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1. Una
risposta sociologica al problema.
La cultura dell'illecito tra codici antichi e moderni Il
fenomeno della devianza minorile nel meridione d'Italia, non può
essere analizzato senza considerare sia la mancanza d'espansione di
quell'area della società moderna che trova una conferma in un
processo storico-sociale e di modernizzazione difficile, sia le
conseguenze di questo stato di cose, come il proliferare di
organizzazioni criminali presenti in forme anche molto
differenziate sul territorio napoletano. In particolare, sosteniamo
che il processo di disgregazione del tessuto sociale (fatto di
povertà, emarginazione, bassi livelli formativi con tassi
d'evasione scolastica altissimi, mancanza d'occasione di lavoro
legale) è alla radice del fenomeno della devianza sociale, in
termini generali della devianza minorile come conseguenza
inevitabile, perciò si deve ipotizzare che tale forma di devianza è
correlata alla mancanza d'espansione di quell'area di società
moderna che si sostiene avere standard di comportamento
assimilabili a quelli delle province più avanzate del resto
d'Italia. Secondo il Lamberti "sono necessarie analisi, anche
impietose, che innanzitutto restituiscano il quadro reale della
situazione sociale, economica e politica dell'area metropolitana
napoletana. Quel fenomeno che, per comodità, si continua a chiamare
camorra, infatti, non solo germina e prolifera in questa
situazione, ma ne costituisce l'elemento per così dire
discriminante…" (Lamberti, 1992, 23).
Il sistema di organizzazioni criminali che caratterizza l'area
metropolitana napoletana e si ramifica anche in altri contesti
regionali, deve essere studiato come prodotto di uno sviluppo
distorto, parassitario e fortemente caratterizzato da modalità
illegali d'intervento. Naturalmente, questo punto di vista impone
un'attenta tematizzazione degli aspetti più strettamente
sociologici del fenomeno "sistema di organizzazioni criminali"
(formazioni delle élites politiche, socializzazione dei
comportamenti e stili di vita), cioè proprio di quegli aspetti più
frequentemente rimossi ed ignorati. Va tenuto presente che
l'aspetto distintivo della camorra, rispetto a differenti
organizzazioni, sta nel cospicuo numero di persone (giovani,
soprattutto) coinvolte a vario titolo in imprese criminali
organizzate, oltre che nella pervasività del fenomeno, che copre
tutti i settori d'attività e di reddito e tutto il territorio
metropolitano. A nostro giudizio, un punto di partenza obbligato -
per ogni analisi sociologica dei fenomeni di criminalità
organizzata - è quello che tratta di manifestazioni tipicamente
metropolitane che, nella loro genesi ed espansione, nel modo di
organizzarsi, si legano alle trasformazioni che si producono in un
determinato tessuto urbano, in conseguenza del suo configurarsi
come area metropolitana. Un territorio caratterizzato, cioè, da
vasti insediamenti industriali con conseguente esplosione della
cinta urbana, da nuovi e caotici insediamenti abitativi, da forti
spostamenti di popolazione che interessano tutti gli strati
sociali, dall'espandersi della terziarizzazione per l'aumentata
richiesta di servizi e per l'aumentata importanza che assume il
settore commerciale (Lamberti, 1992, 27).
Le conseguenze sociologicamente più evidenti sono: - l'aumento
della complessità sociale, con conseguenze in ordine alla
governabilità dell'area metropolitana stessa; - la presenza di
fenomeni di separazione, reciproco isolamento della popolazione e
formazione di zone omogenee ad alto tasso permanente di
criminalità. In effetti, si è visto come la criminalità organizzata
nelle aree metropolitane si addensa stabilmente in alcuni quartieri
e che il tasso di criminalità è indipendente dai cambiamenti della
popolazione. Così, in queste situazioni territoriali, il delitto e
la delinquenza sono diventati aspetti più o meno tradizionali della
vita sociale e queste tradizioni delinquenziali sono trasmesse
attraverso contatti personali e di gruppo. All'interno del gruppo,
l'adolescente acquisisce la cultura della devianza, cioè quelle
insieme di norme, stili di vita, modelli di comportamento, modelli
di comprensione della realtà che diventeranno il bagaglio di
convinzioni, certezze che ne orienteranno l'agire sociale.
L'apprendimento non riguarda solo le tecniche o le informazioni e
le conoscenze per svolgere le differenti attività delinquenziali ma
soprattutto ciò che alcuni studiosi hanno definito come "sentire
mafioso", che garantisce "la sopravvivenza, la coesione e
l'accomunamento nei membri di una sub-cultura" (Di Maria et al.,
1989; De Leo, 1998). In generale, le idee di ciascuna persona,
derivano dalle subculture cui è più esposto e con cui si identifica
maggiormente.
