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1.
Introduzione
"La paura è il nostro nuovo habitat. Le attività più banali e
ordinarie sono diventate avventure ad alto rischio. Ognuna sembra
trovare la sua nemesi e una data o una località simbolo. Si faceva
l'amore, è arrivato l'Aids. Si mangiavano bistecche sin quando la
mucca pazza le ha tolte dal menù. Si andava in discoteca in
allegria prima di Tel Aviv e Bali. Si prendeva la metropolitana
senza pensare, poi è arrivato il gas sarin di Tokyo, i treni di
Madrid, in ultimo Londra. Partire in vacanza era un premio, al
netto di Sharm el Sheikh". (Riccardo Staglianò) È nota a molti la
leggendaria tortura inflitta a Damocle costretto a sedere, nel
corso di una cena, sotto una spada appesa ad un crine di cavallo.
Esistono molti modi per ferire e forse una lama può provocare danni
abbastanza gravi anche senza colpire, ossia restando immobile,
sospesa a mezz'aria. Sembra essere questa la condizione dell'uomo
contemporaneo, in un tempo in cui l'allarme sociale per eventuali
attacchi terroristici è particolarmente elevato.
I fatti accaduti, dei quali si svolgerà di seguito una breve
disamina, hanno determinato un forte stato di allerta, che produce
una continua tensione emotiva nelle persone che vivono nei Paesi
colpiti e in quelli a rischio. Come diversi commentatori hanno
osservato, il "punto di non ritorno" della spirale è rappresentato
dagli attentati di New York e Washington del 2001. Con le Torri
Gemelle, è crollata anche l'illusione di vivere in un mondo
contraddistinto da un certo grado di sicurezza. Secondo il filosofo
Galimberti (1999), con le loro gesta i terroristi hanno indotto "la
paralisi dell'angoscia che svela la vulnerabilità della nostra
tecnologia, arresta lo sviluppo della nostra economia, intimorisce
il mondo della vita che si fa più prudente, più cauto, più
riparato, meno espansivo, più contratto". L'uso sistematico della
violenza e della minaccia genera paura, minando alle basi uno dei
bisogni fondamentali delle persone: quello della sicurezza(1). In
questa direzione si sono mosse le strategie delle organizzazioni
criminali del settore, tese a "…far smarrire le usuali certezze che
garantiscono il senso di protezione, di cui ciascuno di noi ha
bisogno, anche e soprattutto nelle piccole cose quotidiane"
(Berretta, 2003). Un aspetto centrale del problema si lega
all'impatto degli atti terroristici sulla popolazione conseguente
all'avvento dei mezzi di comunicazione di massa, che svolgono oggi
un ruolo cruciale. Anche su questo vanno fatte delle
considerazioni.
Con l'11 settembre i terroristi "…hanno dimostrato piena padronanza
nell'uso dei media e della psicologia della comunicazione. La sfida
è stata rivolta contro i simboli più pregnanti della ricchezza e
del potere americano, quelli più conosciuti ai cittadini americani
e al mondo intero" (Berretta, 2003). La domanda da porsi è dunque
la seguente: date le premesse, quali contenuti e modalità risultano
più idonei nella comunicazione del rischio, al fine di ridurre la
paura collettiva? L'obiettivo di questo scritto è di formulare
delle ipotesi di risposta. Rispetto al problema posto, abbiamo
cercato di tracciare delle linee, dettate dallo studio delle
scienze umane e sociali che compongono la dottrina in materia, ma
con il necessario supporto dell'analisi esperienziale e della
lettura critica degli avvenimenti. Abbiamo ritenuto che l'argomento
fosse di diretto interesse per l'Arma dei Carabinieri per il
collegamento immediato con il tema della sicurezza pubblica e per
il fatto che, a fronte dell'esigenza di un intervento preventivo-
repressivo, non meno pressante appare essere la necessità di
informare e rassicurare l'opinione pubblica. Anche in tema di
comunicazione, pensiamo sia particolarmente importante l'aspetto
della prevenzione che, in questo campo, si traduce in un processo
da intraprendere prima che un'emergenza si verifichi, attraverso
una serie di attività che mirino da un lato a rendere la
cittadinanza consapevole del rischio esistente e dall'altro a
informarla sulle misure adottate a tutela, con l'obiettivo di
ridurre il senso di incertezza che sempre si accompagna al difetto
di conoscenza e di stabilire un clima di collaborazione e di
fiducia. Il contributo di pensiero che abbiamo provato a fornire si
è avvalso anche del confronto con modelli diversi. Segnatamente con
quello britannico, che ci è sembrato particolarmente adatto ad
illustrare alcuni concetti sui quali intendevamo richiamare
l'attenzione.
2. Il terrorismo al tempo di Bin
Laden
"Vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado qualunque terrore,
vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada, perché
senza vittoria non c'è sopravvivenza". (Winston Churchill) a. Cos'è
il terrorismo? Allo stato attuale non esiste una nozione di
terrorismo unanimemente accolta dagli Stati e dagli esperti, ma
sono state formulate numerose definizioni. Per terrorismo si
intende "qualunque azione compiuta da persone o gruppi organizzati,
con violenza (...) o senza violenza (…), contro persone o cose, al
fine di provocare una situazione permanente di terrore tra la
popolazione civile, con l'obiettivo di destabilizzare il potere o
di abbattere il potere democraticamente costituito, o di
costringere le Istituzioni a scendere a patti e a fare determinate
concessioni…" (Imposimato, 2002). Un'azione di violenza viene
etichettata come terrorista "…quando i suoi effetti psicologici
vanno ben oltre il suo puro risultato materiale…" (Aron, 2003). In
ogni forma di terrorismo ricorrono i seguenti "schemi psicologici e
sociologici: - la presenza di una guida, sia essa un partito, una
religione o un capo carismatico; - il bisogno di martiri o di eroi;
- la necessità di una organizzazione basata sulla fede assoluta e
sulla più rigida disciplina; - un nemico da odiare e da
distruggere; - la lotta continua, senza quartiere, senza riserve e
senza esclusioni di colpi" (Berretta, 2003).
La dottrina prevalente concorda sull'esistenza di tre elementi che
qualificano un'attività terroristica: il ricorso alla violenza, un
movente politico e la clandestinità. Se fino a metà degli anni
ottanta il movente era politico in senso stretto, da allora sono
aumentate le matrici collegate: da quella religiosa a quella
sociale, presente ad esempio nei gruppi che si richiamano al
rispetto dei diritti umani o alle ideologie ambientaliste,
animaliste e no global. Un altro fattore connesso è la presenza di
una sottocultura radicale, che spinge a sovvertire l'ordine
costituito con la forza. Questa spinta interviene sia che il gruppo
agisca in un Paese dominato da un regime, sia che operi in uno
Stato di diritto, nel quale le regole possono essere modificate con
strumenti non violenti. La Costituzione italiana, all'art. 49,
afferma che tutti i cittadini possono associarsi in partiti, per
"…concorrere con metodo democratico…" a determinare la politica
nazionale. È evidente che l'esistenza di un principio simile in un
ordinamento rende difficile sostenere la tesi di una qualunque
forma di legittimità del terrorismo. Il filosofo austriaco Karl
Popper nel XX secolo ha teorizzato un modello di "società aperta",
che ponga al centro la discussione critica, permettendo a tutti di
partecipare alle decisioni che riguardano la collettività.
Un sistema che renda possibile ai governati di sostituire i
governanti qualora il loro operato sia giudicato insoddisfacente.
Egli ha scritto che "in ogni rivoluzionario c'è un totalitario
pronto a sacrificare i diritti della generazione presente in nome
di mondi futuri che non verranno mai". Il terrorismo è anche
questo: voler cambiare il sistema senza confrontarsi su un piano
dialettico. Agendo con il sopruso e la violenza. b. Le matrici
religiose La cronaca pone grande enfasi sulla matrice islamica
ritenuta alla base di molti degli atti terroristici più virulenti
degli ultimi anni. Vi è del vero, ma è giusto dire che anche altre
matrici religiose influenzano gruppi che seminano morte e
distruzione nel mondo. Ad esempio, negli USA è attivo il movimento
di ispirazione protestante "Christian Identity" che ha realizzato
numerosi attentati, prevalentemente contro medici abortisti, a
partire dal 1973(2). Il gruppo terroristico IRA (Irish Republican
Army), che di recente ha deposto le armi, unisce alla
rivendicazione territoriale sull'Irlanda del Nord sia la componente
etnica sia quella religiosa, contrapponendo all'identità inglese
anglicana quella irlandese cattolica. L'integralismo ebraico è fra
le causali dell'assassinio del premier israeliano Ytzak Rabin, reo
di aver sostenuto il processo di pace con i palestinesi. Erano
appartenenti alla setta religiosa dei Sikh i sicari che uccisero il
premier indiano Indira Gandhi. E l'elenco potrebbe continuare.
