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1. La stabilizzazione dopo il conflitto: il ruolo delle MSU in
favore di una pace sostenibile
L'intervento
presenta alcune riflessioni che individuano nelle MSU una tappa
significativa nello sviluppo degli interventi pacificatori
strutturati in missioni armate. Questi interventi vantano una
prassi ormai consolidata, ma non certo un modello unico e
indiscusso; presentano al contrario forme e assetti in continua
trasformazione comprensibili solo alla luce della nuova concezione
della pace ormai diffusa nella comunità internazionale. Le MSU -
quale esempio di assunzione di compiti civili di sicurezza da parte
di una Forza armata nell'ambito della gestione di una crisi
complessa - rappresentano un'importante innovazione. Esse fungono
da elemento di raccordo tra schieramenti puramente militari - non
addestrati istituzionalmente al mantenimento dell'ordine pubblico -
e missioni di polizia civile, costituite senza compiti operativi,
solo per il monitoraggio e l'addestramento delle polizie
locali.
In questo modo
colmano un vuoto di competenze e cooperano alla stabilizzazione in
favore di un assetto pacifico e sostenibile. Ampliano però
ulteriormente i compiti delle Forze armate, affrontando sfide
complesse, ponendo nuove domande di legittimazione anche sociale e
culturale. L'arma dei Carabinieri può contare per questi suoi nuovi
impegni all'estero su un patrimonio di esperienza accumulato in
decenni di attività vicina e in favore della popolazione civile.
MSU è un'importante strumento di politica internazionale e militare
per la Nato, ma soprattutto per l'Italia, unico paese in grado a
tutt'oggi di esprimere compiutamente tale capacità anche in
autonomia.
2. Un concetto proattivo di pace
Non è possibile
inquadrare concettualmente in maniera adeguata il tema che
trattiamo se non considerando, sia pure con alcuni accenni, la
trasformazione del concetto di pace. Il problema della pace si è
posto in epoca moderna in modo del tutto nuovo rispetto al passato.
Non solo assenza di guerra, ma esigenza di costruire ed organizzare
rapporti pacificati, non violenti tra entità statali e tra popoli e
gruppi. Come sostiene Howard, solo negli ultimi duecento anni la
pace "è stata considerata dai leaders politici un fine praticabile
o addirittura desiderabile". Soltanto il Novecento però ha
conosciuto la nascita di istituzioni internazionali votate alla
promozione e alla tutela di rapporti pacifici tra stati, quali la
Società delle Nazioni nel primo dopoguerra e l'Organizzazione delle
Nazioni Unite nel secondo, e l'invenzione di un particolare
utilizzo della forza armata a scopi pacificatori. La prassi delle
operazioni di peacekeeping fu una significativa innovazione
introdotta dalle Nazioni Unite in un periodo, quello della guerra
fredda, in cui si temeva un'escalation di conflitti che avrebbero
potuto coinvolgere le superpotenze, impegnate in un duro confronto
egemonico, in uno scontro apocalittico.
Fin dall'inizio
queste operazioni si sono presentate come una tecnica in continua
evoluzione - non a caso si parla di diverse generazioni -
sviluppandosi come un'importante "risposta" alle turbolenze del
sistema internazionale e articolandosi in interventi complessi,
coinvolgendo coalizioni a geometria variabile od organizzazioni
regionali. Il peacekeeping in quanto fenomeno di natura
essenzialmente consuetudinaria, si è rivelato particolarmente
adattabile alle sfide rappresentate dalle diverse tipologie di
conflitti. A fattore costante è rimasto però il significato di
fondo cioè la possibilità/volontà di contenere i conflitti e di
costruire la pace intesa come rapporti pacificati e non violenti. A
partire dagli anni Novanta del secolo da poco concluso, il
moltiplicarsi di una nuova tipologia di conflitti - di natura
interetnica e intrastatale - ha prodotto un collasso delle
istituzioni pubbliche in ampie regioni e gettato le popolazioni
nella più totale anarchia, facilitando l'emergere di veri e propri
contropoteri legati anche alla criminalità organizzata. È stato
allora necessario accompagnare il processo di pace con il sostegno
alla ricostruzione politico-amministrativa del paese.