È perciò vero, che gli atti devianti vanno ricondotti alle
componenti della subcultura di appartenenza, ma le forme che
assumerà la devianza dipendono dalla posizione che i soggetti
occupano nella struttura di opportunità illegittime che la
situazione di vita configura (Lamberti, 1992, pagg. 28-30). In
pratica, le diverse forme che le subculture devianti possono
assumere sono riconducibili, nel caso napoletano, a due
configurazioni. La prima si può denominare "criminale" ed è
caratterizzata dal fatto che intere zone territoriali, omogenee dal
punto di vista della subcultura deviante, sono dominate da
criminali di grande importanza, perché oltre a controllare
l'organizzazione, hanno collegamenti con gruppi convenzionali di
potere (partiti, imprenditori, organi di controllo). In contesti di
questo tipo, l'orientamento verso l'attività criminale è favorito
dalla presenza visibile di modelli riusciti di devianza.
L'apprendistato alla professione criminale è regolato da codici
d'azione e di comportamento, da prove di destrezza e di fedeltà,
soprattutto per quanto riguarda l'impiego di larghe fasce di
minori. Il secondo tipo di configurazione è quella che si può
definire "conflittuale", caratterizzata dal fatto che il potere
criminale è frantumato e le diverse organizzazioni sono in lotta
tra loro. In questa situazione sono molto socializzati e visibili
modelli di devianza riusciti, caratterizzati dall'ostentazione di
violenza e temerarietà.
I contesti urbani dominati da questa regola di configurazione della
devianza, vedono un allargarsi del suo campo d'azione, in quanto
c'è gran disponibilità di manodopera, utilizzabile nelle situazioni
più disparate. In questo senso, seguendo la tesi del Lamberti, il
fenomeno della devianza minorile a Napoli può essere meglio
compreso a partire dalle cause o facilitazioni che lo hanno
generato (insieme all'impiantarsi delle forme di criminalità
organizzata) e che si distinguono in: a. ambientali: il contesto
metropolitano napoletano, è caratterizzato da un aumento
progressivo e costante della disgregazione sociale (situazioni
abitative e di vita, il lavoro nero, il degrado delle strutture
scolastiche, le distorsioni che caratterizzano l'Amministrazione
Pubblica, la carenza di sbocchi occupazionali). Questa situazione
genera la caduta della solidarietà sociale e il diffondersi di
livelli inquietanti d'incertezza normativa, che alimenta il
riprodursi e il rafforzarsi della subcultura deviante già esistente
ed operante; b. culturali: il degrado economico, lo sfacelo
urbanistico, l'incapacità della classe politica a gestire ed
amministrare il funzionamento della macchina istituzionale,
generano ed alimentano fenomeni di distorsione criminale vistosi,
perché a tutte le altre forme d'arretratezza si aggiunge la
presenza di una subcultura deviante arretrata ed in contrasto, in
quanto a finalità e obiettivi, con la cultura industriale; c.
economiche e politiche: anche in questo caso esiste l'incapacità di
dirigere e controllare quel complesso di modificazioni avvenute
nella Pubblica Amministrazione in conseguenza del decentramento
politico-amministrativo e, soprattutto con riferimento all'aumento
delle competenze degli Enti Locali riguardo alla gestione dei
programmi d'intervento e di spesa pubblica.
Conseguentemente, la presenza sul territorio di grosse
organizzazioni criminali con radicati agganci a livello
amministrativo ha favorito il moltiplicarsi degli intrecci tra
gruppi criminali e amministrazioni locali, con il successivo
inquinamento della vita politica ed economica (Lamberti, 1992,
36).
2. Il Mezzogiorno tra marginalità e
modernizzazione
Un tentativo di analisi e di ricerca della dinamica tra sviluppo
socioeconomico del Sud, i suoi modelli culturali e la devianza
minorile è stato compiuto da Federico D'Agostino. L'ipotesi di
quest'autore, in linea con i principi dettati dalla nuova Scuola di
Chicago (Neochicagoans), si basa sulla constatazione che il modello
di sviluppo imposto al Sud e che ha avuto effetti di disuguaglianza
e arretratezza, non solo non ha prodotto un processo di
modernizzazione nel senso della cultura urbana, industriale,
sindacale propria dei paesi più avanzati, ma ha prodotto un
processo di disintegrazione di quel tessuto di modelli culturali
propri del Sud (D'Agostino, 1984, 19). In questi termini, il Sud
italiano non è per nulla una realtà omogenea, sia in termini di
contesti socioculturali sia riguardo a rapporti di dipendenza
economica tra centro e periferia che caratterizza le aree con
sviluppo anomalo. Esistono molteplici aree meridionali, alcune
caratterizzate da uno sviluppo selvaggio prodotto dall'urbanesimo e
da un certo tipo di industrializzazione, mentre altre sono soggette
allo spopolamento, alla depauperazione e marginalizzazione. I due
fenomeni sono connessi e rappresentano le due facce di uno stesso
processo che accomuna tutte le aree nei loro rapporti verso il
Nord, rispetto al quale "...il meccanismo di sviluppo che è stato
attivato non tende né tenderà a colmare il divario tra Nord e Sud,
se mai ad accrescerlo" (D'Agostino, 1984, 20).
