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1.
Premessa
La caduta del muro di Berlino (1989), il disfacimento
dell'impero sovietico per implosione (1991) e l'attentato
terroristico portato al cuore degli Stati Uniti d'America (11
settembre 2001) hanno completamente mutato i parametri fondamentali
dello scenario strategico globale. I primi due eventi, che avevano
ottimisticamente fatto presagire un "nuovo ordine internazionale" e
"la fine della guerra" (intesa, secondo Francis Fukyama, come
"conclusione del confronto delle ideologie che hanno dominato il
mondo"), a 15 anni di distanza, possono essere letti secondo un
minimo di prospettiva storica. Il terzo evento ha già annunciato
una attualità dalle conseguenze di straordinaria portata
evolutiva.
Prima del 1989 la contrapposizione Patto di Varsavia/Alleanza
Atlantica era caratterizzata da una minaccia di chiara provenienza
e di portata qualitativa e quantitativa definibile con apprezzabile
esattezza. Era una minaccia limitata nelle sue estreme conseguenze
dalla deterrenza della risposta nucleare, possibile da entrambi i
contendenti, dissuasione nucleare che, comunque, nei cin-quant'anni
della guerra fredda, con il suo sofisticato equilibrio di confronto
e di cooperazione, era riuscita ad assicurare un periodo di pace
senza precedenti nella storia del continente europeo e a garantire
un effetto moderatore e limitatore anche nelle zone periferiche,
cioè del terzo Mondo. Ma la fine della contrapposizione bipolare e
della guerra fredda non ha creato i presupposti per l'attesa
stabilità e sicurezza internazionale e per un effettivo ordine
mondiale, in quanto si sono avuti, da un lato, fenomeni di
integrazione sistemica globale - a livello economico, finanziario e
scientifico -, dall'altro fenomeni di disintegrazione e di
balcanizzazione, nonché tendenze alla costituzione di poli o
blocchi regionali. La globalizzazione, da una parte, ha comportato
il condizionamento delle scelte economiche nazionali, una pressione
dei modelli culturali consumistici transnazionali, il progressivo
isolamento per i Paesi che non hanno inteso o non hanno avuto la
capacità di seguirla, la frammentazione statale, dall'altra, ha
dato origine a nuovi tipi di crisi regionali di natura
etnico-identitaria, fondati su radicalismi religiosi e nazionali,
su contrasti etnici, su rivendicazioni territoriali, che hanno
provocato massacri e genocidi di massa e portato ad una diffusa
instabilità nelle aree interessate e contermini, nonché nuovi
rischi alla sicurezza internazionale.
Lo scoppio dei conflitti etnicoidentitari, infatti, rappresenta una
tendenza alla frammentazione politica nei confronti degli
Stati-Nazione (quali l'ex Iugoslavia e l'ex-Unione Sovietica) e
soprattutto una sfida all'ordine strategico internazionale, anche
perché tali conflitti presentano tendenze ad internazionalizzarsi,
sia per effetto delle diaspore, sia perché le minoranze in rivolta
in uno Stato sono spesso sostenute da Stati vicini, dove tale
gruppo etnico è maggioritario. Praticamente, nelle guerre
etnico-identitarie, una minoranza vuole effettuare una secessione,
per costituirsi in Stato nazionale indipendente o per unirsi ad un
altro Stato in cui la propria etnia è maggioritaria.
Gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 hanno
ulteriormente sconvolto i precedenti assetti geostrategici,
proiettando sulla scena internazionale nuovi rischi derivanti da
possibili azioni terroristiche e del crimine organizzato, per cui
le politiche di sicurezza e di difesa si trovano, oggi, a doversi
confrontare anche con un nemico trasversale, subdolo e talora
immateriale.
Sullo scenario internazionale, di conseguenza, oltre alle crisi
interstatali a livello regionale e a quelle infrastatali, sono
apparsi molteplici fattori di insicurezza, quali il proliferare
delle armi di distruzione di massa, la diffusione di tecnologie e
di armamenti sofisticati, la pressione demografica, fenomeni di
criminalità internazionale e di terrorismo di matrice
fondamentalista-islamica, (soprattutto dopo l'11 di settembre
2001): fattori questi che hanno imposto un radicale ripensamento
dei modelli di Difesa delle società occidentali e quindi
dell'Italia, precedentemente incentrati sulla disponibilità di
forze e arsenali calibrati, in chiave difensiva, per fronteggiare
una minaccia chiaramente definita in termini di provenienza,
dimensioni e capacità.