Infatti la
violenza privata - tipica dei conflitti intrastatali - ha un
carattere capillare, legato anche a condizioni emotive individuali;
può essere combattuta solo riuscendo a ricostruire un tessuto
sociale adeguato e un contesto di legittimazione e di fiducia verso
le istituzioni pubbliche. L'emergente ruolo delle componenti civili
(sia come vittime, sia come agenti del conflitto, sia infine come
importante risorsa per superarlo) ha prodotto a livello operativo
la diversificazione degli strumenti di intervento utilizzati
nell'ambito delle attività di supporto della pace, con
l'introduzione di misure atte a favorire non soltanto la cessazione
della violenza, ma anche la riconciliazione sociale, il sostegno
alle istituzioni democratiche, la tutela dei diritti umani, la
promozione dei processi di sviluppo. D'altra parte una guerra
civile ha bisogno di una 'pace civile' che nessun trattato può
assicurare se le comunità interessate non sono d'accordo con la
soluzione politica. La ricostruzione di un assetto istituzionale
forte perché autorevole, legittimato e ispirato a valori condivisi
è il primo passo per far rinascere una società civile
pacificata.
I compiti delle
missioni di pace si sono così ulteriormente ampliati, con un'enfasi
sulle misure da adottare nella fase post conflitto. Il
peacebuilding rappresenta la categoria sotto la quale vengono
ricomprese una molteplicità di misure - politiche amministrative,
sociali - tese a produrre nelle war-torn societies condizioni di
vita migliori e pacifiche, tentando in tal modo di prevenire il
riaccendersi del conflitto. Particolarmente importanti in questa
fase sono le attività tese a rafforzare il ruolo della legge, ad
assicurare il mantenimento dell'ordine pubblico e la tutela dei
diritti e della dignità umana. I risvolti sulle Forze armate di
questo nuovo indirizzo nelle politiche internazionali di gestione
delle crisi è sintetizzabile nelle dichiarazioni dell'ambasciatore
Brahimi nell'agosto del 2000 ad un ristretto numero di giornalisti
europei "... I peacekeepers del futuro saranno sempre più
poliziotti, giudici incaricati di restaurare legge ed ordine,
ufficiali per la difesa dei diritti umani".
3. Le MSU: caratteristiche e specificità
D'altronde già
qualche anno prima della suddetta dichiarazione nel corso della
crisi balcanica si era affermato un nuovo concetto operativo
nell'impiego di contingenti multinazionali in aree di crisi, con
particolare riferimento alla componente di polizia. La necessità di
nuovi strumenti d'intervento è emersa dalle difficoltà incontrate
nella stabilizzazione del processo di pace nell'area, anche a causa
di una criminalità organizzata estremamente ramificata, capace di
influenzare le vicende politiche e di inquinare profondamente il
tessuto economico e sociale della popolazione. Per questo a fronte
di sempre più pressanti esigenze di gestire l'ordine pubblico,
turbato anche dalle numerose manifestazioni di piazza conseguenti
alle operazioni di rientro dei profughi o alle commemorazioni dei
massacri avvenuti nel recente conflitto, nel febbraio del 1998, in
una riunione dei ministri degli esteri dei paesi della Nato, si
giunse alla decisione di creare una forza di polizia professionale,
ad ordinamento militare, particolarmente addestrata per operare in
situazioni di grande instabilità.
Venne così
autorizzata la costituzione di una Multinational Specialized Unit
(MSU), cioè di una speciale Forza di polizia internazionale a
status militare di concezione assolutamente nuova. Tra le
principali novità che presentava la MSU si caratterizzava per la
mobilità e la flessibilità; essa inoltre aveva poteri formali di
raccolta di informazioni e di investigazioni, un addestramento
antisommossa ed un equipaggiamento adeguato per intervenire nella
gestione degli aspetti civili delle crisi. L'area di responsabilità
di MSU SFOR fu identificata nell'intero teatro di operazioni
bosniaco. L'unità ha rappresentato un elemento importante di
raccordo tra schieramenti puramente militari e missioni di polizia
civile costituite solo per il monitoraggio, l'addestramento e
l'istruzione delle polizie locali, senza compiti operativi,
colmando un pericoloso security gap. La raccolta delle informazioni
e l'aspetto investigativo, insieme all'estrema duttilità di
adattamento e di movimento, sono tra gli elementi più significativi
che caratterizzano le MSU: dove la ripresa del funzionamento delle
istituzioni e la stabilità e sicurezza locali e regionali sono
messe a repentaglio da una criminalità organizzata, connotata anche
da una grande violenza e da una diffusa conflittualità tra
individui e gruppi, la lotta per il ristabilimento della piena
legalità ha bisogno di strumenti particolari. Inoltre quando gli ex
combattenti continuano o si trovano nuovamente a vivere assieme
dopo il trattato di pace, quando si tratta di reintegrare nel
tessuto sociale gruppi di rifugiati, la riconciliazione nazionale
ha luogo solo gradualmente e con difficoltà. Quest'ultima va quindi
sostenuta e monitorata attentamente anche attraverso un sistema
giudiziario e di polizia efficace ed efficiente. Il fine è quello
di lavorare per una pace sostenibile, una pace cioè riconosciuta e
accettata dalle popolazioni interessate.
