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Maurizio
Bortoletti
Il rifiuto dei rifiuti.
Scanzano Jonico e la sindrome Nimby
Edizione Rubbettino, 2004, pagg. 138,
euro 10,00
…. non serve a nulla. La vera sfida
che attende l'umanità è quella di trovare un modo di crescere in
modo sostenibile, salvando il proprio futuro. Proteste quali quelle
di Scanzano Ionico o come quelle che si ripresentano ciclicamente
in Campania, non servono a nulla. Anzi, rischiano di complicare la
soluzione del problema perché scaricano i "costi" sulle zone e
sulle popolazioni più deboli: c'è un problema di rifiuti,
mandiamoli in Africa grazie alle cd. ecomafie; ci sono scorie
nucleari, mandiamole in Russia come è avvenuto fino al divieto
imposto da Putin. Nimby - Not in my Back Yard, non nel mio giardino
- e Banana - Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, non
costruire comunque nulla da nessuna parte - sono l'esaltazione di
un localismo che illude, mentendo sulle possibilità di porre dei
confini geografici all'inquinamento. È sufficiente pensare alla
produzione di energia attraverso le centrali nucleari francesi
localizzate a pochi chilometri dai nostri confini. Per questo, si
afferma che un ambientalismo che dice sempre no, non è utile a
nessuno. Da qui il tentativo di mettere qualche punto fermo tra
facili allarmismi e pericolose previsioni che si susseguono
ininterrottamente, sui quotidiani e sui media, rendendoci familiari
termini quali mutamento climatico, effetto serra, buco nell'ozono,
scioglimento dei ghiacciai, sovraffollamento del pianeta, … se, per
incanto, ogni riga scritta sui cambiamenti climatici fosse valsa a
ridurre di un solo grammo l'emissione di CO2 (che più ne sono
responsabili) il problema per l'umanità potrebbe dirsi facilmente
risolto. Anzi il profluvio di pagine dedicate a questi temi -
Google ne elenca 4 milioni e 730 mila - sembra aver contribuito ad
ampliare l'incertezza sulle relazioni causali che ne sono
all'origine e sugli effetti che ne potrebbero derivare. Da qui, in
un momento di emergenza tecnica e politica, che sembra attanagliare
le politiche pubbliche in materia ambientale, il tentativo di
individuare un percorso che consenta di implementare uno sviluppo
dai benefici diffusi, ma dai costi sociali ed ambientali spesso
fortemente concentrati.
Sergio Romano
I Confini della
storia
Rizzoli editore, 2003, pagg. 442,
euro18,50
Il prestigioso opinionista,
ambasciatore Sergio Romano, spettatore privilegiato dei fatti del
mondo più incidenti nella storia dello scorso secolo, grazie alla
sua attività di diplomatico acuto ed intraprendente, offre questa
volta un'analisi che tende più delle altre a pervenire ad una
visione dei fatti che ne colga gli aspetti più emblematici sotto il
profilo del condizionamento e della loro incidenza. Molto
interessante la prospettiva che egli fornisce, suddividendo la
ricerca storica, dal punto di vista concettuale, in storia
ideologica e storia deterministica, entrambe impostazioni che si
riflettono sulla maniera di raccontare e divulgare i fatti: la
prima come analisi della storia attraverso la lente interpretativa
dell'appartenenza dello storico, la seconda come laica e razionale
ricerca e divulgazione dei dati. La intransigenza puritana della
prima e la tolleranza illuminata della seconda, sapientemente
mescolate, potrebbero assicurare un risultato storicistico di
apprezzabile spessore. Non manca, nella trattazione, qualche
incisivo - e talvolta ironico - accenno alle recenti polemiche
circa l'adozione dei libri di testo per le scuole italiane, a
seguito della polemica insorta recentemente attorno alla evidente
impostazione unilaterale dei testi fin qui scelti, che certamente
non aiutano i nostri giovani ad assimilare serenamente origini e
vicende della identità nazionale. La esigenza di cogliere i tratti
di una storia europea, quale fondamento di una condivisa identità
comunitaria, costituisce uno dei passi più interessanti del testo;
in questo ambito l'A. mette a confronto i vari tentativi che sono
stati intrapresi, peraltro infruttuosamente, a partire dal II
dopoguerra, nella direzione di trarre dai fatti e comporre nella
storiografia gli elementi unificanti di una probabile tradizione
europea: troppe le differenze e diverse le istanze che ne sono
emerse, talché viene naturale propendere verso una coesione che
riguardi i programmi futuri solamente, e lasci da parte le tante
diversità che attengono al passato. La casualità della storia, che
altro non è che la ricerca del probabile, cioè della storia fatta
con i se, fornisce una appassionante finestra sul passato che
sarebbe stato. I pezzi della storia, i fatti cioè apparentemente
insignificanti che traggono ragione da lontano e che hanno
impegnato soverchie energie politiche e militari, ricevono dall'A.
spiegazione attenta ed originale. Nel testo ritroviamo inoltre il
riferimento a fatti e personaggi specifici che, spesso trascurati
dalla ufficialità, ben altra attenzione meriterebbero per il peso
che hanno avuto nella direzione degli avvenimenti. Il libro è
piacevole, accattivante, ma soprattutto è lo strumento giusto che
offre la chiave per accedere ad altri approfondimenti.
Ten. Col. CC Luigi Cortellessa
Fortunato Minniti
Il Piave
Il Mulino, 2^ ed. 2003, pagg. 148,
euro 10,50
Il Piave è un nome la cui capacità
evocativa non risente del logorio temporale: sopravvive al
mutamento sociale, le epoche cercano di adattarlo alle esigenze del
momento, le stagioni della politica sembrano non poterne fare a
meno, la storiografia non lo tralascia. Ma soprattutto - ciò che
più conta - gli Italiani ne condividono l'alto valore simbolico e
lo fanno proprio per la sua innegabile capacità di far vibrare le
corde, anche le più dure, del cuore patriottico di ciascuno. Il
Piave, come sostiene l'Autore - Insegnante alla III Università di
Roma, uno che spiega la I Guerra Mondiale parlando insieme della
trincea e del fronte interno, del fulgore eroico e della tragedia -
è insieme fiume, battaglia e canzone. Il fiume, per lunghezza e
luoghi lambiti, già di per sé rappresentò l'estremo baluardo della
italianità dopo l'ora tragica di Caporetto; le sue acque, secondo
l'affascinante penna di Minniti, furono protagoniste di eventi che,
concatenati da circostanze talvolta impreviste, segnarono per
sempre la storia del Paese. Ed ancora, il Piave, come luogo
geografico, saldandosi al suo comprimario naturale, il Grappa,
servì a materializzare la linea difensiva sulla quale si saldò il
nostro Esercito, stanco e demoralizzato dopo la rovinosa ritirata
dell'ottobre-novembre 1917. Il Piave servì a sublimare la religione
della Patria, tanto che i fanti, sulle sue amate sponde, si
bagnavano proprio con quelle acque prima di segnarsi con la Croce,
sapendo di incamminarsi verso il sacrificio. Il Piave è battaglia,
anzi le battaglie: prima quella di arresto, poi quelle che
portarono all'offensiva che, sotto il nome aulico di Vittorio
Veneto, condurrà alla vittoria finale. Nelle battaglie legate al
fiume si rinsaldarono le ultime energie nazionali, che regalarono
al Paese una irripetibile coesione tra uomini nella trincea e
fronte interno. Il Piave è canzone, anzi la Leggenda, quella della
commozione interclassista, che non conosce divisioni ideologiche
perché la Canzone del Piave in ogni famiglia italiana innesca
ricordi e rivisita la partecipazione di almeno un figlio a quella
grande avventura nazionale. Fu la fantasia di uno stravagante
ufficiale postale napoletano, E.A. Mario, a partorire questa
canzone, con quelle suggestive note, che struggono e che fanno
immaginare gli immani assalti e le aspre fatiche della trincea.
