza o in altri luoghi dichiarati non
frequentabili".
L'espressione "abuso sessuale" indica, secondo quanto stabilito dal
bollettino del Segretario Generale ST/SGB/2003/13 del 9 ottobre
2003, riguardante le misure speciali per la protezione da
sfruttamento e da abuso sessuale, any actual or attempted abuse of
a position of vulnerability, differential power, or trust, for
sexual purposes, including, but not limited to, profiting
monetarily, socially or politically from the sexual exploitation of
another (ogni consumato o tentato abuso sessuale, tramite lo
sfruttamento di una posizione di vulnerabilità della vittima, o di
potere della parte agente, o della fiducia nutrita nei suoi
confronti, nonché l'ottenimento, incluso ma non esclusivo, di un
profitto economico, sociale o politico derivanti dallo sfruttamento
sessuale di una persona). Mentre, con "sfruttamento sessuale" si è
inteso actual or threatened physical intrusion of a sexual nature,
whether by force or under unequal or coercive conditions (la
minaccia o l'effettiva unione di natura sessuale, ottenuta con la
forza o a causa di condizioni sfavorevoli o di necessità da parte
della vittima). Ciò che va tuttavia sottolineato è che, da quando
si sono avute le prime accuse, il numero di denunce è sensibilmente
aumentato, tanto che lo stesso Segretario Generale, Kofi Annan, ha
affermato: "L'aumento delle accuse è causa di profondo turbamento"
e che sebbene il numero delle accuse, dall'anno 2003, si sia
duplicato, il Segretario Generale è consapevole che i dati non
riflettono ancora la vera estensione di questi deplorevoli
incidenti (BBC news, UN sexual allegations double, 6 maggio 2005).
Le Nazioni Unite hanno cercato di rispondere con determinazione non
solo alle accuse rivolte ai propri uomini, ma soprattutto cercando
di impedire che tali eventi si potessero ripetere. Per questa
ragione, nel giugno 2004, il Segretario Generale Kofi Annan ha
approvato un lavoro proposto dal Dipartimento per le operazioni di
peacekeeping, dal titolo "La Posizione Ufficiale circa il fenomeno
del traffico di esseri umani e le operazioni di pace delle Nazioni
Unite", Position Paper on Human Trafficking and United Nations
Peacekeeping. Tale politica, completata dal Code of Conduct on
Sexual Exploitation and Sexual Abuse (Codice di condotta sullo
sfruttamento sessuale e sull'abuso sessuale), promuove un approccio
di tolleranza zero verso gli abusi sessuali e il coinvolgimento di
peacekeepers delle Nazioni Unite nel THB. Per ciò che concerne la
politica delle Nazioni Unite in materia si veda
http://www.un.org/Depts/dpko/dpko/ctte/SEA.htm.
(23) - La violenza contro le donne durante i conflitti armati è
stata, ed è ancora, "pratica comune" in molte parti del mondo. Lo
sfruttamento sessuale di donne catturate nel territorio controllato
dai belligeranti (siano essi regolari o meno) è stato testimoniato
in Angola (UN, Peace, Women and Security, New York, 2002), nel
conflitto della ex Yugoslavia, in Sierra Leone, in Liberia, a Timor
Est, nella Repubblica Democratica del Congo ed in quasi ogni altro
conflitto. Si veda: S. Wölte, Armed Conflict and Trafficking in
Women, Deutsche Gesellschaft für Technische Zusammenarbeit (GTZ),
gennaio, 2004.