Indubbiamente i gruppi che si richiamano al fondamentalismo
islamico e alla peggiore interpretazione del concetto di jihad
(guerra santa), specie dopo l'11 settembre, risultano essere i più
pericolosi: in grado cioè di minacciare la pace e la sicurezza
dell'intero pianeta. Contrariamente a quanto si creda, questa forma
di terrorismo non è recente. Ha al contrario radici molto remote. I
due movimenti più antichi sono quello dei Fratelli Musulmani,
fondato nel 1928 in Egitto, che ha come obiettivo l'islamizzazione
della società(3), e la Jamad islamica, costituita nell'India
britannica, sostenitrice nel 1947 della scissione del Pakistan(4),
in quanto Stato musulmano. Altre tappe significative di questa
storia sono la disfatta militare dei Paesi arabi in Israele nel
1967, con la conseguente occupazione del Sinai e della
Cisgiordania, e la riscossa fondamentalista della rivoluzione
iraniana degli ayatollah, nel 1979, che si risolve in una sconfitta
strategica per gli USA, di cui lo Scià deposto era un fedele
alleato. Un altro spartiacque fondamentale è il 1992.
I mujaheddin afgani riescono a liberare Kabul dall'invasione
dell'Armata rossa, grazie all'aiuto di volontari accorsi da ogni
parte dell'Islam. In Algeria i membri del F.I.S. (Fronte Islamico
di Salvezza), Partito legato a frange estremiste, vengono espulsi
dopo aver vinto le elezioni e si riversano in tutto il mondo arabo,
seminando il contagio del terrore. In Bosnia cristiani e musulmani
si trovano su fronti contrapposti. Dopo tutti questi eventi, si ha
una forte recrudescenza del fenomeno terroristico. Al Qaeda, che ha
consolidato la propria organizzazione, realizza attacchi in ogni
parte del mondo. Nel 1993 tenta per la prima volta di distruggere
le Torri Gemelle, nel 1998 colpisce le ambasciate USA in Kenya e
Tanzania, nel 2000 lancia un siluro contro lo scafo di un'unità
navale americana in sosta al largo del porto di Aden, nello Yemen.
E arriva l'11 settembre. Gli Stati Uniti reagiscono attaccando
prima l'Afghanistan, poi l'Iraq. Si formano delle coalizioni
internazionali, composte in prevalenza da Stati cristiani e
occidentali. Il confronto si radicalizza. Con l'escalation del
conflitto, tutto l'Occidente viene colpito in modo forte dal
terrorismo. Madrid e Londra sono oggetto di gravissimi attentati,
in un crescendo che mina alla base il senso di sicurezza di tutti i
cittadini.
3. L'esperienza italiana
"Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono,
anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di
carattere militare". (Costituzione della Repubblica Italiana, art.
18) L'Italia aveva già conosciuto il terrore. La più alta
espressione si ha nei cosiddetti anni di piombo ('70-'80), con il
dilagare dell'eversione interna di matrice politica, proveniente
dalla sinistra e dalla destra extraparlamentari. Nel primo ambito,
ha un ruolo predominante l'organizzazione delle Brigate Rosse
(B.R.), che si ispira anche nel nome alle Brigate partigiane attive
nella Resistenza. Il gruppo tocca il punto più alto nel 1978, con
la strage di via Fani, il sequestro e il successivo omicidio del
leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro. In seno alla destra, i
Nuclei Armati Rivoluzionari (N.A.R.) si macchiano nel 1980 della
strage di Bologna, che porta alla morte di 85 persone. L'emergenza
è da tempo rientrata, grazie anche all'azione delle Forze
dell'Ordine. Episodi più recenti, quali gli omicidi di Massimo
D'Antona (Roma, maggio 1999) e di Marco Biagi (Bologna, marzo
2002), si presentano come casi isolati. Il gruppo responsabile, che
ha rivendicato una continuità con l'organizzazione delle B.R., è
stato smantellato. Da allora, pur essendo doveroso mantenere desta
l'attenzione, non si sono più registrati segnali di pericolo. Un
discorso opposto deve farsi quanto all'onda del terrorismo
internazionale. In questo ambito i precedenti sono in prevalenza
riconducibili alla questione israelo-palestinese.
Fra gli episodi più importanti, ricordiamo nel 1982 l'attacco alla
scuola del ghetto di Roma, nel quale muore lo studente ebreo
Stefano Tascè. Tre anni, dopo la strage dell'aeroporto di Fiumicino
e il sequestro della Achille Lauro al largo delle coste egiziane.
Nel 1988 a Napoli lo scoppio di un'autobomba, che provoca 5 morti.
Ma l'escalation avviene dopo il crollo delle Torri Gemelle e la
guerra in Iraq. A partire dalla strage di Nassirya, del 12 novembre
2003, nella quale muoiono 12 carabinieri, 5 militari dell'Esercito
e 2 civili. Nella campagna dei sequestri, in Iraq e in un caso in
Afghanistan, perdono la vita altri 5 connazionali. Due episodi di
attentati suicidi, nel 2003 a Modena e nel 2004 a Brescia, si
concludono con la morte dei soli kamikaze. Altre 2 perdite si
contano nella strage di Taba in Egitto, nell'ottobre 2004, a cui si
sommano nel luglio di quest'anno una vittima a Londra e 6 a Sharm
el Sheikh. L'analisi degli avvenimenti storici recenti, le
acquisizioni dell'intelligence nazionale e alleata, il ruolo
giocato dall'Italia nello scacchiere internazionale, i messaggi di
rivendicazione degli attentati lanciati dai terroristi… tutto
indica che il nostro Paese è nel mirino e che potrebbe essere
obiettivo di atti terroristici. Il che rende attuale e scottante la
problematica trattata.
4. Definizione e teorie del
rischio
"Vivere, è rischiare di morire... Sperare, è rischiare di
disperare... Tentare, è rischiare di fallire... Il più grande
pericolo nella vita è quello di non rischiare". (Rudyard Kipling)
Per quanto abbiamo finora detto, molta gente oggi sente di vivere
in una situazione di pericolo. Ma di cosa si parla, esattamente,
quando ci si riferisce ad un rischio? Etimologicamente la parola
deriva da "risicare", cioè doppiare un promontorio, e implica il
binomio rischio-azione. Il termine compare in Francia nel XVI
secolo con il significato di caso che può comportare una perdita.
Alla fine del XVIII secolo, con la nascita delle assicurazioni e
delle lotterie, inizia a configurarsi l'accezione attuale di
rischio, come di qualcosa legato ad un evento negativo: malattia,
perdita al gioco, etc. Un noto vocabolario della lingua italiana lo
definisce come "la possibilità di conseguenze dannose o negative a
seguito di circostanze non sempre prevedibili" (Zingarelli).
Ancora, sul sito Internet di un famoso dizionario britannico
(www.webster.com), esso è indicato come: a) qualcuno o qualcosa che
crea o provoca un azzardo; b)la probabilità di perdite o di
incorrere in qualche forma di pericolo previsti in un contratto
assicurativo; c) il grado di probabilità di tale perdita; d)la
condizione di non essere protetti da perdite o danni eventuali (per
es., i bambini che vivono in povertà sono considerati a rischio
riguardo all'insorgenza di problemi medici ed evolutivi in
generale). Nello specifico, si distingue tra rischio individuale e
collettivo. Il primo si ricollega all'ambito della Psicologia
Sociale e della Teoria della Decisione, il secondo è riconducibile
all'alveo di discipline come l'Epidemiologia, la Medicina Legale e
la Psicologia dell'Emergenza.
