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Grazie per l'invito e grazie a
tutti voi per starmi ad ascoltare. Voglio premettere che sono
molto più d'accordo con quello che ha detto il Generale
Cabigiosu di quello che ha detto prima il generale Esposito
che sembrava estrarre un pò la MSU da quel che è il contesto
di un'operazione multinazionale. Io sono stato per 4 anni il
personal representatif del Chairman in office dell' OCSE in
Bosnia-Erzegovina e ho visto crescere le MSU. Dal momento che
le mie funzioni erano quelle di provvedere al confidence and
security buiding major in Bosnia-Erzegovina, ho visto
praticamente fondere assieme le tre componenti militari della
Bosnia-Erzegovina e cercare di evitare che i maggiori
tagliagole esistenti assumessero posizioni di comando, da un
lato, e poi quello di provvedere all'arms control in Bosnia,
Croazia e Jugoslavia. Il che mi ha dato la possibilità di
andare anche in Kosovo immediatamente dopo l'azione aerea
della NATO, con il compito essenzialmente di contare il
derelict, praticamente le armi che erano state distrutte (a
dir la verità, poche) dalle azioni aeree della NATO. Il punto
fondamentale è questo, io ritengo che sia questo: ogni
operazione, ogni attività, soprattutto un'attività con molte
componenti, soprattutto se queste componenti sono
multinazionali, deve obbedire a una dottrina di carattere
globale.
È ridicolo
pensare di fare una dottrina di MSU non inserita in una dottrina di
carattere globale e di vedere esattamente cosa si fa allorquando si
giunge in quel teatro, prendendo anche spunto dalle sciocchezze,
dagli aspetti negativi delle esperienze che si sono avute. In
particolare bisogna buttar via tutta quanta la retorica del soldato
di pace, della Forza di pace e tutto quanto: il problema
fondamentale è il fatto che, per avere la pace, bisogna impiegare
la forza e bisogna porre la forza al servizio della legge. Se non
si parte da questo concetto e se non si parte da un concetto di "a
che cosa serve, che si fa, che cosa si deve fare tutti assieme", si
è completamente fuori quadro. E, in particolare, nulla di nuovo
nella storia, soprattutto nella storia militare: io sono quello che
insegna cosa si deve fare per stabilizzare - punto primo - un Paese
dopo che questo Paese sia stato conquistato o comunque le fazioni
più violente siano state messe in tranquillità da un'azione
militare. In pratica, si fa un'operazione che è la prosecuzione
della guerra con altri mezzi.
Pensare di
svincolare una componente, come l'MSU, dal contesto delle
operazioni che si svolgono, a mio avviso è un sistema per mettere
la MSU non a rischio dei terroristi, ma a rischio di essere
impallinata dagli altri componenti della Forza che agiscono sul
teatro. Questa è la realtà ed è la realtà che ho vissuto io,
nonostante tutta l'ammirazione per la capacità di Leso, di Coppola
e così via che ho visto operare in Bosnia veramente facendo onore
alle Forze armate, facendo onore all'Italia. Il problema
fondamentale è, quindi, abbandonare la mentalità "faso tutto mi",
dall'ordine pubblico al riots control, all'intelligence, andiamo a
raccogliere i bambini o ad allattarli (è un po' difficile, ma col
biberon si può sempre fare) e vedere un pochettino come, invece,
l'azione deve essere collocata in un contesto di carattere
generale. Al ritorno ho dato al generale Santini un piego che ho
fatto per il dottor Solana dopo aver finito la mia missione in
Bosnia-Erzegovina e che era soprattutto fondato sull'esperienza che
io avevo in quanto partecipavo alle riunioni dei cosiddetti
princess polls di Sarajevo, a partire dal capo missione dell'OSC,
al comandante della SFOR, al Segretario delle NU (che è un tipo
abbastanza sveglio e che ha riportato in alto in Bosnia-Erzegovina
il prestigio delle NU che, dopo il disastro di Sebreniza, erano
scomparse dalla circolazione, almeno nell'animo dei kosovari).
Lì si vedeva,
nonostante la capacità dei nostri comandanti e anche la buona
volontà degli altri, una difficoltà di coordinamento che è stata
messa in luce prima dal generale Cabigiosu. Il territorio viene
diviso in settori; nei settori ci sono i "signori della pace"
(anziché i "signori della guerra") che mantengono il controllo;
tutto quello che si deve svolgere in quel territorio deve passare
sotto il loro controllo, perché altrimenti si fa solamente del caos
(e la presenza delle gentili Signore mi impedisce di usare una
parola un po' più sportiva). Questo è il problema fondamentale.