Oggi, infatti, la prospettiva di un conflitto di grandi proporzioni
nello scacchiere europeo si è progressivamente ridotta e per
contro, con il cambiamento del quadro geostrategico di riferimento,
viene richiesto ai Paesi occidentali e quindi alle rispettive Forze
armate nuove capacità: quella di tutelare il territorio da ogni
possibile aggressione, anche di tipo terroristico, e quella di
controllare l'in-sorgere della conflittualità diffuse ovvero di
limitarne la spiralizzazione e l'intensità. In una parola,
l'Occidente è obbligato ad intervenire in conflitti, aventi effetti
destabilizzanti, per tutelare la sua sicurezza e il suo benessere e
soprattutto per contenere il rischio di un nuovo "tribalismo
planetario(1)".
Proprio per questo, nell'ultimo decennio dello scorso secolo,
l'Alleanza Atlantica è stata interessata da un profondo processo di
riforme e da una revisione del proprio concetto strategico per far
fronte alle nuove minacce alla sicurezza divenute, come detto,
multiformi e diffuse e tali da richiedere risposte altrettanto
multidimensionali e multinazionali.
Nel contempo gli Stati Uniti d'America hanno rivisto le loro
priorità strategiche, i loro strumenti operativi, i loro impegni
internazionali, le loro politica di difesa (comprensiva della
guerra preventiva) mentre l'Unione Europea si è impegnata a
sviluppare una propria politica estera di sicurezza e di difesa
comune (PESD).
Ne discende che la Comunità Internazionale, rappresentata dall'ONU,
oltre ai tradizionali strumenti politici, diplomatici, culturali e
di cooperazione fa sempre più ricorso attivo allo strumento
militare, divenuto uno degli indicatori essenziali della
credibilità ed affidabilità del sistema paese nell'ambito delle
relazioni internazionali.
Questa nuova fase geostrategica pone gli strumenti militari dei
Paesi Occidentali di fronte ad esigenze operative nuove ed alla
necessità di acquisire quella flessibilità d'impiego necessaria per
affrontare nuove missioni a "geometria variabile", per cui, oggi,
la tutela della sicurezza nazionale assume un'ac-cezione più ampia
che include, oltre alla difesa della sovranità nazionale, anche il
concorso alla stabilità ed alla sicurezza internazionale ed il
contrasto alle violazioni dei diritti umani e della pace.
Lo strumento militare italiano non si è sottratto a queste sfide,
evolvendo, dalla dimensione prevalentemente statica della difesa
del territorio nazionale, verso il sostegno dinamico all'azione
della Comunità internazionale per la prevenzione e la gestione
delle crisi.
2. Le tipologie dei conflitti armati
In generale, la guerra è espressione armata di una crisi ed
avviene quando due attori politici - non solo Stati ma anche
movimenti rivoluzionari, minoranze etniche secessioniste, ecc.
impiegano la forza per raggiungere i propri obiettivi
politici.
La guerra implica l'uso effettivo della forza anche se tale termine
è utilizzato per indicare fenomeni come la guerra fredda in cui la
forza è usata solo allo stato potenziale. Durante la guerra non
cessa il dialogo politico fra i con-tendenti(2), ciascuno dei quali
cerca di imporre la propria volontà all'avversa-rio, costringendolo
ad accettare le proprie condizioni di pace. L'unica eccezione è il
caso in cui uno dei contendenti si ponga obiettivi assoluti, quali
l'annientamento del nemico, l'occupa-zione del suo territorio e la
sua distruzione come entità politica organizzata, se non
addirittura quella fisica.
Generalmente le guerre sono però limitate, poiché limitati sono gli
obiettivi politici perseguiti, a causa della "ragione strategica",
basata sull'equilibrio fra i benefici (cioè i fini politici) ed i
costi e rischi connessi con l'iniziativa di fare ricorso alle
armi.
