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La prima reazione al fallimento della
Conferenza intergovernativa di Bruxelles è stata un senso di
delusione tanto più forte e bruciante, quanto più i lavori e
soprattutto i risultati della Convenzione che ha redatto il
progetto di trattato costituzionale europeo - nata a sua volta
dalle delusioni della Conferenza intergovernativa di Nizza del 2000
- avevano alimentato un ottimismo che, a posteriori, è troppo
facile definire eccessivo ed utopico. In effetti, la Convenzione ha
largamente superato i suoi limitati obiettivi originari: quelli
cioè di formulare delle proposte per avvicinare i cittadini
all'Europa; per dare una dimensione politica a quest'ultima; per
fare di essa un global player nel nuovo contesto
mondiale.
È riuscita a proporre (per dirla con le parole del suo
presidente Giscard) un compromesso di buon livello, "imperfetto, ma
insperato": un progetto di costituzione che sottolinea in modo
ragionevolmente accettabile (di più non era possibile fare, né
realistico sperare) le caratteristiche e le aspirazioni di "unità
nella diversità", con cui si esprime l'idea europea. Ha contribuito
a questo risultato positivo una serie di novità nella composizione,
nel metodo e nell'oggetto dei lavori della Convenzione. Accanto ai
rappresentanti dei governi dei paesi membri e della Commissione
europea, partecipavano a quei lavori (ed erano anzi in maggioranza)
i rappresentanti del Parlamento europeo e quelli dei parlamenti
nazionali. E l'impronta parlamentare - pur senza arrivare ad una
vera e propria legittimazione democratica - ha influito sulla
dimensione politica e democratica delle soluzioni proposte; basta
pensare a come si è cercato di valorizzare il ruolo del Parlamento
europeo, il primo garante della legittimità democratica dell'Unione
Europea, e il suo collegamento con i parlamenti nazionali.
La Convenzione ha lavorato con il massimo di trasparenza e di
pubblicità; ed ha costantemente ricercato convergenze e unità nelle
soluzioni, anziché accontentarsi di decidere a colpi di
maggioranza. Ed anche questo metodo ha favorito una sorta di
legittimazione e di consenso dell'opinione pubblica, che si sperava
avrebbe condizionato in qualche modo i lavori della Conferenza
intergovernativa. Infine, forse soprattutto, la novità di maggior
rilievo è stata offerta dall'intreccio continuo ed indissolubile
fra i temi di ingegneria istituzionale e quelli sottostanti dei
valori e degli obiettivi dell'Unione. Si è discusso sia dei
rapporti fra il Parlamento europeo, la Commissione ed il Consiglio,
sia del c.d. Ministro degli esteri dell'Unione, sia del numero dei
componenti la Commissione, sia del sistema di voto (la c.d. doppia
maggioranza) e dell'alternativa fra decisioni a maggioranza o
all'unanimità in Consiglio; ma si è anche, contemporaneamente,
discusso di libertà, di diritti fondamentali, di radici comuni
europee, di sviluppo democratico del processo di integrazione.
Il risultato finale dei lavori della Convenzione non ha risposto
a tutte le istanze degli eurottimisti più esigenti, e non ha
sciolto (né poteva farlo) tutti i nodi del processo di integrazione
e di unificazione. Ma ha comunque rappresentato un salto di qualità
nel cammino dell'integrazione europea, altrettanto significativo di
quelli che, nei primi cinquanta anni, hanno condotto dal mercato
comune del Trattato di Roma allo spazio di libertà, sicurezza e
giustizia del Trattato di Amsterdam e all'euro, in un contesto di
pace europea. La Convenzione aveva registrato un accordo sulla
Presidenza del consiglio dell'Unione (non più semestrale, come
ora); sul Ministro degli esteri europeo con il doppio cappello di
partecipe della Commissione e del Consiglio; sulla difesa comune;
sulla introduzione nella Costituzione della Carta dei diritti
fondamentali, proclamata a Nizza nel duemila, e sull'adesione
dell'Unione alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo; sulla
rimozione del veto nelle questioni di politica interna; sul diritto
di recesso di un singolo stato dall'Unione.