Intercettando la posta militare e cogliendo i sentimenti dei
soldati al fronte, vergò su carta postale le prime parole di questa
stupenda poesia alla Patria; la mandò al fronte tramite un suo
amico che si dilettava di musica e da allora la Leggenda fu
l'adrenalina per l'ultimo slancio. La Leggenda del Piave, ancora
oggi, è patrimonio condiviso di tutto un popolo: tutto questo c'è
nel libro di Minniti, agevole nella lettura ed appassionante nei
ritmi, altrettanto compiuto nella ricchezza storiografica, talché
una sua diffusione nelle Scuole Militari non guasterebbe.
Ten. Col. CC Luigi Cortellessa
Gianni Oliva
Le tre Italie del
1943
Arnoldo Mondadori Editore, 2004,
pagg. 112, euro 12,00
Lo scrittore Gianni Oliva, studioso
del Novecento ed autore, tra l'altro, di una interessante "Storia
dei Carabinieri" (2002), con il libro "Le tre Italie del 1943" ci
offre una lettura originale di quanto avvenne tra l'8 settembre del
1943 e il 25 aprile del 1945, tentando di fare chiarezza su quei
tragici eventi che continuano, a sessant'anni di distanza, a
segnare la nostra vita politica e culturale. All'indomani dell'8
settembre, data che segna il "vuoto istituzionale per la totale
mancanza di certezze, riferimenti ed indicazioni" gli Italiani
furono chiamati a compiere delle scelte di campo, costituendo di
fatto non due ma tre Italie: l'Italia della "rottura", protagonista
della lotta resistenziale, l'Italia della "continuità", che trovò
espressione nella Repubblica di Salò, e l'Italia della "zona
grigia", quella cioè della maggioranza attendista che non volle
compromettersi con nessuna delle parti in lotta, sperando solo
nell'arrivo degli alleati. Le ragioni etico-culturali delle scelte
opposte di rottura resistenziale e di continuità fascista, sostiene
l'autore, riconducono al tema della "pacificazione", proposto
autorevolmente nel 1996 dall'allora presidente della Camera e
ripreso recentemente dallo stesso Presidente della Repubblica. Il
filo conduttore del ragionamento è coerente: alla base delle scelte
operate nel 1943-45 c'era la convinzione di essere dalla parte
giusta, di difendere comunque la propria Patria. Per il fronte
antifascista, la difesa della Patria avveniva sul terreno della
rottura e del rinnovamento politico-culturale; per il fronte
fascista, su quello della continuità con l'educazione ricevuta dal
regime. A questo punto l'autore si chiede: quanti furono coloro che
si schierarono tra le file della lotta resistenziale e quanti
coloro che fecero la scelta della Repubblica Sociale? Ricorrendo ai
dati raccolti da Renzo De Felice, il numero degli individui
coinvolti nell'una e nell'altra parte dello schieramento, ammontava
approssimativamente a circa 3-4 milioni rispetto ai 46 milioni di
persone che abitavano allora l'Italia. È questo il dato
significativo che Gianni Oliva vuole mettere in evidenza e su cui
incentra le sue interessanti considerazioni. La tesi dell'autore,
in linea con quella di De Felice, è che in sede storica non è più
sufficiente ridurre le vicende del biennio 1943-45 alla
contrapposizione armata tra fascismo e antifascismo; bisogna,
invece, tener conto dell'Italia della zona grigia, ignorata dalla
ricerca ma largamente maggioritaria, impossibile da classificare
socialmente ed espressa trasversalmente da tutti i ceti, dalla
borghesia alla classe operaia. Si tratta, in sintesi, dell'Italia
dell'attendismo, del disimpegno, della sostanziale estraneità se
non di rifiuto nei confronti della RSI che della Resistenza. È
l'Italia del "primum vivere", dell'obbedienza, delle adunate di
regime e delle sfilate liberatorie a fianco degli Anglo-Americani.
È con questa terza Italia che oggi la nostra memoria collettiva
deve fare i conti. I venti mesi della Resistenza costituirono solo
per una piccola parte del Paese l'occasione per prendere coscienza
del proprio passato e per avviare un processo di rinnovamento
politico e civile; ed ancora l'esame critico delle vicende
trascorse, delle complicità e degli interessi che contraddistinsero
il Ventennio non caratterizzò la totalità del Paese. Il 25 aprile,
quindi, conclude l'Autore, anziché diventare un punto di partenza
per un ripensamento della nostra storia, si è trasformato in un
evento conclusivo attraverso cui un'intera Nazione e la sua classe
dirigente si sono "autoassolte", lasciandoci in eredità alcuni
"nodi" irrisolti intorno ai quali l'Italia ancora oggi si
divide.
