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n. 3 - Luglio -
Settembre > Studi
La microcriminalità: analisi del
fenomeno e delle strategie di prevenzione e
contrasto
Pierpaolo Martucci e Stefano
Lupi
1.
L'ambiguità di un termine: "micro" rispetto a cosa?
In un sondaggio condotto nel marzo 2004 su un campione di 700
persone dalla SWG, la famosa società di rilevazione, sul tema delle
preoccupazioni degli italiani emerse che ciò che nella quotidianità
realmente spaventa metà degli intervistati è la microcriminalità;
inoltre, ben il 42% degli intervistati affermò di non sentirsi più
al sicuro nelle strade della propria città. Quei risultati che non
fanno che confermare quanto emerge già da anni in ricerche di tipo
simile. Un'indagine condotta nel 2000 dal Censis sul tema "le paure
degli Italiani" aveva segnalato il Nord Est (ed il Veneto in
particolare) come l'area in cui maggiori erano le inquietudini per
la delinquenza diffusa; un elemento apparente- mente sorprendente
riguardava il fatto che tale inquietudine era cresciuta in misura
percentualmente maggiore nei piccoli e medi centri rispetto alle
grandi città(1). In precedenza, nel 1998, elementi analoghi erano
stati raccolti in uno studio sulla percezione sociale della
criminalità, condotto in collaborazione con esperti dell'Istat,
mediante la somministrazione di centinaia di questionari anonimi,
in Calabria e nell'Italia Nordorientale(2). Ad una domanda precisa,
gli intervistati avevano risposto di considerare accresciuto il
tasso di criminalità nella propria zona di residenza, in base
all'esperienza diretta. I reati considerati più diffusi erano i
furti e lo spaccio di droghe. Tra gli intervistati che avevano
subito reati nei due anni precedenti il sondaggio, il 30% aveva
sofferto furti, quasi il 14% atti di vandalismo o danneggiamenti.
Eppure i dati ufficiali segnalano nell'ultimo periodo una
complessiva riduzione della delinquenza sul territorio
nazionale(3). Come si colloca allora il costante allarme per la
microdelinquenza nel contesto di queste apparenti contraddizioni?
In primo luogo, è opportuno interrogarsi sul corretto significato
da attribuire ad un termine certamente abusato come quello di
"microcriminalità" - o, come viene definita oggi, "criminalità
predatoria" - lo studio dei cui dati statistici evidenzia come
questa si confermi tra i fenomeni delinquenziali che più
condizionano la sicurezza pubblica. In verità si tratta di una
specie di contenitore provvisorio riferito ad una serie di
dinamiche devianti ritenute di "basso profilo": innanzitutto una
larga fetta di reati contro la proprietà: borseggi, furti in
appartamento, scippi, danneggiamenti, vandalismi, ma anche rapine
di entità modesta e di scarsa preparazione. Ai margini della
categoria stanno poi altre condotte, quali il piccolo spaccio, le
risse, certe infrazioni stradali. Ma che dire in rapporto alla
pericolosità potenziale e concreta di tali condotte, classificate
come "delinquenza minore"? Il reato contro la proprietà può
tradursi in reato contro la persona se la vittima sorprende
l'autore e reagisce. La rapina improvvisata dal balordo può
sfociare in un omicidio; la guida in stato di ebbrezza può
provocare una strage. Molta "delinquenza minore" può essere
collegata in misura più o meno diretta con reti criminali
organizzate: si pensi allo spaccio minuto di stupefacenti, ai furti
commessi - caso frequentissimo nel territorio dei piccoli e medi
comuni del Nord Est - da minori rom gestiti da clan slavi di
recente immigrazione, allo stesso problema della prostituzione. In
effetti molte volte queste condotte, in modo fortuito e del tutto
imprevedibile, possono tradursi in eventi gravi e, di conseguenza,
venire promosse "sul campo" a "grande criminalità". Sembra quindi
evidente che il termine non rappresenta una categoria scientifica,
ma un'espressione di comodo - meno appropriata rispetto ad altre
quali "criminalità di strada" (l'inglese street crimes) - che
svolge una funzione eufemistica e rassicurante nella comunicazione
sociale. In effetti il riferimento lessicale ad una dimensione