Esistono diversi criteri per la classificazione delle guerre,
importanti per analizzare le tendenze del fenomeno, anche se
ciascuna guerra è di per sé unica e irripetibile. Innanzitutto, un
conflitto armato è considerato guerra dal SIPRI ( Istituto di
Stoccolma per le ricerche per la pace) se, complessivamente,
provoca più di mille morti l'an-no, tra civili e militari: in caso
contrario non lo si definisce guerra, ma crisi (c.d. definizione
"necrometrica" della guerra, basata, cioè sulla contabilità delle
perdite di vite umane(3)).
Gli attuali criteri di classificazione delle guerre o conflitti
armati (termini divenuti sinonimi dopo l'approvazione della Carta
delle Nazioni Unite che ha riconosciuto la legittimità del ricorso
da parte degli Stati all'impiego della forza solo nei casi
dell'autodifesa, individuale
o collettiva) hanno riguardo ai seguenti fattori: -estensione
geografica: locale, regionale, mondiale;
-tipi di mezzi, tattiche e tecnologie impiegate: pre-moderne o
pre-indu-striali, moderne o classiche o industriali e post-moderne
o post-industriali. I coniugi Toffler(4), con riguardo alle
tecnologie impiegate, parlavano rispettivamente di guerre di
"prima, seconda e terza ondata". Nelle guerre attuali, in
particolare negli interventi di "supporto della pace", vengono
combattuti due tipi diversi di guerra: l'Occidente combatte una
guerra post- moderna e postindustriale, mentre i suoi avversari ne
combattono una industriale (come nel golfo o in Kosovo) o
pre-industriale (ad esempio in Somalia);
-natura interna o internazionale o mista. Il diritto internazionale
dei conflitti armati non disciplina allo stesso modo i conflitti
internazionali (conflitti fra Stati) ed i conflitti interni
(conflitti che si svolgono all'interno di uno Stato(5)). Infatti,
coloro che prendono parte alla prima categoria di conflitti sono
normalmente considerati legittimi combattenti, con la conseguenza
che non possono esser puniti per gli atti di belligeranza compiuti
e in caso di cattura vengono considerati prigionieri di guerra. Di
converso, nei conflitti interni, lo Stato è libero di assoggettare
i ribelli (che non possono essere considerati legittimi
combattenti) alla propria potestà punitiva, nel rispetto delle
regole di carattere umanitario (disciplina contenuta nell'art. 3
comune alle quattro convenzioni di Ginevra del 1949 e nel II
protocollo addizionale del 1977). Alla categoria dei conflitti
internazionali non appartengono solamente i conflitti fra Stati, ma
anche le guerre di liberazione nazionale o conflitti per
l'autodeterminazione, intesi come "i conflitti armati nei quali i
popoli lottano contro la dominazione straniera, contro la
dominazione coloniale, contro l'occupazione straniera e contro i
regimi razzisti, nell'esercizio del diritto dei popoli
all'autodeterminazione, consacrato nella Carta delle nazioni Unite"
(art. 1 del I protocollo del 1977 addizionale alle quattro
convenzioni di Ginevra del 1949);
-intensità alta, media, bassa: i termini si riferiscono,
rispettivamente, alle guerre condotte con l'impiego di armi di
distruzione di massa (specie nucleari), alle guerre convenzionali e
a quelle di guerriglia e controguerriglia, tipiche sia delle guerre
di decolonizzazione sia delle operazioni di supporto della pace,
definite dagli Stati Uniti "operazioni diverse dalla guerra"
(operations other than war, Ootw);
-durata lunga, come nel caso delle guerre rivoluzionarie, di
decolonizzazione, di minoranze etniche secessioniste, oppure corta,
come tendono ad essere le guerre convenzionali. Le guerre di lunga
durata sono caratterizzate da bassa intensità e il contendente più
debole che non è in grado di competere direttamente con quello più
forte, utilizza il tempo, lo spazio ed il sostegno della
popolazione civile per logorare la volontà di continuare il
conflitto dei responsabili politici e dell'opi-nione pubblica
dell'avversario;
-simmetricità ed asimmetricità: nei conflitti simmetrici il
confronto armato avviene tra unità regolari, aventi, in linea di
massima, le medesime caratteristiche qualitative e quantitative.