Così, considerato che tale biforcazione si è dilatata
funzionalmente e strutturalmente al tipo di sviluppo che si è
configurato, quest'ultimo va visto sia all'interno del Sud sia nel
rapporto verso il Nord, ma inserito nel quadro più generale del
Nord Europa, Sud Europa e nell'area del Mediterraneo (D'Agostino,
1984; Del Monte, Giannola, 1978). In effetti, lo sviluppo è tale se
presenta i caratteri di un fenomeno endogeno che accelera la
mobilità sociale e la partecipazione politica, riduce il gap tra
borghesia e proletariato industriale, eleva la capacità
contrattuale del potere sindacale, elimina o riduce a livelli
minimi la disoccupazione e valorizza le forme culturali del tessuto
sociale attraverso processi di socializzazione, acculturazione e
legittimazione in cui i giovani sono soggetti attivi e protagonisti
(D'Agostino, 1984, 20). Al contrario, il sottosviluppo del Sud si
basa sulla dipendenza economica e finanziaria, sulla dipendenza
politica e culturale e sul fatto che le grandi decisioni
riguardanti questi settori sono prese fuori dell'area meridionale.
La conseguenza a questo stato di cose e ad un modello di sviluppo
imposto sono stati la resistenza, l'assenteismo, la crescita della
conflittualità sindacale e la conseguente marginalizzazione.
Quindi, più ci si addentra in un processo di sviluppo di società
tradizionali e più il rapporto e la dinamica tra variabili
economiche e culturali diventa cruciale per determinare il tipo di
sviluppo. Potremmo affermare che il problema del Sud, pur nella sua
apparente ebollizione sociale e forme d'effervescenza collettiva,
trovi una giustificazione o causa in una tendenza simile a quella
che Bienkowski chiama "pietrificazione" delle forme d'azioni
sociali, come un magma di un vulcano che pietrifica, piuttosto che
creare forme istituzionali solide e funzionali (Bienkowski, 1972,
46). La pietrificazione nasce dal processo di "routinizzazione"
delle forme collettive della vita sociale, dove secondo problemi
urgenti o d'emergenza si risponde a situazioni secondo modelli di
comportamento che sembrano improvvisazioni, ma che si sviluppano in
conformità ad un canovaccio che rappresenta appunto la mappa
(chart), direbbe Geertz, di comportamenti collettivi che hanno una
ritualità (D'Agostino, 1984, 22; Bienkowski, 1972; Geertz, 1969).
In base alle linee tracciate, possiamo dire che "un certo tipo di
sviluppo genera marginalità, ma il non-sviluppo genera
un'accentrata marginalità"(D'Agostino, 1984, 93; Bianchi et al.,
1979).
La marginalità è un processo economico, politico e culturale che
gradualmente o attraverso un movimento rivoluzionario colloca
settori della popolazione ai margini del sistema sociale. L'essere
ai margini si esprime: a. nella dipendenza eccessiva senza
possibilità di reciprocità; b. nella subordinazione senza
possibilità rivoluzionaria anche se con capacità di ribellione; c.
nella perdita della propria identità nello sforzo di integrarsi,
nel senso che la mancata integrazione equivale all'accettazione
acritica di modelli esterni alla propria cultura e il rifiuto di
aprire la propria cultura agli impulsi innovativi provenienti dalle
élites interne ed esterne (D'Agostino, 1984, 94). La marginalità è
generata dallo sviluppo dipendente e la sua crescita si esprime
nella crescente distanza tra centro e periferia, con la separazione
e ghettizzazione della sua formazione. Essa diviene il polo della
povertà, dell'analfabetismo, delle vittime, dei soggetti della
devianza e della violenza. La marginalità è "come una cultura in
vitro o un incubatore della devianza minorile e diversità sociale,
nel senso che ponendo l'individuo e il gruppo nella situazione di
ambivalenza e ambiguità lo colloca di fronte a codici morali e
culturali contrastanti e perciò devia dall'uno o dall'altro o da
tutti e due insieme" (D'Agostino, 1984, 104). Anche K.T. Erikson
afferma: "Il comportamento deviante ha più possibilità di
verificarsi quando le norme che regolano la condotta in un
determinato contesto sociale sono contraddittorie" (Erikson, 1964,
pagg. 219-230). In questo senso, la contraddittorietà nella
situazione marginale del meridione nasce appunto in questa
sovrapposizione e coesistenza di modelli propri di una società
tradizionale e modelli propri di una società moderna. Il fatto è
che la marginalità, di fronte a questi codici normativi
parzialmente interiorizzati, produce la cultura che è un misto
dell'uno e dell'altro e che può costituire anche un subsistema
culturale (D'Agostino, 1984, 106; Ciacci, Gualandi, 1977). Inoltre,
"la cultura della marginalità non è necessariamente frantumata al
proprio interno, anche se presenta elementi contraddittori, perché
l'ambiguità di cui è portatrice è inserita in un sistema gerarchico
che stabilisce priorità, regole dominanti e codici familiari
prevalenti rispetto agli altri. Perciò, la cultura della
marginalità genera devianza rispetto ai codici esterni, ma non
accetta deviazione rispetto ai codici dominanti nel proprio
subsistema" (D'Agostino, 1984, 106).