Magg. t.ISSMI Rosario Castello
Sergio Romano
Europa. Storia di un'idea
dall'impero all'unione
Longanesi & C., 2004, pagg. 227,
euro 15,50
In questo libro l'Autore racconta,
con semplicità di linguaggio, linearità e capacità di sintesi,
pregi questi da tempo oramai sperimentati, la storia dell'Europa,
dalle sue origini ai nostri giorni, per pervenire al tema centrale
del suo messaggio costituito dalla speranza di una effettiva
integrazione europea, nella personale supposizione che solo
l'Unione Europea, alla stregua di un rinnovato Sacro Romano Impero,
possa rappresentare, di fronte al declino dei vecchi Stati
d'Europa, dall'Atlantico ai confini della Russia, "un soprassalto
di fierezza e di orgoglio" per i popoli che la abitano. Il libro si
compone di tre parti. La prima è un quadro geografico e culturale
del continente, alquanto interessante, che prende le mosse dalla
preistoria dell'Europa (35.000 anni fa) per analizzare i primi
insediamenti umani, l'ambiente climatico, le migrazioni, la
religiosità, le lingue (tutte appartenenti ad un comune ceppo
indoeuropeo), le "tecniche europee" intese non solo come
accorgimenti per risolvere problemi materiali ma anche quelli
dell'organizzazione sociale e della convivenza civile, l'influenza
(all'epoca del neolitico) di società più sviluppate del vicino
oriente e dell'Asia Minore, la civiltà greca e quella romana, il
Cristianesimo. Con molta approssimazione, dice l'Autore, si
potrebbe dire che l'Europa ha tratto dalla Grecia le proprie
categorie intellettuali e il sentimento della partecipazione
popolare al governo della cosa pubblica, da Roma l'organizzazione
dello Stato, l'amministrazione della giustizia e la capacità di
trasformare una società rurale in una società di guerra per il
perseguimento di fini collettivi. La seconda parte è una rapida
storia degli Stati nati in Europa dopo il crollo dell'impero romano
e dei mezzi con cui i loro fondatori cercarono di renderli stabili
e forti. In particolare, l'autore, dopo aver brevemente analizzato
la storia dell'impero di Bisanzio, di quello Carolingio, del Sacro
Romano Impero e dei suoi rapporti con la chiesa di Roma
(caratterizzati dalla "lotta per le investiture"), passa a trattare
la nascita degli Stati moderni, intorno alla metà del 1400 (quello
francese, inglese, spagnolo, austriaco), Stati in un primo momento
legittimati dalla chiesa romana e, dopo la riforma protestante
degli inizi del cinquecento, dalla "ragion di Stato", concetto
questo introdotto per la prima volta dal Machiavelli ed affermato
definitivamente con i trattati di Vestfalia, dopo la guerra europea
dei trent'anni. L'escursus storico, continua, sempre in maniera
agile e coinvolgente, con l'esame della rivoluzione francese,
dell'epopea napoleonica, della restaurazione, della rivoluzione
industriale, dell'espansione coloniale, fino ad arrivare alla prima
ed alla seconda guerra mondiale. Quest'ultima guerra, sostiene
l'Autore, fu certamente il primo conflitto della storia d'Europa da
cui non uscì vincitore nessuno degli Stati collegati direttamente o
indirettamente, con il sistema imperiale costruito da Carlo Magno:
l'Europa che ne derivò parve il protettorato condominiale di due
potenze, di cui una, l'America, non europea e l'altra, l'URSS, che
aveva in Europa soltanto una parte del suo territorio. La terza
parte, sostiene l'Autore, è un capitolo ancora aperto: è il
racconto dell'integrazione europea dalla fine della seconda guerra
mondiale alle nuove prospettive che si profilano all'orizzonte,
nonostante incertezze, difficoltà ed ipocrisie. Lo Stato europeo,
conclude l'Autore, è un cantiere dove non si è mai smesso, da Carlo
Magno in poi, di costruire, demolire e ricostruire ed è tuttora un
continente aperto perché ha, al suo interno, frontiere climatiche,
etniche, linguistiche, culturali, politiche e religiose. Ma è anche
una grande famiglia, unita da uno straordinario intreccio di
eredità, tradizioni, esperienze comuni. La sua unità, continuamente
sognata e auspicata non sarebbe soltanto la realizzazione di un
ideale: sarebbe anche e soprattutto l'unica scelta capace di
garantire la continuità della sua storia.
Magg. t.ISSMI Rosario Castello
Andrew Sinclair
Storia del terrorismo. I
volti della storia
Newton & Compotn Editori, 2003,
pagg. 319, euro 16,50
Il saggio di Andrew Sinclair,
affermato storico inglese, nonché regista ed autore di romanzi,
esplora brillantemente il pensiero ed i metodi del terrorismo e
dimostra come la strategia del terrore non abbia mai perso la sua
efficacia ed abbia sempre accompagnato la storia del genere umano
sin dall'antichità, dai tempi della distruzione di Cartagine per
mano dei Romani all'attacco delle Torri Gemelle per arrivare ai
nostri giorni. L'unica differenza è che le moderne tecnologie
permettono lo sterminio di decine di milioni di persone invece
delle decine di migliaia di vittime causate dagli antichi strumenti
di distruzione. A giudizio dell'autore, il Dipartimento della
Difesa degli Stati Uniti ha inadeguatamente descritto il
terrorismo, definendolo "l'uso illegale o la minaccia di uso di
forza o violenza contro cose o persone, limitando e intimidendo
governi o società, spesso per raggiungere scopi politici, religiosi
o ideologici". Questa definizione per il nostro autore non è
esaustiva perché esclude "la brutalità di Stato" praticata sin dai
tempi dell'Impero Romano attraverso la schiavitù, i genocidi di
Hitler, Stalin e Polpot. Il terrore, quindi, non ha limiti e manca
di una definizione esauriente. Quello che è certo è che il terrore
si misura in proporzione alle vittime provocate e non in ragione
della sua causa. Dopo questa considerazione iniziale, l'autore,
attraverso una meticolosa ricerca storica ed una analisi
approfondita, analizza l'uso atroce dell'arma del terrorismo e
tratteggia le figure dei c.d. filosofi del "terrorismo di Stato",
da Machiavelli a Robespierre, da Lenin a Hitler. Passa poi in
rassegna gli avvenimenti storici caratterizzati dal terrore,
dedicando a ciascuno di essi un capitolo del suo saggio, nel
supposto che nessun resoconto sul terrorismo può essere esaustivo:
dall'orrore delle crociate alle guerre religiose in Francia, dal
culto dei Thug alle società segrete in Cina, dall'anarchia del Far
West al Ku Klux Klan, dai Giacobini ai Bolscevichi, dagli orrori
della Prima e della Seconda guerra mondiale al terrorismo di Stato,
dal confronto arabo-israeliano ai campi di sterminio in Asia, dal
terrore etnico al ritorno della guerra santa. Ne consegue un
interessante ed avvincente resoconto storico di fatti cruenti e
drammatici, spesso non raccontati nelle "storie ufficiali", scritto
in maniera fluida e brillante.