Seconda questione: a mio avviso, ciascuno deve fare un determinato
lavoro, senza allargarsi nei settori in cui è capacissimo. Quanto
meno bisogna realizzare qualcosa di differente dalle MSU, per
poterlo fare. Per esempio, il GIS è estremamente importante: in
altri eserciti hanno reparti simili, tipo SAS, ecc. E queste sono
delle operazioni che vengono sviluppate soprattutto nella prima
fase, dopo le operazioni militari vere e proprie, prima fase in cui
l'ordine, la sicurezza pubblica (chiamiamolo ordine, più che
sicurezza pubblica) è il primo punto su cui è concentrata
l'attenzione delle Forze internazionali.
Secondo punto è
law & order, ma nel secondo punto si cominciano a vedere un
pochettino di strutture che funzionano, cominciano ad esserci dei
responsabili locali. Questi responsabili locali cominciano a
funzionare, a collaborare; si cominciano ad arruolare interpreti,
perché senza conoscere la lingua locale, senza conoscere la cultura
giuridica locale, senza avere giudici e senza avere prigioni, come
si faccia un'attività di polizia di tipo investigativo, di tipo
normale, a mio avviso è un'astrazione completa. Ne ho avuto
l'esperienza in Kosovo, proprio all'inizio, dove c'erano i reparti
tedeschi che obbedivano alla legge tedesca: dopo due giorni di
detenzione, per esempio, dovevano rimettere in libertà i kosovari
che prendevano, armati, verso la Macedonia. D'altra parte, non
sapevano a chi darli, perché non c'era nessuno a cui consegnarli,
poiché non c'erano né un sistema giudiziario, né sistemi di
prigioni. Con il buonsenso hanno trovato un escamotage: visto che
gli inglesi, anziché tenerli 2 giorni, li tenevano 18 giorni, li
davano agli inglesi.
Così gli
inglesi li passavano da unità a unità e dopo 4 mesi erano ancora
lì. Questa è la realtà in cui si deve agire e, a mio avviso, questa
realtà richiederebbe che questa dottrina, queste norme generali
dell'MSU non solamente siano flessibili - come ne ha sottolineata
l'esigenza il generale Cabigiosu - ma debbano permettere una
larghissima precisazione a seconda della situazione locale (le
esigenze di sicurezza in Bosnia non sono le stesse che in Iraq, per
esempio). Per ottemperare a questa esigenza di flessibilità, sono i
Carabinieri che si deve vedere come possano rendere al massimo. Qui
il loro rendimento è altissimo, proprio come li avevo visti in
Bosnia con Leso e Coppola: hanno fatto veramente onore all'Arma e
all'Italia. Ma devono essere collocati in un sistema coerente,
perché attualmente, a mio avviso, sono ancorati a uno sbandamento
completo. Lì, la dottrina in quanto tale è proprio da inventare o è
già stata scritta? Non ci sono libri di storia che parlano della
pacificazione di popolazioni. E in particolare, a mio avviso, il
riferimento migliore è il libro del Maresciallo Lyautey (il
pacificatore del Marocco, di cui vedete ancora le statue erette a
Casablanca, a Rabat e così via, perché lo ricordano con piacere: ha
veramente pacificato il Marocco), "La fonction sociale de
l'officier de l'Armée Coloniale".
Lo schema
fondamentale della dottrina dovrebbe essere questo. Dopo di che
ciascuno, nella dottrina, si ritaglierà il suo spazio. Quello che
volevo dirvi come ultima cosa è che questa unicità di dottrina,
questa coerenza deve essere mantenuta come si mantiene l'unicità di
comando. E deve esserci un comandante per volta. Il caos della
Bosnia e il fatto che dalla Bosnia non riusciamo a venire fuori o a
stabilizzarla è dovuto in gran parte al fatto che le autorità
civili innanzitutto erano sdoppiate. C'era l'Aja representative che
era molto in gamba; l'ex Primo Ministro svedese che era in rotta di
collisione con la NATO e che voleva fare il guerriero per conto
proprio. La missione dell'OSCE andava per i fatti suoi. Qualche
volta il patriottismo istituzionale ci portava a fare lo sgambetto
ad altre istituzioni (devo riconoscere che ho peccato anch'io)
perché non c'era uno che comandasse veramente e che desse
un'addrizzata ogni volta che si facevano queste cose.