Invece, erano rimaste insolute le divergenze in materia di voto
nel Consiglio, per il quale la Convenzione aveva proposto il
sistema della doppia maggioranza anziché quello del voto ponderato
(approvato a Nizza nel duemila), al fine di tener conto del
rapporto fra stati e cittadini; quelle sulla distribuzione e sul
numero dei commissari nella Commissione europea, di fronte alla
richiesta (soprattutto dei paesi piccoli) di un commissario per
ogni stato; quelle sul richiamo o meno, nella Costituzione, delle
radici religiose e segnatamente di quelle cristiane; infine, le
divergenze sul permanere di un diritto di veto in tema di fisco, di
sicurezza sociale, di politica estera e di riforma costituzionale.
Il bilancio della Convenzione era perciò ragionevolmente positivo;
si può dire che in esso era prevalsa la spinta all'unità su quella
alla diversità, nel confronto-scontro tra le due polarità che,
nella loro sintesi - spesso contraddittoria - esprimono l'idea e la
realtà di Europa.
* * *
Nella Conferenza intergovernativa - composta dai capi di stato e
di governo, e gestita dai diplomatici, che doveva decidere la sorte
del progetto elaborato dalla Convenzione - sono prevalsi invece,
almeno nella fase finale, la logica della collaborazione
intergovernativa, il metodo della trattativa bilaterale, il
criterio dei rapporti fra stati e della mediazione fra interessi
nazionali: in parole semplici, è prevalsa la spinta alla diversità
su quella all'unità. Ed è troppo presto per prevedere se il
fallimento e il nulla di fatto con cui la Conferenza si è conclusa
vanificheranno in toto i lavori della Convenzione (come qualcuno si
augura); o se essi si risolveranno soltanto (come molti sperano) in
una battuta d'arresto, più o meno lunga, ed in uno shock salutare
per riprendere il cammino dell'unificazione. In effetti, numerosi
erano i timori che hanno segnato i lavori della Conferenza, nel
clima non facile del semestre di presidenza italiana, già di per sé
travagliato da tensioni internazionali (soprattutto nel dopoguerra
in Iraq e nella crisi mediorientale) ed interne (per il rischio di
esportare in Europa polemiche nazionali).
V'era il timore che le istituzioni europee venissero viste e
decise dagli stati solo in funzione di conservazione
dell'esistente, ed in una prospettiva esclusivamente burocratica.
V'era il timore che - nella segretezza e nella litigiosità dei
negoziati di stampo tradizionale - si riaprisse il vaso di Pandora
delle insoddisfazioni, delle istanze e degli egoismi nazionali,
faticosamente sopiti nel compromesso della Convenzione. V'era,
ancora, il timore che il negoziato della Conferenza non cogliesse a
sufficienza l'esigenza di democratizzazione del processo di
integrazione. V'era, infine, il timore che si accentuassero ancor
di più il distacco e il disinteresse dell'opinione pubblica europea
di fronte ad un'Europa fatta soltanto di discussioni elitarie e
tecniche sull'ingegneria costituzionale, di burocrazia lontana
(almeno così sembra) dai problemi della gente, di contrasti fra
stati nazionali; un distacco ed un disinteresse già ora sin troppo
marcati: basta pensare al disincanto e al malcontento di oggi verso
l'euro, rispetto alle attese anche un po'ingenue di quando esso
entrò in circolazione.
Due sono stati i momenti-clou di questi timori. Da un lato, lo
scontro fra la maggioranza dei paesi membri, schierati a favore del
voto a doppia maggioranza nel Consiglio europeo, e la posizione di
Spagna e Polonia a favore invece del voto c.d. ponderato, per
contare di più. Da un altro lato, la querelle sul patto di
stabilità, la quale - per una percentuale di centesimi, e quindi
per questioni di metodo più che di merito - ha visto la Francia e
la Germania contrapporsi in Consiglio alla Commissione, ed ha
evocato il timore del direttorio, dell'asse fra paesi più eguali
degli altri, della contrapposizione fra un'Europa basata sui
principi legali ed un'altra basata invece sui criteri politici. Ed
ambedue i punti di attrito hanno evidenziato, sotto aspetti
diversi, la ragione di fondo del fallimento della Conferenza
intergovernativa: la mancanza, o quanto meno l'insufficienza di
un'idea europea condivisa e di una volontà politica comune, capaci
di superare gli antagonismi nazionali, così come invece si era
verificato in passato, di fronte ad altre analoghe situazioni di
difficoltà e di crisi.
