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1. Alcune
considerazioni preliminari sullo scenario politico
militare
Quando si vuole indicare un momento particolarmente tragico delle
Forze armate, dall'unità ad oggi, che è venuto ad incidere
l'essenza del nostro spirito di appartenenza nazionale, si fa
inevitabilmente riferimento a Caporetto e all'8 settembre del 1943,
località e data che sono entrate di forza nell'immaginario
collettivo, tanto da indurre, anche di recente, taluni storici
accreditati a far coincidere con l'armistizio italiano nella II^
guerra mondiale la morte della Patria.
Analoga considerazione può, in un certo senso, svolgersi per i
fatti di Adua che, il 1° marzo 1896, determinarono la disfatta del
Corpo di operazione dell'Esercito italiano in terra d'Africa, in
uno scontro particolarmente cruento con le truppe abissine del
Negus Menelik.
Ne furono testimonianza i 5.600 caduti, i circa 500 feriti ed i
1.500 prigionieri, numero di perdite di gran lunga superiore a
quello dell'intero periodo risorgimentale.
Fin dai decenni immediatamente successivi a quella che è stata
definita la "disfatta" di Adua, molti storici, anche militari,
hanno tentato di fornire una spiegazione esaustiva e plausibile sui
perché del disastro, arrivando ad ipotizzare, a livello strategico,
responsabilità a carico del vertice politico-militare e, sul piano
tattico, della catena di comando, nonché ad evidenziare anche il
non trascurabile coagulo di sfortunate circostanze.
Senza scomodare il destino - che poco ha a che vedere con la
vicenda di Adua - può, senz'altro, affermarsi che quella sconfitta
ebbe radici lontane ed investì in pieno la nostra prima avventura
coloniale che venne intrapresa anche allo scopo di alleggerire, con
una politica estera aggressiva, i numerosi problemi
economico-sociali che in quegli anni affliggevano la nazione e che
vennero a concretizzarsi ineluttabilmente sull'onda della protesta
popolare, il 7 maggio del 1898, negli scontri di Milano per il
prezzo esorbitante del pane, con le famose cannonate del Generale
Bava Beccaris, e con il progressivo sviluppo delle tendenze
anarchiche ed insurrezionaliste che condussero, nel luglio del
1900, all'attentato di Monza a re Umberto I.
Non è questa la sede per un'analisi generale della situazione
politico-sociale che, in ogni caso, finì per ripercuotersi sui
fatti che caratterizzarono la crescita dello Stato nazionale negli
ultimi vent'anni del 1800, ma occorre almeno soffermarsi
sull'organizzazione del vertice politico-militare delle Forze
armate ita-liane per comprendere quali fossero, a quei tempi, le
reali circostanze in cui si mossero i protagonisti di Dogali,
Agordat, Amba Alagi, Makallè ed Adua(1), in modo da consentire
alcune osservazioni ed ammaestramenti, sempre attuali e pertanto
indubbiamente utili, anche alla luce del crescente impegno dello
strumento militare nazionale nelle missioni "fuori area".
La prima considerazione è che, negli anni '80, parallelamente
all'esaltazione politica di Crispi per Bismarck, il nostro giovane
esercito passò bruscamente dalla infatuazione per tutto quello che
era francese, ad una nuova passione, quella prussiana.
La sconfitta di Sedan del 1870 aveva di un colpo annientato uno
dei punti fermi su cui si fondava la dottrina del nostro esercito:
quello cioè dell'invincibilità delle armate transalpine.
Era il periodo della blitzkrieg, dei miracoli dell'organizzazione
e della beatificazione del nuovo dio della guerra: il generale Von
Moltke.
Era anche il periodo in cui, per la prima volta dopo l'unità
d'Italia, un meridionale, il generale Luigi Mezzacapo veniva
nominato Ministro della guerra. Veniva, così, infranta una regola
non scritta che aveva accompagnato fino ad allora la vita del nuovo
fragile Stato: quella cioè che la responsabilità del vertice
militare fosse prerogativa dei piemontesi.
Non si trattò di un cambiamento puramente formale, in quanto esso
accompagnò l'ingresso tra le file degli ufficiali di coloro che
avevano prestato servizio negli Stati annessi al regno Sabaudo
subito dopo il 1860.
Non si trattò, nemmeno, di un'inglobazione semplice e rapida
perché, per molti anni, essi vennero sopportati dai "piemontesi"
con graduata considerazione.
Infatti, mentre quelli che giungevano dalle exprovince austriache
e da Modena (da cui uscirono, tra gli altri, i generali Baldissera
e Caneva) vennero visti con rispetto, soprattutto quelli di
provenienza Borbonica furono generalmente ritenuti ufficiali da
guardare con sufficienza e distacco.
La mancata integrazione discendeva anche dalla constatazione che
chi aveva sudato nei campi di battaglia del Risorgimento venne a
trovarsi non di rado con gli stessi gradi di chi invece aveva
combattuto - sul fronte opposto -contro i garibaldini ed i
piemontesi.
Un'altra rilevante conseguenza della "prussianizzazione" fu la
nascita dell'addetto allo Stato Maggiore, una figura del tutto
nuova giudicata dai colleghi con diffidenza e gelosia perchè ad
essa era riconducibile sovente una più probabile brillante
carriera.
Secondo il concorde parere degli studiosi di strategia, la
costituzione dello Stato Maggiore secondo il modello prussiano,
aveva rappresentato l'evento rivoluzionario, causa della sconfitta
del genio di Napoleone, la cui struttura si poggiava su concetti
nuovi legati soprattutto all'organizzazione, alla conoscenza delle
linee di azione dell'avversario, allo studio accurato del terreno,
all'applicazione di procedure standard nel campo della logistica
(quella che all'epoca era chiamata intendenza).
In Italia, però, la cultura dello Stato Maggiore non fu subito
intimamente sentita, perché l'organizzazione ed il ricorso al
metodo per la risoluzione dei problemi militari si scontrava con
quanto nell'intimo ci entusiasmava: il "garibaldinismo", il ricorso
allo "stellone nazionale", alla "baionetta", all'immaginazione,
concetti che vennero frequentemente utilizzati per compensare
l'improvvisazione e la disorganizzazione.
Sul modello della Kriegsakademie venne costituita anche da noi la
Scuola di Guerra, con il compito di selezionare gli ufficiali più
meritevoli da impiegare negli Stati Maggiori. Ed a questa categoria
apparteneva, senz'altro, quell'ambizioso capitano Giuseppe Arimondi
che, imitatore del metodo Moltke, e rappresentante degli ufficiali
"puri", quelli di Accademia, si contrapponeva a coloro che,
guadagnatisi il grado arrancando dai sottufficiali(2), non potevano
progredire nell'avanzamento oltre il grado di maggiore. Ed è
proprio il capitano Arimondi che ritroviamo, nel 1887, nello Stato
Maggiore del generale Asinari di San Marzano, impegnato nella
celebre spedizione punitiva a seguito dei fatti di Dogali(3).
Della categoria dei "garibaldini" faceva parte, invece, il
generale-deputato Oreste Baratieri(4), soldato di occasione e non
di professione che aveva, per l'appunto, partecipato alla
spedizione dei Mille. Proprio la campagna del 1860 gli consentì di
coltivare importanti amicizie con uomini politici quali Crispi,
Zanardarelli e Nicotera, alcuni destinati a diventare ministri e
presidenti del Consiglio. Questi "meriti storici" gli permisero di
surrogare la mancanza di studi bellici, l'Accademia Militare e le
cognizioni tecnico-professionali proprie dell'ufficiale dei corsi
regolari.
Il suo bagaglio più prezioso restava la cultura, il coraggio, la
propensione a fare politica(5) e l'astuzia, quale affermato
giornalista, nell'intrattenere le relazioni pubbliche. Era fin
troppo chiaro che due modelli così diversi di ufficiale, quello
tutto d'un pezzo e quello uso alle manovre di palazzo, venissero
inevitabilmente ad alimentare nel tempo quel clima di astio e di
rancore che, come si descriverà in seguito, vedrà protagonisti il
generale Baratieri ed il generale Arimondi, nella campagna
coloniale, fino al tragico scontro di Adua. In una situazione come
quella descritta, Crispi, Capo del Governo, non ebbe esitazioni a
nominare, nel 1892, quale ottavo Governatore della Colonia, l'amico
Baratieri che riteneva potesse essere un fedele e pronto esecutore
delle sue direttive. Baratieri, tuttavia, non sempre si dimostrò
all'altezza della situazione, spesso proprio a causa di
un'eccessiva dipendenza alla volontà di Crispi. La scelta operata
dal primo ministro impone una prima riflessione sull'opportunità di
far coincidere, nella stessa persona, la figura del capo politico
con quella del Comandante militare(6).
A nulla valse l'esperienza negativa che lo stesso Crispi qualche
anno prima, nel 1890, ebbe quando decise di affiancare al
governatore, anch'egli deputato, generale Antonio Gandolfo, quale
comandante in seconda, proprio il colonnello Baratieri. Crispi non
poteva non considerare che una tale decisione avrebbe finito per
riverberarsi negativamente sull'azione di comando in Colonia, che
si rivelava di per sé ancor più delicata e complessa, in quanto
doveva svolgersi in autonomia gerarchica dalla catena di comando
nazionale. Difatti, il generale-governatore Baratieri finì per
intrattenere relazioni funzionali con il Ministero della Guerra e
degli Esteri, al di fuori della linea di dipendenza dallo Stato
Maggiore Generale. L'esperienza degli anni ha fatto sì che nel caso
di operazioni fuori area, sia a caratterizzazione monoarma, sia
interforze, sia addirittura multinazionale, vengano in fase di
organizzazione preventivamente delineate le linee di collegamento
funzionale della catena di Comando nazionale prevedendo a chi
affidare il Comando operativo delle forze (OPCOM), a chi il
Controllo operativo (OPCON), a chi il Controllo tattico (TACON)(7).
Ma, nel 1895, si era in un clima per il quale le vittorie di
Agordat, di Coatit, di Senafè, la presa di Cassala e l'apparente
remissività degli abissini, avevano illuso l'ambiente politico e
militare italiano dei Crispi, Blanc, Mocenni e Primerano(8), che un
successo sarebbe stato a portata di mano se solo lo si fosse voluto
ottenere. La realtà, però, era ben diversa, perché non essendo sul
posto, la visione politica risultò senza dubbio alterata.
2. I difetti di
organizzazione
Alienatici le simpatie sia dei tigrini di Ras Mangascià sia
degli scioani di Menelik, a causa dell'oscillante, indecisa,
politica voluta da Crispi e supinamente sposata da Baratieri(9),
non rimaneva alternativa, per la fortemente voluta espansione
coloniale, che una guerra contro l'intero esercito etiopico,
circostanza che avrebbe dovuto indurre ad approfondite riflessioni
sulla necessità di preparare per tempo l'esercito in colonia.
Al comandante in Africa vanno, però, imputate le maggiori
responsabilità sulla mancata preparazione alla guerra.
Avrebbe dovuto essere il governatore Baratieri che più di chiunque
altro, doveva predisporre l'attività organizzativa per
l'approvvigionamento delle risorse, per la quale egli era l'unico
della catena di comando, essendo sul posto, ad avere il polso della
situazione.
Egli solo era in grado di formulare al Ministero della Guerra ed
allo SM generale le indicazioni qualitative e quantitative sui
mezzi che occorrevano per il rinforzo della Colonia.
Ma nessuno studio organico fu messo in opera per l'apprestamento di
un piano di campagna, base indispensabile della preparazione anche
quando, ormai nell'estate del 1895, fu ancor più evidente che, in
autunno, si sarebbe andati allo scontro con l'intero esercito
abissino.