Magg. t.ISSMI Rosario Castello
Delia Frigessi
Cesare Lombroso
Einaudi editore, 2003, pagg. 425,
euro 34,00
L'Autrice ha già pubblicato e curato
insieme ad altri due studiosi, un libro di raccolta degli scritti
lombrosiani (Delitto genio follia. Scritti scelti di C. Lombroso
1995 Bollati Boringhieri). L'attività di Lombroso inizia e si snoda
nel confronto tra le diverse correnti filosofiche per creare una
rete attraverso la quale rende partecipi varie e molteplici figure
di antropologi, psichiatri, giuristi, sociologi, letterati e
scrittori delle problematiche del crimine, del genio, della follia
e sul loro ruolo nella storia. L'Autrice mette in evidenza altri
aspetti della vita di Lombroso poco noti, quali ad esempio, la sua
esperienza di medico militare in qualità di volontario
nell'esercito italiano durante la III Guerra d'Indipendenza e
successivamente la partecipazione ad un ciclo di operazioni di tre
mesi in Calabria, nella campagna contro il banditismo. Il percorso
scientifico di Lombroso si intreccia con lo sviluppo del
Positivismo e con la conseguente nascita della "nuova scuola di
diritto penale". La Frigessi delinea chiaramente anche le relazioni
che Lombroso mantenne con Ferri, Turati, Colajanni e via dicendo e
le sue posizioni in merito ai principi socialisti e alle idee
evoluzionistiche. Il libro affronta in maniera puntuale i percorsi
della psichiatria, il confronto con l'antropologia criminale e le
varie posizioni e scontri che ne derivano, sempre centrando
l'attenzione su Lombroso e su i suoi scritti che testimoniano una
continua maturazione ed approfondimento degli studi. Particolare
attenzione viene dedicata anche alla cura dello studioso verso il
"genio, arte «pazzesca» e degenerazione" e "la razza e gli
spiriti", percorso complesso dell'analisi condotta sulla razza e i
comportamenti sociali. In sintesi, si deve riconoscere che il
volume ben rappresenta la sintesi di un lavoro articolato, lungo e
approfondito, che riesce a trattare la figura di Cesare Lombroso
non solo nel rapporto con gli altri autori del suo tempo, ma anche
con politici, letterati ed allievi, che tanta parte ebbero nella
nascita e nella crescita di un movimento scientifico e culturale
dell'Italia tra la seconda metà dell'Ottocento e l'inizio del
Novecento.
Magg. CC Flavio Carbone
Jean-Noël Luc
Sociétés &
Représentations (dedicato a "Figures de gendarmes")
Credhess, 2003, pagg. 378, euro
21,00
La rivista "Sociétés &
Représentations" dedica il suo sedicesimo volume (settembre 2003)
alla Gendarmeria Nazionale francese con il titolo "Figures de
gendarmes", curato da Jean-Noël Luc, professore di storia
contemporanea dell'Università "Sorbonne Paris IV". Anche questa
iniziativa rientra nel novero della stretta collaborazione tra il
"Service Historique de la Gendarmerie Nationale" e l'Università
Sorbonne di Parigi, avviata alcuni anni fa con la pubblicazione di
lavori collettanei, convegni e pubblicazione dei relativi atti,
svolgimento di tesi di dottorato su argomenti afferenti al ruolo
della Gendarmeria Nazionale francese nel Paese e nei Territori e
Domini d'Oltremare (TOM e DOM). Il quaderno è strutturato su 3
parti: studi (comprende 4 sezioni, l'autorappresentazione della
Gendarmeria, La messa in scena, Contraddizioni e posta in gioco
dell'immagine del gendarme, Il confronto delle due principali forze
di mantenimento dell'ordine - Gendarmeria e Polizia), dossier
(Tracce, Letture e Bibliografia selezionata) e fuori ruolo (con un
solo intervento dal titolo "Società coloniali e rappresentazioni
della patria: l'esempio dei Francesi di Tunisia intorno alla 2°
Guerra Mondiale"). L'analisi della Gendarmeria e dei Gendarmi
affronta sia l'immagine che i militari avevano ed hanno di sé
stessi, sia la percezione di questi che la società aveva e tuttora
ha, attraverso cartoline postali, fotografie, caricature, fumetti
etc. Le ricerche coprono un ampio spettro temporale, che inizia con
la rappresentazione della maréchaussée alla fine dell'Ancien Régime
sino all'"affaire corso" degli anni '90 e oltre. Completa il lavoro
la sezione Letture con le schede dei più recenti lavori pubblicati
da singole case editrici e dal Service Historique de la Gendarmerie
Nationale utili per ulteriori approfondimenti sulla storia della
Gendarmeria francese e dei corpi omologhi. In definitiva, il
curatore ha inteso "aprire un vasto cantiere di lavoro" alla base
della monografia per "proporre dei percorsi da esplorare e dei casi
di studio a partire dai quali si costruirà l'edificio" della storia
della Gendarmeria, senza per questo voler limitare gli studi alla
sola storia dell'immagine dei nostri cugini d'oltralpe.
Magg. CC Flavio Carbone
Livio Antonielli,
Soveria Mannelli,
Claudio Donati (a cura di)
Corpi armati e ordine
pubblico in Italia (XVI-XIX sec.)
Rubbettino, 2003, pagg. 326, euro
20,00
Il volume "Corpi armati e ordine
pubblico in Italia (XVI-XIX sec.)" costituisce la raccolta degli
atti del Seminario di studi condotti presso il castello Visconti di
San Vito di Somma Lombardo il 10-11 novembre 2000 e segue
un'analoga iniziativa svoltasi il 26- 27 febbraio 1998 a Messina,
pubblicata con il titolo "La polizia in Italia nell'età moderna".
Antonielli e Donati, entrambi professori ordinari presso
l'Università degli Studi di Milano, proseguono il lavoro che
inizialmente aveva intrapreso Antonielli con il seminario del 1998,
con i contributi di numerosi interventi italiani e stranieri sul
controllo dell'ordine e della sicurezza pubblica in Italia, nel
periodo compreso tra il XVI ed il XIX secolo. Il volume raccoglie
le relazioni che spaziano dalle bande medicee alle truppe leggere
dell'esercito, alle truppe civiche, ai reparti di Gendarmeria, ai
militari della Finanza sino alla gestione della pubblica sicurezza
nella provincia di Bologna tra la fine del XIX e l'inizio del XX
secolo. Gli interventi offrono una panoramica generale della
gestione dell'ordine e della sicurezza pubblica in Italia in un
lasso temporale di 4- 500 anni, contraddistinto dall'evoluzione
degli ordinamenti e della società nei singoli Stati preunitari.