Così, la cosiddetta nuova logica del profitto e della sopraffazione
nasce dall'impossibilità di raggiungere le mete tradizionali con i
metodi di un tempo, in sostanza, "l'evoluzione delle mete si
accompagna all'adozione di tecniche moderne e all'uso di nuove
tecnologie che sono le nuove sovrastrutture che si sovrappongono ad
una mentalità di tipo arcaico" (D'Agostino, 1984, 106; Lamberti,
1992, pagg. 21-45). La devianza, è una risposta adattiva
dell'individuo e del gruppo ad una situazione d'ambivalenza
comportamentale ed è una mediazione tra codici tradizionali e
moderni. D'altra parte, essa è integrativa, ha degli obiettivi da
raggiungere e nello stesso tempo risponde a fenomeni di latenza,
tensioni, conflitti e drammi presenti nell'area marginale. Solo che
nel tempo rivela anche una propria elaborazione subculturale,
consolidandosi e trasmettendosi per linee generazionali e di
gruppo, rivelando propri codici normativi (D'Agostino, 1984, 106;
Ciacci, Gualandi, 1977).
3. I minori all'interno del circuito
penale: vittime o protagonisti?
Dalle considerazioni emerse, siamo in grado di tracciare un
profilo psicosociale dei minori che delinquono nel contesto
napoletano (Cavallo, 1996; Malagoli Togliatti; Rocchietta Tofani,
1987): - tutti questi minori provengono da famiglie
multiproblematiche, vale a dire da famiglie disgregate, famiglie
conflittuali, famiglie in cui sono presenti problemi di
tossicodipendenza, di alcoolismo, di malattia mentale e collegate
alle organizzazioni criminali, quindi disfunzionali alla crescita;
- la maggioranza di questi ragazzi sono protagonisti/vittime di
evasione scolastica. Per molti di loro, l'inizio del primo anno di
scuola media diventa un ostacolo insormontabile, in diretto
collegamento con la provenienza dai contesti svantaggiati del
centro storico e delle periferie urbane; - l'esperienza d'istituto,
riguardo all'abuso istituzionale di questo tipo di risposta. Il
collocamento in istituto, infatti, costituisce nella prassi l'unico
strumento disponibile; - la piaga, ormai dilagante, del lavoro
minorile, nell'ambito del quale sempre più frequentemente
s'individuano casi di vera e propria schiavitù.
Tutti questi fattori, ovviamente, non vogliono assolutamente
evidenziare un inesorabile incamminarsi su percorsi di devianza. È
però vero, che queste connotazioni determinano un meccanismo di
rischio, proprio perché ognuna di esse costituisce un momento di
esposizione al rischio. Allora, un qualsiasi progetto teso a
ridurre la delinquenza minorile non può che avere l'obiettivo di
inserirsi in quel meccanismo di rischio, al fine di correggere un
percorso che non è affatto scontato (Cavallo, 1996, 68; De Leo,
1995, pagg. 44-47; Vineis, 1995, pagg. 30-33; De Piccoli, 1995,
pagg. 34-39). Bisogna intervenire in modo mirato e tempestivo sulle
famiglie in difficoltà, creare nuove metodologie didattiche che
richiedono però una trasformazione strutturale della scuola,
intervenendo sul recupero scolastico, bonificare gli ambienti a
rischio. Inoltre, esaltare le sinergie tra le specifiche competenze
in quello che possiamo definire "progetto educativo di rete". I
suoi contenuti specifici vanno individuati con riferimento alla
gradualità del percorso che porta un ragazzo dalla normalità alla
delinquenza, identificando questa caduta attraverso tre fasi: -
passaggio dalla fase della normalità a quella del disagio; -
passaggio dalla fase del disagio a quella della devianza; -
passaggio dalla fase della devianza a quella della delinquenza.
L'area del disagio, a Napoli, è molto diffusa e non solo
nell'infanzia e nell'adolescenza, a tal punto che qualcuno si
chiede se esista ancora la normalità. Diciamo che il disagio è
costituito da quella sensazione di malessere diffuso,
apparentemente privo di ragioni precise, che si manifesta già nella
scuola dell'infanzia: la difficoltà di apprendimento, la difficoltà
di socializzare, l'isolamento, l'oppositività e l'aggressività, la
violenza sulle cose e sulle persone sono i segnali di un malessere
profondo.
La devianza è costituita da quell'insieme di comportamenti che non
costituiscono ancora specifici reati, ma che sono tuttavia
disapprovati dal comune sentire sociale: il minore comincia ad
assumere droghe leggere, a non frequentare la scuola, a sottrarre
denaro in casa, a rientrare sempre più tardi la notte. Sul confine
tra normalità e disagio agisce la prevenzione primaria, che è
quindi diretta a tutta la popolazione minorile, mentre sul confine
tra disagio e devianza/devianza e delinquenza agisce la prevenzione
secondaria, che ha destinatari e obiettivi mirati. La prevenzione
terziaria, invece, agisce specificamente nell'area della
delinquenza ed è diretta ad impedire la recidiva. Le statistiche
degli ultimi anni indicano un netto aumento nelle regioni del Sud
del coinvolgimento di minorenni nella criminalità organizzata.