Anche quando, a metà luglio, fu chiamato a Roma per "convenire
assieme il da farsi e provvedere... prima dell'autunno" non
presentò alcuno studio completo e dettagliato di quanto occorreva
per la campagna di fine anno.
Quello che ottenne fu solo l'arruolamento di 1.000 ascari e di 700
quadrupedi e la conservazione di due battaglioni italiani che il
Ministero avrebbe voluto addirittura sciogliere.
A fine anno la corrispondenza, soprattutto quella con il ministro
Mocenni, si intensificò. Si trattò, peraltro, di un epistolario
caratterizzato da risoluzioni slegate e inorganiche, frutto di
decisioni maturate giorno per giorno, senza alcuna visione
programmatica.
Solo a dicembre il governatore decise di richiedere, sempre però
con difetto di precisione, i rinforzi che a suo dire dovevano
essere "largamente" provvisti di materiale ed equipaggiamento e di
mezzi di trasporto adatti al clima ed al terreno, nonché di viveri,
munizioni e medicinali, chiedendo infine, "tutti i basti
disponibili" credendo, così, di avere specificato.
Tranne che per il numero dei battaglioni e delle batterie non venne
evidenziata alcuna cifra che avrebbe potuto consentire al governo
di decidere a ragion veduta.
In assenza delle predisposizioni, quando l'urto con il nemico
apparve prossimo, nulla si poté fare, tranne che agire in modo
improvvisato, disordinato ed imperfetto.
Tutti questi errori, prima latenti, si evidenziarono dopo la
sconfitta del 7 dicembre 1895 all'Amba Alagi quando si dovette,
ancor più con urgenza, far fronte alle esigenze essenziali tra le
quali spiccavano quelle legate ai mezzi di rifornimento che
bisognava far crescere in proporzione all'aumento delle
truppe.
Infatti, per una linea di operazioni di circa 200 chilometri
(quella Massaua-Adigrat), per mantenere i 16.000 militari italiani
al campo occorreva un rinforzo di almeno 10.000 muli con i relativi
conducenti e quadri che, se richiesti per tempo, il nostro governo
avrebbe potuto fornire ricorrendo anche all'appoggio dei paesi
vicini ed alleati.
Quanto fin qui esposto innesca una serie di considerazioni sulle
effettive capacità dello strumento militare in Africa
Orientale.

3. La situazione logistica e psicologica
dei due eserciti
Nel febbraio 1896 i due eserciti, italiano ed etiopico, si
studiavano a vicenda e la snervante attesa di un attacco risolutivo
logorava nel morale e nel fisico la resistenza dei soldati,
specialmente di quelli italiani che più dell'avversario subivano la
"crisi ambientale", in un paese situato a migliaia di chilometri
dalla Madrepatria.
Le condizioni materiali erano disagiate. Anche se la carne non
mancava del tutto, in quanto era ancora possibile trovare sul posto
bestiame da macello, scarseggiavano le gallette e la farina, tanto
che spesso i soldati furono costretti ad attingere alle razioni di
riserva: una manciata di farina da impastarsi alla meglio
o da cuocersi sui sassi per ottenere una dura, non lievitata, mal
digeribile focaccia del peso di grammi 150 per uomo, talvolta senza
sale. La precarietà non risparmiava gli ascari, che furono talvolta
obbligati a cibarsi di un pugno di ceci abbrustoliti.
Mancavano gli indumenti di prima necessità e, soprattutto, le
scarpe, fondamentali per camminare su quel tipo di terreno
particolarmente accidentato e sassoso(10).
Gli abissini non si trovavano, certo, in una situazione migliore,
in quanto per essi - a causa del prolungarsi della guerra e della
lontananza dei magazzini reali - era stato necessario ricorrere
sempre più alle risorse locali di una regione poverissima come il
Tigrè.
La situazione appena delineata risentiva anche del livello
qualitativo dei rinforzi giunti in Colonia dall'Italia che non
rappresentavano, certo, quanto di meglio l'esercito potesse in quei
momenti esprimere.
Data la scarsa considerazione che in Italia si aveva del soldato
abissino, vennero spesso mandati in Africa i soldati meno
disciplinati, comandati da ufficiali tanto giovani quanto spesso
ambiziosi, nella prospettiva di una carriera facilitata da medaglie
ed encomi, senza specifiche esperienze sul modo di condurre una
guerra in colonia e privi di eccellenti capacità ed attitudine al
comando.
In alcuni casi, essi vennero inviati in Africa con il metodo della
"surroga" degli assenti. In sostanza, al momento della partenza gli
ufficiali già destinati a partire, ma assenti per licenza regolare
o perché irreperibili, furono sostituiti da altri comandati lì per
lì.
Molti ufficiali, inoltre, non possedevano una sufficiente
conoscenza delle truppe indigene e la truppa, per via
dell'eterogeneità di provenienza, non conosceva nemmeno il nome dei
propri ufficiali, circostanza che finì per determinare l'assenza
della necessaria salda conoscenza personale che alimenta la forza
morale e la coesione. Per ciò che concerne il metodo di scelta, non
è possibile affermare che per i sottufficiali ed i soldati le cose
fossero state fatte con un criterio più logico.
La selezione, fatto salvo il caso dei veri volontari, venne
affidata al "sorteggio" o, peggio, all'invio in Africa di quegli
elementi, che per ragioni disciplinari, i vari comandanti di
compagnia approfittarono per allontanare dai loro reparti.
I rinforzi, inoltre, oltre che caratterialmente inidonei, non erano
correttamente equipaggiati. Poiché i soldati arrivavano da
battaglioni diversi, non esistevano due militari che avessero la
stessa dotazione.
Oltre alle scarpe che, come già accennato, così importanti per
muovere e combattere su di un terreno sassoso e accidentato, erano
inadatte perché di pessima qualità, i caschi coloniali,
indispensabili per ripararsi dal sole africano, erano insufficienti
e di facile deteriorabilità.
La situazione descritta non era migliore per quanto riguardava
l'armamento, in quanto la truppa italiana fu dotata del vecchio
modello del fucile WetterliVitali, che da tanto tempo non si
adottava più, in quanto la maggior parte delle unità aveva qualche
tempo prima ricevuto in dotazione quello, molto più efficiente,
mod. 91.
La scelta fu giustificata dalla necessità di evitare gli oneri di
un doppio munizionamento, dato che gli ascari avevano quel vecchio
modello. Questa la giustificazione ufficiale che aveva dovuto far
posto a quella ufficiosa: non avevamo abbastanza cartucce e
distribuirle avrebbe significato lasciare i reparti in Madrepatria
senza sufficiente munizionamento.
La modifica dell'armamento dei nostri soldati, oltre ad essere un
fatto oggettivamente molto grave, ebbe un impatto psicologico
oltremodo negativo, come ebbe a scrivere anche Ferruccio Macola in
una corrispondenza al Corriere di Napoli: "Noi abbiamo in Italia
come armamento, il migliore fucile del mondo: quello modello 91; ha
un tiro radente fino ad oltre i 700 metri; ha una portata
assolutamente straordinaria; una capacità di penetrazione che non
ha esempio e un calibro minimo; ciò che permette di duplicare quasi
il corredo di cartucce del soldato. Quale migliore occasione per
esperimentare il nuovo fucile, mandando truppe che ormai lo avevano
ricevuto e conosciuto? Oibò! A combattere quei quattro predoni il
wetterly era più che sufficiente; e magari i moschetti wetterly
dati agli ascari; arma imperfetta e poco precisa e inferiore alle
esigenze della guerra, perché non permette un fuoco efficace che a
brevi distanze. Ebbene, che fa il Ministero? A Napoli toglie il
fucile anche ai battaglioni che già lo avevano; e così; mentre noi
avevamo insegnato fino ad allora al soldato che il suo fucile era
migliore del mondo che al suo confronto il wetterly diventava un
catenaccio, più tardi, quando il soldato sapeva che avrebbe dovuto
battersi, tanto per rialzare il suo morale lo si privava di un arma
da lui giustamente ritenuta formidabile e gli si ridava il
catenaccio!
Ad Adigrat si son visti così interi battaglioni costretti a fare
esercizio di punteria, perché erano formati almeno in parte di
soldati appartenenti a leve, che non avevano sentito parlare del
wetterly se non attraverso le denigrazioni dei loro
superiori!"(11).
Tutto ciò costituisce un chiaro indice rivelatore della scarsa
considerazione che in Italia si aveva del nemico, considerato a
torto barbaro e imbelle.
Questa era più o meno, la situazione psicologica e materiale delle
nostre truppe alla vigilia di Adua.
Quanto abbiamo detto a proposito dell'organizzazione rappresenta
uno dei punti dolenti che riguardano l'intera situazione che
condusse al disastro di Adua cui fu sicuramente collegato quello
accennato della formazione dei rinforzi, che andò ad incidere
negativamente sulla preparazione dello strumento militare alla fine
del mese di febbraio del 1896.
Considerato che le unità del tempo di pace contavano su un
quarto o al massimo un terzo della forza di guerra, era inevitabile
che, per portarle a pieno organico, avrebbero dovuto aggiungersi
una quantità doppia o tripla di uomini da altri reparti o da classi
di leva richiamate alle armi, con la conseguenza che le unità,
riempite con il personale di complemento, risultarono prive di
coesione.
Si imponeva, pertanto, una intensa attività di amalgama anzitutto
dei quadri sotto l'indirizzo, l'impulso ed il controllo delle
autorità superiori, per sviluppare nelle unità mobilitate i fattori
principali dell'efficienza bellica di una truppa: la disciplina e
l'addestramento(12).
A quei tempi, però, tutti i difetti di organizzazione furono
inizialmente tenuti nascosti - come già anticipato - da una buona
dose di fortuna che ci consentì di conseguire le effimere vittorie
di Agordat, di Coatit e di Senafè.
Già all'Amba Alagi, tuttavia, potemmo avere un assaggio di quello
che l'esercito di Menelik sarebbe stato in grado di fare. Ma
l'insegnamento non fu tenuto nella giusta considerazione da chi
avrebbe potuto. Risultò, quindi, del tutto inutile il sacrificio
dell'eroico maggiore Pietro Toselli, probabilmente il migliore fra
gli ufficiali coloniali italiani. In ogni caso, uno dei pochi a
conoscere esattamente i luoghi ed il terreno etiopico.
Alla morte di Toselli, inoltre, si sfaldò il nostro sistema di
"intelligence" che operò, infatti, malissimo nell'occasione
decisiva della battaglia di Adua.
Amba Alagi avrebbe dovuto, quindi, costituire un ammonimento per il
futuro, ma la catena di comando continuò a non funzionare cosicché
il governo, invece di rallentare la marcia espansionistica, decise
che fosse giunto il momento di dare una lezione definitiva alla
baldanza di Menelik.
Nemmeno l'assedio e la capitolazione del forte di Makallè servirono
a far comprendere che ben poche sarebbero state le speranze di
vittoria qualora ci si fosse ostinati a continuare, in quelle
condizioni, una guerra contro l'Etiopia.
Al contrario, l'ambiente politico e l'opinione pubblica, sobillata
dalla stampa, esortarono l'indeciso Baratieri affinché passasse
all'offensiva.
Quest'ultimo, però, dopo i rovesci subiti all'Amba Alagi ed a
Makallè, viveva un periodo di profonda crisi depressiva.
4. Le condizioni psicologiche del generale
Baratieri
E proprio le condizioni psicologiche del generale comandante
costituirono un'altra delle circostanze da approfondire per
comprendere la disfatta di Adua.