minimale ("micro", appunto) contiene un giudizio implicito sulla
trascurabilità del danno subito dalla parte offesa. Eppure, per
molte vittime le vicende vissute non sono state affatto
trascurabili. A parte la relatività delle valutazioni sul danno
economico (ad es., per un pensionato dal modesto reddito, un
"banale" borseggio può determinare problemi seri), generalmente non
si considerano le ricadute psicologiche di questi reati. Le
ricerche criminologiche degli ultimi decenni hanno evidenziato
come, al di là del danno immediato, la maggior parte dei reati
causino nelle vittime sofferenze psicologiche a breve e medio
termine; questo non si verifica soltanto con delitti
particolarmente traumatici - è il caso paradigmatico della violenza
sessuale - ma anche in seguito ad eventi apparentemente banali,
come furti, scippi o borseggi(4). Pure in questi casi emergono
sentimenti di ansia, insicurezza, depressione, paure improvvise ed
immotivate, che talvolta si protraggono per mesi e mesi dopo il
fatto. Particolarmente insidiose sono le conseguenze di un furto in
appartamento, che si riverberano sia come attacco alla sicurezza
sia come violazione della privacy. La vittima, sotto il primo
profilo, avverte lo smarrimento che deriva dal constatare come le
mura domestiche non siano state in grado di proteggerla da
un'intrusione esterna; sotto il secondo aspetto, soffre per la
contaminazione dei suoi spazi intimi e delle cose personali,
manipolati e "sporcati" da mani estranee. Molto spesso gli oggetti
sottratti dalle abitazioni hanno un valore affettivo e sentimentale
ben superiore a quello economico e, in questo senso, concretizzano
una perdita irreparabile: si pensi a un gioiello di famiglia
tramandato da generazioni, al dono di una persona cara o al ricordo
di chi non c'è più. In questo caso le parti lese soffrono di un
danno che - secondo le più recenti dottrina e giurisprudenza - ben
si può definire "esistenziale"(5). Eppure, il fatto di aver subito
un "micro" crimine pone questi soggetti in una fascia assolutamente
marginale nella già bistrattata categoria delle vittime del
crimine, praticamente fuori dalla memoria e dall'attenzione
sociale, relegata nella semplice routine delle attività
giudiziarie.
2. Paura del crimine, percezione
dell'insicurezza e problemi di rilevazione della
microcriminalità
Per certi versi, dunque, l'inserimento in una categoria
lessicalmente minimalistica - la "microcriminalità" appunto - tende
a far sì che generalmente si ometta di valutare quanto queste
condotte influenzino la crescita del senso di insicurezza in una
data comunità. In realtà è proprio la percezione di questo tipo di
minaccia - suscettibile di tradursi in un evento che può colpire
quotidianamente chiunque - a poter innescare un allarme maggiore
rispetto, ad es., alle attività del crimine organizzato le cui
dinamiche appaiono rivolte a categorie predeterminate di vittime (è
il caso dei sequestri di persona) e gestite in modo più
"professionale". Si tratta della differenza che corre tra una
preoccupazione generica per i grandi problemi sociali (terrorismo,
mafie, delitti economici) che bene si esprime nel termine inglese
concern, ed il timore immediato, quotidiano, che condiziona gli
stili di vita e viene definito come fear of crime, la paura
concreta della delinquenza di strada, vista come minaccia diretta
ai beni ed all'integrità personale. La microcriminalità è dunque
fonte manifesta di paura, una condizione psicologica che implica
una ambigua, duplice valenza: - funzionale e positiva, in quanto
aiuta a prevedere e prevenire i reati; - disfunzionale e negativa,
in quanto distrae l'attenzione e compromette le attività della
routine quotidiana, condizionando la qualità della vita dei
cittadini. Il diffondersi della paura del crimine in una certa zona
può risultare indipendente dal tasso effettivo di delittuosità ed
essere piuttosto correlata con l'affermarsi di un clima sociale di
insicurezza. Alcune analisi criminologiche hanno posto in rapporto
la crescita dell'insicurezza nelle città con la comparsa dei c.d.