La realtà ha dimostrato la fondatezza di tutti quei timori; e
certamente è stato saggio, di fronte al fallimento, non ostinarsi a
voler concludere i lavori della Conferenza intergovernativa con un
compromesso al ribasso, a tutti i costi (l'esperienza di Nizza, nel
duemila, insegna). Ed è forse troppo presto per chiedersi se era
meglio un rinvio puro e semplice, di fronte alla constatazione del
mancato accordo, così come si è fatto; ovvero se sarebbe stata più
utile (ammesso che ve ne fossero realmente le condizioni)
un'approvazione parziale dei punti già acquisiti nelle trattative,
o addirittura una prova di forza con l'approvazione della
Costituzione soltanto da parte della maggioranza.
* * *
Probabilmente, il processo di riforma istituzionale avviato
dalla Convenzione - già di per sé complesso - è stato ulteriormente
complicato da due profili fra loro strettamente connessi. Per un
verso, l'entrata dei nuovi paesi membri e - per dirla con il loro
linguaggio - la riunificazione (non già l'allargamento)
dell'Europa, dopo la caduta del muro di Berlino, propone una serie
di problemi di ordine politico, economico e sociale, derivanti
dalla nuova dimensione europea, che sono sotto gli occhi di tutti;
tanto da far nascere in molti il dubbio che, forse, sarebbe stato
meglio completare il processo di riforma istituzionale, prima di
affrontare quello dell'allargamento.
Tuttavia, per superare quel dubbio, è sufficiente forse
ricordare che l'opposizione alla firma del Trattato costituzionale
è venuta sia da un nuovo membro (la Polonia), sia da uno dei
quindici attuali dell'Unione (la Spagna). Nonostante i problemi
derivanti dall'entrata dei nuovi dieci membri nell'Unione, v'è la
comune consapevolezza che l'Europa - proprio dopo la caduta del
muro di Berlino ed in conseguenza di essa - non poteva più ridursi
semplicemente al rafforzamento dei legami fra i vecchi soci e
chiudersi di fronte ai nuovi, che ad essa appartengono sotto il
profilo storico, culturale, ideale, esattamente come i primi.
D'altronde, i nuovi membri sono portatori di una forte istanza
all'unità e alla coesione europea; anche se per essi la guerra è
finita soltanto nel 1989 e l'orgoglio nazionale come l'esigenza di
sicurezza - legati alla loro memoria storica - li inducono a
guardare al rapporto fra l'Europa e gli Stati Uniti con una
attenzione ben maggiore di quella, un po' insofferente, con cui a
quel rapporto guardano alcuni fra i vecchi soci del club europeo.
Per un altro verso, proprio il rapporto fra Europa e Stati Uniti è
un altro aspetto essenziale del cammino verso l'unificazione
europea.
La frattura - emersa con evidenza in occasione della guerra
irachena - fra la posizione degli Stati Uniti e quelle, fra loro in
contrasto, dei membri dell'Unione europea, non può certo
considerarsi definitivamente superata; le vicende del dopoguerra
dimostrano, d'altra parte, quanto era saggia la preoccupazione
europea secondo cui non bastava vincere la guerra, per vincere poi
anche la pace. Probabilmente, si è superato il rischio di una unità
europea concepita esclusivamente in funzione antiamericana, come
pure qualcuno vagheggiava; resta il problema - nel rapporto fra gli
Stati Uniti e l'Unione - di individuare, nella comune dimensione
occidentale, le matrici di diversità e di unità nel rispetto
reciproco. Non ha senso liquidare quel rapporto con il semplicismo
della contrapposizione fra il diritto della forza, per gli Stati
Uniti, e la forza del diritto, per l'Unione Europea. Occorre però
prendere atto del fatto che le diverse storie, esperienze, modi di
comportamento, suggeriscono l'idea degli Stati Uniti e dell'Europa,
rispettivamente come un punto esclamativo e come un punto
interrogativo; ed occorre trovare - nella collaborazione reciproca,
inevitabile fra i due - un equilibrio che renda un po' meno
assertiva, e un po' più dubitativa, la posizione degli Stati Uniti;
ed un po' meno dubitativa, ed un po' più assertiva, quella
dell'Europa.