Nei conflitti asimmetrici, le forze sono chiamate a confrontarsi
con gruppi diversificati sia per caratteristiche aggressive e
finalità (gruppi più o meno organizzati, fazioni, organizzazioni
terroristiche o criminali, ecc.) sia per specificità proprie
(cultura, convinzioni politiche, religiose). Inoltre, questi
ultimi, sono caratterizzati dal diverso grado di tecnologia che
caratterizza i sistemi d'ar-ma e gli equipaggiamenti
disponibili.
Inoltre sono entrate nel linguaggio comune e soprattutto
giornalistico nuove denominazioni per indicare gli attuali
conflitti:
-guerre di religione, in cui la religione rappresenta la principale
fonte di mobilitazione psicologica, dei combattenti e della
popolazione, anche se i fini dei leader politici sono solitamente
di altra natura. Queste possono, altresì, trasformarsi in guerre
sante (jihad per i musulmani);
-guerre giuste, cioè guerre considerate legittime dal punto di
vista etico perché ritenute fondate su una causa giusta, quale
l'autodifesa da una aggressione, a cui si è aggiunto il
"diritto/dovere di ingerenza a scopi umanitari", ad esempio per
porre termine ad un genocidio;
-guerre post-eroiche, termine questo utilizzato da Edward
Luttwak(6) per indicare una tendenza dell'Occidente, in particolare
degli Stati Uniti, a condurre le operazioni militari in modo da
evitare praticamente ogni perdita alle proprie truppe (e,
subordinatamente, anche ridurre al massimo le perdite subite dalla
popolazione civile e dalle forze militari dell'avversario). È
sinonimo di "guerra a zero morti".
Le recenti evoluzioni dottrinarie in materia politico-militare
classificano i conflitti armati in:
-guerra generale, che ricerca la distruzione completa
dell'avversario e coinvolge tutte le risorse materiali e spirituali
dei belligeranti. Essa viene condotta quando sono in gioco gli
interessi vitali nazionali ed è caratterizzata dal ricorso a tutte
le risorse morali e materiali del paese, dalla limitazione di parte
delle attività civili e la loro subordinazione alle esigenze
militari, dal possibile utilizzo di armi speciali;
-guerra limitata, o conflitto regionale che, in genere, tende
all'acqui-sizione di un obiettivo locale con azioni di breve
durata, volte a determinare una favorevole situazione di fatto in
vista di una successiva trattativa politica.
Pertanto si caratterizza per i limiti riferiti agli obiettivi
perseguiti, alle forze impiegate, all'estensione nello spazio, alla
durata ed alle risorse impiegate che si limitano a quelle
specificata-mente militari;
-guerra sovversiva, intesa quale forma di lotta, condotta
all'interno di una Nazione da una parte dei cittadini, con o senza
l'aiuto esterno, allo scopo di rovesciare il governo e/o le
istituzione, o quanto meno, di paralizzarne le azioni e le
funzioni. Si avvale prevalentemente della guerriglia come strumento
di azioni militari, pur senza escludere il ricorso a vere e proprie
operazioni tradizionali. Può manifestarsi in concomitanza con una
guerra generale o limitata;
-operazioni di supporto della pace (PSO, Peace support operations)
o operazioni di risposta alle crisi (CRO, Crisis response
operations, in ambito dottrina Nato): con questo termini si
indicano un tipo di intervento di forze militari, disposto con
mandato internazionale, sviluppatesi dopo la fine della guerra
fredda per pacificare società interessate da conflitti interstatali
o infrastatali.
Si tratta di operazioni in cui tali forze svolgono compiti diversi
da quelli di combattimento, in cui l'impiego della forza è limitato
alla sola autodifesa passiva e in cui di solito non esiste un
avversario designato, da sconfiggere sul campo per obbligarlo ad
accettare le condizioni di pace che gli si vogliono imporre.