Nel febbraio del 1896 i contrasti tra il Governatore Baratieri ed
il generale Arimondi erano, ormai, evidenti e palesi a tutti. Il
generale Arimondi - forse perché gli era stato tolto il comando
della Brigata Indigeni, notoriamente il più ambito, per affidarlo
al generale Matteo Francesco Albertone - non perdeva occasione per
criticare anche aspramente l'operato del generale Baratieri,
arrivando perfino a definire le continue ricognizioni armate che il
suo Comandante in capo ordinava per controllare il nemico,
"l'onanismo dell'arte militare". In tale ambito, gli ufficiali più
giovani, desiderosi di vendicare lo smacco di Amba Alagi, erano,
per così dire, naturalmente inclini a condividere la linea di
pensiero del generale Arimondi - unanimemente riconosciuto ed
apprezzato quale l'eroe di Agordat - piuttosto che le attese di
Baratieri giudicate troppo prudenti(13).
L'insieme di circostanze determinò, inevitabilmente, un clima
davvero pesante nello SM del Comando della Colonia. Questa
situazione, alla quale si era aggiunto il 13 febbraio il tradimento
di due capi abissini a noi fedeli, aveva molto preoccupato
Baratieri. Il Governatore, infatti, proprio in quei giorni si
sentiva fisicamente e psicologicamente abbattuto.
Ad acuire i suoi problemi si aggiungeva l'atteggiamento del Governo
che, ormai da un paio di mesi, lo ossessionava con pressanti
"inviti" e prese di distanza sulle responsabilità
dell'azione.
"Non do consigli perché solamente il generale sul luogo può
decidere quale debba essere l'azione che a noi meglio convenga",
gli scrisse Crispi alla vigilia del Natale 1895.
Le note di indirizzo politico-militare ebbero una progressiva
escalation fin dai primi giorni di gennaio, quando era in atto
l'assedio di Makallè:
"Il Governo ti ha mandato quanto hai chiesto. Io aspetto un'altra
vittoria… Bada a quel che fai. Ci va dell'onor tuo…".
Mai sollecitare un Comandante, anche se politico, nell'onore!
Il 23 gennaio il richiamo all'onore rimbombò di nuovo
insistentemente:
"Ricordati che Amba Alagi e Makallè sono due insuccessi militari… e
che sono nelle tue mani l'onore dell'Italia e della
monarchia".
"Codesta è una tisi militare non una guerra; piccole scaramucce
nelle quali ci troviamo sempre inferiori di numero; sciupio di
eroismo senza successo; non ho consiglio da darvi perché non sono
sul luogo, ma constato che la campagna è senza un preconcetto che
vorrei fosse stabilito.
Siamo pronti a qualsiasi sacrificio per salvare l'onore
dell'esercito ed il prestigio della monarchia"(14).
L'oggetto del telegramma ebbe su Baratieri un effetto
particolarmente negativo perché egli comprese definitivamente di
aver perso anche la fiducia del Governo e del suo amico Crispi che,
da qualche giorno, aveva nominato nel generale Antonio Baldissera
il suo successore(15).
Un militare tutto d'un pezzo come il generale Arimondi
probabilmente non avrebbe colto il messaggio del telegramma.
Baratieri, invece, essendo uso alle manovre di palazzo, dove i
segnali anche più sfumati vanno interpretati, capì che quella
comunicazione annunciava, di fatto, la sua sostituzione
dall'incarico. Da ciò il passo tra la volontà di restare fedele
alle proprie convinzioni ed il desiderio di giocarsi tutto in una
battaglia che, se vittoriosa, poteva costituire una clamorosa
rivincita, fu più breve di quello che si pensi.
Baratieri, pertanto, soffriva quella situazione incombente ed
immanente che faceva propendere per un attacco o, comunque, per
qualcosa che permettesse di uscire dalla situazione di stallo in
cui ci si era venuti a trovare, quasi noncuranti del pericolo
determinato da un esercito scioano sempre più numericamente
superiore, bene armato e molto determinato.
Anche la situazione logistica complessiva - come descritto in
precedenza -ci vedeva svantaggiati perché insufficienti erano i
collegamenti, la conoscenza del terreno e l'attitudine dei nostri
soldati, specie quelli nazionali, ad un tipo di guerra per molti
del tutto nuovo.
La prudenza avrebbe consigliato, quindi, una tattica attendistica,
tenuto conto che l'esercito abissino aveva bisogno di vettovaglie
ed in breve avrebbe dovuto ritirarsi. Ma i fatti andarono
diversamente, cosicché si giunse, quasi inevitabilmente, al
pomeriggio del 28 febbraio 1896, quando sotto la tenda del
Comandante in capo venne presa da parte dei generali comandanti
italiani quella fatale decisione di avanzare che avrebbe condotto
il nostro esercito alla disastrosa sconfitta di Adua.
Si trattò di una situazione psicologicamente subita dal generale
Baratieri che venne quasi "accerchiato" dall'alto e dal basso e che
non seppe, anzi non ebbe la forza di imporre la propria linea che
era sicuramente improntata all'attesa.
Baratieri aveva, infatti, ben presenti le difficoltà oggettive ed
ambientali delle nostre forze, ma secondo una tendenza che
purtroppo non è stata estranea nelle decisioni più importanti dei
comandanti, non riuscì a rimanere fermo nella propria posizione,
venendo, invece, a risentire di un forte condizionamento che aveva,
per così dire, affievolito la sua voglia di "combattere" per
imporre le proprie idee.
5. I generali di Baratieri
Baratieri era, quindi, circondato da collaboratori(16) la cui
propensione all'offensiva ed il cui sprezzo del nemico erano ben
noti e che, invece di servire da freno contro decisioni avventate,
si rivelarono potente stimolo per la ormai offuscata capacità
decisionale del comandante. Come è noto, gran parte del dibattito
storico instauratosi sulla battaglia di Adua verte sul peso che
ebbero le opinioni dei comandanti di brigata sulla decisione di
avanzare assunta dal generale Baratieri, la sera del 28 febbraio
1896. In realtà, non si può negare che indagando sull'orientamento
tattico e sulla mentalità di questi comandanti più diretti
collaboratori di Baratieri, è possibile comprendere l'andamento,
per molti versi inspiegabile, di certe decisioni assunte durante la
famosa giornata del 1° marzo.
Sostanzialmente - è questa la principale chiave di lettura -
occorre chieder-si, chi tra i generali italiani volesse ad ogni
costo un attacco e chi, invece, sarebbe stato disposto al
compromesso proprio di una tattica attendistica.
Troppo spesso gli storici hanno incentrato l'attenzione quasi
esclusivamente sulla riunione del 28 febbraio, non svolgendo la
opportuna indagine complessiva sul comportamento precedente e
successivo dei generali italiani.
In verità, solo operando una disamina di tutta la condotta di
Baratieri e dei suoi comandanti di brigata, è possibile individuare
chi era effettivamente favorevole all'offensiva. Ed è proprio da
questo esame che emerge come tutti i nostri generali volessero un
attacco risolutivo contro l'Etiopia.

Già il 24 febbraio Baratieri aveva dovuto annullare un ordine di
ritirata, che aveva provocato malumore, su "consiglio" dei
comandanti di brigata.
Quello del "malumore" all'accenno di una eventuale ritirata è un
tema ricorrente nella memorialistica di Adua, cosicché si è
naturalmente portati a ritenere che nei nostri soldati e nei loro
comandanti vi fosse un grande desiderio di avanzare. In effetti,
sebbene il desiderio della "pugna" fosse più direttamente
riconducibile agli ufficiali, non si può non affermare che anche la
truppa iniziava ad essere stanca di quella situazione di stallo. In
ogni caso, quello del 24 febbraio era stato il primo caso di
"acquiescenza", rivelatrice di quella sindrome da accerchiamento da
parte del Comandante in capo al parere collettivo dei suoi generali
di brigata. Dal suo canto, il generale Albertone era convinto che
una ritirata avrebbe provocato un movimento in avanti del nemico
con grave depressione del morale delle truppe.

Si è già detto come il generale Arimondi criticasse apertamente
l'attendismo di Baratieri, definendo come "l'onanismo dell'arte
militare" le continue ricognizioni armate disposte dal Governatore,
che evidentemente non si sentiva affatto sicuro(17).
Non manca, inoltre, chi racconta come Arimondi fosse addirittura
ossessionato dall'idea di avanzare, non tenendo in alcuna
considerazione le truppe scioanoabissine.
Il generale Vittorio Dabormida, giunto dall'Italia animato da
spiriti bellicosi, era - a sua volta - favorevole all'attacco.
Docente alla Scuola di Guerra, non poteva non essere profondamente
influenzato dalle dottrine esasperatamente offensivistiche, che
insegnava e che in quegli anni permeavano i circoli militari e da
un tendenziale profondo disprezzo verso le capacità in guerra
dell'esercito nemico, nonchè dalla soverchia fiducia riposta nel
fuoco dei nostri cinquantasei cannoni. Non a caso, occorre
evidenziare come molti testimoni abbiano raccontato che Dabormida
fosse
solito ripetere la frase in dialetto piemontese "ai butoma quatr'
granate e l'è faita".

Il generale Giuseppe Ellena, arrivato da pochi mesi dall'Italia
sembrava - a sua volta - esaltato dall'idea di attaccare l'esercito
scioano, anche se era il primo ad ammettere di non conoscere
l'Africa e che, pertanto, si sarebbe uniformato al parere dei suoi
colleghi. Prototipo standard dell'idea che allora si aveva del
"perfetto ufficiale", tecnicamente preparato, era giunto in Colonia
influenzato dal generale orientamento politico romano, votato
all'abbandono della strategia attendistica del Baratieri(18). Già
in una occasione aveva rivelato ad Albertone che, se il nemico si
fosse mostrato, avrebbe dato disposizioni per "impegnare la lotta a
fondo" e sembra andasse spesso ripetendo che il Paese voleva una
battaglia ed una vittoria.
Tutti e quattro i comandanti di brigata, quindi, davano evidenti
segnali di propendere per un attacco. Ma l'ottimismo sulla
probabile riuscita dell'azione offensiva non era giustificato ed
era inficiato da calcoli palesemente errati che non tennero conto
delle condizioni psicologiche e materiali dei nostri ufficiali e
dei nostri soldati.
Dalle considerazioni finora espresse appare evidente come, a parte
il comprensibile desiderio di combattere che derivava da una non
appropriata conoscenza dell'ammontare delle forze avversarie e del
loro atteggiamento, non vi erano concreti segnali che potessero
giustificare l'atteggiamento dei nostri comandanti, ai vari
livelli, a premere perché il nemico fosse attaccato. Come già
accennato, il primo controverso punto su cui per tanti anni si è
dibattuto è se la decisione di Baratieri di avanzare sia stata
spontanea o se egli sia stato "forzatamente" indotto all'azione dal
comportamento dei suoi comandanti di brigata.
6. Il Gran Rapporto del 28 febbraio
1896
La questione non si è mai potuta risolvere in via definitiva,
perché è veramente difficile stabilire cosa fu realmente detto la
sera del 28 febbraio 1896, quando sotto la tenda del generale
comandante fu tenuto quel famoso "Gran Rapporto" nel quale si
decise l'attacco, poiché vi è incertezza addirittura sull'effettivo
numero dei partecipanti alla riunione. Grazie alle memorie dei
testimoni di quel giorno si è potuto stabilire, con buona
probabilità, che il "rapporto" servì soltanto a ratificare una
decisione in realtà già sostanzialmente presa da Baratieri il quale
era consapevole della volontà dei suoi quattro generali e del suo
capo di stato maggiore, colonnello Valenzano, di muovere, una volta
per tutte, contro l'esercito di Menelik(19).