Anche se resta sempre difficile provare l'associazione per
delinquere di stampo camorristico, si può con sicurezza affermare
che molte centinaia di minori svolgono, stabilmente, un ben preciso
ruolo esecutivo nell'ambito delle organizzazioni criminali. Siamo
sicuramente in presenza, rispetto ai primi anni novanta, di una
specializzazione e di un perfezionamento dei compiti svolti da
questi ragazzi e ciò si deduce in maniera incontrovertibile dalle
estorsioni condotte a termine con modalità sempre più allarmanti da
questi esecutori di ordini, dalle armi di grosso calibro con
matricola abrasa trovate in loro possesso, dalle migliaia di auto
rubate che non potrebbero sparire nel nulla se non ci fosse una ben
strutturata organizzazione, dallo spaccio di notevoli quantitativi
di droga di diversa qualità. Gli esperti del settore raggruppano i
minori radicati nell'area della criminalità organizzata napoletana
in tre gruppi: - il primo gruppo è costituito da figli di
camorristi più o meno autorevoli, che quindi fanno parte per
vincolo di sangue della famiglia malavitosa; - il secondo gruppo è
costituito da quei ragazzi che, pur non facendo parte della
famiglia e non portandone quindi il cognome, sono tuttavia inseriti
nel clan familiare col quale si identificano, condividendone gli
obiettivi.
Essi sono, quindi, legati alla famiglia per vincolo di
appartenenza; - rientrano, infine, nel terzo gruppo quei ragazzi
che, pur non appartenendo al clan e non identificandosi con esso,
comunque operano nell'area dell'illegalità, nel pieno rispetto
delle regole che in quel quartiere la famiglia malavitosa ha
stabilito a salvaguardia dei propri traffici: non toccano certe
persone, non commettono certi reati, non invadono certe zone. Essi
sono, quindi, legati alla famiglia per vincolo di interesse. I
ragazzi del primo gruppo, quasi mai arrivano nell'istituto penale
in espiazione di pena, cioè per effetto di una sentenza definitiva,
perché la famiglia è molto attenta a tenerli lontani da grossi
rischi nel corso della minore età. È solo nelle faide familiari
che, negli ultimi tempi, si vedono ormai coinvolti anche i
giovanissimi. Essi, talvolta, vi giungono a seguito
dell'applicazione nei loro confronti della misura della custodia
cautelare, ma sono difesi sempre dai migliori avvocati, i quali
riescono spesso ad ottenere misure meno afflittive. Diversamente da
quanto si immaginerebbe, questi ragazzi in carcere si comportano
benissimo, sono molto rispettosi delle regole e ricevono dagli
altri grande rispetto. Su questi ragazzi sembra impossibile
concepire interventi educativi efficaci. I ragazzi del secondo
gruppo, invece, entrano in carcere sia in custodia cautelare sia in
espiazione di pena, e vi restano anche per qualche tempo.
Nell'ambito della struttura carceraria, si comportano come piccoli
leader, tendendo ad aggregare e a creare legami, servendosi dei
ragazzi in ruolo di subalternità per azioni di protesta, sommossa e
vendetta. Le loro famiglie, poco collaborative con i Servizi
Sociali, negano ogni problema e non accettano quasi mai
l'intervento educativo, perché lo vivono come un'arbitraria
intrusione.
I ragazzi del terzo gruppo, gli svelti e intelligenti, entrano in
carcere e vi restano per qualche tempo. Su di loro, in generale, è
possibile impostare un progetto educativo che sugli altri, radicati
nella criminalità organizzata, è impossibile fare. In particolare,
sui ragazzi del primo gruppo gli interventi di osservazione e
trattamento sono complessi, perché la famiglia è al di là di ogni
possibile aggancio da parte dei Servizi del territorio e della
Giustizia. Pertanto, l'unica possibilità sono le politiche globali
di contrasto alla criminalità organizzata e alle sue mire
espansionistiche. Per impostare un'efficace politica di intervento
sui ragazzi del secondo e terzo gruppo, dobbiamo ricordare che essi
hanno fatto ingresso nell'area della criminalità organizzata,
ovvero vi hanno un riferimento valoriale, perché alla ricerca di
un'identità che la società non è stata in grado di riconoscere
loro. Essi sono stati rifiutati ed espulsi dalla scuola come
indesiderati e l'etichettamento su base scolastica ha segnato
un'identità negativa che ha trovato il suo completamento con
l'ingresso nell'area illegale dell'altra società. È fondamentale,
allora, che in carcere o fuori, il progetto educativo trasmetta a
questi ragazzi la certezza che anche la nostra società può loro
riconoscere un ruolo, e che dipende dalla loro capacità se quel
ruolo sarà vincente.