Le operazioni di supporto della pace si distinguono in peace-
keeping (mantenimento e rafforzamento delle tregue e degli accordi
di pace), peacebuilding (parte fondamentale degli interventi
post-conflitto, per la ricostruzione delle istituzioni,
dell'econo-mia, e delle società colpite dai conflitti) e
peace-enforcing che sono operazioni di guerra vere e proprie, volte
a far cessare la lotta armata.
Il peace-keeping ha subito nel tempo notevoli evoluzioni: durante
la guerra fredda si limitava all'interposi-zione pacifica fra
fazioni in lotta e a compiti di monitoraggio degli accordi e della
tregua (peace-keeping di prima generazione); dopo la fine della
guerra fredda, alla luce di alcuni fallimenti dovuti all'adozione
di regole di ingaggio troppo limitative, si è passati ad un
"peace-keeping rinforzato" o di "seconda generazione", in cui le
regole d'ingaggio consentono di impiegare la forza non solo per
autodifesa ma anche per l'as-solvimento del mandato diretto a far
cessare le ostilità. Oggi queste operazioni coinvolgono non solo le
forze militari, ma anche la popolazione civile e tutta una serie di
organizzazioni governative (governative organizations, GO) e non
governative (non governative organizations, NGO). In questo tipo di
operazioni è fondamentale che il mandato
o l'obiettivo finale dell'operazione sia chiaramente definito in
termini End State (risultato finale da conseguire), in particolare
se l'ambiente è potenzialmente ostile o è richiesta l'applicazione
coercitiva della forza da parte dello strumento militare.
3. Brevi considerazioni su guerriglia e
terrorismo
Una riflessione a parte meritano i temi della guerriglia e del
terrorismo, fenomeni questi di grande attualità, specialmente in
Iraq, assai differenti tra loro, con proprie caratteristiche e
finalità.
La guerriglia è un tipo particolare di operazione militare
conosciuto e praticato sin dall'antichità che ha assunto oggi una
accresciuta importanza sulla nuova scena politico-strategica
mondiale. Essa possiede, come tutti i tipi di operazioni militari,
proprie strategie, tattiche e tecniche specifiche e viene scelta
dal contendente più debole per condurre operazioni convenzionali,
sia offensive sia difensive.
Mira, in sostanza, ad evitare il combattimento diretto con
superiori forze avversarie e ad estendere la lotta nello spazio
(per frazionare le forze nemiche sul territorio, obbligandole a
difendere molteplici punti sensibili), e nel tempo (per prolungare
la lotta, al fine di logorare l'avversario, anche psicologicamente,
e ridurre il consenso politico alla prosecuzione della
contro-guerriglia).
La guerriglia, pur costituendo per sua natura una modalità di
azione militare, è sempre collegata con una organizzazione politica
clandestina, che provvede al suo sostegno logistico, e ha il
supporto attivo o passivo della popolazione. Essa può assumere
caratteristiche diverse a seconda del tipo di conflitto su cui si
inserisce, cioè a seconda che si tratti di resistenza nei confronti
di un occupante straniero e di collaborazionisti nazionali, ovvero
contro il governo in carica e i suoi sostenitori stranieri (guerra
civile, sovversiva e rivoluzionaria). Nel primo caso, il movimento
guerrigliero ha caratteristiche e obiettivi prevalentemente
militari; nel secondo caso ha invece caratteristiche e finalità più
politiche, nel senso che gli obiettivi militari sono definiti
innanzitutto per il loro impatto sul cambiamento politico-
sociale.
Mentre la guerriglia interessa soprattutto le aree rurali e
colpisce le forze militari, il terrorismo è un fenomeno
spiccatamente cittadino che colpisce le popolazioni civili e tende
a produrre un senso di logorante insicurezza e paura. Gli impatti
psicologici sono enormemente più importanti di quelli materiali e
gli effetti del terrorismo sono oggi amplificati dai media.