Si è già parlato dello stato d'animo di Baratieri e di come il
telegramma di Crispi sulla "tisi militare", a prescindere dalle
reali intenzioni del suo autore(20), lo avesse indotto in una
profonda preoccupazione. Nelle sue memorie e nella sua autodifesa,
Baratieri sostenne di non aver voluto un attacco e che la sua
decisione di avanzare fu dovuta soltanto alla drammatica situazione
che si stava venendo a determinare per la carenza di
vettovagliamento.
In realtà, Baratieri, durante i suoi anni in Africa, con lo spirito
garibaldino che lo contraddistingueva, non aveva dato impressione
di essere un attendista.
Al contrario, quando gli si era presentata l'occasione non aveva
esitato ad avanzare e occupare nuovi territori. Si era trattato,
però, in tutti quei casi di scontri limitati che avevano in nuce
buone probabilità di successo.
Alla fine del febbraio 1896, invece, dopo le brucianti sconfitte
dell'Amba Alagi e di Makallé; a seguito delle critiche cui era
stato sottoposto da parte dei suoi stessi subordinati anche per
effetto della accesa campagna di stampa, che aveva, tra l'altro,
determinato l'espulsione dalla colonia di quasi tutti i
corrispondenti; dopo la formale presa di posizione da parte dello
stesso Crispi, con il famoso telegramma della "tisi militare", fino
a poco tempo prima suo amico e sostenitore, il generale Baratieri
sul piano psicologico sentì verosimilmente il bisogno di
"condividere" la decisione della responsabilità di un attacco. Per
questo motivo, ben conoscendo gli orientamenti dei suoi comandanti
di brigata, convocò la riunione del 28 febbraio non per prendere
una decisione, bensì per ratificarla.
In questo modo, Baratieri avrebbe sempre potuto difendersi
sostenendo che gli sarebbe stato impossibile oltre ad essere
tatticamente inopportuno -contravvenire alla concorde decisione dei
suoi generali. Tutto ciò, come è ovvio, implica una grave colpa del
generale Baratieri che avrebbe dovuto assumere autonomamente la
decisione con le relative responsabilità.
La famosa riunione, dunque, avvenne la sera del 28 febbraio.
Presenti, oltre al governatore ed al Capo di SM Colonnello
Valenzano, erano i generali Arimondi, Albertone, Dabormida ed
Ellena. Fuori dalla tenda si trovavano, invece, il maggiore Tommaso
Salsa, sottocapo di SM, gli aiutanti di campo e gli ufficiali
d'ordinanza.
Baratieri, senza esprimere le sue idee e accennando, sembra, ad una
possibile ritirata, informò i generali di averli chiamati non "ad
un consiglio di guerra perché la responsabilità della decisione
sarà sempre mia (…) ma ad aprirmi l'animo vostro, come nelle
ordinarie occasioni di mosse e manovre e a darmi le consuete
informazioni circa le condizioni delle truppe"(21).
Per primo parlò il generale Dabormida che, dopo aver affermato di
preferire la morte al ritorno in Patria dopo una campagna
ingloriosa, si dichiarò contrario alla ritirata, ritenuta
pericolosa sia sul piano:
-psicologico, perché avrebbe abbattuto il morale delle truppe,
convinto che il Paese fosse più propenso a sopportare la perdita di
due o tremila uomini che a registrare un nuovo insuccesso;
-tecnico, in quanto una ritirata avrebbe sicuramente esposto i
nostri soldati agli abissini che, più veloci in marcia, avrebbero
avuto la possibilità di agganciare il contingente italiano durante
la delicata fase del ripiegamento.
Per questi motivi ribadì la sua preferenza per un attacco.
Secondo a parlare fu Albertone, il quale andò oltre ogni
ragionevole analisi per giustificare la sua propensione
all'attacco, in quanto arrivò ad affermare che la situazione
dell'esercito abissino sembrava indebolita e che la situazione
logistica non era buona ma nemmeno disperata. Tutto ciò, a suo
dire, sconsigliava la ritirata, manovra che avrebbe aperto agli
abissini la strada dell'Eritrea.
Il generale Arimondi fu il terzo ufficiale a prendere la parola. Il
suo intervento si confermò rivelatore della sua personalità e delle
sue idee. Sprezzante del nemico, fiducioso nella superiorità degli
italiani e sicuro della potenza di fuoco dell'artiglieria,
evidenziò con l'impeto che lo distingueva, la necessità di
propendere senz'altro per l'attacco.
L'ultimo a parlare fu il generale Ellena il quale, sebbene fosse
arrivato in Colonia da poco tempo, non solo condivise gli
orientamenti dei suoi colleghi, ma si sbilanciò nell'affermare che
occorreva radunare il massimo delle forze disponibili e poi andare
a cercare il nemico. In sostanza, "egli, pur non sapendo quasi
niente, dava un parere favorevole all'attacco".
Anche il capo di SM, colonnello Valenzano, fu favorevole
all'offensiva.
Il solo tra gli ufficiali superiori che si rese conto della
pericolosità della situazione fu il maggiore Salsa, che cercò fino
all'ultimo di far cambiare parere al generale Baratieri.
Dopo aver sentito il parere dei suoi uomini più fidati, dunque,
Baratieri nella notte del 28 febbraio decise di attaccare il
nemico, affidandosi tra l'altro ad un servizio informazioni - come
detto - non efficace. Infatti, come si è più volte ricordato, con
la morte del maggiore Toselli, inutilmente sacrificato all'Amba
Alagi per le smanie offensive del generale Arimondi, avevamo perso
il capo della nostra intelligence che, vista la brevità di tempo,
non era stato sostituito in modo idoneo dal pur valido maggiore
Salsa. Così, gli "informatori" abissini ebbero buon gioco nel
fornire false notizie, tanto che lo stesso Baratieri ebbe ad
affermare che "durante la giornata del 29 tutte le informazioni
combinavano per consigliare il movimento innanzi". Non va
sottaciuto che qualche ufficiale tentò di evidenziare la manovra
degli scioani, ma il loro intervento cadde nel vuoto.

Da quanto finora esposto, traspare come il germe della sconfitta
sia riconducibile al livello di preparazione dei quadri ed abbia
riferimento alla disciplina dei soldati nonché all'inadeguatezza
dell'equipaggiamento.
Nonostante questo, però, in molti nel corso degli anni hanno
ritenuto che ad Adua gli italiani avrebbero potuto anche vincere.
Così, vi è stato chi da una parte ha sostenuto che soltanto
combattere quella battaglia con una tale sproporzione di forze -
circa uno a sette - avrebbe comportato una sicura sconfitta, mentre
altri sono stati dell'avviso che con una tattica diversa, più
accorta, il combattimento avrebbe potuto avere un esito
diverso.
Per quanto possa essere spiacevole ripetersi, la storia della
battaglia, caratterizzata da numerosi episodi di eroismo e di
dedizione alla Patria, fornisce, ancora una volta, la dimostrazione
del non funzionamento dalla catena di comando.
7. L'inizio della battaglia. Il
combattimento della brigata Albertone
Il generale Baratieri il giorno dopo il Gran rapporto del 28
febbraio, chiamò i suoi generali per impartire loro le opportune
istruzioni. L'ordine del giorno n. 87, privo di direttive
sull'eventuale proseguimento dell'azione ma anche di ordini per
un'eventuale ritirata, prevedeva sostanzialmente che il Corpo di
operazione marciasse su tre colonne.

"Stasera il corpo d'operazione muove dalla posizione di Saurià in
direzione di Adua formato nelle colonne sotto indicate:
-Colonna di destra (generale Dabormida): 2^ brigata fanteria -
battaglione di Milizia Mobile
-comando 2^ brigata di batteria con le batterie 5^, 6^ e 7^,
avrebbe dovuto prendere posizione sul colle Rebbi Arienni;
-Colonna del centro (generale Arimondi): 1^ brigata fanteria - 1^
compagnia del 5° battaglione indigeni - batterie 8^ e 11^ insieme
alla brigata di riserva alle dipendenze del generale Ellena,
avrebbe dovuto assestarsi alla sinistra della brigata Dabormida,
sempre sul colle Rebbi Arienni;

-Colonna di sinistra (generale Albertone): quattro battaglioni
indigeni -comando della 1^ brigata di batteria e batterie 1^, 2^,
3^ e 4^, avrebbe dovuto raggiungere ed occupare il colle Chidame
Meret, completando, così, lo schieramento;
-Riserva (generale Ellena): 3a brigata fanteria - 3° battaglione
indigeni 2 batterie a tiro rapido e compagnia genio".
Ai Comandanti di brigata venne consegnato uno schizzo topografico
compilato dal maggiore Salsa e da 3 tenenti che erano gli ufficiali
ritenuti i migliori conoscitori del terreno(22).
Lo schizzo, però, si rivelò di un'assoluta imprecisione tanto che
molti storici lo hanno spesso indicato quale prima causa della
disastrosa sconfitta di Adua(23), soprattutto ove si consideri che
il nemico conosceva tutte le sfumature dei luoghi che (particolare
non certo trascurabile) su quei sentieri non noti avrebbero dovuto
muoversi oltre 16.000 uomini con muli e cannoni e che con quelle
montagne si perdeva subito il senso della profondità.
La marcia di avvicinamento stabilita nell'ordine di operazione ebbe
subito il primo grave intoppo, da addebitare allo "slegamento" dei
reparti, circostanza che aveva preoccupato Baratieri il quale
nell'ordine di operazione e nelle raccomandazioni verbali aveva
insistito sulla necessità che le unità restassero compatte e ben
collegate e nella manovra seguissero l'allineamento.
Già all'inizio, infatti, la colonna Albertone commise un grave
errore, poiché - a causa della differenza tra lo schizzo
topografico e l'ordine di marcia - la colonna indigeni si incrociò
con la testa della colonna Arimondi e ne bloccò la marcia per più
di un'ora. Fu così che Albertone iniziò quella "fuga in avanti" che
lo avrebbe portato lontanissimo dalle altre brigate e che avrebbe
compromesso fin dalle prime battute il piano ideato dal generale
Baratieri, il quale aveva più volte ammonito il suo comandante di
brigata a rallentare la marcia e a seguire l'allineamento(24), in
quanto le truppe indigene erano notoriamente più rapide rispetto a
quelle bianche.
L'allineamento ed il coordinamento della manovra furono, invece,
l'ultima preoccupazione di Albertone che per la smania di
combattere raggiunse il suo obiettivo, il colle Chidame Meret, già
alle 3.30 del mattino ed anziché fermarsi e prendere posizione,
sostò per pochissimo tempo perché, secondo lui, il colle non si
prestava a schierare un'intera brigata e perché le guide indigene
avevano sostenuto che il vero colle Chidame Meret si trovava molto
più avanti.
Questo è rimasto per molti anni uno dei punti più controversi del
dibattito sorto intorno al combattimento di Adua, perché a seguito
della decisione del generale Albertone di avanzare ancora, si perse
ogni probabilità, qualora ve ne fossero mai state, di vincere la
battaglia.
È quasi certo che Albertone, generale certamente competente e
conoscitore della topografia, oltrepassò deliberatamente la
posizione assegnatagli spinto da una volontà offensiva, sicuramente
estranea al piano preparato da Baratieri.
Verosimilmente Albertone, molto favorevolmente impressionato dal
fatto che nessuna traccia del nemico era stata trovata fino allora,
sebbene la distanza da Adua si accorciasse rapidamente, aveva
sperato di cogliere di sorpresa il campo abissino.