L'unità di
comando, a mio avviso, deve essere rivista completamente alla luce
anche delle norme delle Nazioni Unite, del dictat of peacekeeping
operations delle Nazioni Unite, perché quelle che sono state alcune
regole elaborate dalla NATO, danno troppa centralità alla NATO.
Quali sono le fasi che si succedono nel peacekeeping? La prima fase
è quella dell'ordine e, a mio avviso, lì non c'è niente da fare:
gli unici che possono operare sono i comandi militari che hanno
anche a disposizione i sistemi logistici e i sistemi di
comunicazione tali da poter assicurare questa unità di comando di
tutte le Forze, militari, di polizia, polizia militare, non c'è
bisogno di precisarlo: pensate che in Iraq, adesso, ci sono 14.000
poliziotti di compagnie private che assicurano la sicurezza,
l'ordine. Seconda fase: le autorità civili sicuramente devono
subentrare al comando, anche in ossequio al nostro sistema politico
democratico. La fase che io vedo più delicata è quella di raccordo.
In questa fase di raccordo, a mio avviso, le MSU devono essere
ancor più presenti, perché in questa fase - in cui c'è law &
order - la parte order è prevalente per le MSU.
La parte law,
invece, è prevalente per quello che l'organizzazione tipo
International police task force e, a parer mio, in questa fase
estremamente delicata di coordinamento qualsiasi sovrapposizione di
MSU con compiti dell' International police task force crea un caos
indescrivibile. Nei 3-4 anni che ero in Bosnia c'è stato un
brigadier generale della Gendarmeria francese (si chiamava Vincent
Coerderoi) che agiva nell'ambito della missione delle Nazioni Unite
alle dipendenze di Jacques Klein e che aveva una notevole
esperienza ed anche una notevole capacità di osservazione di quello
che accadeva e credo che queste sue osservazioni fossero molto
importanti per stabilire delle guidelines da seguire. Beninteso,
queste mie osservazioni che sono state volutamente anche un
pochettino sullo sportivo, abbastanza marcate (mentre ho visto che
il generale Cabigiosu è un fine diplomatico), sono volte
soprattutto a valorizzare quello che è un apporto fondamentale - a
mio avviso - che a questi interventi dell'Italia può dare l'Arma
dei Carabinieri. Un'altra piccolissima e ultimissima annotazione:
in che cosa consiste la stabilizzazione del Paese?
Consiste
sostanzialmente nel recuperare il collegamento tra i signori della
guerra, i tagliagola di queste guerre civili, etniche, tribali,
mafiose (quel che si vuole) e il territorio e l'economia. Il punto
più delicato di questa criminalità-terrorismo è l'aspetto
finanziario. A mio avviso, l'Italia non utilizza sufficientemente
l'apporto che può dare un'altra Forza di polizia (che costituisce
un po' un'anomalia italiana, in un certo senso) che è la Guardia di
finanza, anch'essa ad ordinamento militare. È assolutamente
essenziale (gli americani usano l'FBI per questo, la branca
finanziaria dell'FBI) impiegare a massa quelle che sono queste
nostre possibilità, anche per il fatto che - a parte gli interessi
di sicurezza, a parte la volontà di portare nel mondo la pace e
tutte quelle cose che si vogliono dire - ci sono anche degli
interessi nazionali in futuro da tutelare, che evidentemente
possono essere meglio tutelati qualora negli organi di
pianificazione finanziaria ed economica dei nuovi governi ci sia
gente nostra. Gli americani lo fanno molto bene; lo fanno molto
bene anche gli inglesi, per i fatti loro. Altri Paesi non li ho
visti farlo proprio sistematicamente, ma a mio avviso c'è - nella
Guardia di finanza - una potenzialità da utilizzare completamente a
questo riguardo.
Concludo
ringraziando ancora dell'invito, esprimendo la mia ammirazione per
gli ufficiali, i sottufficiali e i carabinieri che ho visto
impiegati in Bosnia (nelle altre parti non li ho visti), compresi
quelli di Monster, e sottolineando che, se la dottrina non viene
fatta in maniera unitaria, in maniera compatta, se non viene
assicurata una unità di comando che superi il paradosso del
coordinamento (paradosso del coordinamento significa che tutti
vogliono essere coordinati, chiedono di essere coordinati, però
nessuno si vuol far coordinare da un altro), credo che la
situazione incerta, imprevedibile, in movimento, come quella che si
determina soprattutto allorquando si occupa un territorio, serva
solo per fare caos e per non risolvere niente. Grazie.
(*) - Trascrizione da
registrazione audio corretta dall'autore.
(**) - Tenente Generale (aus)
dell'Esercito. |