Certamente non è possibile pretendere che l'analisi dei corpi di
polizia e della situazione generale dell'ordine pubblico e della
sicurezza pubblica possa essere completa; del resto, non è questo
lo scopo dei seminari e dei volumi pubblicati. Il grande merito di
Antonielli e di Donati è quello di aver saputo cogliere la
necessità di svolgere degli approfondimenti nella ricerca su questi
corpi di polizia e sulla situazione che si profilò sul territorio
nazionale, in modo tale da permettere la ricostruzione in maniera
quanto mai completa delle singole sfaccettature di questo poliedro.
In sintesi, il volume costituisce una valida base di partenza per
iniziare a condurre ricerche sistematiche sui Corpi di polizia e
sui rapporti tra questi e le Forze Armate e la cittadinanza sia
nelle situazioni di contrasto alla criminalità, sia relativamente
all'ordine pubblico.
Magg. CC Flavio Carbone
Roberto Parrella
Notabili a Salerno prima e
dopo l'Unità
E-doxa, 2003, pagg. 202, euro
18,00
Roberto Parrella, ricercatore presso
la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Salerno, ha già
dedicato alcuni studi alla storia politica e sociale del
Mezzogiorno e ai ceti dirigenti dell'Europa tra Otto e Novecento,
attraverso i quali è arrivato alla pubblicazione del volume
"Notabili a Salerno prima e dopo l'Unità". La storiografia italiana
e non solo, ha mostrato attenzione, da anni, al tema delle élite
soprattutto nel periodo contemporaneo; l'autore ben si avvicina a
questo argomento attraverso le precedenti pubblicazioni e lo
analizza centrando l'attenzione su Salerno, tipica città periferica
del Mezzogiorno d'Italia. I quattro capitoli che compongono il
libro offrono un'ampia panoramica sul tema del notabilato
meridionale e sulle sue linee di evoluzione attraverso un'analisi
in ambito europeo (Élite e potere nell'Europa dell'Ottocento) e dei
percorsi di crescita di esso a partire dal dominio francese del Sud
Italia (Stratificazione sociale e struttura fondiaria nel decennio
francese) sino all'inizio del Novecento (Élite tradizionali e ceti
medi nello stato liberale) e durante il periodo della lunga
permanenza dei Borboni a Napoli (Notabilato ed elite locale
nell'età della Restaurazione). Parrella, sin dall'inizio,
sottolinea che "nel mondo dei notabili, soprattutto ai livelli
superiori, la distinzione tra proprietari terrieri e coloro che
svolgono una funzione pubblica o una professione liberale è
sembrata per lo più artificiosa, trattandosi di singole scelte
individuali interne allo stesso milieu e non di differenze tra
gruppi titolari rispettivamente di un capitale di tipo economico,
sociale o culturale". Il notabilato possiede, in realtà, l'insieme
dei diversi tipi di capitale che utilizza per il consolidamento e
la progressione sociale ed economica delle rispettive famiglie,
tanto è vero che "il possesso fondiario e la parentela erano dunque
i principali sostegni su cui si reggeva a Salerno, come altrove nel
Mezzogiorno, l'organizzazione del potere pubblico". Si dovranno
attendere i primi quindici anni dell'Ottocento per apprezzare lo
sviluppo del processo di modernizzazione del Meridione d'Italia,
con l'avvio di "mutamenti della struttura sociale e delle forme
giuridico-amministrative", con la nascita di quel ceto intermedio
di provincia tanto importante per le ulteriori modificazioni della
società meridionale. La successiva unità d'Italia e l'inizio
dell'evoluzione del Mezzogiorno non saranno comunque sufficienti a
evitare che ancora all'inizio del Novecento "le relazioni di potere
tra i corpi periferici e le articolazioni della realtà locale"
continuino a controllare il consenso elettorale, riflettendo "la
debole natura dell'apparato economico e produttivo meridionale,
incapace di enucleare un ceto politico moderno".
Magg. CC Flavio Carbone
Guido Sertorio
Marina Nuciari
Nuovi ruoli per nuove forze
armate - contributi di sociologia militare
Giappichelli Editore, 2003, pagg.
237, euro 20,00
Il libro realizzato dai professori
Guido Sertorio e Marina Nuciari raccoglie testi tratti da edizioni
di convegni in lingua inglese integrati dai contributi dei due
autori presenti sia nella seconda che nella terza parte dell'opera
e tutti riferibili all'analisi delle istituzioni militari sotto la
lente della sociologia militare. Il volume è rivolto principalmente
agli studenti del Corso di Laurea Specialistica in Scienze
Strategiche, anche se gli stessi autori sottolineano che "possa
interessare non solo i militari o, più in generale, gli "addetti ai
lavori", ma anche tutti quanti siano attenti alle dinamiche della
società". Il testo è composto da tre parti: aspetti generali del
cambiamento; le nuove missioni internazionali delle forze armate;
le nuove Forze Armate in azione: problemi emergenti. Tutti i
contributi presenti nel volume appaiono di grande interesse per
fornire al lettore un quadro generale del mutamento delle Forze
armate dei Paesi occidentali non solo in conseguenza della
sconfitta del blocco orientale nella "guerra fredda". Due dei dieci
capitoli, entrambi presenti nella seconda parte (Le nuove missioni
internazionali delle forze armate) appaiono di grande interesse:
"Missioni di supporto alla pace: problemi e nuove esigenze
formative" (Cap. IV) di Sertorio e "Gestire la diversità.
Adattamento culturale e formazione per le missioni diverse dalla
guerra" (Cap. VI) di Nuciari. Nel primo intervento viene analizzata
la necessità di strutturare una formazione orientata ai vari
livelli gerarchici per l'assolvimento dei compiti connessi alle
missioni di mantenimento della pace, mentre il secondo è
focalizzato sulle conseguenze (di carattere operativo, di
sottoposizione allo stress, etc.) a cui vanno incontro i militari
impiegati in una missione di pace. I contributi offerti dai vari
autori offrono un quadro generale decisamente ben strutturato
presentando punti di forza e di criticità nei numerosi aspetti
analizzati per le "nuove" Forze Armate. Emerge conclusivamente la
consapevolezza che lo sforzo da compiere da parte dei singoli e
delle istituzioni per l'elevazione del rendimento delle Forze
Armate impiegate in missioni fuori area (anche se il testo si
riferisce principalmente alle figure dei soldati-professionisti)
non può dirsi esaurito e che resta ancora molto da fare.
Magg. CC Flavio Carbone
Peter Tompkins
Dalle carte segrete del Duce
(momenti e protagonisti dell'Italia fascista nei National Archives
di Washington)
Marco Tropea editore, 2001, pagg.