Esso si configura come una forma d'azione violenta "indiretta",
cioè non rivolta contro un obiettivo specifico definito, ad esempio
le Forze armate, ma verso bersagli indeterminati e indifesi (in un
certo modo assimilabile alle pratiche di ricatto della delinquenza
comune). Secondo una consolidata definizione di provenienza
statunitense, "il terrorismo è violenza premeditata e politicamente
motivata contro obiettivi non combattenti allo scopo di influenzare
l'opinione pubblica così da conseguire obiettivi politici, militari
o ideologici. La sua caratteristica specifica è di mirare a
bersagli civili e non a quelli militari o a truppe pronte al
combattimento".
Esistono vari tipi di terrorismo: quello di tipo nazionalistico
come l'IRA e l'ETA; quello ideologico, come le Brigate Rosse in
Italia; quello su base religiosa, sia nazionale che transnazionale.
Quest'ultimo, di matrice soprattutto islamica, è attualmente il più
pericoloso e dispone di reti clandestine diffuse in decine di paesi
e di una direzione strategica che fornisce addestramento,
finanziamenti e simboli. Inoltre, si avvale di terroristi suicidi,
contro i quali non esistono misure di sicurezza veramente efficaci,
e gode del consenso di una ampia base del mondo islamico, nutrita
dal risentimento per i "torti storici" subiti da parte
dell'Occidente, prima con la colonizzazione ed oggi con il sostegno
allo Stato di Israele e con la politica statunitense dell'
"imperialismo militare e delle multinazionali".
L'attentato di Madrid dell'11 marzo scorso ha messo in evidenza
come quelli che fino a poco tempo fa venivano definiti "rischi"
oggi sono una minaccia diretta e concreta per tutti i Paesi
dell'Occidente.
Il terrorismo internazionale si conferma sempre più insidioso,
sempre meno contrastabile con approcci e metodi convenzionali,
abilissimo a trarre vantaggio dal carattere aperto delle nostre
società e a sfruttarne non solo ogni loro debolezza ma anche gli
stessi elementi di forza che le caratterizzano, quali i
media.
È utile concludere questa breve analisi con gli indirizzi di
politica militare forniti dal Capo di Stato Maggiore della Difesa,
Ammiraglio Giampaolo Di Paola, secondo cui le strategie per
fronteggiare la minaccia globale del terrorismo internazionale, non
possono prescindere dalle sotto indicate linee d'azione, su cui i
Paesi dell'Occidente trovano ampia convergenza(7):
-le crisi internazionali richiedono una risposta forte ed univoca
dell'in-tera comunità internazionale;
-il terrorismo richiede sempre più azioni integrate a livello
multidisciplinare con un alto grado di coordinamento tra le diverse
amministrazioni: iniziative politiche, di cooperazione, misure di
confidenza e sicurezza sostenute, quando necessario, da
appropria-te capacità militari;
-gli interventi stabilizzanti per la prevenzione o la risoluzione
delle crisi e la risposta al terrorismo sono tanto più efficaci
quanto più vengono percepite come azioni della comunità
internazionale che travalichino interessi di parte;
-le organizzazioni internazionali e le Nazioni che ne fanno parte
devono compiere ogni sforzo continuo per adeguarsi con continuità
ai nuovi scenari rendendo disponibili appropriati strumenti di
intervento.
Approfondimenti:
(1) -J. CARLO, in Manuale di studi strategici, Franco Angeli
editore, ed. 2004.
(2) -CLAUSEWITZ, La guerra è la continuazione della politica con
l'aggiunta anche di altri mezzi, in DELLA GUERRA, Oscar Mondadori,
1982.
(3) -J. CARLO, Manuale di studi strategici, Franco Angeli editore,
ed. 2004.
(4) -A. TOFFLER, H. TOFFLER: La guerra disarmata. La sopravvivenza
alle soglie del terzo millennio, Sperling & Kupfer, 1984.
(5) -N. RONZITTI, Diritto internazionale dei conflitti armati,
Giappichelli editore, Torino, 1998.
(6) -E. N. LUTTWAK, A post-Heroic Military Policy, Foreign Affairs,
1996.
(7) -Ammiraglio G. DI PAOLA, Intervento del Capo di Stato Maggiore
della Difesa, in INFORMAZIONI DELLA DIFESA,
n. 4, 2004. |