segnali di incivility, vale a dire segni manifesti di
disorganizzazione urbana e sociale. Si può trattare di indicatori
fisici (aree ed edifici abbandonati, sporcizia nelle strade, segni
frequenti di vandalismo, muri imbrattati da scritte e graffiti) e
sociali (presenza di prostitute, di tossicodipendenti, di bande
giovanili incontrollate): si ritiene che essi comunichino la
sensazione del venir meno delle regole - e quindi della sicurezza -
in un determinato contesto. Anche le strategie comunicative dei
mass media rivestono un ruolo importante, seppure controverso,
nell'alimentare o contrastare l'affermarsi di uno stato di
insicurezza e di allarme sociale diffusi. Le normali statistiche
possono talvolta fornire indicazioni apparentemente incoerenti
sull'andamento dei fenomeni di devianza. Occorre ricordare che le
statistiche giudiziarie si basano sulla criminalità ufficiale,
relativa soltanto ai delitti denunciati, i quali costituiscono
mediamente non più di metà del totale di quelli realmente commessi,
mentre sono soprattutto i "micro" reati che sfuggono alla
rilevazione, in quanto più spesso non denunciati. Ed in effetti le
modestissime prospettive di successo (secondo i dati ISTAT non più
del 10% degli autori dei furti sono individuati) e la scarsa
attenzione per la vittima non costituiscono certamente degli
incentivi alla denuncia. Quindi una lettura della devianza basata
esclusivamente su dati statisticogiudiziari si presta al rischio di
clamorosi fraintendimenti, come lo studioso inglese Rawson
sottolineava già oltre centocinquanta anni or sono: "i crimini
abbondano spesso proprio là dove gli arresti sono meno
numerosi…"(6). Ad esempio, specialmente nel breve periodo, la
crescita o il calo di un certo tipo di reati basata sull'aumento o
la diminuzione delle denunce può configurare due interpretazioni
del tutto contrastanti: - da una parte, l'aumento delle denunce può
indicare una maggiore vigilanza sociale ed un più efficiente
intervento delle Forze di polizia, che portano alla luce una parte
del fenomeno prima nascosto nel c.d. "numero oscuro"; si
tratterebbe dunque di un segnale positivo; - dall'altra, la
diminuzione può essere il frutto di una sfiducia del cittadino, del
timore di rappresaglie, di uno scarso interventismo delle Forze
dell'ordine e costituire - paradossalmente - un segnale negativo.
L'approccio statistico allo studio dei dati evidenzia dunque una
realtà fenomenica in progressiva diminuzione. Ciò nonostante, la
linea di azione prioritaria delle Forze di polizia è e resta il
contrasto alla criminalità comune avente quale obiettivo primario
l'accrescimento dell'incisività dell'azione nello specifico
settore. In tale contesto sono stati intensificati i servizi
preventivi svolti dal carabiniere/poliziotto di quartiere con lo
scopo di intensificare il dispositivo e migliorare il contatto con
la popolazione. Una popolazione che, abbiamo detto, nel momento in
cui viene violata nella privacy accresce esponenzialmente il
proprio stato di allarme sociale, di insicurezza sociale percepita;
l'insicurezza che la porta ad isolarsi per proteggersi costruendosi
una permealizzazione al mondo esterno che deve rimanere fuori dalla
propria quotidianità che, per poter sopravvivere, deve essere
blindata ed impenetrabile. Più in generale, le medie statistiche
mal si adattano a dipingere efficacemente una realtà "a macchia di
leopardo" come è quella della microdelinquenza, che tende a
concentrarsi in determinati contesti territoriali, come ad esempio
le medie e piccole realtà urbane nelle aree rurali del Nord Est
italiano. In quelle zone il forte sviluppo economico e
l'industrializzazione diffusa hanno trasformato - in tempi sin
troppo rapidi - un tessuto sociale un tempo sostanzialmente
agricolo e povero, introducendo un'abbondanza di beni che è di per
se stessa un elemento potentemente attrattivo nei confronti della
criminalità predatoria: basti pensare ai nomadi specializzatisi nei
furti in abitazioni od alla comparsa delle estorsioni. Per
comprendere la diffusione del sentimento di insicurezza anche e
soprattutto nei paesi e nelle cittadine, bisogna anche considerare
le conseguenze della svalutazione del controllo sociale informale,
vale a dire di quella rete di vigilanza comunitaria, di controllo
reciproco fra le persone che si sviluppa soprattutto nelle
relazioni familiari e di vicinato e che esprime la disapprovazione
per una condotta con una serie di reazioni informali, che possono
andare dal rimprovero amichevole sino al vero isolamento sociale.