(24) - A questo proposito si ricorda inoltre che donne e bambini
costituiscono la maggioranza dei rifugiati e degli internally
displaced persons (IDPs): questa condizione li rende ancora più
vulnerabili e indifesi. Proprio le difficoltà economiche rendono i
rifugiati o gli IDPs più facilmente ricattabili. Questo è stato
chiaramente messo in evidenza dal recente rapporto di Save the
Children sulla situazione in Liberia (From Camp to Community:
Liberia study on exploitation of children, 2006), nel quale si
delineano i fattori che incoraggiano le donne e i minori dei campi
profughi a offrire prestazioni sessuali in cambio di denaro. Questi
derivano non solo da severe privazioni economiche e dalle pressioni
dei genitori, ma anche dal desiderio di possedere piccoli oggetti
alla moda. Questo, in particolare, attrae soprattutto le ragazze
più giovani (molto spesso minori di giovane età, tra i 10 e i 12
anni). Costoro, però, sono anche quelle che possono essere
ingannate più facilmente e che ricevono meno delle ragazze più
adulte, e talvolta nulla. Spesso, poi, il pagamento non avviene in
contanti, ma con cibo (che avrebbe dovuto essere comunque destinato
ai profughi), passaggi in auto, piccoli favori, come poter vedere
un video. Talvolta i campi profughi, soprattutto quando permangono
per lungo tempo, possono favorire l'interessamento della
criminalità organizzata, che trova nel campo quanto necessario ai
propri affari.(25) - Esiste infatti una giustificazione formale per
il possesso e per lo sfruttamento delle ragazze: nel momento in cui
lasciano la loro casa, le ragazze iniziano a contrarre un debito
nei confronti dell'organizzazione criminale che fornisce loro il
supporto logistico e i mezzi per arrivare a destinazione (ovunque
essa sia). Per ripagare questo debito la ragazza viene venduta, ma
il nuovo acquirente considera il prezzo di vendita come parte del
proprio investimento, per cui la vittima non può percepire alcun
guadagno se non dopo aver saldato questo iniziale debito nei
confronti del suo nuovo sfruttatore. A ciò si aggiunge poi che,
dalla supposta paga che dovrebbe essere percepita dalla ragazza,
vengono detratte tutte le spese di vitto e alloggio, così che è
materialmente impossibile per la vittima ripagare il debito. Quando
ciò avviene, il proprietario rivende la ragazza e ricomincia quindi
un nuovo ciclo di debiti. A questi vantaggi economici, si
aggiungono anche questioni relative alla sicurezza: le vittime che
vengono spostate continuamente non possono crearsi delle amicizie,
non possono fidarsi di nessuno, non possono rivolgersi a nessuno,
sono completamente nelle mani dei loro sfruttatori e dipendono in
tutto e per tutto da loro. Talvolta, per aumentare questa
dipendenza e per ridurre le possibilità di fuga, le ragazze vengono
costrette ad assumere sostanze stupefacenti, fornite loro dagli
stessi aguzzini. Sull'argomento, si veda tra gli altri: Human
Rights Watch, Hopes betrayed: Trafficking of Women and Girls to
Post-Conflict Bosnia and Herzegovina for Forced Prostitution, Human
Rights Watch, volume 14, numero 9, novembre 2002.
(26) - Questo rende, a sua volta, estremamente complesso poter
infiltrare agenti specializzati per conoscere dall'interno le
strutture criminali. Lo stringente controllo, fisico e psicologico,
delle vittime, complica ulteriormente la situazione. Sul rapporto
tra criminalità organizzata e THB si veda, tra gli altri:
International Center for Migration Policy Development (ICMPD), The
relationship between Organized Crime and Traffick in aliens, giugno
1999.
(27) - Un ambiente sicuro e stabile in cui operare costituisce il
principio chiave delle operazioni della NATO nei Balcani. Sia,
infatti, i mandati della missione SFOR (Stabilization Force, attiva
dal dicembre 1996 al dicembre 2005) sia quelli di KFOR prevedono
espressamente che venga istituito tale ambiente. Si vedano, a tale
proposito, il sito della SFOR
www.nato.int/sfor/organization/mission.htm (SFOR mission is to
provide a secure and safe environment in Bosnia and Herzegovina),
sia il Military Technical Agreement between the International
Security Force (KFOR) and the Governments of the Federal Republic
of Yugoslavia and the Republic of Serbia
(ww.nato.int/kfor/kfor/documents/mta.htm) sia la Risoluzione 1244
del Consiglio di Sicurezza.
(28) - Questa stima pone il THB tra le attività criminali più
redditizie, essendo secondo, infatti, solo al traffico di armi e a
quello di sostanze stupefacenti: US Department of State,
Trafficking in Persons Report, 2005, pag. 13.
(29) - Ad esempio, traffico di sostanze stupefacenti, di armi, di
merci contraffatte, lavaggio di denaro sporco, sequestri, omicidi.
Soprattutto, a queste attività sono spesso legati fenomeni di
corruzione, che investono le ancor deboli istituzioni locali,
rendendo più complesso e più lungo il processo di democratizzazione
e di rinnovamento di cui dovrebbero essere portatrici le missioni
di pace.