Abituato a disprezzare il nemico che aveva più volte evitato il
combattimento sebbene in forze strabocchevoli, forse sperava in un
successo, e tanto doveva essere sicuro di sé da non preoccuparsi di
cercare il collegamento con le altre brigate, cosa che con le sue
agili truppe gli sarebbe stato assai facile.
Il dolo del generale è confermato da altri indizi. E si sa che in
assenza di riscontri oggettivi, più indizi tendono a formare una
prova.
Albertone, infatti, non portò con sé la necessaria e prescritta
apparecchiatura per la telegrafia ottica(25). Ciò induce a ritenere
che egli avesse la precisa volontà di allontanarsi dal resto del
Corpo di operazione e di poter, pertanto, agire svincolato da ogni
eventuale più prudente direttiva del Baratieri. In ogni caso, pur
ammettendo per un momento, solo per un momento, l'errore: anche se
il generale Albertone aveva condotto la brigata indigeni parecchi
chilometri oltre il punto assegnato dall'ordine di operazione, non
necessariamente avrebbe dovuto impegnare battaglia.
Il giovane ed ambizioso generale, invece, quando il maggiore
Domenico Turitto, comandante dell'avanguardia, segnalò con qualche
perplessità di aver superato il Monte Rajo(26), non ebbe esitazioni
ad ordinare il prosieguo dell'avanzata "senza incertezze",
profferendo pure la seguente frase: "Vada avanti non abbia paura!",
che turbò non poco l'ufficiale superiore.
La circostanza, meritevole di approfondimento per gli aspetti
psicologici che, pungolando nell'orgoglio un comandante, possono
determinare imprevedibili effetti sulla condotta delle operazioni,
è senz'altro importante sul piano tattico, perché risultò una
condanna per l'intero battaglione, che spedito in avanti con
mezz'ora di vantaggio, precedette la brigata di 34 chilometri,
distanza che avrebbe impedito qualsiasi aiuto, nel caso di impatto
con il nemico. Intanto, il generale Albertone verso le 5.30,
raggiunse il colle di Adi Becci e da questa posizione le guide gli
indicarono il vero colle di Chidame Meret, a circa tre chilometri
di distanza. Sulla sommità del monte, Albertone si accorse subito
che l'esercito abissino, molto più numeroso di quanto lui avesse
pensato, si stava preparando all'attacco. Ma ormai il maggiore
Turitto si era spinto troppo avanti. L'avanguardia si era già
scagliata contro il campo scioano ed era quindi impegnata nel
combattimento.
Il generale Albertone in verità disapprovò energicamente il
comportamento di Turitto che si scagliò avanti mentre aveva ordine
di arrestarsi al colle di Chidame Meret. Ma non si può non credere
che un attacco dell'avanguardia non fosse rientrato tra le
eventualità dei piani del Comandante della brigata, almeno di non
voler sostenere che il maggiore Turitto, da giudicare più che un
temerario, assumendosi la responsabilità di una azione tanto
rischiosa, si sentisse in grado al comando di una semplice
avanguardia di sconfiggere da solo buona parte dell'esercito
abissino costituito da oltre 100.000 uomini.
Quello che è certo, è che Albertone ordinò al Turitto di resistere
fino all'ultimo uomo, provvedendo contestualmente a mettere in
posizione le sue forze costituite dai 14 pezzi di artiglieria e dal
battaglione del maggiore Valle sulla sinistra, dal battaglione
Cossù sulla destra e dal battaglione del maggiore Gamerra in
posizione di riserva, dietro le batterie.
Solo verso le 7.00 Albertone comunicò con il suo Comandante in
Capo, con l'intento di indurlo a far gravitare tutto il Corpo di
Operazione sulla sua posizione e di farlo in questo modo
forzatamente aderire al suo piano.
Un'osservazione che non può sfuggire è che se fossero state
impiegate le apparecchiature per la telegrafia ottica, lasciate
invece al campo di Saurià, i messaggi, avrebbero potuto essere
inoltrati in tempo reale, anziché impiegare più di due ore a
raggiungere Baratieri. Per descrivere il comportamento doloso di
tutti i comandanti di brigata, è bene evidenziare che Albertone non
fu il solo ad aver dimenticato gli strumenti per telegrafare. Lo
fecero tutti i brigadieri, quasi avessero temuto di dover dipendere
troppo dal comando, da un generale non di Stato Maggiore.
Quanto ai messaggi recapitati a mano, furono più quelli che
andarono persi che quelli che giunsero a destinazione, il che fa di
Adua, oltre tutto, un raro esempio di pessimo impiego delle
comunicazioni.
In ogni caso, quando le nostre artiglierie cominciarono a far
fuoco, intorno alle 7.15, scompaginarono le file degli abissini. Il
comportamento delle batterie fu ottimo ed inizialmente molto
efficace, sia da parte di quelle indigene, sia di quelle bianche,
dette "siciliane" perché il personale era per lo più proveniente
dalla Sicilia.
Questo fu il momento più critico per l'esercito di Menelik, che
subì perdite ingenti sia tra i soldati sia tra i capi.
Il tiro fu giustamente esercitato prevedendo che i serventi
stessero costantemente in ginocchio o seduti, per offrire il minimo
bersaglio al nemico. A quel punto, il generale Albertone credette,
con ogni probabilità, di aver vinto e ciò avrebbe avuto un
fondamento se a sostegno fossero tempestivamente giunte le altre
brigate che, con un contrattacco a massa, avrebbero potuto gettare
lo scompiglio nello schieramento abissino.
Le illusioni di vittoria del generale Albertone durarono, però,
poco. Infatti, Menelik - incitato insistentemente dalla moglie
Taitù, donna di grande personalità e da uno dei suoi vassalli, Ras
Mangascià - ordinò ai circa 30.000 uomini della guardia imperiale
di gettarsi nella mischia.
La manovra scioana si rivelò molto efficace perché, mentre una
grande parte dell'esercito abissino continuò il dispendioso attacco
frontale, altre due colonne procedettero all'avvolgimento della
brigata italiana.
La tattica era semplice - in sé - e tutti sapevano effettuarla come
se l'avessero imparata a memoria. In pratica, mentre gli italiani
erano sulla collina, gli abissini avanzarono attraverso le gole,
lungo i greti dei torrenti fino a quando un passaggio non
consentiva loro di aggirare l'avversario e di spuntargli sui
fianchi o alle spalle. Va aggiunto che nel vallone ai piedi del
colle vi era un "angolo morto" - come lo definiscono gli artiglieri
- che permetteva di avanzare, senza essere visti, fin sotto le
nostre posizioni e di balzare addosso alla brigata.
La manovra sui fianchi permise agli scioani di capovolgere la
situazione. Infatti, già alle 9.30, quasi 50.000 abissini
circondarono le nostre forze cui Albertone impose di sparare fino
all'ultimo colpo. Il grosso degli scioani però continuò ad avanzare
come una marea montante nera irresistibile ed i guerrieri abissini,
considerati a torto imbelli e vigliacchi, dimostrarono di non
temere la morte in battaglia, fornendo un esempio convincente di
capacità guerriera e di attaccamento al loro sovrano. E proprio
questo incedere, che sembrò inarrestabile, dovette terrorizzare
dapprima gli ascari e poi i soldati bianchi delle altre brigate i
quali, constatata l'inefficacia dell'artiglieria, dovettero
convincersi che non avrebbero potuto fare nulla per opporsi ai
guerrieri abissini e che quindi l'unica via di salvezza sarebbe
stata la fuga(27).
Alle 10.30, i sentimenti di gioiosa tracotanza di Albertone si
tramutarono definitivamente verso la conferma che la sua brigata
stava inesorabilmente avvicinandosi alla disfatta. Le batterie
sparavano, intanto, i loro ultimi colpi contro la marea scioana
che, con la sua schiacciante superiorità numerica, si avvicinava
sempre più pericolosamente alle postazioni italiane. Furono gli
ascari per primi ad indietreggiare, incuranti degli ordini dei loro
ufficiali di opporsi ulteriormente e progressivamente a difesa in
quella azione che è oggi descritta come "contrasto
dinamico"(28).
Poco prima delle 11.00, dopo sole 10 ore dall'inizio del
combattimento, la brigata indigeni era in rotta, diretta verso il
campo di Saurià, cosicché il piano di Baratieri era
irrimediabilmente naufragato. Molti ufficiali vennero uccisi tra
cui il maggiore Turitto. Molti altri tra cui lo stesso generale
Albertone vennero fatti prigionieri.
8. La marcia ed il combattimento delle
brigate Arimondi ed Ellena
L'avanzata delle due colonne centrali, quella cioè del generale
Arimondi seguita da quella del generale Ellena, cominciò subito
dopo la partenza delle altre due brigate.
Il generale Baratieri, nelle sue memorie, si lamenterà per il fatto
che i battaglioni non marciarono con la dovuta compattezza,
riconoscendo, peraltro, che ciò era dovuto come si è già
accennato alla mancanza di coesione delle truppe che erano di
composizione eterogenea e che mai, prima di quel momento, avevano
marciato insieme.
Anche se il morale dei soldati sembrò alto, i problemi di
compattezza e coesione erano preoccupanti, se è vero, come spesso
si dice, che "un esercito combatte come marcia".
Come si è visto nel paragrafo precedente, quasi subito la marcia
subì il primo intoppo, in quanto la brigata Arimondi dovette
aspettare lo sfilamento della brigata indigeni. Ciò nonostante, le
due brigate centrali e quella Dabormida con il morale alto e pieno
"di ardimento e di speranza" giunsero, poco dopo le 6.00, quasi
contemporaneamente sulla posizione stabilita.
Baratieri non si preoccupò subito della inspiegabile assenza della
brigata Albertone, limitandosi ad inviare prima il colonnello
Valenzano e poi il maggiore Salsa in esplorazione per ricercare il
contatto con la brigata indigeni.
Sia Valenzano sia Salsa riferirono di aver solo scorto, a circa
cinque o sei chilometri di distanza, alcune colonne, certamente
della brigata di Albertone, allontanarsi verso occidente in
direzione di una insellatura verso le alture di Abba Garima(29),
quindi già assai discoste dalla posizione che la brigata avrebbe
dovuto occupare, posizione che essi avevano nettamente individuata
al di là del monte Rajo e collegata con l'altura su cui si erano
recati.
Verso le 6.30, si cominciarono a sentire le prime fucilate e sul
volto del generale Baratieri furono visibili i segni di una
preoccupante incertezza, quando Dabormida, Valenzano e Salsa lo
informarono sulla presunta posizione della brigata Albertone.
Solo intorno alle 8.00, il generale Baratieri si rese conto che la
brigata indigeni si era spinta troppo avanti ed era rimasta
intrappolata in un combattimento che, probabilmente, l'avrebbe
vista soccombere.
Decise, pertanto, di modificare il suo piano originario.
In particolare, ordinò al generale Arimondi, che si trovava con la
sua brigata sul colle Rebbi Arienni, di avanzare e di occupare il
monte Rajo ed al generale Ellena di prendere posizione sul colle
Rebbi Arienni, dopo che questo fosse stato sgombrato dalla brigata
Arimondi, mentre il generale Dabormida avrebbe dovuto portarsi più
avanti rispetto al colle Rebbi Arienni, sullo sperone che si chiama
Bellah.
Da qui, se le carte non mentivano, si poteva piegando a sinistra
"dare la mano" ad Albertone duramente impegnato con l'artiglieria
per tentare di fermare la marea abissina avanzante.