Questo genere di controllo, tipico delle società tradizionali
fortemente coese ed organiche, è - specialmente in termini di
prevenzione - per molti aspetti più efficace di quello formale,
costituito dalle leggi e dalle sanzioni legali. Ebbene la
transizione troppo veloce da un modello solidaristico di civiltà
agricola ad un sistema consumistico sradicato dai valori
tradizionali, ha certamente posto in crisi la rete di controllo
comunitario un tempo presente nelle piccole realtà urbane, proprio
mentre l'organicità dell'identità sociale viene messa in
discussione dal massiccio afflusso di immigrati extracomunitari,
reso peraltro indispensabile dalle stesse dinamiche di sviluppo
imprenditoriale, ma percepito da molti come una minaccia, una
intrusione oscura, estranea e incomprensibile. Questi sono aspetti
che vanno considerati, quando si vuole riflettere sulla crescita
dell'insicurezza e dell'allarme sociale nelle comunità
locali.
3. Le possibili strategie di prevenzione e
contrasto del fenomeno
Di fronte all'allarme per la microcriminalità una delle prime
sollecitazioni emotive del cittadino medio è una richiesta di una
più severa penalità, frutto, a sua volta, dell'impressione di una
giustizia troppo blanda e tardiva. Senza approfondire
l'attendibilità o meno di un tale giudizio, bisogna riconoscere che
è da tempo in atto nel nostro Paese quella che è stata definita
"fuga dalla sanzione", una tendenza che ha reso di fatto
inapplicate la grande maggioranza delle pene detentive brevi, al di
sotto dei tre/quattro anni di reclusione(7). È il risultato in
parte di meccanismi processuali premiali introdotti in funzione
deflattiva ed in parte di possibilità alternative e riduttive
attinenti alla fase dell'esecuzione della pena, successiva alla
condanna. Per queste ultime occorre dire con chiarezza che, al di
là delle conclamate finalità rieducative, la motivazione non
dichiarata ma prevalente è stata ed è la possibilità di gestire,
prospettando una sanzione "aperta" e "negoziabile" in rapporto con
la buona condotta, l'insostenibile situazione degli istituti
carcerari. E, in questo senso, ha senza dubbio funzionato, evitando
le proteste e le rivolte sanguinose che si erano verificate negli
anni Settanta, peraltro a spese della certezza della pena.
Comunque, nel persistere di nodi politici, si può ritenere che il
semplice inasprimento - al di là delle valutazioni ideologiche -
probabilmente non comporterebbe un maggior rigore nell'esecuzione
effettiva delle pene. Appare allora preferibile ragionare su altri
piani, come quello della maggior presenza delle forze dell'ordine
sul territorio, una richiesta comune nell'opinione pubblica e che
assolve a due principali finalità: - una funzione di vigilanza,
prevenzione dei reati ed intervento rapido; - una funzione di
rassicurazione psicologica dei cittadini. Peraltro la questione non
si pone semplicemente in termini di incremento degli organici, ma
anche e piuttosto di un più razionale impiego delle risorse
esistenti, in termini di coordinamento interforze - tema annoso in
un Paese che vede la contestuale presenza di tante diverse Forze di
polizia - e di collaborazione tra polizia locale e altre Forze
dell'ordine. Quest'ultimo è un aspetto assai importante che
tuttavia nella maggior parte dei casi è stato gestito in modo
decisamente insoddisfacente. Negli ultimi anni, tuttavia, si stanno
diffondendo conferenze di servizi e protocolli operativi fra
amministrazioni locali, prefetture, questure e comandi dei
carabinieri, che costituiscono esperienze promettenti in questo
senso. Peraltro la presenza delle Forze dell'ordine sul territorio
va gestita con equilibrio e disposta nei tempi e nei luoghi
realmente opportuni, per evitare inutili sprechi e risultati
controproducenti. Esiste infatti un sottile e talvolta incerto
confine fra una presenza discreta ma visibile, che aumenta la
fiducia ed il senso di protezione nella cittadinanza, ed una sorta
di militarizzazione del territorio che rischia di inquietare e
trasmettere il senso di minacce costantemente incombenti,
accrescendo proprio quell'allarme che si vuole contrastare. In
quest'ottica ha assunto maggiore interesse il moltiplicarsi delle
sperimentazioni che negli ultimi anni, in Italia, hanno riguardato
il tema della polizia di prossimità(traduzione letterale del