(30) - è interessante notare, infatti, che la tubercolosi, malattia
infettiva da sempre presente nella storia dell'uomo, ma che fino a
pochi anni fa si riteneva vicina all'eliminazione, è ricomparsa con
tutta la sua potenza. Secondo il rapporto 2005 sulla tubercolosi
pubblicato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel
marzo dell'anno scorso, circa un terzo della popolazione mondiale è
infettato con il batterio responsabile della patologia, mentre nel
solo anno 2003, ci sono stati quasi 9 milioni di nuovi casi in
tutto il mondo. Per questo, mentre "nel 1989, al quartier generale
dell'OMS di Ginevra, lo staff dedicato alla tubercolosi era
composto di due sole persone: oggi sono un centinaio", da: V.
Murelli, Vincere la tubercolosi, Le Scienze, agosto 2005, pag.
54.
(31) - è opportuno sottolineare come, nel corso dell'ultimo
decennio, la questione sanitaria stia assumendo un ruolo sempre
maggiore nelle relazioni internazionali (si vedano, a tale
proposito: C. McInnes e K. Lee, Health, security and foreign
policy, Review of International Studies, numero 32, 2006, pagg.
5-32). Ciò riguarda, in modo particolare, la diffusione di
HIV/AIDS, che viene considerata una vera e propria pandemia, poiché
exacerbated by conditions of violence and instability, which
increase the risk of exposure to the disease through large
movements of people, widespread uncertainty over conditions and
reduced access to medical care (R. Bazergan, HIV/AIDS: Policies and
programmes for blue helmets, Institute for Security Studies Paper,
numero 96, 2004, pag. 1). In effetti, l'UNAIDS - Joint United
Nations Programme on HIV/AIDS (Programma congiunto delle Nazioni
Unite sull'HIV/AIDS) - ritiene che circa 44 milioni di persone
siano attualmente infette, mentre circa 3 milioni siano morte nel
corso del 2004. Ma non solo. Recentemente, i soldati sono stati
inclusi nella lista di coloro che sono a maggior rischio di
infezione da HIV/AIDS, ma sono considerati anche come uno dei
principali gruppi "ponte", in grado di contribuire a diffondere la
malattia in altre regioni ed in altri ceti sociali. Gli eserciti,
infatti, sono di norma composti da giovani uomini che spesso
prestano servizio lontano dagli affetti famigliari per lunghi
periodi e che hanno un'alta disponibilità economica. Come messo in
rilievo da Bazergan (op. cit., pag. 2), "uno studio del 1997 ha
trovato una correlazione tra gruppi di persone positive all'HIV nel
nord della Namibia e la loro prossimità con basi militari. Allo
stesso modo, studi sugli effetti della smobilitazione in Uganda
hanno rivelato risultati devastanti per le aree rurali dove le
truppe smobilitate, che avevano elementi positivi al virus
dell'HIV, si sono ritirate". Sotto questo aspetto, la questione
dell'HIV/AIDS tocca direttamente le possibilità di uno Stato di
inviare propri uomini all'estero. Molti Paesi, soprattutto
africani, hanno optato infatti per analisi preliminari, tali per
cui solo coloro che non risultano infetti possano prendere parte
alle operazioni di sostegno alla pace. Queste analisi, però,
potrebbero minare la capacità di alcuni Stati di inviare propri
contingenti: il contingente sudafricano (South African National
Defence Force - SANDF) presumibilmente ha avuto problemi a creare
un iniziale distaccamento di 93 soldati per la missione delle
Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUC): SANDF
ha dapprima effettuato il test su un gruppo di 400 potenziali
militari, ma al 90% di loro è stato diagnosticato che erano
HIV-positivi. Un secondo gruppo di 400 uomini ha dato risultati
leggermente più incoraggianti, in quanto dopo i test era positivo
solo l'87% (Bazergan op. cit., pag. 3, che cita, a sua volta, J.
Harker, HIV/AIDS and the security sector in Africa: a threat to
Canada, Commentary, Canadian Security Service Intelligence Service,
Ottawa, Canada, 2001).
Sull'impatto della diffusione di HIV/AIDS nelle missioni di
peacekeeping delle Nazioni Unite si veda anche: R. Bazergan, The
impact of HIV/AIDS on UN peacekeeping missions, Jane's Intelligence
Review, volume 14, numero 11, novembre 2002, pagg. 36-38. Il
problema della diffusione dell'HIV/AIDS riguarda anche lo Stato nel
quale ha luogo la missione. Negli ultimi anni, si sono registrati
aumenti nella diffusione del virus sia nei Balcani sia in Asia
Centrale. Si ritiene che la principale causa di ciò sia da imputare
all'aumento nel consumo di sostanze stupefacenti, ma ciò non
toglie, tuttavia, che la diffusione non sia limitata ai soli casi
di tossicodipendenza.