Lo schieramento italiano, a questo punto, prevedeva sulla sinistra
ed al centro, fra il monte Rajo e lo Zeban Darò, la brigata
Arimondi, verso destra; fra lo Zeban Darò e il monte Bellah, la
brigata Dabormida; ancora più a destra, sul monte Erar, il
battaglione del maggiore De Amicis e la compagnia indigeni del
capitano Pavesi, che aveva il compito di proteggere il fianco della
brigata Dabormida; in posizione di riserva, la brigata
Ellena.
Questo schieramento, però, fu subito compromesso dall'errore di
Dabormida, che invece di arrestarsi sulle posizioni assegnategli
(come detto il margine doveva essere il monte Bellah), proseguì
verso il vallone di Mariam Scioaitù.
L'errore fu aggravato dal comportamento di Baratieri che, per
tentare di capire dove si trovassero intere unità del suo Corpo di
operazione, cambiato il suo ottimo punto di osservazione - dal
quale avrebbe potuto dominare l'intera situazione - non si accorse
della direzione sbagliata presa dalla brigata Dabormida.
Quello che Baratieri vide dal suo nuovo punto di osservazione gli
diede -in ogni caso - la conferma di come fosse vano sperare in una
qualsiasi efficace resistenza della brigata Albertone che potesse
consentirne il ripiegamento verso le posizioni retrostanti.
Baratieri, tra l'altro, comprese subito che sarebbe stato quasi
impossibile richiamare all'ordine gli ascari i quali combattevano
come furie senza badare alla vita fino a quando sentivano che c'era
la possibilità di vincere, mentre indietreggiavano disordinatamente
senza poter essere fermate, quando avevano l'impressione che tutto
era perduto.
Alle 10.30, il ripiegamento degli ascari divenne incontrollabile ed
ebbe anche un disastroso effetto sul morale delle truppe bianche,
perché la ritirata degli indigeni, nella fantasia dei soldati
italiani, inconsapevoli di quanto effettivamente era accaduto,
assunse il significato di un "tradimento da parte dei neri".
Inoltre, gli ascari, inseguiti da una massa imponente di abissini,
giungevano nei pressi delle linee italiane frammisti ai nemici,
cosicché i nostri soldati furono spesso impossibilitati a sparare
per paura di colpirli.
Verso le 10.30, entrata in azione l'artiglieria delle brigate
centrali, la battaglia visse la sua fase più delicata, nella quale
si delineò chiaramente la sconfitta con la parte sinistra dello
schieramento oramai quasi completamente scoperta, con la brigata
Dabormida perduta nella vallata di Mariam Scioaitù e con l'enorme
massa degli abissini che, continuando inesorabilmente a crescere,
aveva quasi completato la sua consueta manovra di
aggiramento.
I nostri soldati erano, ormai, senza guida in quanto, fin quasi
dall'inizio della battaglia, molti reparti erano rimasti privi dei
loro ufficiali anche a causa delle sciarpe azzurre e dei galloni
bleu e rossi che, spiccando a grandi distanze sulle tenute bianche,
dettero agio ai pochi che miravano, di convergere su di essi i
propri tiri.
La situazione risultò così compromessa che i soldati italiani, ai
quali era stata data "la certezza della vittoria", compresero che
essa sarebbe avvenuta solo con un miracolo. Ovunque, infatti, i
nostri reparti registravano gravissime difficoltà.
Insieme al terzo battaglione indigeni - comandato dal valoroso
tenente colonnello Giuseppe Galliano, l'eroe di Makallè - crollava,
con un'inaspettata repentina ritirata, anche la difesa di estrema
sinistra. Non tutti i reparti del terzo battaglione indigeni
seguirono, però, il movimento di ritirata. Alcuni, con alla testa
il colonnello Galliano che cercava di arrestare la ritirata dei
suoi ascari tenendoli al fuoco a colpi di staffile, tentarono
inutilmente di resistere.
Caddero tutti e quattro i comandanti di compagnia: su 23 ufficiali
10 furono uccisi e sopravvissero soltanto 300 soldati.
Lo stesso colonnello Galliano, più volte ferito, si rese conto che
la fine era ormai prossima, tanto che rivoltosi agli ufficiali ed
agli ascari disse: "Signori, si dispongano con la loro gente e
vediamo di finire bene".
Nel frattempo, Baratieri cercò di evitare il disastro ordinando
l'intervento massiccio della brigata di riserva, che egli credeva
ancora integra, senza sapere invece che soltanto cinque delle
ventiquattro compagnie erano disponibili, in quanto da più di
un'ora anche la brigata Ellena, all'insaputa di Baratieri, era
impegnata nel fronteggiare gli attacchi degli abissini che,
aggirato il monte Rajo, si erano presentati alle spalle del
contingente italiano.

Si è spesso criticata la condotta del generale Ellena, per non
avere saputo manovrare a dovere la sua brigata.
In effetti, i singoli battaglioni della brigata Ellena svolsero
bene il loro compito, senza però risultare in linea con
l'evoluzione della manovra complessiva.
In una situazione di estrema confusione, il Corpo di operazione
perdette due tra i protagonisti della nostra avventura coloniale:
il generale Arimondi ed il tenente colonnello Galliano, caduti in
combattimento, dopo che, già feriti, preferirono la morte alla
ritirata, che avrebbe significato il crollo degli ideali e di tutte
le aspirazioni per i quali erano arrivati in Africa(30).
Verso mezzogiorno, constatata l'impossibilità di qualsiasi
resistenza, il generale Baratieri ordinò che si suonasse la
ritirata.
Anche questa manovra si rivelò disastrosa, in quanto coloro che
riuscirono ad udire i relativi segnali di tromba, li interpretarono
come un "si salvi chi può". Ed in assenza di alcun piano i soldati
furono progressivamente percorsi da un fremito di terrore che fece
loro perdere la testa.
Diversi si suicidarono in quel momento, altri, affranti, si fecero
massacrare senza opporre più alcuna resistenza.
Verso le 15.00, ormai in piena ritirata, Baratieri tentò un'ultima
resistenza, lanciando gli uomini attorno a sé al contrattacco al
grido di "Viva l'Italia".
La situazione si rivelò, però, ancor più problematica perché le vie
di ritirata erano infestate dalla popolazione dei villaggi che,
ormai in rivolta, non aspettavano altro che dare addosso ai nostri
soldati.
Le perdite subite nella ritirata furono ancor più numerose per il
comportamento tenuto dal colonnello Giulio di Boccard il quale,
incaricato di sorvegliare, con un reggimento di circa 1.500 uomini,
la linea delle retrovie, intimorito dai rischi che correva la sua
colonna dovuti alle difficoltà del terreno ed a pericoli di
proditorii attacchi avversari, ritenne opportuno ritirarsi,
abbandonando, così, i soldati italiani in balia di ribelli e
nemici.
Le due colonne del generale Baratieri e del colonnello Valenzano
raggiunsero all'alba del 3 marzo rispettivamente, Adi Caiè ed Adi
Ugri, per poi riunirsi e finalmente rientrare, in maniera
relativamente tranquilla, in Eritrea.
9. La marcia ed il combattimento della
brigata Dabormida. La disfatta è completa
Quando il generale Dabormida venne informato da Baratieri della
decisione di avanzare, provvide a comunicare la notizia agli
ufficiali della sua brigata.
Alcuni dalla trepidazione non riuscirono a credere che finalmente
fosse giunto il momento di avanzare. Verso le 6.00, dopo una marcia
notturna di quasi 10 ore, che dimostrò, tra l'altro, come il
generale Dabormida non possedesse neppure le più elementari nozioni
sulla resistenza dei suoi soldati, che furono costretti quel giorno
a passare dalla marcia al combattimento e dal combattimento alla
distruzione completa, senza ristoro e senza riposo, la brigata
giunse ad occupare la posizione assegnatale.
Tra le 6.30 e le 7.00, quando ormai si sentiva l'eco dei primi
combattimenti, Dabormida, invece di attestarsi fra lo Zeban Darò ed
il monte Bellàh, che rientrava nei nuovi piani di Baratieri, si
incanalò verso il vallone di Mariam Scioaitù per non farne più
ritorno. Il generale Baratieri, nelle sue memorie, rivelò che
quanto accadde fu dovuto ad un errore, forse involontario, del
Dabormida.
Rimarrà, con ogni probabilità, impossibile sapere come
effettivamente si svolse la vicenda, in quanto il generale
Dabormida, l'unico che avrebbe potuto fornire la testimonianza
risolutiva, perse la vita sul campo di battaglia. Appare difficile
credere che il generale Dabormida possa aver trasgredito
"dolosamente" gli ordini di Baratieri, desideroso, come gli altri
suoi colleghi, di prendere la mano al Comandante ed entrare a tutti
i costi da protagonista nell'azione.
Egli, infatti, si distingueva in ogni occasione per la spiccata
osservanza della disciplina e per la costante deferenza verso i
superiori dei quali eseguiva scrupolosamente gli ordini senza
permettersi la più lieve discussione.
Per questo motivo il generale durante tutto quel tragitto e poi
ancora quando si trovò isolato nella valle di Mariam Scioaitù,
aveva l'assoluto convincimento di aver seguito puntualmente
l'ordine ricevuto.
Sebbene fosse in qualche modo ormai evidente che la battaglia
gravitava sulla sinistra, considerata la rigidità mentale
dell'ufficiale piemontese, qualsiasi pur timido suggerimento da
parte dei suoi collaboratori di convincerlo a spostare la brigata
verso una posizione diversa, venne interpretato dal generale come
un tentativo di "prendergli la mano" e rimase, quindi,
inascoltato.
Dabormida, intanto, aveva commesso un altro errore, perdendo il
contatto con la sua avanguardia, comandata dal maggiore De
Vito.
Così, verso le 10.00, il battaglione indigeni di "milizia mobile"
al comando del maggiore De Vito, investito da una violenta raffica
di fuoco da parte abissina, venne rapidamente decimato.
Anche in questa occasione e per gli stessi precedenti motivi, la
ritirata degli indigeni si trasformò in una rotta che contagiò
anche i soldati bianchi.
Intorno alle 11.00, infatti, secondo un graduale inesorabile
crescendo, la brigata Dabormida dovette sostenere l'urto della
tanto celebrata cavalleria Galla.
In un primo momento, il combattimento della brigata Dabormida fece
segnare un momento di stasi, poiché gli abissini stavano producendo
il loro massimo sforzo contro le brigate Arimondi ed Ellena.
La fase di stanca venne erroneamente valutata dagli ufficiali e dai
soldati italiani che, come era già successo per la brigata
Albertone, ebbero l'illusione di avere vinto.
L'atmosfera ed il morale dei soldati erano, quindi, almeno in quel
frangente, soddisfacenti.
Fu a questo punto, verso le 13.00, che il generale Dabormida inviò
a Baratieri un messaggio per informarlo "sulla buona situazione in
cui egli credeva di trovarsi".
Il messaggio, però, non poté giungere a destinazione perché le
brigate centrali erano state, nel frattempo, disarticolate
dall'urto abissino ed il generale Baratieri si stava ritirando con
i resti delle due colonne di centro.
Gli abissini, così, annientate di fatto le brigate di Arimondi e di
Ellena, confluirono in massa verso la brigata Dabormida, per la
quale ben presto la situazione divenne insostenibile.
Tra l'altro, come era già successo nel caso delle altre brigate,
molti dei nostri reparti si erano trovati quasi subito senza
ufficiali, i quali più specialmente presi di mira dal nemico, si
ostinavano - per amor proprio e per infondere coraggio - a restare
in piedi anche quando la truppa era a terra.
Il generale Dabormida, ora preoccupato della mancanza di notizie
delle altre colonne, cercò di alleggerire la pressione sulla
brigata, attraverso gli assalti alla baionetta, che però si
rivelarono inefficaci.