Nella prima accezione, il rischio si riferisce all'aspetto negativo
della possibilità. Secondo il Galimberti (1999), ogni possibilità
implica il poter essere e il poter non essere, e in ogni scelta
gioca un ruolo decisivo la valutazione individuale delle
circostanze. Essa è influenzata da fattori quali la forza della
motivazione, gli argomenti persuasivi, la capacità di corrette
comparazioni e il tasso di responsabilità che ciascuno si sente di
assumere. Secondo la Teoria della Decisione (Blascovich e Ginsburg,
1978), ci si espone a un rischio quando si scommette su qualcosa;
ovvero, ogni volta che si va incontro a possibili esiti positivi o
negativi, si riconosce che qualcosa è in gioco o si intraprende
un'azione che rende la scommessa irreversibile, con la
consapevolezza che un esito comunque ci sarà (Blascovich e
Ginsburg, 1978). L'Epidemiologia(5) studia i fattori di rischio
potenzialmente responsabili dell'insorgenza e della diffusione di
una determinata patologia. In questo ambito, essi sono considerati
come condizioni associabili ad una malattia, ma non necessariamente
ne sono la causa. Per esempio la bronchite cronica, pur risultando
spesso associata al tumore del polmone, non è considerata come
fattore di rischio nello sviluppo del tumore stesso (Signorelli,
1995). Questo induce a riflettere sul distinguo, non sempre chiaro
nel ragionamento comune, tra relazione causaeffetto e semplice
associazione di eventi legati da un nesso temporale. Nel settore
della Medicina Legale, il rischio relativo ad infortuni sul lavoro
e malattie professionali viene definito come il grado di
probabilità del verificarsi di un evento dannoso, incerto sul se,
sul come, sul quando e sul chi. Nel campo della sicurezza,
l'O.L.A.F. (Office de Lutte Anti Fraude)(6) esamina le statistiche
dei sequestri di sostanze stupefacenti effettuati e individua gli
elementi ricorrenti nei vari casi quali fattori che rendono a
rischio, ad esempio, la rotta di una nave da trasporto merci. In
presenza di questi fattori, scattano le opportune segnalazioni e i
controlli delle Autorità doganali e di polizia dei Paesi
interessati. Il Codice Penale e il Codice della Strada prevedono
una serie di condotte considerate rischiose di per sé: ci
riferiamo, rispettivamente, ai cosiddetti reati di pericolo e ai
casi di guida pericolosa. La cosa interessante è che tali condotte
possono essere perseguite a prescindere dal verificarsi di un
evento dannoso. Quanto alle dimensioni, il rischio varia in
funzione di diversi parametri - tipo di evento, gravità degli
effetti, percentuale della popolazione esposta - e può essere
quindi più o meno elevato.
È importante, ma non facile, decidere qual è il livello che può
essere considerato accettabile. La Psicologia dell'Emergenza
classifica il rischio di una catastrofe(7), naturale o indotta
dall'uomo, secondo 5 livelli di gravità (da 1 insignificante a 5
catastrofico), riferiti a quattro categorie di impatto, correlate
con il tipo di conseguenze: sanitario, sociale (danni alle
proprietà, perdita della casa, evacuazione e disordine pubblico),
economico e ambientale. Nel recente caso del passaggio dell'uragano
Katrina sulla costa sud degli Stati Uniti, alla catastrofe naturale
è stato attribuito il livello di impatto 5, il che ha indotto le
Autorità competenti ad ordinare l'evacuazione dell'area
interessata. Le conseguenze dell'evento sono state comunque
disastrose: migliaia di morti, almeno 10.000, intere città
cancellate dalla mappa geografica e oltre un milione di persone
senza più una casa e un lavoro. Storicamente gli orientamenti
principali di studio del rischio (Ingrosso, 2001) prendono spunto
da un atteggiamento, cosiddetto "ingenuo", in auge negli anni '50 e
'60, adottato per spiegare alla popolazione i pericoli connessi con
l'utilizzo di nuove tecnologie che ponevano problemi di sicurezza.
Secondo questo modello, la valutazione, effettuata da esperti in
modo razionale sulla base di sofisticate procedure probabilistiche
(la risk analysis), doveva essere comunicata alla popolazione con
scopi educativi, evitando sensazionalismo mediatico e interferenze
emotive. Questa prospettiva, "illuminista" e asettica, è stata
successivamente integrata da un approccio economicista, basato
sull'analisi costi/benefici, che ha concentrato l'attenzione sul
processo di decisione, in rapporto alla valutazione che la
probabilità di un evento dannoso sia sopportabile: "una qualsiasi
cosa è sicura se i rischi che essa comporta sono giudicati come
accettabili" (Lowrance, 1976). In questi termini l'analisi dei
benefici attesi, raffrontata al costo degli interventi di sicurezza
necessari, porta il pubblico a dare il proprio consenso più
facilmente se può partecipare al godimento dei vantaggi (Ingrosso,
2001). Spesso però le persone esposte non sono le stesse che
traggono beneficio dall'introduzione di una tecnologia a rischio.
Nel caso di un impianto di smaltimento di rifiuti per la produzione
di energia vicino ad un centro abitato, ad esempio, chi abita nei
pressi dello stabilimento sopravvaluterà il pericolo di
inquinamento rispetto all'opportunità di avere energia ad un costo
più accessibile. Diversamente sarà per gli abitanti dei paesi
vicini, che beneficeranno degli stessi vantaggi con un'esposizione
minore al rischio.
5. Percezione e valutazione del
rischio
"Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di
cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole che io
dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me;
mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col
valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro?". (Luigi
Pirandello, Sei personaggi in cerca d'autore) Di solito l'uomo
comune non quantifica il rischio e adotta una scala di valutazione
secondo la propria percezione, comportandosi di conseguenza. La
deformazione psicologica della probabilità porta a sopravvalutare
il rischio, come accade negli eventi che riguardano la salute
umana. È il caso delle misure adottate per contenere la sindrome di
Creutzfeldt-Jacob in relazione al consumo di carni bovine
potenzialmente contaminate dalla BSE, quando allevamenti interi
vennero destinati a macellazione. La valutazione del rischio fa
parte di un processo decisionale in cui il criterio della massima
utilità attesa(8) è solo uno degli aspetti che la gente prende in
considerazione. Un modello più realistico, la teoria della
prospettiva, considera anche le differenze individuali nel
raccogliere e interpretare le informazioni sul rischio. Inoltre
l'appartenenza ad un gruppo influisce sull'assunzione del rischio,
nel senso che spesso i gruppi prendono delle decisioni più
coraggiose di quanto farebbero i singoli membri. Ciò accade perché
all'interno di un gruppo la responsabilità è ripartita e vi è la
possibilità di confrontarsi con altri punti di vista. Tuttavia ci
possono essere casi in cui le differenze di valutazione dividono
una comunità sottoposta ad un identico rischio. Un esempio
significativo è quello della cittadina statunitense Love Canal,
edificata sopra un deposito di scorie chimiche altamente tossiche
(Fowlkness e Miller, 1987). Di fronte alla prospettiva di un
immediato trasferimento di residenza, gli anziani si mostrarono
contrari, mentre le giovani coppie si dissero disposte a spostarsi,
perché fortemente preoccupate dal possibile disastro ambientale (M.
Ingrosso, 2001). È evidente che in un caso simile entrano in gioco
le situazioni soggettive delle persone chiamate a una
decisione.
Per gli anziani, in particolare, il rischio di un evento dannoso in
un futuro non definibile era un problema relativo, in rapporto alla
immediata necessità di trasferirsi e sconvolgere così la propria
esistenza. Per i giovani, che avevano una diversa aspettativa di
vita, il discorso era opposto. Vi sono poi differenze di percezione
del rischio fra esperti e profani. Mentre gli addetti ai lavori
usano frequenze statistiche come "uno su un milione" per riferirsi
alla probabilità di esposizione, l'uomo della strada tende a
identificare quella singola persona con se stesso o con un proprio
familiare, personalizzando il rischio. Ricerche di psicologia della
percezione hanno riscontrato una frequente sensazione di "immunità
soggettiva"(9) da parte di coloro che hanno familiarità con una
determinata situazione, ad esempio i tecnici di un impianto, o che
ritengono di poter mantenere il controllo, come gli automobilisti
che si sentono particolarmente abili nella guida (Ingrosso, 2001).