(32) - L'interesse della NATO nei confronti del THB ha iniziato a
manifestarsi all'inizio del 2003, a seguito dei primi scandali che
hanno interessato i Caschi Blu delle Nazioni Unite impegnati in
Congo. Ragioni umanitarie e di sicurezza, oltre che la necessità di
evitare scandali dannosi all'immagine dell'Alleanza Atlantica, e
tali da inficiare quindi i successi delle missioni, hanno spinto la
NATO ad affrontare con decisione la questione. La prima proposta è
venuta da Norvegia e Stati Uniti, che hanno interessato gli altri
Stati appartenenti all'Alleanza. Ciò ha portato dapprima alla
creazione di linee guida, poi, in occasione del Summit di Istanbul
del giugno 2004, alla presentazione, e alla successiva adozione, di
una policy ufficiale della NATO per combattere il THB (NATO policy
on combating human trafficking). Sul tema del THB si sono mosse
anche le Forze Armate americane: il 25 febbraio 2003, il Presidente
americano George W. Bush ha firmato una Direttiva Presidenziale di
Sicurezza Nazionale riaffermando l'interesse degli Stati Uniti nel
contrasto al traffico di esseri umani e ordinando una politica di
tolleranza zero per tutto il personale militare americano, inclusi
i peacekeepers che operano nei balcani. Successivamente, il 30
gennaio 2004, il Vice Segretario Generale, Paul Wolfowitz, ha
firmato un memorandum nel quale si afferma che il THB "è
incompatibile con i principali valori militari e non sarà in alcun
modo facilitato". Passi simili sono stati intrapresi dal Governo
norvegese, che ha adottato un piano d'azione per combattere il
traffico di donne e bambini con un budget di circa 1,3 miliardi di
Euro. Come per i militari americani, anche le Forze Armate
norvegesi hanno adottato una politica di tolleranza zero
sull'acquisto di servizi sessuali da parte di tutto il personale
militare in servizio fuori area.
(33) - La Politica della NATO per il contrasto del fenomeno del
traffico di esseri umani. Adottata ad Istanbul il 29 giugno
2004.
(34) - NATO policy on combating trafficking in human beings, art.
5. L'Italia ha disciplinato questa fattispecie con la legge "Misure
contro la tratta di persone" - legge numero 228, 11 agosto 2003 -
che ha permesso di riformulare alla luce delle nuove esigenze, gli
articoli 600, 601 e 602 del Codice Penale, aventi ad oggetto la
tratta e la riduzione in schiavitù.
(35) - NATO policy on combating trafficking in human beings, art.
6.
(36) - L'espressione "il personale impiegato nelle missioni della
NATO" vuole includere non solo i militari operanti nei contingenti
dell'Alleanza, ma anche tutto il personale civile ed i contractors
che sono stati coinvolti/assunti da Paesi della NATO. Proprio
quest'ultimo punto è messo in evidenza dal comma f dell'art. 5
della NATO policy on combating trafficking in human beings, che
così recita: (…) Allies (…) agree (…) to incorporate contractual
provisions that prohibit contractors from engaging in trafficking
in human beings or facilitating it and impose penalties on
contractors who fail to fulfil their obligations in this regard
(Gli Alleati concordano di adottare provvedimenti contrattuali che
proibiscano ai lavoratori concessionari di essere coinvolti nel
traffico di esseri umani o di facilitarlo, e di imporre delle
penaltà a coloro i quali non rispetteranno queste norme). Il
medesimo concetto è ribadito anche all'art. 3 del NATO Guidelines
on combating trafficking in human beings for military forces and
civilian personnel deployed in NATO-led operations, che recita:
Forces conducting operations under NATO command and control are
prohibited from engaging in trafficking in human beings or
facilitating it. This prohibition also applies to any civilian
element accompanying such forces, including contractors (Le forze
che contribuiscono alle operazioni sotto il comando e controllo
della NATO non possono essere coinvolte nel traffico di esseri
umani, né facilitarlo in alcun modo. Questa proibizione si applica
anche a tutti gli elementi civili che accompagnano queste forze,
inclusi i lavoratori concessionari). Senza ulteriori
specificazioni, dunque, utilizzerò il termine "personale" et
similia intendendo con ciò sia personale civile, che militare che
contractors, facente parte o meno dell'Alleanza.