termine francese "proximité" con il quale si intende indicare il
tentativo di coniugare la necessità di riavvicinare le istituzioni
ai cittadini; tra queste istituzioni devono annoverarsi
innanzitutto le Forze di polizia e, per il loro tramite, la
magistratura che devono sviluppare un processo di avvicinamento,
geografico ed organizzativo, della loro azione ai bisogni dei
cittadini(8)) e la figura dell'agente
(carabiniere/poliziotto/vigile) di quartiere, soggetti strettamente
legati alla materia della sicurezza urbana. Il concetto di
sicurezza nella comunità territoriale presenta una sua
articolazione e giustamente è stata sottolineata l'esigenza di una
distinzione, da una parte, tra la sicurezza in senso lato e le
relative politiche poste in essere dalle autonomie territoriali e
funzionali, e dall'altra, con la pubblica sicurezza in senso
stretto, fatta di prevenzione e repressione dei reati da parte
degli organi di polizia. In effetti l'espressione italiana
"sicurezza" è insufficiente a dar conto di tale necessaria
diversità, presente invece in Paesi quali la Francia e
l'Inghilterra, ove è ben chiara, la differenza tra safety e
security o tra securite e surete, fermo restando ovviamente la
difficoltà di una netta separazione e la probabilità di evidenti
spazi di interazione tra i richiamati significati. Alle due valenze
concettuali possono venir fatte corrispondere, rispettivamente, una
"sicurezza di comunità" - in cui è la comunità dei cittadini che,
interpretando il valore della sicurezza come bene strumentale per
l'espansione dei diritti e delle libertà civili, si fa carico
dell'esercizio di funzioni di sicurezza sussidiaria o secondaria o
complementare - ed una "sicurezza di prossimità", che si estrinseca
in un percorso di avvicinamento degli organi di polizia agli
utenti, cioè ancora una volta ai cittadini(9). Sforzo primario
delle Forze dell'ordine deve essere quindi quello di recuperare la
fiducia della gente che rappresenta la prima e fondamentale risorsa
per meglio procedere all'attività tecnico investigativa per
fronteggiare il fenomeno della criminalità predatoria, che può
essere prevenuta e repressa stimolando proprio "il controllo
informale" da parte del cittadino, specie di coloro i quali
svolgono attività in contesti in cui vengono a contatto, in ragione
soprattutto delle loro attività professionali a favore del
pubblico, con circostanze che riferite utilmente possono
concretizzarsi in sospetti informativamente rilevanti. La
realizzazione di un efficace servizio di "polizia di prossimità"
mira appunto a far percepire alla popolazione un adeguato livello
di "sicurezza avvertita", grazie ad una presenza costante ed
amichevole sul territorio, realizzata mediante continui contatti
con i negozianti, gli anziani, gli scolari, i giovani (anche
attraverso visite presso le singole abitazioni), in generale con
tutti i residenti per coinvolgerli nel dialogo, fornire consigli,
dare e raccogliere informazioni, utili a prevenire e reprimere quei
reati di natura predatoria che più direttamente inquietano il
cittadino medio. Conseguentemente si assiste, nell'incremento delle
politiche sulla sicurezza, allo sviluppo di un'attività di polizia
che si fonda sulla diffusione ed il mantenimento della sicurezza
quotidiana dei cittadini, caratterizzata da un orientamento attivo
nei confronti della criminalità diffusa. La polizia di prossimità
rappresenta quindi qualcosa di più di una ridislocazione delle
forze sul terreno: ha quale fondamento ispiratore una concezione di
intervento complessivo che comporta l'adozione di modificate
modalità quotidiane operative delle Forze di polizia, orientate
verso obiettivi nuovi e diversi. La polizia di prossimità si
contraddistingue perché connessa alla dimensione territoriale, di
cui è resa responsabile ed in grado di intervenire sulla generalità
dei problemi ma soprattutto predisposta ad un approccio
collaborativo continuato e compartecipato con le altre istituzioni
ed ogni altro soggetto sociale ed economico: i suoi obiettivi
primari sono la prevenzione di qualsiasi forma di criminalità ed
inciviltà, la conoscenza e la penetrazione del territorio e la
costruzione di un rapporto di fiducia profondo ed indissolubile con
la comunità ove opera e tutti i suoi componenti.