4. Alla ricerca di uno scenario
socio-educativo
In Italia, la cultura giuridica e le attuali tendenze
legislative per la prevenzione della devianza minorile si ispirano
alla concezione del minimo intervento penale. Questo approccio
consiste nel cercare di ridurre al minimo possibile l'intervento
penale, con l'obiettivo di ridurre la permanenza del soggetto nei
servizi detentivi e, soprattutto, di fare in modo che questa
permanenza sia sempre accompagnata dall'attenzione alla sua
personalità e alla sua fase evolutiva. Da un punto di vista
macrotrattamentale, oggi la pena non ha più una funzione
afflittiva, la punizione non deve rieducare, ma deve consentire, in
linea con i principi criminologici dell'interazionismo simbolico,
un chiaro, non distruttivo e non manipolante confronto fra
l'individuo e la propria azione deviante, fra il soggetto e le
norme della propria cultura e della società (Poletti, 1988; De Leo,
1990). getto e delle risposte di responsabilizzazione da parte
della Giustizia minorile e dei servizi; la pena non contiene
obiettivi in sé trattamentali e assistenziali, ma garantisce la
continuità dell'assistenza e del trattamento nel periodo in cui il
soggetto rimane nel sistema giustizia.
In questa prospettiva, naturalmente, il trattamento non è
punizione, né assistenza, né terapia, ma è un modo di organizzare
risposte e risorse complesse con l'obiettivo della
responsabilizzazione giudiziaria nel periodo ben delimitato del
processo e della sanzione. L'obiettivo non è quello di correggere
il soggetto, di cambiare la sua personalità, ma di fare in modo che
egli possa partecipare, elaborare, utilizzare quelle proposte di
attività, quelle risorse, nella prospettiva di attivare qualche
cambiamento nell'interazione con l'istituzione e, in un secondo
momento, forse anche della sua personalità. La tendenza attuale,
sul piano della prevenzione e legislativo, si configura sempre più
come una "restituzione al sociale" del problema della devianza,
della delinquenza minorile, soprattutto nel meridione d'Italia, in
quanto è proprio il contesto ambientale che contiene quelle
risorse, quegli spazi relazionali di cui il minorenne ha bisogno
per definire il proprio percorso. Il tentativo è quello di
riattivare quel contesto spesso irrigidito, di sollecitare e
stimolare quelle risorse e quegli spazi in modo da individuare
nella famiglia, nella scuola, nel quartiere nuove strategie di
contatto significativo con il minore (Patrizi, 1990; De Leo,
1990).
Secondo noi, una nuova articolazione dei servizi e la complessità
di una nuova proposta organizzativa, sempre più orientate ad
un'apertura al territorio di appartenenza del minore a rischio e/o
che delinque, richiede: innanzitutto la valorizzazione della
multidisciplinarietà ed una maggiore specializzazione delle figure
che si occupano del ragazzo, ma soprattutto una fluidità di
passaggio del minore fra servizi. Nel napoletano, la tendenza
perseguita dagli Uffici della Giustizia Minorile locali tenta di
inserirsi e di rispecchiare fedelmente sia le linee di obiettivi e
di programmi generali perseguiti a livello centrale, sia
l'andamento della situazione degli Istituti e dei Servizi
dell'interdistretto, centrato sicuramente in una nuova e complessa
fase di transizione. In particolare, gli obiettivi si possono
riassumere nei punti più interessanti che riguardano la
polifunzionalità dei servizi, gli interventi privilegiati di rete
sull'area penale esterna e la metodologia di lavoro per progetti.
Il primo punto prevede, oltre al raccordo tecnico-operativo tra
Servizi, la costituzione di équipe di operatori polifunzionali
negli U.S.S.M. e nei Centri di prima accoglienza, il potenziamento
del servizio educativo esterno, la sperimentazione di progetti che
prevedano la partecipazione congiunta di minori ristretti, di
quelli dell'area penale esterna e di quelli dell'area a rischio.
Una modalità che sempre più si va affermando è quella di lavorare
per progetti, consentendo la rapida individuazione di obiettivi,
risorse, analisi e verifiche.
Tale orientamento deriva dalle caratteristiche, analisi e
considerazioni sulle nuove e/o differenti caratteristiche
dell'utenza, che si configura con aspetti e problemi che sono tra
loro contrapposti. Da un lato, un'utenza con evidenti problematiche
dovute ad un crescente radicamento di minorenni nelle
organizzazioni criminali, con reati gravi, con pene più pesanti ed
un ulteriore problematicità dovuta a disagio socio-psicologico e
all'uso sempre più diffuso e sommerso delle nuove droghe.
Dall'altro, le caratteristiche completamente differenti dei minori
a rischio ed anche di quelli dell'area penale esterna che, pur
provenendo da analoghi contesti socio-ambientali ed avendo maturato
le stesse esperienze devianti, ma non avendo sperimentato quella
detentiva, rappresentano una fascia di adolescenti su cui è ancora
possibile costruire progetti.