(37) - NATO policy on combating trafficking in human beings, art.
5, comma d.
(38) - NATO Guidelines on combating trafficking in human beings for
military forces and civilian personnel deployed in NATO-led
operations (Linee guida della NATO per il contrasto del traffico di
esseri umani per il personale civile e delle forze armate
dispiegato in operazioni a guida NATO).
(39) - Si tratta di linee guida poiché di volta in volta devono
essere sviluppate azioni appropriate alle esigenze del
teatro.
(40) - La definizione di THB accettata dalla NATO è quella espressa
dall'art. 3 del UN Protocol to Prevent, Suppress and Punish
Trafficking in Persons, especially Women and Children,
supplementing the United Nations Convention against Transnational
Organized Crime.
(41) - Art. 1, commi a e b.
(42) - Art. 3, principi generali.
(43) - Art. 4, principi generali.
(44) - In tale senso, nel progettare e condurre PSO, le autorità
della NATO dovranno includere nel Operational Plan (OPLAN) misure
specifiche per supportare gli sforzi delle autorità del Paese
ospite per contrastare il THB (art. 9, comma a); comprendere, nella
fase di pre-dispiegamento, l'addestramento specifico sul tema del
THB (art. 9, comma b). Dovranno, infine ed in particolare,
identificare all'interno dell'area di operazioni, organizzazioni
locali e internazionali in grado di proteggere ed ospitare le
vittime del traffico (siano esse adulti o minori), nonché stabilire
appropriati contatti con queste organizzazioni (art. 9, comma
c).
(45) - Art. 8, commi a, b e c.
(46) - Art. 10.
(47) - Art. 11, comma a. L'articolo successivo (art. 11) specifica
infatti che le autorità delle Nazioni contribuenti dovrebbero non
solo effettuare corsi specifici sulle condotte criminali, ed in
particolar modo sul THB (comma a), ma anche: condurre
investigazioni e provvedimenti tempestivi ed adeguati in casi di
cattiva condotta del proprio personale (comma b); sviluppare
specifici meccanismi normativi per denunciare i crimini (comma c);
in accordo con la legislazione nazionale, creare politiche che
favoriscano e proteggano eventuali informatori in grado di fornire
prove di crimini, incluso il THB (comma d); infine, mantenere
tracce della eventuale cattiva condotta o dei crimini di un
individuo, da utilizzare per impedirne il futuro reimpiego in altre
PSO (comma e).
(48) - NATO Guidance for the development of training and
educational programmes to support the policy on combating the
trafficking in human beings (Linee guida della NATO per lo sviluppo
di programmi di addestramento ed educativi per il sostegno alla
politica di contrasto del traffico di esseri umani).
(49) - Questo modulo dovrebbe essere sviluppato prima del
dispiegamento e consistere in una panoramica generale sul THB, su
quali sono i segnali per identificare le vittime di traffico e,
dunque, su come rapportarsi ad esse, nonché una visione della
normativa della propria Nazione di appartenenza in materia (art. 3
del NATO Guidance for the development of training and educational
programmes to support the policy on combating the trafficking in
human beings).