* * *
Oggi - guardando al futuro, dopo l'esperienza della Convenzione
e della Conferenza intergovernativa - sarebbe bene evitare sia la
tentazione di una troppo facile santificazione della prima, sia
quella di una altrettanto troppo facile demonizzazione della
seconda. Ci si deve, piuttosto, chiedere realisticamente se
l'Unione Europea vuole, ma prima ancora può proseguire - in una
nuova dimensione politica e istituzionale - per la strada già
percorsa con successo nei primi cinquanta anni della sua
esperienza. È una strada che non ha ignorato ed anzi ha rispettato
le differenze, nel perseguire l'integrazione; che ha assicurato ai
partners una serie di vantaggi, dalla pace alle libertà economiche,
a quelle civili e alla democrazia; che ha saggiamente seguito il
metodo c.d. funzionalista di Monnet, nel costruire le istituzioni
via via che si presentavano i problemi da risolvere, anziché
viceversa; che ha cercato di coltivare i valori e gli ideali
politici e sociali, sottostanti all'idea del mercato, sempre meno
sotto traccia e con sempre maggior evidenza.
L'occasione di oggi per l'Europa è un mondo globalizzato, con i
suoi problemi della sicurezza di fronte al terrorismo globale, ma
anche e prima ancora con i problemi della sopravvivenza,
dell'ambiente, della fame, dell'acqua, della salute e della
povertà, nel nuovo bipolarismo fra Nord e Sud che ha sostituito
quello fra Est ed Ovest. La possibilità per l'Europa di giocare un
ruolo attivo e determinante, in questo nuovo contesto, dipende
evidentemente dalla sua volontà e capacità di porsi come soggetto
effettivo in esso. Dipende dalla capacità dell'Europa di
raccogliere la sfida globale; e quindi dalla sua capacità di saper
costruire l'unità nella diversità; di saper realizzare un'identità
fatta di pluralismo, di rispetto reciproco, di dialogo, di
solidarietà, di centralità della persona e di essenzialità dei
diritti umani: un'identità che rappresenta il dato tipico e
qualificante della storia e della cultura europee e delle sue
radici greco-romane, cristiane ed illuministiche.
È una dimensione, questa dell'Europa, che va ben al di là sia di
una semplice area di libero scambio e di mercato allargato, sia -
al contrario - di un'Europa a due o più velocità, che rischia di
risolversi, al pari della prima, in una negazione dell'unità e
dell'identità europea, a tutto favore dell'esaltazione delle sole
diversità, se le diverse velocità diventano strumento di
emarginazione e di isolamento di alcuni. È una dimensione che può
invece affermare l'unità nella diversità e farla crescere -
attraverso l'esperienza delle cooperazioni rafforzate, aperte a
tutti, e del loro potenziamento - soprattutto grazie alla posizione
trainante che in esse può e deve assumere il nucleo dei Paesi
fondatori (fra i quali, ci si augura, l'Italia), in un'Europa non
semplicemente allargata, ma riunificata con la presenza dei nuovi
membri; ed attraverso la consapevolezza, costantemente riaffermata
e difesa, che l'identità comune - espressa appunto dall'unità nella
diversità - non può esaurirsi in una dimensione economica, ed è un
dato ineliminabile della storia e dell'esperienza europea.
Ed è una dimensione a realizzare la quale possono contribuire
certamente - se li si sa vedere nella giusta luce, e se ne sa
trarre una lezione positiva oltre che un augurio per le prossime
scadenze europee - sia quello che sembrava ieri il successo della
Convenzione di Lacken, sia quello che sembra oggi soltanto il
fallimento della Conferenza intergovernativa di Bruxelles.
(*) - Conferenza tenuta presso
la Scuola Ufficiali Carabinieri il 15 dicembre 2003.
(**) - Giudice della Corte
costituzionale. |