5. Considerazioni
conclusive
La giustizia penale minorile, come abbiamo potuto verificare in
questa breve trattazione, rappresenta un settore ricco di
problematicità, dal momento che l'adolescenza vi riversa in pieno
un disordine di implicazioni e responsabilità che investono
discipline, approcci scientifici, metodologie, ruoli professionali,
istituzionali e politici. La pena acquista una funzione di
attivazione della responsabilità del sogA nostro modo di vedere la
complessità della materia è tale che lo stesso quadro normativo, a
fronte di una diffusa e riconosciuta necessità di una sua
definizione organica, allo stato attuale si presenta incompleto e
frammentato in numerose responsabilità istituzionali che si
misurano nell'assenza di un preciso orientamento normativo delle
politiche sociali solo recentemente emerso con la legge quadro n.
328/2000, ma non ancora perfettamente aderente alle sue
articolazioni territoriali. In attesa che essa si sedimenti nelle
istituzioni preposte e l'attenzione per i minori e adolescenti
possa trovare una sua collocazione di vasto respiro, non bisogna
dimenticare che il sistema della giustizia minorile, costituisce
solo una parte di interazioni che si muovono intorno al ragazzo che
ha commesso un reato.
D'altra parte, la struttura teorica e la letteratura scientifica
prodotta negli anni, contribuiscono non poco a chiarire la
complessità di questo settore. Così, il filone scientifico
denominato interazionismo simbolico, che la giustizia minorile ha
ritenuto valido a spiegare la radice di quel fenomeno chiamato
devianza, è costretto a fare i conti con le nuove tendenze di
politica penale preventiva che si affacciano continuamente
all'orizzonte. Ancora più rilevante, in senso specifico, è stato
l'effetto dei cambiamenti quantitativi e qualitativi della devianza
minorile stessa, nonché i modi di studiarla e affrontarla sul piano
operativo, ma anche sociale. Su questo versante, negli ultimi dieci
anni, la fisionomia ufficiale e reale della devianza in Italia si è
profondamente trasformata sia attraverso le gravi emergenze,
divenute nel tempo fenomeni e problemi strutturali, dei minori
provenienti da altri paesi e culture, sia attraverso la crescente
strumentalizzazione dei minori da parte di forme più o meno
organizzate di criminalità adulta. Il codice di procedura penale
per i minorenni (D.P.R. n. 448/88), colloca in posizione preminente
la necessità di prestare attenzione ai diritti di un soggetto in
crescita, manifestando l'importanza di non interrompere i percorsi
evolutivi di sviluppo della persona, nonché il ricorso residuale
della risposta carceraria e custodiale nei confronti dei minori. In
tal senso sappiamo bene che le innovazioni introdotte dal nuovo
codice, attivano strategie diverse per una rapida uscita dal
circuito penale: la dimensione pedagogica ed educativa in fase
processuale diventa preminente, il coinvolgimento previsto in ogni
stato e grado del procedimento dei servizi sociali ministeriali e
della comunità territoriale ne rappresenta una conferma, la
costruzione del progetto educativo e la restituzione al sociale
territoriale ne fanno una necessità.
Tuttavia, l'area che ci sembra normativamente trascurata attiene
all'esecuzione penale: cioè, sulla base della mancanza in proposito
di un'adeguata norma di riferimento per i minorenni, ci si avvale
di quella in uso nel settore degli adulti. Infatti, la legge di
riforma penitenziaria del 1975 e il suo regolamento recentemente
rivisto con il D.P.R. n. 230/00, disciplinano il trattamento
penitenziario e le modalità di esecuzione della pena anche per i
minori, in attesa dell'esame da parte del Parlamento di un disegno
di legge, recante "norme in materia di esecuzione di provvedimenti
giudiziari per reati commessi da minorenni" e la conseguente
predisposizione di un regolamento di esecuzione. Con molta
probabilità, si può affermare che il ritardo nel disciplinare
l'area dell'esecuzione penale possa in parte dipendere dalla
residualità che è attribuita alla dimensione della custodia
nell'ambito della giustizia minorile, mentre il confronto politico
in corso sembra sempre più orientarsi verso la ricerca di soluzioni
radicalmente innovative, sia per l'esecuzione penale, sia più
complessivamente verso una rivisitazione del sistema della
giustizia minorile.
In altri termini, la modifica legislativa del settore dovrebbe
introdurre risposte istituzionali orientate al depotenziamento
degli effetti rigidamente sanzionatori ed alla promozione di
strategie di sviluppo del minore e di ricomposizione dei conflitti
che il reato apre. In questa prospettiva riconciliativa dell'azione
penale e di depotenziamento del conflitto sociale si sottolinea il
ruolo e la funzione di mediatori che il legislatore assegna ai
diversi attori sociali, con particolare riferimento agli operatori
dei servizi. Anche qui le valutazioni attuali indicano che
l'applicazione di questa misura, in Italia e nel napoletano, è
ancora molto ridotta, incerta e discontinua nel tempo. In effetti,
l'elaborazione di una cornice normativa che istituisca e disciplini
gli Uffici di Mediazione rappresenta un ulteriore passo in avanti
verso una nuova concezione della risposta penale, in direzione
dell'Europa e del cammino intrapreso dal codice di procedura
minorile. In Italia l'allarme sociale nato in questi ultimi anni in
merito ad episodi delittuosi commessi da minorenni e in particolare
al loro coinvolgimento in attività criminali tipiche di alcune
organizzazioni, a nostro parere, si è andato costruendo facendo
anche riferimento a quegli elementi che caratterizzano la
fisionomia, negli ultimi anni, della criminalità minorile: un
aumento di minori di anni 14 denunciati, un cambiamento nella
qualità dei reati commessi e un aumento del coinvolgimento dei
minori in attività illecite delle organizzazioni criminali,
un'attività intensa da parte dei servizi penali di accoglienza,
soprattutto al Sud.