4. Il ruolo delle amministrazioni
locali
Il ruolo delle amministrazioni locali, sempre presente nelle
strategie sin qui richiamate, diviene centrale quando si tratta di
promuovere in vari modi la richiamata "sicurezza di comunità". Per
questo motivo, negli ultimi anni, si è sviluppato in Italia il
principio della collaborazione di tutti gli attori presenti sul
territorio allo svolgimento di programmi ed attività in materia di
sicurezza e prevenzione della criminalità, con l'obiettivo unico di
aumentare la fiducia della cittadinanza nei confronti delle Forze
dell'ordine e delle istituzioni(10). È stato dimostrato infatti che
l'insicurezza diminuisce se aumenta la fiducia nelle forze
dell'ordine(11). In questo campo può essere assai utile adottare
politiche di sensibilizzazione ed informazione dei cittadini adatte
a ricostruire quella rete di controllo informale un tempo presente
ed oggi gravemente compromessa. Le iniziative possono riguardare
incontri, conferenze e veri e propri percorsi formativi - da
tenersi in sedi comunali, circoscrizionali, sindacali e
dell'associazionismo - dai diversi contenuti, quali: -
l'apprendimento delle più utili strategie comportamentali di
prevenzione e difesa, con attenzione alle categorie più vulnerabili
quali anziani e minori; - la promozione di reti di vigilanza e di
assistenza reciproca fra i residenti di un paese, di un quartiere,
di un condominio; - l'incontro con esponenti delle Forze
dell'ordine, il confronto interculturale con le comunità straniere;
- un'informazione corretta e non allarmistica sulla fenomenologia
della devianza presente sul territorio. A quest'ultimo riguardo è
fondamentale tenere presente che la comunicazione dovrà essere
indirizzata alla rassicurazione ed alla valorizzazione delle
risorse esistenti, evitando assolutamente contenuti minacciosi ed
un'inutile amplificazione dei pericoli. Altre iniziative
auspicabili concernono l'assistenza alle vittime dei reati sotto
l'aspetto economico, giuridico ma anche psicologico. Taluni comuni
hanno realizzato convenzioni assicurative che consentono ai
residenti - con il pagamento di un modesto contributo annuale - di
garantirsi l'erogazione gratuita di una serie di utili servizi nel
caso subiscano, ad es., un furto in appartamento: possono così
contare, fra l'altro, sull'immediato intervento di un fabbro, su un
servizio di vigilanza esterno nelle prime 48 ore, sull'aiuto di una
collaboratrice domestica per riordinare l'appartamento messo a
soqquadro e così via… Infine gli enti locali dovrebbero sviluppare
politiche urbanistiche e territoriali utili a prevenire fattori di
devianza, secondo parametri anche di tipo architettonico, relativi
all'illuminazione, alla telesorveglianza (da gestire però con
equilibrio per non pregiudicare inutilmente la privacy dei
cittadini), alla creazione di aree controllabili di aggregazione
sociale (soprattutto giovanile), all'eliminazione dei c.d. "spazi
interstiziali", ossia quelle porzioni di territorio sottratte alla
vigilanza pubblica o privata (come parchi dismessi, edifici
abbandonati) che tendono ad attrarre attività devianti o marginali
(es. prostituzione, spaccio di droga, bande giovanili). Il punto di
riferimento sono gli studi di criminologia ambientale, sviluppatisi
soprattutto nei Paesi anglosassoni dopo il 1970, sulla scia delle
esperienze di urbanisti e architetti(12). È attraverso queste ed
altre strade di pragmatica integrazione fra le attività delle
diverse sfere istituzionali che si potrà contrastare con successo
il diffondersi della
microcriminalità. |
Pierpaolo Martucci e Stefano
Lupi
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