4. Complessità dei processi di pace
MSU svolge una
particolare e originale funzione militare che possiamo definire "di
polizia ordinaria": garantisce le condizioni di ordine e sicurezza
del territorio in cui operano le Forze militari amiche prestando il
proprio servizio anche a favore della popolazione civile.
Contribuisce in tal modo alla rinascita del tessuto sociale e alla
creazione delle condizioni all'interno delle quali è possibile far
riemergere la fiducia reciproca. La pace, come processo complesso e
variabile nel tempo, sottende una gradazione delle condizioni di
stabilità che variano all'interno di un vasto spettro, alla cui
base rimane una componente residuale di conflitto e al livello più
elevato prevale l'armonia sociale. La messa in atto di un processo
di pace deve quindi considerare le due polarità - conflitto e pace
- quali elementi di un continuum; ciò vuol dire che la cessazione
nella fase delle ostilità più violente, ottenuta attraverso accordi
di cessate il fuoco o con trattati, non significa il raggiungimento
della pace, ma solo un irrinunciabile punto di partenza.
Un processo di
pace è come un puzzle che va composto tessera per tessera, con
l'alea di non essere mai sicuri di poter completare il disegno.
Solo agendo su una molteplicità di piani complementari è possibile
costruire soluzioni capaci di sostenere progressi duraturi verso la
pace. Al termine di conflitti lunghi e violenti il clima sociale
resta surriscaldato; il livello di aggressività è elevato sia per
l'abitudine alla violenza, sia per il frequente collasso delle
istituzioni pubbliche, sia infine per il desiderio di vendetta e di
rivalsa. Quando le occasioni della vita quotidiana restano per
lungo tempo altamente rischiose, quando l'esposizione alla violenza
fisica è elevata e frequente, quando essere aggrediti è
un'esperienza normale, divengono altrettanto naturali
l'aggressione, la tortura e l'uccisione degli altri. Anche quando
si è trovato un accordo sugli aspetti principali del contrasto che
aveva portato alla degenerazione conflittuale, possono permanere
latenti nella popolazione attitudini e disposizioni conflittuali.
Avvenimenti anche banali possono rappresentare scintille in grado
di riaccendere le fiamme di nuovi devastanti incendi. I recenti
eventi nel Kosovo e in tutta la regione balcanica offrono esempi
significativi in tal senso. Un primo, fondamentale passo consiste
allora nel ricreare la sicurezza per interrompere il circolo
vizioso della paura reciproca e delle vendette incrociate.
In queste
situazioni è importante offrire una sicurezza "sana", che si pone
come alternativa a quella assicurata dai diversi leaders locali
emersi in seguito alle lotte o a quella che ciascuno cerca di
assicurarsi in vari modi, attraverso la detenzione di armi, con un
atteggiamento teso esclusivamente alla propria sopravvivenza,
scendendo a compromessi e così via. Le Forze di pace, promuovendo
una tutela imparziale e generalizzata della popolazione, operano
lungo la direzione di interrompere le spirali della violenza, di
raffreddare il conflitto, esonerando i cittadini dell'onere
dell'autodifesa. Esse possono arrestare le spirali delle vendette
private tanto più presenti quando l'amministrazione della giustizia
e della pubblica sicurezza è carente o assente. Il ristabilimento
di condizioni di sicurezza collettiva va ad incidere proprio su
quei meccanismi che rinforzano le posizioni di potere dei
war-lords: il pragmatismo morale, la violenza come strumento di
sopravvivenza, la forza come misura delle capacità umane e sociali,
la solidarietà ristretta e settaria come tutela dal pericolo, la
Forza armata come mezzo per soggiogare gli avversari.