Alla luce di ciò il "controllo percepito" appare strettamente
correlato con la valutazione soggettiva del rischio e ai suoi
rapporti con la variabile sicurezza (safety). Nella valutazione
collettiva, hanno un ruolo anche i valori e le credenze condivise,
che variano secondo il contesto storico e sociale. Per esempio, in
una società industrializzata l'orientamento egemone impone
l'assunzione del rischio quasi come una virtù civica, con scarsa
attenzione ai possibili danni. Al contrario, sicurezza e previdenza
diventano esigenze diffuse in altre epoche e per le classi meno
abbienti, come i lavoratori dipendenti, stimolando la nascita di
istituzioni pubbliche (Istituti di Previdenza) e di imprese private
(Assicurazioni) orientate al controllo e alla minimizzazione dei
rischi.
In questo caso le istituzioni divengono "… gli strumenti di cui gli
individui dispongono per semplificare i problemi" (Douglas e
Wildavsky, 1982). Quando vi sono divergenze di vedute tra esperti e
opinione pubblica, "…sono proprio le istituzioni e le
organizzazioni che, attraverso scelte politicoculturali,
soprattutto mediante la gestione degli apparati di sicurezza,
possono comporre questo conflitto attraverso un adeguato processo
di espressione-negoziazione- consenso-decisione" (Ingrosso, 2001).
Per sottolineare il ruolo dei fattori esperienziali, storici e
socio-culturali nella percezione collettiva, si parla di
"costruzione sociale del rischio". Per esempio, il terremoto è un
pericolo universalmente percepito; tuttavia i giapponesi, che
abitano in una zona altamente sismica, non si spaventano più di
tanto in caso di scosse telluriche e anzi continuano le loro
attività, perché sono abituati ad avere sotto i piedi un territorio
instabile. In Italia la recente scossa di terremoto (del 22 agosto
2005 scorso) con epicentro ad Anzio, anche se non ha prodotto danni
di entità rilevante, ha spaventato molte persone, che hanno
lasciato le loro abitazioni riversandosi per strada. Alcune
ricerche inglesi hanno individuato i fattori (fright factors) che,
destando un maggiore allarme sociale, rendono il rischio meno
accettabile agli occhi del pubblico: - l'esposizione involontaria
(l'inquinamento ambientale) piuttosto che volontaria (fare sport
pericolosi o fumare); - l'ineguale distribuzione degli effetti
dannosi e di eventuali benefici secondari; - l'inutilità del
ricorso a personali precauzioni; - la provenienza sconosciuta o
percepita come estranea (gli organismi geneticamente modificati -
ogm); - il risultato di eventi causati dall'uomo (uso di pesticidi)
rispetto ad una causa naturale (scossa sismica); - la durata a
lungo termine di conseguenze gravi e irreversibili, come nel caso
di insorgenza di patologie a distanza di anni dall'esposizione
diretta (radiazioni ionizzanti); - l'essere fonte di conseguenze
dannose per i bambini o per le donne in gravidanza, che colpisce
l'incolumità delle generazioni future; - la minaccia di morte o di
gravi patologie; - la mediocre conoscenza scientifica dell'evento;
- la presenza di dichiarazioni contraddittorie provenienti da fonti
ufficiali. Un altro aspetto centrale, rispetto alle differenti
percezioni, è la soggettività della visione del mondo.
Le Scienze Sociali hanno tentato di definire e classificare i
diversi atteggiamenti. In particolare, il modello della Cultural
Theory (Douglas et al., 1980), che ha trovato parecchi consensi,
individua quattro modalità di percezione del mondo esterno e quindi
di interpretazione del rischio: - fatalisti: tendono a vedere la
vita come un fluire capriccioso di circostanze in cui ogni
tentativo di controllo risulta inutile. Possono non accettare di
parlare di rischio, ma accetteranno quello che riserva loro; -
individualisti: vedono le iniziative e le scelte personali come
dominanti. Tendono a considerare i rischi sotto forma di
opportunità, eccetto quelli che minacciano la libertà di scelta e
l'attività entro liberi mercati; - gerarchici: pretendono di
stabilire profili e procedure per regolare i rischi. Percepiscono
la natura come un essere forte che mostra dei limiti; - egualitari:
vedono la natura in un costante fragile equilibrio e sono timorosi
per i rischi sull'ambiente, la collettività e le future
generazioni. Non prendono in giusta considerazione le opinioni
degli esperti e chiedono la partecipazione pubblica nelle decisioni
di interesse collettivo. Reagiscono con determinazione contro ogni
approccio ufficiale del tipo: "Government knows best" (il governo
fa il meglio). Le diverse categorie descritte manifestano, di
fronte ad analoghe situazioni di rischio, atteggiamenti differenti.
In una strategia oculata e attenta alla complessità della
situazione reale, bisogna tener conto di queste diverse
prospettive, non per riconciliare a tutti i costi visioni
contrapposte, ma per raggiungere un terreno comune di consenso e di
reciproca fiducia e per incoraggiare il dialogo tra i diversi punti
di vista. In sintesi, ogni individuo manifesta una percezione
personale del rischio che dipende dall'atteggiamento che nutre nei
confronti della realtà (fatalista, individualista, etc.), dal peso
attribuito ai fattori analizzati e dalla situazione
socio-politico-culturale in cui si trova. Pertanto, per realizzare
una comunicazione del rischio efficace è opportuno, per quanto
possibile, conoscere il ruolo dei singoli fattori e della loro
interazione nel determinare il rifiuto o l'accettazione di un
determinato rischio da parte del pubblico a cui ci si rivolge.
6. Gestione e comunicazione del
rischio
"La parola è un potente sovrano, perché con un corpo
piccolissimo e del tutto invisibile conduce a compimento opere
profondamente divine, infatti essa ha la capacità di cancellare la
paura, di rimuovere il dolore, di infondere gioia, di intensificare
la compassione". (Gorgia; Encomio di Elena) Alla luce della
molteplicità dei fattori illustrati che intervengono nei processi
di percezione e valutazione del rischio, si comprende come la
strategia comunicativa non possa fondarsi sull'ambizione di
informare il pubblico o convincerlo della bontà delle scelte
compiute, ma debba far emergere il "non-detto" e le divergenze di
posizione dei gruppi d'opinione e delle parti sociali in causa,
considerando le aspettative e i bisogni collettivi. Secondo gli
psicologi Osgood e Tannenbaum, chi comunica dovrebbe conoscere in
anticipo la tesi che l'uditorio è disposto a condividere. Questa
dovrebbe essere la base di partenza per l'individuazione di un
messaggio adeguato. Ma vediamo quali sono gli orientamenti
prevalenti nella materia. Nel corso del tempo si è venuta
accreditando sempre più l'idea di una comunicazione del rischio
intesa come trasferimento di informazioni finalizzato a rispondere
alle concezioni e ai bisogni del pubblico relativamente ai rischi
reali o percepiti (Dipartimento della Protezione Civile, 1995). La
letteratura specialistica (Ingrosso, 2001) ha individuato le
seguenti tre strategie principali di gestione del rischio, con
altrettante modalità di comunicazione correlate.
La prima, denominata strategia dell'evitamento, è centrata sul
comportamento individuale e sulla possibilità di controllo e
cautela messi in atto per minimizzare le conseguenze di esposizione
al rischio. Il soggetto cambia il suo stile di vita perché fa parte
di un gruppo cd. a rischio per particolari caratteristiche
individuali o situazionali che condivide con altri soggetti. Per
controllare costantemente la situazione, dispone di informazioni
aggiornate e di specifiche procedure di valutazione razionale del
rischio. Questa strategia potrebbe essere riassunta nello slogan
"Se lo conosci … lo eviti" utilizzata nella campagna di prevenzione
dell'Aids. La seconda, chiamata strategia della tutela, è orientata
alla prevenzione e alla messa in atto di procedure appropriate e
trasparenti di controllo delle misure e degli apparati di sicurezza
a tutela dei lavoratori e del pubblico. I destinatari vengono
informati delle misure attuate e chiamati in causa per
l'individuazione e il controllo delle situazioni di rischio e per
l'intervento in caso di emergenza. Questa strategia mira alla
rassicurazione e al contenimento di eventuali emozioni negative
(paura, angoscia, panico), puntando l'accento sulla sicurezza delle
procedure di controllo e fidando nell'obiettivo di giungere ad un
patto negoziale o a uno scambio tra rischio e benefici. La
strategia della corresponsabilizzazione è tipica delle comunità ed
è centrata sul comportamento collettivo. In questo caso i soggetti
fanno parte di un tessuto sociale condiviso, in cui i singoli si
sentono responsabilizzati al mantenimento e alla promozione del
benessere collettivo. Si tende ad un incremento di attenzione e
prevenzione diffusi, basato su una rete sociale rivolta verso una
gestione responsabile del benessere sociale in relazione ai fini e
ai valori collettivi. Secondo questo approccio la manifestazione
emotiva del pubblico gioca un ruolo essenziale per l'attivazione di
forme di attenzione collettiva e partecipazione personale. Anche in
caso di aggregazioni di gruppi d'opinione su posizioni
contrastanti, si giunge comunque alla condivisione di una base
comune. Il confronto dialettico porterà alla formazione di voci
fuori dal coro, che potranno essere parzialmente accolte nelle
revisioni periodiche della situazione. Secondo Ingrosso (2001): "…
di fronte a una variazione quantitativo-qualitativa
dell'esposizione al rischio o alla decisione politica di una nuova
partenza nella sua gestione è necessario prevedere una fase
iniziale di legittimazione in cui far emergere le premesse
implicite, il non-detto, talvolta il contrasto, per arrivare infine
ad un patto negoziale esplicito o implicito.
