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1. Entrare nel lato oscuro della mente umana
Ogni volta che nella nostra vita ci
occupiamo di un evento in grado di procurarci delle forti
sensazioni, delle emozioni coinvolgenti, questo evento continua poi
a vivere nella nostra mente, nella nostra memoria, nella nostra
affettività. Entra permanentemente a far parte del bagaglio delle
nostre esperienze e dei nostri vissuti affettivi. Quando l'evento
di cui ci occupiamo riguarda gli atti di violenza, gli atti di
brutalità commessi da un uomo su un altro uomo, oppure riguarda le
sofferenze, il sangue, il dolore, tutto quello che di emotivo è in
grado di scatenare continua poi a vivere dentro di noi. Se
occuparci della violenza fa parte del nostro lavoro quotidiano ecco
che alla fine la nostra personalità ne viene pervasa, logorata,
condizionata, stravolta. Dopo un po' di tempo non siamo più quelli
di prima.
Il lavoro delle investigazioni nei
delitti commessi dagli assassini seriali espone l'investigatore al
contatto quotidiano con le aberrazioni della mente e del
comportamento umano. È difficile rimanerne distaccati,
indifferenti, neutrali: qualcosa nella mente dell'investigatore
cambia, si modifica, peggiora. Per sua naturale difesa psicologica,
la mente colpita dalle immagini della violenza diventa insensibile,
cinica, fredda, indifferente. In queste condizioni è molto
difficile continuare a guardare alla vita con serenità, con
equilibrio, con gioia. È difficile tornare a casa, la sera, dopo
una giornata di forti emozioni, sedersi a tavola con i propri cari
e continuare a vivere come se nulla fosse successo.
"Se guardi nell'abisso, l'abisso
guarderà in te, …"(Nietzsche). Quando meno ce lo aspettiamo lo
spettro della violenza torna a farci visita, di notte, in auto, con
il viso dei nostri figli o del coniuge, quando siamo stanchi, soli
e sfiduciati. Ed il flashback di quelle immagini brutali ci
colpisce ancora e ancora una volta ci scuote, ci ricorda che la
vita è dolore, è sofferenza, è violenza. In qualche modo il crimine
entra a far parte della nostra vita e la rende dolorosa, difficile,
insomma troppo diversa dal normale vivere quotidiano. Ogni
investigatore deve essere preparato a questo confronto, a questo
sacrificio, a questa convivenza. Altrimenti è bene non entrare
nella parte oscura del comportamento umano.
2. Il movente psicopatologico
I delitti commessi mettendo in atto
una notevole quota di violenza possono essere interpretati secondo
diverse chiavi di lettura. La chiave più frequente, ed anche la più
facile, è quella del delitto per interesse, in cui agli
investigatori il movente appare subito chiaro ed orienta le
indagini in modo determinante. La chiave di lettura più difficile
invece è quella psicopatologica: il delitto violento viene commesso
per soddisfare un piacere psicologico o per alleviare una angoscia,
per placare una tensione emotiva o una forte emozione divenuta
insostenibile.
Per capire questo movente è necessario capire lo stato emotivo ed
affettivo che lo ha prodotto. È molto difficile poterlo e saperlo
fare, la difficoltà risiede nel fatto che il movente
psicopatologico è tutto nella mente dell'autore, nelle sue
fantasie, nei suoi bisogni perversi. Per capire un movente
psicopatologico dobbiamo capire la mente che lo ha prodotto.
Dobbiamo quindi entrare nella sua mente ed iniziare a ragionare con
i suoi schemi mentali.
La mente umana si studia e si
comprende solo utilizzando come strumento la propria mente e questo
rende il compito estremamente difficile e delicato: solo un esperto
della mente può capire i meccanismi della mente altrui. E se nella
mente i meccanismi conducono ad atti criminali, ecco che l'esperto
deve essere ancora più esperto: deve essere un investigatore in
grado di capire i meccanismi perversi della mente del
criminale.
