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Sono trascorsi ormai quindici anni
dalla fine dell'era della contrapposizione fra i blocchi e il
mutamento della natura dei conflitti, seppur di per se stesso
configurabile come evento proteiforme, dovrebbe rappresentare
un problema metabolizzato o, perlomeno, in via di
metabolizzazione da parte di coloro i quali si occupano di
interventi militari in aree di crisi e di nation building.
Prescindendo da disquisizioni sull'asimmetria dei conflitti,
in atto o potenziali, possiamo concentrare da subito
l'attenzione sul tema dell'intervento di Forze preposte al
controllo del territorio e, di risulta, alla stabilizzazione
nell'immediatezza dell'inizio del processo di nation
building. Siamo di fronte ad una fase delicata, dove si
manifesta nella sua interezza la peculiare caratteristica dei
conflitti non più tradizionali dell'era post-industriale.
Conflitti che, nelle loro dinamiche, vedono le popolazioni
civili coinvolte in prima persona. La tipologia "irregolare"
delle Forze contrapposte sul terreno richiede un approccio
meno convenzionale al problema della stabilizzazione intesa
in tutti i suoi aspetti.
La storia dei
conflitti insegna che molto spesso la componente combat delle
armate dirige il proprio sforzo verso il centro di gravità del
potenziale politico-militare avversario. In Iraq le truppe
anglo-americane hanno condotto una campagna terrestre tutto sommato
breve, lanciandosi alla conquista della capitale Baghdad. Le
cronache di quei giorni testimoniano di attacchi portati alle
colonne logistiche alleate da Forze prevalentemente non
convenzionali formate da miliziani baathisti e gruppi di fuoco
organizzati dai servizi segreti di Saddam. In questi casi ne
consegue che, guerra durante, le retrovie debbano essere
controllate in maniera pervasiva, in guisa di eliminare la fonte
del problema, la guerriglia. La riduzione degli spazi di manovra
della guerriglia e, conseguentemente, dell'instabilità a livello di
teatro, è un obiettivo conseguibile mediante un rapido ritorno a
normali livelli di sicurezza e vivibilità delle aree interessate
dal fenomeno. Ma la distrazione di intere unità combat dalla linea
del fronte, al fine di rendere maggiormente sicure le arterie di
comunicazione e afflusso logistico delle retrovie, riduce la
pressione esercitata contro il dispositivo avversario, allungando i
tempi del conflitto.
Le esigenze non
sono però conciliabili. Le guerre moderne combattute dai paesi
occidentali non possono prescindere dal fattore tempo. Esso
influenza pesantemente il consenso dell'opinione pubblica
all'impiego o meno dello strumento militare condizionando le
operazioni militari condotte sul terreno. Uno sforzo bellico
prolungato, eccessivi danni collaterali e, soprattutto, ingenti e
continue perdite di soldati conducono alla perdita del favore della
popolazione al perseguimento degli scopi politici prefissati
attraverso la forza. È dunque prioritaria la rapida transizione da
una situazione di war ad una di nation building. Questa può
iniziare già durante le fasi centrali del conflitto con la
pacificazione delle zone sotto controllo militare. Ma a questo
punto, forti delle prime lessons learned da "Iraqi Freedom", va
rivisto l'approccio al problema. Oggi appare evidente agli occhi di
tutti che le forze terrestri debbano essere strutturate su una
componente combat ed una concepita specificatamente per la
stabilizzazione e la ricostruzione.
Il nation
building diviene parte integrante della pianificazione
dell'operazione nel suo complesso, non un capitolo avulso che trova
una sua dimensione soltanto al termine del conflitto. Trattando
direttamente la questione dal punto di vista italiano, va rilevato
che, lasciando all'Esercito il ruolo propriamente combat, si rende
necessario il rinvenimento in altre componenti della Difesa di
nuove professionalità che favoriscano il nation building mantenendo
una stretta aderenza con la componente combat. Attualmente questa
risulta come una scelta indefettibile. Va da sé che la fluidità
delle dinamiche belliche non consente l'afflusso in teatro e la
piena operatività delle ONG. Ci vogliono ancora militari in grado
di autodifendersi e difendere la popolazione civile. Ma questi
militari dovranno vestire i panni degli amministratori pubblici e
degli erogatori dei servizi di prima necessità, contribuendo in
difficili contesti ambientali a dare avvio alla ripresa di pur
minimi, ma essenziali, livelli di normalità nel quotidiano. Livelli
di sicurezza generale e stabilizzazione sono fattori strettamente
interdipendenti.
Ad un
miglioramento della qualità della vita della popolazione civile
corrisponde quasi sempre una riduzione degli spazi di manovra delle
Forze antagoniste (si legga: la guerriglia e/o i terroristi). In
precedenza abbiamo parlato della necessità di impiego di militari,
ma nel minor tempo possibile anche di agenti di polizia (sul tipo
di quelli inseriti nelle MSU), anche e soprattutto al fine di
formare corpi locali destinati al mantenimento della sicurezza e
dell'ordine pubblico. Le MSU rappresentano dunque la componente
sicurezza dei "pacchetti di stabilizzazione" articolati su servizi,
giustizia, comunicazioni. Come ampiamente dimostrato nei Balcani
(in Bosnia Erzegovina e in Kosovo) la MSU, formata da Carabinieri
italiani e altre componenti di polizia militare, è in grado di
esplicare al pieno le funzioni di polizia di sicurezza e
investigativa attraverso l'impiego in teatro di elementi
caratterizzati da notevole professionalità è agli occhi di tutti la
facilità con cui nel corso delle loro attività istituzionali i
Carabinieri si confrontano con il tessuto sociale di quelle
regioni.
Gli ottimi
rapporti con i locali e i risultati operativi conseguiti sono
indice della intensa produzione di sicurezza, fruita in un secondo
tempo dalle popolazioni stesse e financo dai contingenti di pace
SFOR e KFOR. Pur mantenendo i pacchetti di stabilizzazione
organicamente dipendenti dal land commander, le MSU dovrebbero
implementare il loro ruolo articolandolo sulla pluralità delle
nuove incombenze. Questo però imporrà profonde trasformazioni sul
piano della formazione e dell'addestramento degli elementi
destinati alla funzione stabilizzatrice: un proprio centro di
addestramento nel quale venga sviluppata una linea dottrinale da
applicare nel corso delle missioni CRO/PSO, onde evitare prelievi
di personale dell'Arma dall'Organizzazione Territoriale, con tutto
ciò che ne consegue in termini di differenti metodologie di
svolgimento dei servizi. Le aperture di pensiero frutto delle
esperienze maturate in teatro costituiscono una importante base
sulla quale potrà avvenire una proficua capitalizzazione. Ora si
tratta di dedicare risorse al progetto, mantenendo costante il
confronto dialettico con le altre Forze armate, nella
consapevolezza del fatto che allo stato attuale il Paese non può
permettersi, e per questo mal comprenderebbe, inutili e dispendiose
duplicazioni.
(*) - Direttore dell'Istituto di
Studi Geopolitici. |