È bene inoltre prevedere una forma di controllo della sicurezza che
sia in grado di mantenere il consenso, diffondendo nella
popolazione una sensazione-convinzione di controllo e
corresponsabilizzazione nei confronti della gestione del rischio".
In sintesi, la comunicazione del rischio dovrebbe soddisfare i
seguenti obiettivi: Informazione: - sulla natura del rischio e
sulle sue potenziali conseguenze; - riguardo all'attendibilità
delle fonti di valutazione del rischio; - sull'identificazione di
un responsabile nella gestione del rischio; - sulla scelta e sul
controllo delle alternative di esposizione al rischio.
Assicurazione: - che consigli e decisioni si basano su informazioni
sicure e analisi complesse dei dati per ridurre l'incertezza; - che
sono poste in essere procedure per la gestione del rischio; - che i
responsabili della valutazione e gestione del rischio agiscono con
competenza nel pubblico interesse. Coinvolgimento : - come
opportunità di essere coinvolti nel processo di valutazione del
rischio e nella presa di decisione delle azioni da intraprendere.
Alla luce degli elementi emersi, nella programmazione di una
strategia della comunicazione del rischio efficace ed efficiente,
bisognerebbe tenere in considerazione i seguenti elementi: - la
veridicità del messaggio, la credibilità e l'autenticità della
fonte e dell'emittente (che individua il destinatario, prepara il
messaggio, sceglie i mezzi da utilizzare per veicolare
l'informazione e verifica la ricezione del messaggio); - la
coerenza del messaggio e la stretta interdipendenza tra
l'informazione distribuita in situazione di normalità (preventiva)
e quella diffusa durante l'emergenza e nel post-emergenza(10); - la
chiarezza, semplicità ed affidabilità dei contenuti, che dovrebbero
essere costantemente aggiornati e il più possibile scevri da forme
di distorsione del messaggio(11); - l'adattabilità del messaggio
alle caratteristiche del ricevente; - le modifiche da apportare in
itinere in base all'evoluzione della situazione e alle risposte dei
destinatari.
7. Il rischio e la comunicazione
istituzionale
"Il mezzo è il messaggio". (Marshall Mc Luhan) Quanto detto nel
paragrafo precedente vale in generale per tutti gli attori della
comunicazione del rischio. Vi sono però aspetti peculiari che
riguardano direttamente le istituzioni. Cercheremo di esaminare
brevemente i più importanti. a. Il quadro normativo L'obbligo di
informare l'opinione pubblica e di comunicare con tutti i
cittadini, in uno Stato di diritto, rientra fra i doveri più
importanti di un'istituzione. Questo essenziale principio è
recepito dal nostro ordinamento al livello normativo più alto.
L'articolo 97 della Costituzione, infatti, prevede che gli uffici
pubblici siano organizzati in modo da assicurare "…il buon
andamento e l'imparzialità dell'amministrazione". A tale
prescrizione di ordine generale danno attuazione una serie di
provvedimenti, adottati nel tempo dal Legislatore, tesi a rendere
l'attività amministrativa sempre più efficace e partecipata. Ne
sono esempi la legge 241 del 1990 sulla trasparenza dell'attività
amministrativa, il d.l. 29 del 1993 istitutivo degli uffici di
relazione con il pubblico e la legge 150 del 2000. Quest'ultima,
che prevede per le amministrazioni la facoltà di dotarsi di uffici
stampa e di portavoce, ha definito in modo completo ed esplicito le
attività di informazione e comunicazione istituzionali(12). Fra le
relative finalità, l'art. 1 della legge ha contemplato quella di
"promuovere conoscenze allargate e approfondite su temi di
rilevante interesse pubblico e sociale".
L'ambito nel quale ci muoviamo è certamente questo. b. Uno sguardo
d'insieme Per diversi ambiti di rischi, gli obblighi di informare e
comunicare, per le Autorità preposte alla prevenzione e alla cura
dei vari settori, sono codificati da norme precise. È il caso delle
Direttive comunitarie "Seveso"(13) (1982, 1996 e 2003), che
stabiliscono che gli Stati membri dell'UE devono informare le
popolazioni esposte ad un rischio industriale sulla sua esistenza,
sulle misure adottate per minimizzarlo e sulla condotta da tenere
al verificarsi di un incidente. Viene in mente la bella
interpretazione di Julia Roberts, che nel film "Erin Brockovich"
conduce una battaglia legale in favore degli abitanti di una zona
vicina ad una fabbrica inquinante, ai quali era stato nascosto il
pericolo che li riguardava. Il soggetto è ispirato a una storia
vera. Nel campo del rischio alimentare, spesso al centro della
cronaca come nel caso del già citato morbo BSE, l'Agenzia Europea
per la Sicurezza Alimentare (EFSA - European Food Safety Authority)
ha elaborato uno specifico progetto, denominato Analisi del Rischio
(Risk Analysis), che prevede - in linea con la dottrina generale -
i tre processi di valutazione, gestione e comunicazione. Per quanto
attiene al rischio sanitario, vi sono norme di indubbio
significato, come la legge 428 del 1990 che ha imposto la
pubblicità negativa sul tabacco. Ci riferiamo a quelle terribili
frasi scritte sulle confezioni di sigarette, del tipo: "Il fumo
uccide", che forse avrebbero costretto a una svolta perfino il
signor Cosini che, nel romanzo La coscienza di Zeno di Italo Svevo,
lotta inutilmente contro il vizio. Sono note inoltre le campagne
informative realizzate nei Paesi europei sul virus HIV o su altri
temi inerenti alla salute pubblica. In ambito nazionale, tali
campagne ricadono nel più ampio settore dei messaggi di utilità
sociale e di pubblico interesse che, in base all'art. 3 della legge
150 del 2000, vengono determinati dalla Presidenza del Consiglio
dei Ministri "anche ai fini della loro trasmissione a titolo
gratuito da parte della concessionaria del servizio pubblico
radiotelevisivo" (RAI).
La determinazione viene effettuata su base annua dal Dipartimento
per l'Informazione e l'Editoria. Un esempio vicino, infine,
riguarda il personale che presta servizio nelle missioni di
peacekeeping all'estero, in zone nelle quali sono stati utilizzati
armamenti inquinanti: il famigerato uranio impoverito, ma non solo.