382, euro 18,50
Corrispondente del "New York Herald
Tribune", della NBC e della CBS, entrato a far parte dell'OSS
(Office of Strategic Service prima, CIA successivamente), lo
statunitense Peter Tompkins ha avviato dopo la fine della guerra un
lavoro di documentazione e di ricerca concretizzatosisi nella
pubblicazione di numerosi libri sull'intervento americano in Italia
durante la guerra. Consultati gli archivi segreti di Mussolini
rintracciati a Washington, già confiscati dall'esercito americano
in Italia, l'autore ha dato vita ad un'opera che, se da un lato non
può essere considerata come un'analisi storica del fascismo
italiano - come pretenziosamente pubblicizzato sul riassunto di
copertina - rappresenta di certo l'analisi dettagliata di tre
momenti cruciali della vita del Duce: il delitto Matteotti e
l'avvento del fascismo (il rinnegamento del socialismo da parte di
Mussolini, la marcia su Roma, l'appoggio economico degli
industriali italiani, il ruolo dei finanzieri americani,
l'invasione dell'Etiopia); i rapporti tra il dittatore italiano e
Churchill; gli ultimi istanti di vita del Duce. Al delitto
Matteotti, in particolare, viene dedicata almeno metà dell'opera.
Dalla ricostruzione dei movimenti degli esecutori materiali
dell'omicidio del deputato socialista - Amerigo Dumini, Cesare
Rossi, Filippo Filippelli - emerge un quadro imbarazzante fatto di
fughe, trame, processi e ricatti orditi addirittura ai danni dello
stesso Duce. Sullo sfondo, l'indignazione di molti dei membri del
Parlamento di allora, una certa velata compiacenza del Re Vittorio
Emanuele III e l'imbarazzante silenzio / assenso palesato
dall'opinione pubblica. Dell'avvento del fascismo l'autore analizza
il clima di violenza e di sospetto tipico di quegli anni, la
volontà di costruire un impero coloniale, la rete di relazioni
internazionali allacciate dal Duce con particolare attenzione al
rapporto controverso tra Mussolini e Churchill. Accattivante è
infine la ricostruzione delle ultime ore della vita del Duce,
sicuramente attendibile poiché aggiornata da recenti interviste
tanto ai testimoni oculari dei fatti, quanto ai veri esecutori
materiali, dopo cinquant'anni finalmente liberi dall'impegno del
silenzio imposto loro dai mandanti. Un libro ben scritto che
cattura il lettore dalla prima all'ultima pagina. L'autore, che
rifugge dalla tentazione di descrivere i fatti in maniera sterile
ed analitica, ha la capacità di mantenere una posizione asettica ma
attendibile - perché comprovata da documentazione, stralci della
quale sono anche riprodotti - e di riportare i fatti in maniera
fluida ed avvincente, quasi scrivesse un romanzo thriller, talché
la lettura risulta scorrevole e accattivante al tempo stesso.
Cap. CC Gianluca Livi
Gaetano Carlizzi,
Gabriele Della Morte,
Siliana Laurenti,
Antonio Marchesi
La Corte penale
internazionale. Problemi e Prospettive
(Prefazione di Flavia Lattanzi, Conclusioni di Giovanni
Conso)
Vivarium, Storicità del Diritto,
2003, pagg. 604, euro 54.70
Il 17 luglio 1998 i Plenipotenziari
della Conferenza diplomatica delle Nazioni Unite sull'istituzione
di una Corte penale internazionale, apertasi a Roma il 15 giugno
1998, hanno adottato lo Statuto della Corte. Tale Statuto è stato
aperto (in accordo al suo art. 125) alla firma da parte di tutti
gli Stati a Roma nella sede del Quartier Generale
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e
l'Agricoltura (FAO) lo stesso 17 luglio 1998. Tale trattato è
entrato in vigore, ai sensi dell'art. 126 dello Statuto, il 1°
luglio 2002 ovvero "il primo giorno del mese successivo al
sessantesimo giorno dopo la data di deposito del sessantesimo
strumento di ratifica presso il Segretario Generale delle Nazioni
Unite". Il Governo italiano, tra i primi invero, ha presentato già
dall'ottobre dello stesso anno un disegno di legge, di iniziativa
del Ministro degli affari esteri, di concerto con altri ministri,
per la ratifica ed esecuzione in Italia dello Statuto istitutivo
della Corte penale internazionale con delega al Governo per
l'attuazione dello Statuto stesso (Atto Senato 3594 - XIII^
legislatura). Tale disegno di legge è stato diviso in due parti:
una parte è stata convertita in legge di ratifica del Trattato
istitutivo (L. 232 del 12 luglio 1999)(1). L'altra parte è
diventata, su volontà del Senato, un disegno di legge (n. 3594 bis)
per la delega al Governo dei decreti legislativi contenenti le
disposizioni necessarie per adattare l'ordinamento giuridico
nazionale ai principi e alle norme dello Statuto della Corte Penale
Internazionale. Questa era la situazione alla fine della XIII^
legislatura(2). Nella attuale legislatura, la XIV^, il disegno di
legge è stato trasformato nel d.d.l. contrassegnato come Atto
Senato 1638, presentato il 24 luglio 2002 e assegnato per l'esame
alla Commissione Giustizia in sede referente il 4 dicembre 2002.
L'esame del d.d.l. 1638 non è ancora iniziato al momento della
stesura delle presenti riflessioni. Riteniamo che il disegno di
legge di iniziativa parlamentare presentato al Senato costituisca
una occasione importante per affrontare, con il dovuto
approfondimento e riflessione, i temi delicati dell'adattamento del
nostro ordinamento costituzionale ai dettati dello Statuto di Roma
con l'introduzione dei crimini ricompresi nella competenza della
Corte penale internazionale (anche se rimane ancora senza contenuto
il crimine di aggressione (demandato dall'art. 5 all'adozione di
una disposizione precipua in base alla procedura prevista dagli
artt. 121 e 123, in conformità alla Carta delle Nazioni Unite). Il
progetto di legge risulta contraddistinto dalla necessaria
completezza e organicità e speriamo che conservi questi caratteri
anche dopo i passaggi in aula. All'Assemblea ora spetta il compito
più arduo: trasformarlo in legge della Repubblica in tempi brevi.
Per quanto concerne la responsabilità penale del Capo dello Stato
italiano per i crimini di competenza della Corte necessita, come
noto, una legge costituzionale. Non pare peregrino - se viene
confermata la volontà espressa in questi giorni da esponenti della
maggioranza parlamentare - inserire anche questo tema nella
proposta di legge costituzionale in materia di immunità dai
processi penali delle alte cariche dello Stato dopo la recente
dichiarazione di illegittimità costituzionale in relazione agli
artt. 3 e 24 della Costituzione della Legge 140 del 20 giugno 2003.