(50) - I moduli specifici dovrebbero essere suddivisi in due parti:
l'una per i comandanti o per i supervisori, riferita a come
affrontare eventuali rapporti di coinvolgimento di proprio
personale in attività illecite, incluso il THB e quindi quali
misure prendere per contrastarlo; l'altra per le unità di polizia
militare che fanno parte del contingente nazionale, ad esempio su
come dovrebbero investigare, come devono essere trattate le vittime
del THB, come possono essere protette (art. 4). Proprio per questa
ragione, la NATO ha anche suggerito di coinvolgere nelle indagini
anche organizzazioni governative e non governative che si occupano
specificamente di questo tema, oltre a interpreti e psicologi in
grado di sviluppare con maggior facilità un dialogo e possibilmente
di ottenere, dunque, anche informazioni su quanto accaduto e sui
responsabili. I colloqui sono resi ancor più difficili dalla
negazione, da parte delle vittime, della propria situazione e di
quanto accaduto. A questo proposito, è particolarmente
significativo quanto notato dalla IOM nel corso di uno studio
svolto in Moldavia: nel 2003, infatti, la IOM ha acquistato i
diritti cinematografici per mostrare il film "Lilya 4-ever" (Lilya
4-ever, regia di Lukas Moodysson, Memfis Film, Svezia 2002; il film
narra le vicende di una minore russa vittima del traffico) a un
gruppo selezionato di circa 60.000 possibili vittime di traffico,
vale a dire persone tra i 16 e i 25 anni di età, con bassa
scolarizzazione e prive di impiego. I risultati emersi sono stati
sorprendenti: pur provando empatia per le vittime mostrate nel
film, pur comprendendo con maggiore chiarezza quali possono essere
i pericoli del traffico, nessuno degli spettatori si è riconosciuto
come potenziale vittima. E ciò, nonostante il fatto che quasi il
90% di loro si sia identificato come potenziale migrante, regolare
o meno. Si veda: M. Sander Lindstrom, Turkey's Efforts to Fight
Human Trafficking in the Black Sea Region: A Regional Approach, The
Quarterly Journal, Winter 2005, pag. 44. Sui programmi di sostegno
psicologico offerti alle vittime del traffico, si veda ad esempio:
IOM Kosovo, A General Review of the Psychological Support and
Services Provided to Victims of Trafficking, settembre 2003.
(51) - Guidelines for NATO staff on preventing the promotion and
facilitation of trafficking in human beings (Linee guida per il
personale impiegato nei Comandi della NATO per la prevenzione dello
sviluppo e della diffusione del traffico di esseri umani).
(52) - Si specifica che il termine "staff della NATO" comprende
international civilian personnel (seconded or freelance), i.e.
personnel of a NATO body recruited from among the nationals of
members of the Alliance and filling international posts appearing
on the approved establishment of that NATO body. The present policy
applies also to consultants and temporary personnel (il personale
civile internazionale - distaccato o liberi professionisti - cioè
il personale di un ente della NATO reclutato tra cittadini di
Nazioni facenti parte dell'Alleanza Atlantica e occupanti delle
posizioni di impiego previste dai vigenti organici della NATO. La
presente direttiva si applica anche ai consulenti esterni ed a
coloro che prestano servizio a tempo determinato), art. 7 del
Guidelines for NATO staff on preventing the promotion and
facilitation of trafficking in human beings.
(53) - Art. 4, commi a e b del Guidelines for NATO staff on
preventing the promotion and facilitation of trafficking in human
beings.
(54) - Art. 8 del Guidelines for NATO staff on preventing the
promotion and facilitation of trafficking in human beings.
(55) - Le Nazioni Unite denunciano anche l'ulteriore maggiore
difficoltà nel punire i responsabili civili, piuttosto che i
militari, poiché i primi non sono sottoposti, per ovvi motivi, ad
alcuna disciplina e non hanno alcuna restrizione. Si veda ad
esempio: Associated Press, Sex Abuse by UN Civilian Employees
Harder to Stop Than That of Troops, 16 marzo 2005.
(56) - Si veda a questo proposito, il già citato rapporto di Save
the Children sulla Liberia (nota 24), in particolare alle pagg.
11-12. è comunque importante sottolineare che lo sfruttamento
sessuale dei più deboli (soprattutto minori di ambo i sessi)
avviene anche da civili che non rientrano in nessuna organizzazione
internazionale o ONG. Il rapporto di Save the Children (pag. 11)
chiarisce infatti che "un ampio numero di uomini sono risultati
essere implicati in attività sessuali con minori. Si trattava di
solito di uomini adulti dell'età di 30 - 60 anni, con un certo
status sociale o economico. Alcuni di questi uomini avevano accesso
ai campi, ma molti provenivano dall'esterno, erano in visita o
lavoravano temporaneamente nei campi o nelle loro immediate
vicinanze".
(57) - La stessa difficoltà coinvolge le Nazioni Unite, che hanno
lamentato come anche coloro che sono ritenuti colpevoli di atti
criminali in missione raramente subiscano punizioni diverse dal
mero rimpatrio - la cui decisione spesso dipende dalle Nazioni
Unite stesse - senza che, una volta in Patria, ci siano altre
conseguenze. Talvolta, queste stesse persone, dopo un certo periodo
di tempo, siano inviate nuovamente all'estero, senza, dunque, che
venga tenuta in considerazione la possibilità di reiterazione del
crimine. |
Elisa Nicodamo
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