Verso le 16.00, Dabormida ordinò, allora, la ritirata che diede
vita all'ennesimo calvario per le nostre truppe costrette, ancora
una volta a ritirarsi lungo sentieri impervi e ripidissimi. Fu in
questa fase che scomparve per sempre il generale Dabormida.
La ritirata, come nelle occasioni precedenti, si tramutò in una
disastrosa rotta. Spesso si registrarono comprensibili scene di
panico che contribuirono ad accrescere le dimensioni della
strage.
Lo spettacolo che si presentò agli occhi dei soldati fu spesso
raccapricciante, per effetto delle orrende mutilazioni prodotte
dagli scioani.
Intanto, i soldati continuavano affannosamente la disastrosa
salita, tanto serrati gli uni sugli altri, che di tanto in tanto
qualcuno rotolava per le ripide scarpate.
Così, con la morte nel cuore per la rabbia e la disillusione per la
sconfitta che si univa al terrore per i ribelli, alla fame ed alla
stanchezza, i resti della brigata Dabormida giunsero ad Adi Caièh,
tra il 3 e di 4 marzo.
Con il massacro della brigata Dabormida, si concluse
definitivamente la battaglia di Adua e cominciò il calvario per
circa 1.500 soldati italiani caduti in mano nemica.
10. Osservazioni finali
Tra disegni topografici grossolanamente errati, tra guide
indigene infide e traditrici, tra dimenticanze di ogni genere, i
nostri soldati affrontarono una marcia di circa dieci ore per
raggiungere il campo di battaglia e misurarsi con un nemico di gran
lunga superiore in numero, su di un terreno ostile e
sconosciuto.
Basterebbero già queste considerazioni a spiegare il perché della
sconfitta, dovuta soprattutto al mancato coordinamento delle
colonne italiane che si presentarono al nemico in successione di
tempo, ma esse andarono ad aggiungersi ad altri errori anche
volontari dei generali italiani.
Si può credere alla buona fede di Dabormida che, per un probabile
malinteso con il Baratieri sprofondò con un'intera brigata in un
vallone ad imbuto senza una via d'uscita, dove i nostri soldati
vennero accerchiati e massacrati.
Ma non si può credere alla buona fede del generale Albertone il
quale, con la sua condotta, può davvero essere ritenuto il
principale artefice della sconfitta.
Non può credersi, in buona sostanza, che un uomo della sua
intelligenza tattica possa aver:
-sbagliato in maniera così evidente nel far prendere posizione alla
sua brigata;
-dimenticato al campo di Saurià la strumentazione per la telegrafia
ottica (in modo da poter essere maggiormente libero di
agire);
-ordinato la ritirata solo quando gli fu evidente che le altre
brigate non sarebbero giunte in suo sostegno.
Le testimonianze dei protagonisti, tra l'altro, concordarono
nell'evidenziare la precisa volontà di Albertone di dare battaglia
quel giorno e non furono pochi, inoltre, coloro che ritennero che
il giovane generale italiano fosse stato l'unico realmente in grado
di vincere. In effetti, anche se ciò può apparire paradossale, ci
fu un momento nel corso dell'attacco nel quale i nostri soldati ed
Albertone stesso ebbero la quasi certezza di aver vinto.
L'artiglieria, infatti, causò perdite ingentissime nelle file
abissine, tanto da indurre Menelik stesso a parlare di
ritirata.
Fu l'ostinazione di Taitù e di Mangascià a convincere il Negus a
gettare nella mischia i 30.000 uomini della guardia imperiale ed a
capovolgere così le sorti dello scontro. Del resto, si è anche
affermato che se in quel momento a sostegno di Albertone fossero
giunte le altre brigate, forse il combattimento avrebbe avuto per
noi una conclusione differente. Tale ragionamento, tuttavia, ha
prestato il campo a severe critiche poiché era impossibile che le
altre brigate potessero giungere in tempo sul campo di battaglia,
considerata la distanza e lo sfinimento dei soldati, in marcia da
oltre nove ore.
Avventata si rivelò, quindi, la condotta di Albertone, la cui
ostinata ambizione portò allo sfaldamento del disegno tattico di
Baratieri ed alla conseguente sconnessione del fronte
italiano.
E una volta annientata la brigata indigeni, la situazione fu tale
che, anche senza l'errore di Dabormida, la battaglia per gli
italiani poté dirsi segnata.
Un altro degli interrogativi, che è stato causa di accese
discussioni, riguarda il valore dei nostri soldati durante il
combattimento del primo marzo.
Il giudizio su di essi ha risentito inevitabilmente delle
condizioni ambientali in cui si svolse la battaglia.
In generale, può affermarsi che i soldati italiani tennero con
diligenza e grande valore le loro posizioni, almeno fino a quando
furono protetti dall'azione dell'artiglieria. Quando, però, essi si
resero conto che nulla sarebbe stato in grado di fermare la marea
nera avanzante, allora l'istinto di sopravvivenza prese
probabilmente il sopravvento.
A giustificazione dell'abbandono delle posizioni bisogna ancora
ricordare che essi non ebbero modo nel breve periodo di permanenza
in colonia, di ambientarsi, di acclimatarsi e di addestrarsi per
quel tipo di guerra e che fin dall'inizio del combattimento, in
molti casi rimasero privi dei loro comandanti, colpiti più
facilmente degli altri a causa della bardatura - copricapo bianco e
sciarpa azzurra sul petto - che li rese riconoscibili anche a
grande distanza(31).
Altro aspetto da non sottovalutare fu quello psicologico connesso
con le notizie circolate al Campo di Saurià, secondo le quali i
condottieri abissini erano soliti infierire sugli avversari,
mutilandoli, come purtroppo si verificò, dell'organo virile.
Severe ed ingiuste critiche furono mosse anche nei confronti dei
nostri ascari, asseritamente responsabili di essersi ritirati
troppo in fretta, senza aver mantenuto la loro fama di intrepidi ed
indomabili combattenti.
In questo caso, la giustificazione è ancora più semplice da
trovare. Non si poteva infatti, pretendere che gli ascari, nati
come corpo d'assalto, potessero condurre altrettanto efficacemente
una guerra di posizione.
Bianchi ed ascari, inoltre, dovettero fare i conti con un nemico
valoroso che, incurante della strage provocata dall'artiglieria
italiana, continuò imperterrito ad avanzare, denotando così elevato
coraggio e sfatando, in maniera per noi più che mai convincente e
traumatica, il mito che voleva il soldato abissino incapace e
indisciplinato.
Proprio di fronte a questo incedere travolgente dei guerrieri
etiopici, bianchi ed ascari dovettero verosimilmente credere che
l'unica possibilità di salvezza avrebbe potuto essere tentare di
rientrare al Campo di Saurià.
Queste le osservazioni sul fatto d'arme.
Altre considerazioni possono svolgersi sull'accoglienza dei nostri
soldati al loro rientro in Italia, caratterizzata, purtoppo, da una
certa ostilità non solo della gente abilmente sobillata dalla
stampa e da gruppi sociali e politici contrari per motivi diversi
all'avventura coloniale, ma anche dell'ambiente militare che,
evidentemente, iniziava ad accusare i primi sintomi di quel
"complesso di Adua", che lo avrebbe accompagnato fino alla campagna
mussoliniana del 1935-36.
Per mesi, i giornali si occuparono della "disfatta di Adua", mentre
le dimostrazioni dell'opinione pubblica contro la guerra furono
violente, con vere e proprie esplosioni di collera. Ai moti
partecipò, senza distinzioni di categorie sociali, buona parte
della popolazione.
In quasi tutte le città si organizzarono comizi e raduni,
dimostrazioni studentesche e proteste di operai. Alla stazione
ferroviaria di Pavia, per impedire la partenza di altri soldati,
vennero addirittura divelte le rotaie.
Di fronte al contegno più o meno spontaneo del Paese, a Crispi non
rimase altra alternativa che dare le dimissioni.
"Sacrificare l'uomo per salvare il regime" fu la scelta che costò
la carica a Crispi, ancora prima del dibattito parlamentare.
Abbiamo accennato allo "spettacolo" dopo l'arrivo della triste
notizia del massacro di Adua.
Si gridò "Abbasso Crispi ! Via dall'Africa!" e, purtroppo, anche
"Viva Menelik !" l'autore del massacro.
Invece di accogliere la notizia della sconfitta con la calma di un
popolo forte, magari esprimendo propositi di rivincita, che
sarebbero stati comprensibili, si arrivò perfino ad approvare una
carneficina, ove si pensi che a fronte di oltre 5.600 caduti si
contarono solo 500 feriti.
Ben 14 furono le medaglie d'oro al valor militare concesse alla
memoria.
Il ministero Crispi, dimessosi il 5 marzo 1896, rimase in carica
fino al 9 marzo. Il 7 il Re, dopo le manifestazioni che si
registrarono anche in Parlamento, si rese conto che era impossibile
affidare il compito di costituire un nuovo governo sia agli uomini
della sinistra costituzionale e del centro, che avevano fatto parte
del governo Crispi, sia all'opposizione anticrispina.
Incaricò per la costituzione del nuovo ministero il generale Cesare
Ricotti, che però trattenne per sé il solo ministero della guerra,
indicando il nuovo Presidente del consiglio nel marchese Di
Rudinì.
Il nuovo capo del governo, il 17 marzo, presentando il nuovo
Gabinetto alla Camera, rivolse un saluto ai caduti in Africa e
dichiarò che i nostri soldati erano stati sul campo di battaglia
con la più scarsa preparazione e in condizioni tali che qualsiasi
esercito si sarebbe trovato soccombente.
Con la pace di AdisAbeba, alcuni italiani sostennero che "la nostra
vergogna fu completa. Più che gli Abissini in Africa avevano vinto
i nostri demagoghi in Italia, tutti coloro che avevano predicato
contro la politica di espansione, che avevano reclamato il ritiro
delle truppe dall'Eritrea, che avevano chiamato sciagurata e
maledetta l'impresa africana, che si erano con insano
sentimentalismo preoccupati della sorte di un migliaio di
prigionieri ed avevano trascurata quella della nazione".
Si concludeva, così, definitivamente, la storia di Adua, una storia
fatta di errori politici e militari, dai quali, peraltro,
traspaiono numerosi episodi di puro eroismo e di sentitissimo amor
di Patria che animarono i nostri soldati anche nei momenti più
difficili. Degli errori si è, talvolta, cercato di negare
l'evidenza, adducendo a pretesto della sconfitta un destino avverso
o più semplicemente un insieme di circostanze sfortunate.
In realtà, però, la sconfitta di Adua risultò figlia legittima
delle inefficienze politico militari della catena di comando, cioè
di chi, avrebbe dovuto rendersi conto che, in quelle circostanze,
l'ambizione, il coraggio e la fortuna non sarebbero potuti bastare,
da soli, per vincere una guerra.
(*) -Colonnello t.SG dei Carabinieri, Capo Ufficio Legale del
Comando Operativo di Vertice Interforze.
(1) -Che costituiscono le tappe più significative dell'avventura
coloniale italiana di fine ottocento.
(2) -Si trattava molte volte di elementi di minore livello
culturale ma con grandi qualità di soldato.
(3) -Si trattò di una bruciante sconfitta, subita il 26 gennaio del
1887, quando una colonna di circa 500 soldati italiani (tra
nazionali ed ascari) al comando del Ten. Col. De Cristoforis, venne
trucidata da oltre 10.000 abissini agli ordini di Ras Alula. Dogali
rappresentò una sorta di prova generale di Adua, dove si
evidenziarono alcuni difetti relativi all'organizzazione del
comando e del movimento della colonna, che si ripresentarono, su
scala maggiore, dopo circa dieci anni, in quel fatidico 1° marzo
1896.