Una revisione della legislazione costituzionale in materia di
immunità penale potrebbe costituire un'ottima occasione per
rivedere l'intera materia e introdurre nell'ordinamento
costituzionale i necessari "aggiornamenti" sulla base dei più
recenti sviluppi del diritto internazionale e dei principi che la
comunità degli Stati ha affermato nella sede più alta: le Nazioni
Unite(3). Dopo queste iniziali riflessioni, è doveroso parlare
dell'opera collettiva che si presenta - costituita da una raccolta
di scritti vertenti su diversi aspetti, unitamente a varie
problematiche, dello Statuto di Roma - sottolineando che gli
autori, sostenuti e sollecitati sia nella prefazione che nelle
conclusioni da eminenti esponenti italiani del diritto
internazionale, riescono - anche nell'approccio multilinguistico -
a illustrare con dovizia e sicurezza i maggiori aspetti dello
"strumento di diffusione delle idee di pace e di convivenza civile,
… strumento di educazione dei popoli a queste idee, …strumento di
condanna degli Stati che non fanno il loro dovere nel prevenire e
reprimere crimini che ledono le basi stesse dell'esistenza
dell'umanità, … strumento di isolamento di chi crede di poter
governare grazie alla repressione dei diritti fondamentali"(4).
Dalla lettura del volume in parola, affidato a giovani studiosi del
diritto internazionale, non si può non concordare sul risultato
positivo della scelta fatta da parte della Fondazione
Internazionale Lelio Basso e dell'Istituto Italiano per gli Studi
Filosofici: questo lavoro, questa opera dà un contributo sensibile
e, appunto, "giovane" alla riflessione che la dottrina e la
comunità degli esperti e dei cultori, siano essi civili o militari,
sta svolgendo, in Italia e in ogni parte del mondo, sul processo
avviato quel lontano 17 luglio 1998 e che ha affidato alla comunità
internazionale e all'opinione pubblica mondiale uno "strumento di
diffusione delle idee di pace e di convivenza civile", al di là di
ogni distinzione di razza, religione, etnia, opinioni politiche e
quant'altro: l'uomo e la donna in sé sono il suo destinatario e di
essi vuole essere "strumento".
Isidoro Palumbo
Approfondimenti
(1) - Si veda il molto approfondito
articolo di A. BIANCHI, Costituzione di un Tribunale Internazionale
per i crimini di guerra contro il diritto umanitario: riflessi e
condizionamenti sulla normativa giuridica azionale e sui
regolamenti del Ministero della Difesa riguardanti le attività
delle Forze Armate nella condotta della difesa nazionale e delle
operazioni di supporto della pace,in RASSEGNA DELLA GIUSTIZIA
MILITARE, bimestrale di Diritto penale militare - Volume n 3 -
maggio - agosto 1998, Roma.
(2) - Si riportano i d.d.l. di cui trattasi per un completo esame:
- Disegno di legge n. 1638, Norme
per l'adattamento dell'ordinamento interno allo Statuto della Corte
penale internazionale, Senato della
Repubblica, XIV legislatura, comunicato il 24.07.2002; - Disegno di
legge n. 3594, Ratifica ed esecuzione dello Statuto istitutivo
della Corte penale internazionale, con Atto finale ed allegati,
adottato dalla
Conferenza diplomatica delle Nazioni Unite a Roma il 17 luglio
1998. Delega al Governo per l'attuazione
dello Statuto medesimo, Senato della Repubblica, XIII legislatura,
comunicato il 23.10.1998; convertito in L. 232 del 12.07.1999; -
Disegno di legge n. 3594-bis, Ratifica ed esecuzione dello Statuto
istitutivo della Corte penale internazionale, con Atto finale ed
allegati, adottato dalla Conferenza diplomatica delle Nazioni Unite
a Roma il 17 luglio 1998. Delega al Governo per l'attuazione dello
Statuto medesimo, Senato della Repubblica, XIII legislatura,
comunicato il 23.10.1998; con l'occasione si ringrazia per il
valido
supporto "tecnologico" la Presidenza del Consiglio dei Ministri,
Dipartimento per i rapporti con il Parlamento, che gestisce una
aggiornatissima "Situazione provvedimenti governativi", elaborato a
cura del
Capo Dipartimento Prof. Alfredo Siniscalchi (www.governo.it).
(3) - Si veda: I. PALUMBO, Appunti e lezioni di diritto
internazionale dei conflitti armati e delle operazioni di pace,
Roma, 2004, pag. 400 e ss.
(4) -Si veda: la sentita Prefazione al volume a firma di F.
LATTANZI.
Ercole Aprile
Pietro Silvestri
Le indagini preliminari e
l'archiviazione
Edizioni Giuffrè 2004, pagg.716, euro
54.00
Dopo quasi quindici anni
dall'entrata in vigore del codice di procedura penale gli autori
propongono una disamina degli indirizzi giurisprudenziali e
dottrinali formatisi con l'interpretazione applicativa degli
istituti previsti dagli articoli 326 e seguenti del codice
Vassalli. Nel testo è possibile approfondire non solo le
caratteristiche e le funzioni della fase delle indagini
preliminari, la notizia di reato e le condizioni di procedibilità,
le indagini di iniziativa del pubblico ministero, l'arresto in
flagranza e il fermo di indiziato di delitto, ma anche le
neo-introdotte indagini difensive. E ancora l'incidente probatorio
e i termini per le indagini preliminari con la successiva eventuale
archiviazione. In tale ultimo ambito gli autori si soffermano sulle
modalità di informazione e in particolare sull'avviso della
conclusione delle indagini preliminari. Il libro rappresenta un
aggiornato e utile strumento di lavoro per coloro che si occupano
di questa disciplina e un tema di approfondimento per gli
appassionati della materia. Cap. CC Giovanni Fàngani Nicastro
Antonio Balsamo Angela Lo Piparo La prova per sentito dire Edizioni
Giuffrè, 2004, pagg. 428, euro 32.00 Gli autori, confortati dalla
prefazione del Professor Giovanni Tranchina, autorevole giurista in
ambito processual-penalistico, analizzano la testimonianza
indiretta nel continuo divenire tra teoria e prassi. In
particolare, compiono un approfondito esame non disgiunto da una
ricostruzione sistematica dell'istituto. Si soffermano sugli
aspetti giuridici ed epistemologici che lo caratterizzeranno e
analizzano il ruolo centrale della testimonianza nella prospettiva
della formazione di un diritto comune europeo ispirato al principio
del giusto processo. La trattazione della materia viene eseguita
con un costante raffronto tra costruzione dogmatica e verifica
applicativa, ripercorrendo le più recenti pronunce
giurisprudenziali, anteriori e successive alla riforma
dell'articolo 195 del codice di procedura penale, sia con
riferimento al merito, sia con riferimento alla legittimità. Viene
inoltre dedicata particolare attenzione al contributo offerto dalla
giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo ed alle
indicazioni desumibili da uno studio interdisciplinare, storico e
comparato della materia della prova testimoniale, nella prospettiva
di trovare, anche nel nostro sistema processual-penalistico, un
equilibrio dinamico fra il principio del contraddittorio nella
formazione della prova e tutte le sue eccezioni. La lettura del
volume consente di approfondire l'istituto non solo da un punto di
vista dogmatico, ma anche alla luce dell'esperienza applicativa
nazionale ed europea.