In situazioni
di disgregazione e di degrado del tessuto sociale la presenza di
strumenti particolari, come per l'appunto le MSU, dovrebbe
contribuire alla creazione di fiducia nelle istituzioni e nella
comunità e a rimettere in moto meccanismi socio-economici di tipo
cooperativo. Ma nessun intervento esterno può sostituirsi alla
volontà delle parti e soprattutto si tratta di agire con
particolare accortezza. Infatti l'interruzione di una fase
conflittuale, sia pure voluta o comunque accettata, rappresenta una
crisi per le popolazioni, crisi tanto più grande quanto maggiore
era stato l'investimento emotivo e di risorse nel conflitto e
quanto più duraturo esso è stato; si tratta di ristrutturare e di
riconvertire un assetto sociale che, per quanto distruttivo potesse
essere (anche per il progressivo impoverimento sul piano economico
e culturale) aveva comunque un suo equilibrio. Si pensi per esempio
al problema del disarmo e del reintegro dei combattenti e delle
Forze paramilitari, cioè di una rilevante parte della popolazione
che dal conflitto ricavava i mezzi di sussistenza materiale e le
ricompense in termini di status; si pensi ancora al problema di
riconvertire le economie belliche e i diversi indotti ad esse
collegate.
5. L'Arma dei Carabinieri e le MSU
La
particolarità delle crisi interne e tra stati hanno indicato tra
gli obiettivi prioritari degli interventi internazionali lo
sviluppo dell'assistenza e della ricostruzione istituzionale.
Conseguentemente negli ultimi anni l'Arma dei Carabinieri è stata
richiesta per una partecipazione sempre più qualificata con
riguardo alla sua professionalità nella duplice identità di Forza
armata e di Forza di polizia ad ordinamento militare. A tal fine
l'Arma ha sviluppato le Unità Multinazionali Specializzate (MSU),
forza di polizia ad ordinamento militare, integrata nello strumento
militare tradizionale e in possesso delle capacità professionali
tipiche delle forze di polizia. La costituzione di MSU all'interno
di un ambito istituzionale militare - che apparentemente non ha
legami diretti con la funzione di polizia ordinaria - non è stata
agevolmente recepita da tutti (i paesi anglosassoni fino a poco
tempo fa hanno considerato MSU come un'unità specializzata di
polizia militare). Coloro che non conoscono il sistema napoleonico
della Gendarmeria, cioè della forza di polizia a status militare,
possono restare confusi e allarmati; sul campo queste difficoltà di
natura essenzialmente culturali sono state superate fin dal primo
utilizzo in SFOR con i primi impieghi operativi e con
l'elaborazione di appropriate procedure tecnico-operative. Seguendo
la linea di sviluppo tipica degli interventi in aree di crisi (a
partire dal peacekeeping di prima generazione) anche le MSU si sono
affermate inizialmente come un'esperienza pratica, nata da una
concreta esigenza operativa avvertita in teatro di operazioni. Per
questi motivi la realizzazione delle procedure tecnico-tattiche,
necessarie per l'impiego delle unità, ha anticipato e ha posto le
basi per una dottrina MSU che si è formata (ai diversi livelli)
solo successivamente e, in un processo dal basso verso l'alto,
sulla base delle esperienze maturate.
Tralasciando
gli aspetti più prettamente tecnici e giuridici che sono oggetto di
altre relazioni, la dottrina per l'impiego di MSU recentemente
elaborata dal Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri prevede
che MSU assicuri - attraverso operazioni e attività preventive - un
ambiente sicuro per le Forze schierate nel teatro delle operazioni.
Qualora previsto dal mandato internazionale potrà inoltre: a)
espletare compiti esecutivi di polizia ( incluse le indagini
criminali) in supporto o in sostituzione della polizia locale in
attesa del trasferimento delle responsabilità dalle autorità
militari alle autorità civili locali; b)monitorare ed assistere la
polizia locale nella sua ricostituzione e riorganizzazione in
conformità degli standard democratici internazionali di polizia; c)
assistere il rientro dei rifugiati. Compiti quali quelli di
imposizione della legge, di intelligence criminale e di
controterrorismo nel corso di operazioni in risposta alle crisi
necessitano di particolari competenze e di un'attitudine a
mantenere collegamenti non soltanto con la polizia locale, ma anche
con le altre autorità civili e con le organizzazioni governative e
non governative operanti sul territorio. Se già per ogni Forza di
pace è sempre stato fondamentale intrattenere buoni rapporti con la
popolazione, questo è tanto più vero per MSU: i contatti con la
popolazione locale sono un fattore essenziale per la buona riuscita
della missione.