Un esperto così non si trova facilmente, non basta essere
psicologici o psichiatri per potersi definire esperti di
psicopatologia criminale. Un esperto di questo tipo deve essere
costruito nel tempo e, soprattutto, sul campo pratico delle
investigazioni reali, mettendo quotidianamente insieme, nella
propria esperienza investigativa, i pezzi ed i tasselli di più
conoscenze diverse.
Deve sapere di psicologia, di psichiatria, di diritto, di
sociologia, di tecniche investigative e deve saper collaborare con
tutte le persone che sono coinvolte nell'indagine di un
delitto.
Torniamo al movente psicopatologico. Il movente è uno dei punti più
spinosi dell'analisi investigativa criminale ed anche uno dei più
critici. Se non si chiarisce il perché sia stato commesso un
particolare delitto, è difficile arrivare ad una conclusione
significativa sulla tipologia comportamentale e sulla personalità
dell'autore del reato.
Se, una volta esaminate le
risultanze dell'analisi della scena del crimine, non è possibile
risalire ad un movente "logico", razionale o materiale, allora è il
momento di iniziare a mettere in conto un movente di tipo
psicopatologico, irrazionale, emotivo, che spesso, ma non sempre,
affonda le radici in un disturbo psichiatrico.
Tutti i delitti hanno un movente, tutti i delitti assumono un senso
in base ad una certa logica, sia pure una logica interiore,
esclusiva e peculiare della mente dell'autore, senza alcun punto di
contatto con una logica "oggettiva".
Studiando la mente dell'autore di un
omicidio, alla ricerca del suo movente psicopatologico, molto
spesso ci si imbatte in individui dalla personalità paranoidea,
delirante, ma ancora capace di ragionamenti lucidi al punto da
comprendere che il proprio atto è contro la legge, di scegliere di
commetterlo ugualmente perché ritenuto "giusto" e di prendere tutte
le precauzioni per non essere scoperto e individuato. Se per
compiere i suoi delitti l'assassino seriale deve spostarsi
probabilmente è in grado di guidare ed ha la patente, ha un lavoro
ed uno stile di vita apparentemente normale e che lo mette
quotidianamente a contatto con alcune persone. Persone che non
sanno e non sospetterebbero mai di avere a che fare con un
assassino, al massimo lo possono giudicare un tipo un po' "strano",
un tipo chiuso e niente di più. I criminali di cui ci occupiamo in
questo studio, gli autori di crimini seriali, non uccidono per uno
scopo materiale, come farebbe un rapinatore a caccia di soldi o di
preziosi. Gli assassini seriali uccidono, stuprano, torturano le
loro vittime semplicemente perché ne ricavano un grande piacere.
Piacere che, una volta provato, vogliono ripetere e ripetere
ancora.
Il gesto di compiere atti crudeli li
appaga e li gratifica emotivamente, ed offre loro quella piacevole
sensazione di dominio e di controllo che manca del tutto nella loro
vita quotidiana. Gli autori seriali traggono talmente tanto piacere
nel compiere questi atti crudeli che continuano a riviverli nelle
loro fantasie fino al momento in cui desiderano imperiosamente di
ripeterli ed hanno un compulsivo bisogno, come un
tossicodipendente, di rinnovare "la dose" del piacere. L'analisi e
lo studio dell'autore di un delitto, con movente psicopatologico,
prende avvio dalla ricostruzione e dalla valutazione dei suoi atti
sulla scena del crimine. Ricostruire il suo comportamento aiuta a
comprendere da quali fantasie e da quali bisogni il suo atto
criminale è stato ispirato. Sulla scena del crimine abbiamo il
cadavere, le ferite che sono state prodotte sul suo corpo, il
numero di queste, la posizione sul corpo, il tempo con cui sono
state prodotte. Dallo studio del cadavere si può capire che il
killer seriale vuole un contatto fisico, molto ravvicinato, con la
vittima e con il suo sangue. Per questo motivo difficilmente usa
una pistola, molto spesso usa il suo coltello oppure direttamente
le sue mani.