A livello legislativo e preventivo, la risposta al problema in
questione si è realizzata attraverso l'emanazione di alcune leggi,
come la recente n. 285/97, con la quale si finanziano progetti
elaborati dai comuni e da associazioni per l'attivazione di
interventi di prevenzione della delinquenza e di risocializzazione
nell'area penale. Tuttavia, gli elementi che per noi assumono
particolare significato causale sono: a. una conferma che le
accresciute condizioni di degrado sociale e che rappresentano la
radice dei fenomeni di devianza e microcriminalità si riconducono
all'assenza di sviluppo storico in questa area; b. l'espansione del
potere dei clan camorristici insieme ad una trasformazione derivata
dalle nuove condizioni politiche ed economiche e che sviluppano il
controllo del territorio attraverso un "ricambio generazionale".
Ciò che appare preoccupante, in linea con le tesi interpretative di
alcuni studiosi degli anni ottanta, è che oggi la forza attrattiva
dei modelli camorristici per i minori appare sempre più
consolidata. Si ritiene, infatti, che i minori impiegati nella
criminalità organizzata, negli ultimi anni stiano sperimentando una
fase di specializzazione e perfezionamento dei loro compiti, ma
anche di vicariato ai vertici dei clan. Inoltre, oggi Napoli si
caratterizza come teatro di una sorta di polverizzazione (intesa
come frantumazione in vari tronconi) dei clan della camorra, dovuta
in particolare all'espansione accelerata dei mercati illeciti e
delle nuove esigenze di espansione oltre regione.
Appare chiaro che anche l'intervento pedagogico, messo in atto dai
vari operatori dei servizi della giustizia minorile, dovrà tenere
presente un intervento a tutti i livelli sul minore che proviene da
questo particolare contesto, quest'ultimo caratterizzato da
radicate solidarietà familiari e collusioni territoriali. Un'ultima
considerazione deve obbligatoriamente riguardare la città di
Napoli, che nel decennio precedente ha conosciuto molti momenti
negativi. Da un punto di vista di politica sociale, l'istituzione
Comune era caratterizzata esclusivamente dall'erogazione di sussidi
economici e da ricoveri in convitto per i minori. Ciò determinava
l'applicazione di interventi sociali parziali e frequentemente
fuori misura, relativamente a problematiche specifiche. In più, il
ruolo del Comune era totalmente marginale nei confronti
dell'associazionismo e del terzo settore. A nostro parere, oggi è
stato fatto molto rispetto al dato di partenza, ma ancora non a
sufficienza rispetto ai bisogni dei minori e delle loro famiglie,
in un territorio su cui i fenomeni di devianza minorile non
subiscono battute d'arresto. Le nuove politiche sociali napoletane
hanno cominciato a funzionare quando si è cominciato a lavorare su
due opzioni: la territorialità e la costruzione di reti. Tutto ciò
ha consentito di leggere e considerare il territorio come risorsa
da cui partire e di creare alleanze e sinergie a vari livelli
istituzionali, come i servizi napoletani della giustizia minorile,
proprio per i programmi più complessi e articolati. Un primo inizio
di stabilità delle istituzioni locali ha portato sin dall'inizio
quelle condizioni per un integrazione e implementazione dei
progetti, concretizzatisi poi nella prima cornice della legge n.
285/97.
Tuttavia, è importante sottolineare che per lavorare sulla
prevenzione della devianza a Napoli occorre interrogarsi, crediamo,
sui limiti e difficoltà che si incontrano quotidianamente nel
lavoro di tanti operatori sociali. La vera capacità delle
istituzioni, oggi, in una città come questa si misura sulla
realizzazione di proposte progettuali serie e coerenti, ben
sostenute economicamente, insieme ad un'inversione di tendenza
nella mentalità dei soggetti preposti. Se, da un lato, assistiamo
alla costruzione e alla sperimentazione di una valida capacità
progettuale a favore dell' infanzia e adolescenza, dall'altro non
esiste ancora il ragionevole sostegno per la sua attuazione sul
territorio. Per provocare davvero un effetto positivo o un
cambiamento, non basta l'interazione istituzionale e la
collaborazione di tutti, ma occorre tempo.
(*) - Sociologo ed Educatore. Ufficio di Servizio Sociale per i
Minorenni di Napoli, Dipartimento Giustizia
Minorile. |