(4) -Era frequente, a quei tempi, la circostanza che molti
ufficiali, soprattutto di grado elevato, fossero membri del
Parlamento.
(5) -Deputato per sei legislature consecutive dal 1875 al 1895,
progredendo nella carriera da maggiore a tenente generale, nel
dicembre del 1893 fu chiamato al governo dal presidente incaricato
Zanardelli, come ministro degli esteri. Baratieri, accusato di
irredentismo (per alcuni suoi articoli apparsi sulla stampa qualche
tempo prima) dovette, però, rinunciare all'incarico a seguito delle
vibranti proteste e pressioni dell'alleata Austria.
(6) -Di recente, come nel caso della missione "Antica Babilonia" in
Iraq, le risoluzioni governative sono state adottate mantendo
disgiunte le competenze di comandante militare da quelle di
rappresentante del MAE e, quindi, dell'esecutivo con piene capacità
e competenze di interlocuzione diplomatica.
(7) -Per Comando operativo si intende l'autorità conferita ad un
comandante di assegnare missioni o compiti ai comandanti
subordinati; schierare unità; assegnare forze; mantenere o delegare
il controllo operativo e/o tattico a seconda delle necessità. Il
Controllo operativo corrisponde all'autorità delegata ad un
comandante di impiegare le forze assegnategli per l'assolvimento di
specifiche missioni o compiti che sono normalmente limitati nelle
funzioni, nel tempo e nello spazio; schierare le unità interessate;
mantenere o delegare il controllo tattico di tali unità. Non
include l'autorità di attribuire alle forze incarichi diversi da
quelli per i quali esse gli sono state assegnate. Il Controllo
tattico, invece, corrisponde all'autorità delegata ad un comandante
di dirigere e controllare nel dettaglio, generalmente a livello
locale, le azioni e le manovre necessarie per l'assolvimento delle
missioni o dei compiti assegnati. Non comprende la facoltà di
assegnare nuovi compiti o di modificare quelli assegnati. In caso
di partecipazione di Forze nazionali ad operazioni multinazionali
(guida NATO, ONU, UE o Coalition of the Willings), il Comando
Operativo viene esercitato dal Ca. SMD che, a tal fine, si avvale
del COI, quale suo "staff operativo. Il Controllo Operativo viene,
di norma, ceduto (Transfer of Authority -TOA) all'Autorità
multinazionale designata e responsabile della condotta
dell'operazione e, quindi, dell'impiego delle Forze. L'impiego di
un contingente nazionale nell'ambito di un'operazione
multinazionale, comporta, altresì, l'immissione in Teatro di un
dispositivo logistico-amministrativo dedicato che, di norma,
permane sotto Comando e Controllo nazionale (non viene, cioè,
ceduto per l'impiego tramite il TOA). Il Controllo Operativo su
tale componente viene esercitato dal COI su delega del Ca. SMD (che
mantiene l'OPCOM).
(8) -Rispettivamente: Capo del Governo, Ministri degli Esteri e
della Guerra e Capo di Stato Maggiore Generale.
(9) -Agli inizi degli anni novanta e precisamente il 10 aprile
1891, quando dopo la contestazione dell'art XVII del trattato di
Uccialli, il Negus partecipò alle potenze europee i confini del suo
impero indipendente, tra cui aveva compreso parte dei territori
italiani, il governo abbandonò la c.d. politica scioana (vicina a
Menelik) per quella "tigrina", il cui punto di riferimento cessava
di essere il Negus cui venne privilegiato Ras Mangascià.
(10) -La necessità di poter contare su un equipaggiamento consono
al teatro operativo di riferimento non venne tenuta in
considerazione neanche successivamente, soprattutto nella seconda
Guerra Mondiale, quando le nostre truppe furono chiamante a muovere
e combattere dai Balcani all'Africa Settentrionale alla Russia,
senza poter contare su specifici capi adatti alle differenti
condizioni ambientali. Dall'inizio degli anni '80 e ancor più negli
anni '90 le Forze armate hanno svolto un'attenta ed efficace azione
nel settore che, sul piano qualitativo, allinea i nostri
contingenti a quelli più evoluti della NATO e dell'Unione
Europea.
(11) -Corrispondenza di Ferruccio Macola, Corriere di Napoli del 2
aprile 1896.
(12) -L'esigenza di un amalgama dei reparti è fortemente avvertita
oggi, quando l'impegno delle Forze armate nelle missioni fuori area
è particolarmente intenso. Mentre l'Esercito dispone l'invio in
teatro di unità organiche in genere di livello brigata/reggimento,
facendo svolgere alle unità attività di addestramento e di
condizionamento presso le Scuole di specializzazione, l'Arma dei
carabinieri è, finora, ricorsa all'efficace ed apprezzato modulo
dei reggimenti M.S.U (Multinational Specialized Unit) e delle
I.P.U. (Integrated Police Unit) prevedendo, per il reparto
"framework" costituito in Italia, un congruo periodo di amalgama
del personale di diversa provenienza e per i quadri appositi corsi
orientati al tipo di missione (Bosnia, Kossovo, Afganistan, Iraq)
ed all'incarico: di comando (line) o di stato maggiore
(staff).
(13) -Per un esame più approfondito delle condizioni psicologiche e
materiali degli ufficiali e dei soldati italiani si veda la parte
riguardante la situazione al campo di Saurià ed il Gran Rapporto
del 28 febbraio 1896, trattata successivamente.
(14) -Libro Verde, XXIII bis, n. 477.
(15) -La nomina il 22 febbraio, del generale Baldissera a
comandante in capo delle truppe in Africa al posto del generale
Baratieri, rimane secondo molti storici una della cause principali
della decisione di Baratieri (che quasi certamente ebbe notizia
dell'avvicendamento) di percorrere la via dell'offensiva.
(16) -Alla fine del febbraio 1896, al campo di Saurià, sede del
Comando italiano in zona di operazioni, oltre al Comandante in
capo, si trovavano: il generale Giuseppe Arimondi, il generale
Matteo Francesco Albertone, da poco nominato comandante delle
truppe indigene, il generale Vittorio Dabormida, già insegnante
alla Scuola di Guerra nonché rappresentante dell'élite dello Stato
Maggiore dell'Esercito ed, infine, il generale di artiglieria
Giuseppe Ellena, arrivato in Colonia pochi mesi prima.
(17) -È da evidenziare che dopo la morte del maggiore Toselli,
quello che oggi è il Servizio Informazioni Operativo, che consente
di definire le PAN (Possibili Azioni del Nemico) necessarie per
individuare la LAP (Linea di Azione Propria) più vantaggiosa, era
tutt'altro che efficiente e, per tale motivo, Baratieri non
sbagliava affatto ad insistere sull'importante aspetto delle
ricognizioni armate.
(18) -A tal proposito, paradigmatico è il telegramma datato 7
febbraio 1896, nel quale Crispi scrive al governatore Baratieri:
"Il generale Ellena portando i nuovi strumenti di guerra, potrà con
questi sloggiare il nemico dalle alture in cui si trova ed
assalirlo".
(19) -Quello della riunione dei generali la sera del 28 febbraio
1896 - non si trattò come da qualche storico affermato di un
Consiglio di guerra, che era vietato dai regolamenti e che avrebbe
comportato la verbalizzazione o quanto meno una sintesi successiva
- è un po' il punto chiave dei lavori di quanti si sono occupati, a
vario titolo, della battaglia di Adua.
(20) -Molti studiosi, come già accennato, hanno sostenuto che fu il
telegramma di Crispi ad indurre definitivamente Baratieri, a
risolversi per un'offensiva. In realtà, ALBERTO LUMBROSO, Storia di
un telegramma, in L'AMBROSIANO (6 marzo 1931), ha dimostrato come
Crispi non potesse avere l'intenzione di spingere il generale in
Capo a dare battaglia, per il motivo che proprio su questa proposta
dello stesso Crispi, il 22 febbraio, cioè tre giorni prima che il
telegramma venisse concepito, compilato e spedito, Baratieri era
stato esonerato dal comando del Corpo di operazione in Africa e
sostituito con il generale Baldissera. Tuttavia, al di là delle
effettive intenzioni di Crispi, è innegabile che un telegramma di
quel tenore, inviato ad un uomo nelle condizioni psicologiche e
fisiche di Baratieri, avrebbe potuto ingenerare quelle conseguenze
che poi, in effetti, ne derivarono.
(21) -Baratieri nelle sue memorie si basa anche su quanto avevano
affermato nelle deposizioni giurate il generale Ellena ed il
colonnello Valenzano.
(22) -Nell'ambito del "Metodo per la risoluzione dei problemi
militari" lo studio approfondito del terreno rappresenta oggi, per
gli Stati Maggiori di Grandi Unità, uno dei "passi" più importanti
per la formulazione del concetto d'azione da parte del
Comandante.
(23) -Scriverà Aldo Valori: "Si esamini la cartina che il Comando
distribuì agli ufficiali prima di ordinare la notturna avanzata del
29 febbraio e un brivido di raccapriccio misto ad un senso di
incommensurabile stupore ci percorrerà le vene. Un'intera serie di
colossali alture è semplicemente soppressa, il corso dei torrenti
profondamente alterato, i passi montani collocati a fantasia, le
strade portate più a destra o più a sinistra, in un intreccio
arbitrario".
(24) -Le esigenze di allineamento e di coordinamento delle unità
nelle azioni offensive hanno sempre determinato notevoli difficoltà
soprattutto in terreni fortemente compartimentati. Ad esempio le
truppe alleate, nella seconda guerra mondiale, anche per effetto di
una efficace azione interdittiva tedesca, proprio per salvaguardare
l'allineamento ed evitare, tra l'altro, perniciose "infiltrazioni",
superarono la linea gotica nella primavera del 1945, dopo oltre sei
mesi di sforzi ininterrotti.
(25) -L'apparecchiatura era costituita da due regoli laterali che
potevano descrivere attorno al perno centrale un'intera
circonferenza con spostamenti di 45°. Con le diverse posizioni
assunte dai regoli, si potevano trasmettere circa 8.500 parole
incluse in un vocabolario generale di 92 pagine, ciascuna con 92
parole. Si richiedevano quindi due sole segnalazioni per ogni
parola: la prima per indicare la pagina e la seconda il numero
d'ordine della parola.
(26) -Indicato erroneamente nello schizzo planimetrico accanto al
Chidame Meret.
(27) -Le stesse truppe di S.M. Britannica, molto più esperte di
quelle italiane, avevano dovuto soccombere disordinatamente alle
orde zulù il 22-23 gennaio 1879 a Isandhlwana e a Rorke's
Drift.
(28) -Secondo i manuali di tattica il contrasto dinamico "ha lo
scopo di logorare l'avversario, imporgli battute d'arresto e, in
ogni caso, ritardarne la progressione".
(29) - Nei pressi di Adua.
(30) -Sulla morte del tenente colonnello Galliano molto è stato
scritto. Sembra che una banda di abissini dopo averlo circondato,
lo colpì ancora con i coltelli e gli scudi, prima di finirlo
tagliandogli la testa che sarebbe stata portata, quale trofeo di
battaglia, al campo del Negus. Il suo corpo non fu mai
identificato.
(31) -Questo era un retaggio delle guerre di inizio secolo che finì
con il tempo per sparire con l'adozione di uniformi grigioverdi,
kaki e policrome, e mostreggiature e distintivi di grado
bruniti. |