Cap. CC Giovanni Fàngani Nicastro
Giorgio Dell'Arti
Coro degli assassini e dei
morti ammazzati
Marsilio editore, 2004, pagg. 260,
euro 16,00
Nel Coro sono descritti poco meno di
duecento fra delitti e suicidi italiani che, dal 1996, i lettori
del "Foglio" trovarono sulla colonnina di sinistra nel numero del
lunedì, quella color salmone, di cui Giorgio Dell'Arti è ideatore e
realizzatore unitamente ai suoi collaboratori. L'Autore si è
permesso di rielaborarli con un ordine cronologico fingendo che
accadessero in una sola giornata e li ha dunque sistemati secondo
il procedere delle ventiquattro ore, da un'alba all'altra. A parte
questo, i fatti (compresa l'ora) sono autentici. "I fatti di
cronaca nera hanno un significato profondo, sono rivelatori anche
quando sembra che un giornale li metta in pagina per sbaglio. Sono
elementi della vita fuori controllo, quelli più parlanti".
All'Autore non interessano le conseguenze, né l'eventuale arresto
del colpevole. Punta essenzialmente alla sequenza, sceneggiandola.
Cerca di adombrare anche l'origine: si ammazza e ci si ammazza per
amore, sesso e denaro. Un po' meno per vendetta, abbastanza per
follia. "Più caldo è il fatto, meglio è rappresentato se scritto
con freddezza". Ed è proprio la freddezza con cui elenca i
dettagli, sempre diversi, delle varie "esecuzioni" a rendere questa
raccolta di materiale, giornalisticamente raccontata, una lettura
curiosa e avvincente. Il risultato sembra un verbale di polizia
nelle mani di uno scrittore. Le ministorie, dalla prima colonna
fino all'ultima pagina, riassumono orripilanti omicidi e suicidi,
dietro i quali s'intravede una società dolente, violenta,
misteriosa. Due elementi - in quest'avvincente cronaca nuda e cruda
- colpiscono l'attenzione del lettore: la straordinaria eloquenza
che i fatti assumono, l'altrettanto straordinaria brevità e
capacità di sintesi, con la quale possono essere riferiti. In
questo contesto, con un brivido, Dell'Arti ha fatto in modo che
fossimo compresi davvero tutti, poiché la paura di perdersi è
naturale e basta un attimo di smarrimento per trasformare una
delusione o una circostanza negativa in un concreto pensiero di
morte. Giorgio Dell'Arti è un giornalista di cinquantanove anni.
Già a "Paese Sera" e a "Repubblica"; ha scritto Vita di Cavour
(1983), Il giorno del Sessantotto (1987), L'uomo di fiducia
(1999).
Mar. Ca. Alessio Rumori
Giorgio De Rienzo
L'indagine
Marsilio editore, 2004, pagg. 270,
euro 16,00
Quest'ultimo romanzo di Giorgio De
Rienzo, racconta le trame e i compromessi che si nascondono dietro
l'Italia degli anni Settanta, ma potrebbe anche essere l'Italia di
oggi: alcuni valori e, purtroppo, anche alcuni vizi non hanno
tempo. Un'indagine nell'indagine che riapre un caso di omicidio per
scoprire un complotto nel quale sono coinvolti i Servizi segreti
nazionali. Con un linguaggio semplice ed elegante ripercorre la
storia di un uomo onesto che si è sempre rifiutato di scendere a
patti con il potere e che non ha mai smesso di credere nella
giustizia. L'Autore descrive un Paese a due facce, in cui le regole
che contano sono quelle della corruzione e del doppiogioco, dove
fare il proprio lavoro onestamente è un rischio. Ne sa qualcosa
l'ex questore Gianni Montaldo che "aveva accettato l'offerta di
usufruire di una ricca pensione prematura", dopo una vita spesa ad
inseguire le verità. Una decisione presa non per reale mancanza di
passione, ma per quella rassegnazione all'inevitabilità di
situazioni corrose dal tempo e dal disincanto maturato con
l'esperienza. L'addio di Montaldo al mondo della polizia, però, si
trasforma nell'inizio di una nuova sfida. L'ultima, e forse la più
importante della sua carriera. Un raffinato serial-killer di belle
donne, rimasto impunito per anni, decide di metterlo alla prova;
decide che Montaldo dovrà capire chi è l'assassino che tra il 1964
e il 1969 ha commesso quattro delitti in Piemonte, lasciando i
corpi delle vittime adagiati, con attenzione maniacale, nei parchi
di alcuni castelli sparsi nella provincia piemontese. Ben presto la
sfida si complica e Montaldo capisce che dietro a questo triste
gioco si nasconde una verità più grande. Allora ecco che a
partecipare alla lotta di provocazioni e di intelligenza tra
l'assassino seriale e il questore, si aggiungono vecchi compagni di
gioventù, tutti colleghi dei tempi in cui aveva militato nei
Servizi segreti. De Rienzo, dunque, costruisce un romanzo che
funziona perfettamente nei tempi, nei modi e nelle sequenze delle
varie vicende, un racconto affascinante, ricco di sorprese, di
cronaca viva e vissuta, che scopre e interpreta la vera natura
degli uomini e di quale tipo sia la loro propensione a delinquere.
Un giallo-politico italiano, un esame infinito e faticoso del modus
operandi del mostro in un'armoniosa macchina d'analisi dove trova
spazio persino Nietzsche con un pensiero che definire inquietante,
è dir poco: "Chiunque combatte con i mostri deve far attenzione a
non diventare a sua volta un mostro; perché se guardi a lungo
nell'abisso, infine anche l'abisso guarderà in te".
Mar. Ca. Alessio
Rumori |