Essi dovranno
essere ricercati e mantenuti con imparzialità ed equilibrio, dal
momento che non si tratta solamente di ottenere una pacifica
accettazione della propria presenza, ma di produrre un
comportamento collaborativo basato sulla fiducia. Senza questo tipo
di relazione è pressoché impossibile acquisire le informazioni
necessarie. Infine solo un legame con il tessuto sociale può
assicurare non solo la piena realizzazione dei compiti operativi,
ma anche il consenso sociale e culturale indispensabile per
qualificarsi come operatori di pace. Grande importanza assume
l'attività di pubblica informazione da condurre in trasparenza e
correttezza. Per la funzione che svolgono, le MSU sono uno
strumento rilevante di politica internazionale e militare per la
Nato, ma soprattutto per l'Italia, unico paese in grado a
tutt'oggi, grazie all'esperienza e alla professionalità sviluppate
dall'Arma dei Carabinieri, di esprimere compiutamente tale capacità
anche in autonomia.
6. Nuove sfide per le MSU
Per concludere
vorrei dedicare alcune brevissime considerazioni alle più recenti
esperienze che indicano una linea di tendenza con il ricorso alle
MSU in ogni tipo di presenza armata in territori extranazionali. Ne
è un esempio l'istituzione di una MSU nell'ambito delle operazioni
di ristabilimento della pace nel teatro irakeno a seguito delle
operazioni militari alleate. Il reggimento MSU Iraq costituisce
un'ulteriore evoluzione delle precedenti similari unità. Esso
infatti ha visto la presenza al suo interno di unità specializzate
dell'Arma (tra cui in particolare ufficiali e sottufficiali del
Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, del Comando
Carabinieri per la Sanità e del Comando Carabinieri Tutela
dell'Ambiente) con il compito di attuare già nella prima fase di
intervento, unitamente ai funzionari dei Ministeri italiani da cui
tali comandi funzionalmente dipendono, programmi di
ricostruzione.
L'anticipazione
delle attività di peacebuilding sin dalla prima fase di
dispiegamento delle Forze di stabilizzazione nel teatro di
conflitto dovrebbe consentire un significativo vantaggio nell'avvio
del processo di pace. Gli interventi in situazioni siffatte sono
però molto problematici. Le operazioni militari di sicurezza
provocano, nei paesi in cui avvengono, processi molto simili a
quelli che si osservano nelle società attraversate da divisioni
interne. Questi interventi hanno come fine principale la rimozione
delle élite politiche ritenute fonti di instabilità e di rischio a
livello internazionale; pur cercando di coinvolgere il meno
possibile il tessuto sociale producono comunque una profonda
alterazione degli equilibri e della pace interna. La società nel
suo insieme ne risulta profondamente coinvolta, dal momento che
viene azzerato il quadro istituzionale precedente e con esso viene
meno la regolamentazione dei comportamenti e quindi la
prevedibilità, l'integrazione e l'efficienza. Si produce inoltre
un'alterazione della stratificazione sociale su basi etniche,
religiose, economico-professionali e persino dei rapporti di
genere. In questa situazione l'adempimento della propria missione
da parte delle MSU diventa ancora più delicato e complesso, proprio
per le difficoltà di ottenere un consenso generalizzato da parte
della popolazione e dei diversi gruppi e sottogruppi in cui questa
si articola.
Ancora più che
per i tradizionali interventi di supporto alla pace di qualunque
tipo e livello, le attività sul territorio che seguono le
operazioni militari di sicurezza appaiono legate alla dimensione
della politica dei singoli stati, delle coalizioni e così via.
Conseguentemente ogni valutazione di efficacia e di efficienza di
questi raffinati strumenti, quali le MSU, ogni eventuale lezione
appresa va situata in un'analisi più ampia che tenga conto anche
dei complessi mutevoli equilibri della politica internazionale.
(*) - Professore Ordinario di
Sociologia nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli
Studi "Roma Tre". |