L'Amministrazione militare ha il compito di informare i propri
appartenenti al riguardo e di dar corso agli accertamenti sanitari
previsti dal noto "protocollo Mandelli". c. Aspetti peculiari
dell'argomento sicurezza Informare e comunicare, prima che un
dovere imposto da norme giuridiche, sono anche uno strumento
indispensabile, specie in materie non di diretta conoscenza per il
cittadino, per colmare il gap esistente fra la realtà e la sua
percezione. Un esempio lampante di questo gap, ben noto agli
addetti ai lavori, è la diffusa sensazione di insicurezza che si
registra anche in tempi nei quali vi è un calo statistico dei
reati. Il fenomeno assume particolare rilevanza nell'attuale
contesto, nel quale la minaccia terroristica si pone come una
variabile difficile da misurare e travalica nell'immaginario
collettivo le proprie dimensioni. Nel delicato ambito della
sicurezza, è difficile anche dire cose assolutamente vere. Per
esempio, è evidente che non si può controllare tutto il territorio
nazionale in misura tale da prevenire il rischio di attentati. Ma
una verità simile non si può affermare; o meglio, non si può
consegnare tout court, senza fare aggiunte, precisazioni,
distinzioni. E senza concludere con un messaggio positivo, del
tipo: "Si è verificato un fatto grave. In ogni caso, stiamo facendo
tutto il possibile per risolvere il problema. Abbiamo attivato dei
controlli…", etc. Anche gli appelli alla popolazione sono uno
strumento da maneggiare con cura, affinché non appaiano essere
l'ultima carta che lo Stato gioca quando non ha più risorse da
mettere in campo. Le procedure da seguire nei casi di emergenza,
pur nella difficoltà di prevedere i singoli eventi, possono in
qualche misura essere codificate. E si possono pianificare forme di
informazione preventiva, che creino nell'ordinario un clima di
fiducia diffusa.
Certamente nelle attività di informazione, dirette erga omnes, non
si possono lanciare messaggi differenziati. Quindi il loro tenore
dovrà tendere ad un bilanciamento fra le caratteristiche e le
istanze delle varie categorie di destinatari. Ma si potrà scegliere
il mezzo di informazione più adatto alla tipologia di soggetti che
si vogliono raggiungere. In compenso sarà possibile predisporre dei
contenuti personalizzati nelle attività di comunicazione, dirette
ad interlocutori ben definiti. d. Alcune regole essenziali Una
prima esigenza, specie in materia di informazione, è la
tempestività. Per fare alcuni esempi concreti, dopo gli scontri del
G-8 di Genova del luglio 2001, a pochi minuti dalla morte di Carlo
Giuliani, le foto dell'evento venivano diffuse da siti Internet
vicini alle aree della contestazione violenta, che presentavano il
fatto come un vero e proprio assassinio di Stato(14). Ancora,
immediatamente dopo la strage di Nassirya, una versione proposta da
alcuni media sosteneva che un'autobomba fosse esplosa all'interno
della base. Far passare la notizia avrebbe comportato una serie di
attacchi che potevano estendersi dalle condizioni di sicurezza alla
preparazione dei militari destinati alle missioni all'estero, fino
all'opportunità di tali missioni, con transito dall'ambito tecnico
a quello politico, in una escalation che sarebbe stato poi
impossibile controllare. In casi simili è importante che vi siano
dichiarazioni e prese di posizione immediate. Pur nei limiti
imposti dalle norme (segreto d'indagine, tutela della privacy) o
dal dovuto riserbo istituzionale, è necessario predisporre subito
delle linee di linguaggio, per dare risposta alla domanda di
informazione.
Tornando all'esempio di Nassirya, la tempestiva diffusione di
immagini che mostravano il cratere all'esterno della base è servito
ad arginare il flusso informativo scorretto e a riaffermare la
verità. Un esempio di "effetto alone" di un'informazione errata
risale al luglio scorso, quando a Roma si diffuse la falsa notizia
di un inquinamento delle condutture dell'acquedotto. Pur essendo
priva del minimo grado di verifica, la notizia portò a una vera e
propria onda di panico. Un aspetto da tener presente è che, in
materia di terrorismo, un eccesso di informazione su un delitto
commesso fa il gioco dei criminali, poiché ha un effetto di
amplificazione dell'evento, che è esattamente ciò che essi
desiderano. Nel suo romanzo più conosciuto, Il ritratto di Dorian
Gray, Oscar Wilde ha scritto che un fatto è davvero avvenuto solo
se qualcuno ne parla. Parafrasando il testo, si può dire che parlar
troppo di un attentato compiuto è come farlo accadere più volte,
intendendo con questo una moltiplicazione della portata e degli
effetti dell'evento. È necessario il massimo equilibrio, per
garantire una corretta informazione e al tempo stesso non concedere
vantaggi alla controparte. In questo senso può essere valutata
positivamente la linea seguita dalle Autorità del Regno Unito, fin
dai primi momenti, dopo le stragi di Londra del 7 luglio scorso. Le
notizie trapelate sono apparse improntate a sobrietà e senso della
misura, denotando la presenza di un'attenta regia. L'overdose
informativa, nel senso di campagne prolungate nel tempo, va evitata
anche per un altro motivo importante: essa porta nel medio-lungo
termine all'indifferenza, specie quando gli eventi appaiono lontani
(si pensi alle recenti tragedie dello tsunami, o di New Orleans).
In casi simili può prodursi una sorta di assuefazione all'orrore,
certamente deleteria. L'informazione relativa a possibili attacchi
va centellinata, evitando di spegnere del tutto un'eco che può
essere utile tenere in vita. L'esperienza insegna che spesso i
media portano l'opinione pubblica ad una continua altalena fra
crescita e calo della tensione, con l'effetto di farla sorprendere
ogni volta dagli eventi.
e. Elementi essenziali del linguaggio
La Scuola californiana di Palo Alto, che negli anni sessanta si
prefiggeva di rendere più coese e forti le organizzazioni
attraverso il miglioramento individuale, distingueva la
comunicazione in contenuto (i dati) e relazione (i ruoli). Una
distinzione parallela era stata tracciata dal sociologo tedesco Max
Weber, fra la descrizione di un fatto e il corrispettivo giudizio
di valore. Informazione e comunicazione si avvalgono essenzialmente
di un linguaggio. Esso è fatto di termini che non vanno usati con
leggerezza, specie se si affrontano temi delicati come le cause, le
ideologie retrostanti e gli effetti del terrorismo. Le parole
devono essere sempre le più neutre possibili, ponendo attenzione a
quali possano essere le considerazioni oggettive su un fatto,
tratte da ogni prospettiva possibile. Distinguendo appunto i dati
dai ruoli e dai giudizi. Parlare di terrorismo islamico, ad
esempio, è una descrizione neutra o e già una connotazione? Tutti i
gruppi che provengono da Paesi di religione musulmana hanno le
stesse motivazioni? Agiscono nello stesso modo? Sono… la stessa
cosa? Una delle opere più discusse degli ultimi anni è il saggio di
Samuel Huntington in cui la situazione attuale viene descritta come
clash of civilisation, ovvero "conflitto di civiltà".
Quante insidie si nascondono in una simile definizione, se pensiamo
che le civiltà in asserito conflitto comprendono più di un miliardo
di persone ciascuna? … Pensiamo all'omicidio del regista olandese
Theo Van Gogh che, nella pellicola "Submission", aveva mostrato la
schiena nuda di una donna con impressi, insieme ai segni delle
frustate ricevute, questi versi del Corano: "… all'uomo e alla
donna colpevoli di adulterio e di fornicazione siano imposte cento
frustate…". Submission è la traduzione esatta del termine Islam,
che indica la sottomissione dell'uomo a Dio. L'esemplificazione è
che le frustate siano da attribuire alla fede. In realtà la barbara
usanza deriva da tradizioni tribali molto più antiche, che la
religione musulmana ha teso a temperare. Naturalmente chi ha ucciso
resta un assassino(15).Ma un attacco diretto ad una religione,
proveniente da un soggetto istituzionale invece che da un artista o
un privato in genere, sarebbe un errore imperdonabile. Un esempio
di altro tipo è quello del recente rinvio a giudizio della nota
scrittrice Oriana Fallaci, imputata di vilipendio della religione,
che nel suo libro "La forza della ragione" avrebbe usato
espressioni lesive nei riguardi della fede islamica. In generale,
si può dire che il linguaggio non deve alimentare i pregiudizi (i
cosiddetti bias). Nel libro "L'orda - quando gli albanesi eravamo
noi", Gian Antonio Stella, editorialista del Corriere della Sera,
stigmatizza gli stereotipi affibbiati dalla seconda metà
dell'Ottocento agli italiani, dovuti ai comportamenti non corretti
di un'esigua minoranza dei 4 milioni di compatrioti emigrati alla
ricerca di un futuro migliore. Grande attenzione nei riguardi dei
termini ha mostrato di recente l'Amministrazione USA.
Come ha rilevato il quotidiano Financial Times lo scorso 1° agosto,
gli esperti di comunicazione del Pentagono hanno rifatto il look ai
messaggi governativi, convertendo la sigla iniziale G.W.O.T.,
Global War On Terror (Guerra Globale al Terrore), in S.A.V.E.,
Struggle Against Violent Extremism (Lotta Contro l'Estremismo
RadicaleViolento). È una svolta in direzione del politically
correct: la parola war, guerra, viene corretta in struggle, lotta,
per sottolineare il passaggio dall'opzione militare ad un'azione
politica più ampia. f. Il ruolo dei Media Le reazioni sociali al
rischio vengono influenzate in modo forte dai mezzi di
comunicazione. Al riguardo va tenuto presente che quello
dell'informazione non è un ambito asettico, che gestisce in modo
automatico e lineare l'avvento di una notizia. Il settore risente
di logiche trasversali, collegate con le convenienze dei gruppi di
potere che influenzano gli editori e i direttori delle varie
testate. Un esempio cinematografico illuminante è il cult "Quarto
potere", di Orson Welles (1941), che mostra la forza dirompente di
un colosso dell'editoria americana. Va considerato inoltre che una
"storia da copertina" allarmistica viene costruita soprattutto
quando esistono taluni fattori, denominati Media Triggers(16), che
costituiscono per i fruitori dell'informazione motivo di
particolare - e spesso morbosa - attrazione. Secondo la dottrina
prevalente, i principali fattori di questo tipo sono i seguenti: -
problemi di responsabilità; - segreti e tentativi di copertura; -
interessi secondari; - legami con obiettivi politici o personalità
di rilievo; - conflitti; - prevedibilità di nuovi eventi dannosi; -
esposizione al rischio della maggior parte della popolazione, -
potente impatto visivo sugli effetti (con foto di vittime e
feriti); - legami con sesso e crimine.
La presenza di uno o più di questi elementi deve far suonare per il
comunicatore istituzionale un campanello d'allarme. Un ruolo di
primo piano ha infine nell'universo mediatico l'immagine,
determinante per raccontare un fatto ai fruitori dell'informazione.
No picture, no story (Nessuna immagine, nessuna storia), è il motto
lanciato dal network televisivo statunitense "CNN". Non è una
novità. Nel 1937 il re di Spagna, volendo ottenere consenso nella
guerra civile in corso, commissionò a Pablo Picasso un dipinto che
rappresentasse efficacemente gli orrori commessi dalla parte
avversa. L'artista realizzò "Guernica", che raffigurava la
popolazione dell'omonimo villaggio basco, colpita dai bombardamenti
dell'aviazione tedesca che appoggiava i franchisti. Allo stesso
conflitto si riferisce un'altra delle icone più rappresentative
della guerra e dei suoi orrori. È la fotografia "L'istante della
morte", di Robert Capa, che ritrae un miliziano spagnolo nell'atto
di essere raggiunto da un proiettile mortale. Da ultimo, l'11
settembre ci ha ricordato quanto può essere forte l'impatto
provocato dalle immagini. Esse raggiungono e scuotono le coscienze,
lasciando nella memoria un solco profondo(17). Il cinema e la
televisione sono gli strumenti più potenti attraverso i quali si
manifesta oggi la loro forza.
8. Al centro la pianificazione:
l'esempio britannico
"La saggezza richiede previdenza". (Napoleone Bonaparte) Pur
nella considerazione delle differenze culturali e sociali esistenti
tra lo scenario nazionale e quello del Regno Unito, ci è sembrato
che una sintetica analisi del modello britannico potesse offrire un
utile esempio di applicazione di una strategia comunicativa del
rischio. Per preparare la popolazione ad una situazione di
emergenza, il Governo britannico ha pubblicato sul sito ufficiale:
http://www.ukresilience.info/home.htm delle linee guida, sulla
comunicazione del rischio in situazioni di emergenza, utili per: -
aiutare a pianificare strategie comunicative efficaci; - sviluppare
una comprensione adeguata del rischio; - migliorare la conoscenza
sui suoi probabili effetti; - offrire una "base sicura" da cui
affrontare una situazione di emergenza. In particolare, nel
suddetto sito è stata messa a punto una strategia istituzionale di
comunicazione del rischio per migliorare la resilienza(18)
collettiva, che si sostanzia nelle seguenti attività: - gestire il
rischio; - progettare in anticipo un percorso chiaro e definito che
indichi dove si vuole arrivare, che cosa si vuole raggiungere e
come; - anticipare problemi futuri in modo da essere preparati ad
affrontarli; - identificare chi deve comunicare con chi,
coinvolgere e consultare le parti; - definire quali contenuti è
necessario trovare e cosa deve essere detto in merito; - definire
come si vuole raggiungere il pubblico e individuare i canali di
comunicazione; - identificare e gestire le risorse necessarie; -
preparare uno schema di lavoro con dei parametri in grado di
misurare i progressi e di valutare gli effetti della comunicazione
nel corso del tempo. L'orientamento descritto pone la comunicazione
del rischio come un'azione in continuo divenire, come indica il
presente schema:
Figura 1
Come si vede nel diagramma, la comunicazione costituisce il
cuore del processo di gestione del rischio ed è presente in ogni
fase, con gli obiettivi di seguito elencati:
Figura 2
Il modello inglese ha proposto una strategia di comunicazione
del rischio suddivisa nelle sette fasi che seguono: Organizzare un
gruppo di lavoro: per pianificare una strategia comunicativa utile
ed efficace è importante confrontarsi con rappresentanti di diverse
categorie di pubblico, esperti, specialisti dell'informazione e
della comunicazione e con quanti possano dare un effettivo
contributo al dibattito. Decidere che cosa si vuole raggiungere: è
necessario stabilire prima di tutto scopi, obiettivi e direzione
che si intende perseguire. La cura meticolosa di questo aspetto è
essenziale, altrimenti si rischia di fallire perché si incontrano
difficoltà non pianificate che appaiono insormontabili.
Identificare il target di pubblico a cui sono diretti i messaggi:
dividere il pubblico in categorie e analizzarne gli interessi, i
bisogni e la percezione del rischio, includendo anche gruppi
minoritari. Individuare la forma di consultazione collettiva più
idonea: occorre avere in merito obiettivi chiari e specifici: per
es. circostanziare i problemi, trovare delle soluzioni, creare le
basi per costruire consenso, ecc. Catturare l'attenzione collettiva
e coinvolgere il pubblico: non tutte le modalità di coinvolgimento
risultano appropriate in ogni circostanza. La proposta o gli
obiettivi comunicativi fissati dovrebbero indirizzare la scelta dei
metodi più appropriati (questionari, interviste, focus group,
workshop, etc.). Monitorare e verificare la strategia in atto:
verificare costantemente il livello di raggiungimento degli
obiettivi prefissati, apportare le modifiche e i correttivi che
risultano necessari in itinere e valutare il feedback del pubblico
nelle varie fasi del processo. Mantenere una politica della
comunicazione: rivedere costantemente la strategia è un buon
sistema per apportare i correttivi necessari in base ai dati e ai
cambiamenti di opinione e d'interessi che si verificano nel
tempo.
9. Conclusioni
"La verità vi renderà liberi" (Vangelo di Giovanni) Il percorso
che ci eravamo prefissi di seguire è giunto al termine. Riteniamo
di aver detto molto, forse troppo, su quelle che potrebbero essere
le linee di comunicazione da seguire nell'attuale scenario. Ci
siamo dilungati sulle teorie che presiedono alla materia e sulle
tecniche attraverso le quali si possono mettere in pratica i
concetti espressi. Abbiamo sottolineato a più riprese l'importanza
di comunicare e di informare preventivamente, nell'ordinario, per
seminare ciò che potrebbe essere raccolto nel momento
dell'emergenza vera e propria. Che ci auguriamo non si verifichi
mai… L'idea di fondo che ci ha guidati è che l'Arma è un
formidabile attore nel campo della comunicazione. L'attività viene
svolta con tutti gli strumenti oggi disponibili: mediante le
strutture preposte alle relazioni con il pubblico a livello
centrale e locale, il web, l'editoria istituzionale, i media che
propongono quotidianamente la nostra immagine e perfino attraverso
la fiction, che da tempo ha assunto un ruolo predominante fra le
varie forme di espressione artistica che illustrano, portandoli in
tutte le case, il ruolo e i valori che i carabinieri rappresentano
nell'immaginario collettivo. Ma ogni singolo appartenente
all'Istituzione è un veicolo di comunicazione. Lo sono i
centralinisti che rispondono alle chiamate dei cittadini, i
militari di servizio alle caserme che per primi ricevono il
pubblico, i carabinieri di quartiere, i comandanti di stazione, gli
ufficiali che abitualmente dialogano con le autorità di pubblica
sicurezza e i magistrati. L'elenco potrebbe continuare, andando a
comprendere praticamente tutti i militari dell'Arma, che assumono
un ruolo pubblico nel momento stesso in cui indossano l'uniforme.
Con questa idea abbiamo sviluppato il nostro discorso, sperando di
lasciare un piccolo segno. Forse però manca ancora la cosa più
importante. Il fondamento di ogni principio, che riteniamo sia
questo: perché un messaggio funzioni, perché una strategia di
comunicazione sia efficace, è necessario che il contenuto sia,
molto semplicemente, vero. Le bugie hanno le gambe corte, lo
insegnavano i nostri Padri in tempi nei quali non era facile come
adesso smascherare una versione ufficiale addomesticata. Questa
regola, che riguarda tutti, vale a maggior ragione per un soggetto
pubblico. Un'istituzione dice la verità. Sempre, comunque. Nel modo
migliore, più adatto, mediando fra i dati da comunicare e la
capacità di reagire dei destinatari dell'informazione. Ma avendo
ben presente che all'obbligo di dire il vero non è lecito, né
possibile, sottrarsi. Mai. Il riflesso per i cittadini è diretto,
immediato. Nulla può far paura, se a proteggerci c'è uno Stato -
inteso come patto sociale al quale tutti apparteniamo, ciascuno nel
proprio ruolo - che è con noi. Che non ci inganna. In questo sta
l'essenza ultima del discorso, perché la consapevolezza di essere
parte di qualcosa di più grande può essere esattamente, per tornare
ad un pensiero già formulato, ciò che rende accettabile il rischio.
Il terrorismo internazionale fa paura. È in grado di procurarsi
armi micidiali, di mietere vittime, di portare l'attacco al cuore
della nostra civiltà. Ma se siamo uniti, consapevoli di quello che
accade e disponibili ad offrire ciascuno il proprio contributo,
saremo più forti e ci metteremo sulla strada giusta per controllare
le nostre paure. Perché, per dirla con Pericle: "Non c'è libertà
senza la verità. E non c'è verità senza il coraggio".
(*) - Tenente Colonnello dei Carabinieri in servizio presso
l'Ufficio Pubblica Informazione del Comando Generale dell'Arma dei
Carabiniei. (**) -Maggiore dei Carabinieri in servizio presso la
Scuola Ufficiali Carabinieri. (***) - Capitano dei Carabinieri in
servizio presso l'Ufficio Sanità del Raggruppamento T.L.A.
"Pogdora". (1) - Maslow organizza i bisogni in cinque gruppi
secondo una gerarchia piramidale. Partendo dalla base si
individuano bisogni: fisiologici, di sicurezza, di appartenenza
(amicizia, amore), di stima e di autorealizzazione. Secondo
l'autore, i bisogni ai livelli più elevati del sistema si attivano
solo quando quelli dei livelli inferiori sono soddisfatti. (2) - In
quell'anno gli Stati Uniti hanno ammesso l'aborto. (3) - Da una
costola del movimento si formò il gruppo terroristico al Jihad,
responsabile nel 1981 dell'assassinio del presidente egiziano
Sadat, colpito in quanto promotore degli accordi di pace con
Israele. (4) - Il termine Pakistan significa, letteralmente, terra
dei puri. (5) - È la disciplina che si occupa dello studio delle
malattie e dei fenomeni connessi, attraverso l'osservazione della
distribuzione e dell'andamento delle patologie nella popolazione,
allo scopo di individuare i fattori che ne possono indurre
l'insorgenza e condizionare la diffusione (Signorelli, 1995). (6) -
Ufficio Europeo per la Lotta AntiFrode. (7) - Gli esperti della
materia dividono le catastrofi in: . naturali: geologiche,
climatiche, batteriologiche e zoologiche; . tecnologiche: incidenti
da trasporto di sostanze pericolose, della circolazione,
dell'industria chimica e nucleare, crolli e cedimenti di strutture,
esplosioni; . sociali: carestie, disordini pubblici, panico
diffuso, terrorismo, incidenti dolosi, presa di ostaggi; . di
guerra: attacchi, azioni di sabotaggio, bombardamenti aerei,
siluramento navi. (8) - Modello E.U. (expected utility): è la
considerazione complessiva dei vantaggi possibili all'esito di una
decisione. (9) - Essa è definibile come la convinzione che le cose
negative debbano capitare sempre e solo agli altri. (10) - Il
Dipartimento della Protezione Civile ha proposto delle linee guida
sull'informazione del rischio (1995), distinguendo tre momenti
temporali: . Informazione preventiva: finalizzata a diffondere la
conoscenza collettiva sul rischio a cui si è esposti, sui segnali
di allertamento e sui comportamenti da assumere durante
l'emergenza; . Informazione in emergenza: con lo scopo di attuare
ogni procedura utile ad allertare la popolazione interessata e ad
aggiornarla costantemente; . Informazione post-emergenza: per
ripristinare lo stato di normalità mediante l'utilizzo di segnali
di cessato allarme. (11) - Le principali forme di distorsione del
messaggio sono le seguenti: . Effetto volume o filtro:
un'informazione a forte tonalità emotiva intensifica o riduce
l'impatto del messaggio sul pubblico ricevente; . Effetto di
sopravvalutazione e di sottovalutazione: dipende dalla lunghezza
del messaggio (un'informazione sintetica tende a minimizzare il
pericolo, viceversa un messaggio troppo dettagliato finisce per
allarmare il ricevente); . Effetto di posizionamento: il contesto
influenza il senso del messaggio (un medesimo contenuto comunicato
in situazione di normalità o di emergenza sortisce effetti
completamente differenti); . Effetto di combinazione:
l'organizzazione del messaggio influenza la percezione del
ricevente (privilegiare le problematiche del rischio rispetto a
quelle della prevenzione allarma di più); . Effetto stereo: il
mezzo (mass media) può influenzare il senso del messaggio. (12) -
Si intendono per attività di informazione quelle che promanano da
un soggetto titolare di competenze (un'amministrazione, un Ente,
ecc.) e sono dirette verso il pubblico, in modo unilaterale.
Rientrano in questo alveo i comunicati e le conferenze stampa e, in
generale, le notizie diffuse attraverso i media. La comunicazione è
invece un processo a due vie, nel quale l'amministrazione dialoga
con i destinatari del servizio pubblico, ad esempio tramite gli
uffici di relazione con il pubblico, gli strumenti di community di
un sito Internet (forum, chat) o i propri presidi sul territorio.
(13) - Seveso è il nome di una località della Lombardia ove nel
luglio 1976 l'inquinamento prodotto da uno stabilimento chimico
portò alla formazione di una nube contenente diossina e altre
sostanze tossiche, che cagionò intossicazioni a 130 persone
residenti nella zona e numerosi decessi di animali, richiedendo lo
sgombero dell'area e ingenti opere di decontaminazione. (14) - Il
procedimento a carico del Carabiniere Mario Placanica, che ha
esploso il colpo che ha provocato la morte di Giuliani, è stato
definito con l'archiviazione per aver egli fatto uso legittimo
delle armi. (15) - L'omicida, Mohammed Bouyeri, 26enne originario
del Marocco, è stato condannato all'ergastolo il 26 luglio scorso.
(16) - Trigger è il grilletto di una pistola e quindi rende il
senso dei fattori innescanti o scatenanti. (17) - È stato studiato
che, mentre gli effetti sonori vengono registrati nella Memoria a
Breve Termine (MBT), quelli visivi rimangono impressi, grazie alla
forza delle emozioni che inducono, nella Memoria a Lungo Termine
(MLT). (18) - La resilienza si riferisce alla capacità di superare
una grave situazione di crisi e di ricostruire il futuro con
ottimismo. Nel sito britannico ukresilience il termine si sostanzia
nell'abilità ad ogni livello, nazionale, regionale e locale, di
scoprire, prevenire e se necessario fronteggiare gravi situazioni
di crisi, conseguenti per esempio ad attacchi
terroristici. |