Lo studio investigativo prende
l'avvio dall'analisi della vittima e da come su di lei ha usato il
coltello e oppure da come ha usato le mani per controllare la
vittima e manipolarne il cadavere poi.
Davanti ad una serie di delitti commessi ad una certa distanza
l'uno dall'altro, è importante concentrarsi, quando è possibile,
sul primo delitto. Il primo delitto della serie attribuita alla
stessa mano è, dal punto di vista investigativo, il più importante.
Rappresenta una svolta nel suo curriculum di violenza e di solito è
accompagnato da una fortissima tensione emotiva al punto che tutto
avviene in luoghi per l'assassino molto ben conosciuti, luoghi ove
si sa muovere facilmente anche in preda a fortissima agitazione
emotiva.
Negli omicidi plurimi le statistiche e gli studi americani
forniscono altre informazioni: ci dicono che l'assassino appartiene
alla stessa razza della vittima e che un assassino comincia sempre
da ciò che gli dà più sollievo e piacere. Di solito i criminali
violenti cominciano mettendo in atto le proprie fantasie omicide
nei luoghi che conoscono meglio, perché lì si sentono più al sicuro
e possono muoversi a proprio agio. Ecco perché il riconoscere il
primo reato della serie è così importante. Il passaggio dalla
fantasia al comportamento reale rappresenta un importante salto di
qualità che provoca nell'autore un notevole tasso di stress
emotivo. Se non accade improvvisamente o fortuitamente nel corso di
altri reati, deve essere premeditato e nel disegno criminale il
luogo scelto è sempre un luogo familiare dove sia facile muoversi,
agire e fuggire.
In conclusione possiamo affermare che, sulla base delle motivazioni
psicopatologiche, gli autori di crimini seriali possono essere
suddivisi in:
- autori psicotici: si tratta di soggetti affetti da
schizofrenia, oppure da psicosi paranoica delirante, i quali
uccidono perché guidati nel loro comportamento da allucinazioni
uditive (le voci imperative che obbligano ad uccidere e bere il
sangue) a cui aderiscono acriticamente con un pensiero delirante
sia di tipo mistico che di grandezza;
- autori psicopatici: soggetti affetti da disturbi della
personalità di vario tipo, i quali uccidono per soddisfare il gusto
di uccidere, per l'emozione ed il piacere che provoca sapendo di
compiere un atto criminale, per il senso di onnipotenza che deriva
dal poter disporre della vita di un'altra persona; in questa
categoria troviamo ad esempio i lust murderer (assassini per
libidine), per i quali l'omicidio riveste il ruolo dell'unica
gratificazione sessuale in grado di provocare l'orgasmo; vi
troviamo inoltre i killer per motivazioni morali (i cosiddetti
assassini "missionari") che uccidono prostitute, omosessuali,
barboni e drogati per ripulire la società dalla "feccia" che la
sporca.
3. Il modus operandi e la firma
Il modus operandi è definibile come
il comportamento funzionale alla effettuazione del delitto. In
pratica è ciò che il criminale mette in atto nell'esecuzione del
crimine.
Il modus operandi ha le caratteristiche della dinamicità e della
flessibilità in quanto può evolversi nel tempo essendo determinato
anche dal feedback di apprendimento che il criminale vive durante
le esperienze effettuate di delitto in delitto. Nell'evolversi
degli omicidi seriali l'assassino può cambiare certi suoi
comportamenti a seconda delle circostanze o delle esperienze del
passato. Le esperienze insegnano all'autore del delitto, ad
esempio, che una parrucca è un travestimento migliore di un
passamontagna oppure che un martello è un'arma non meno efficiente
di un coltello o di una pistola, ma è molto più facile
giustificarne il trasporto.
Il modus operandi può mutare, evolversi, adattarsi per ragioni,
oggettive o presunte, di opportunità. Indicatori significativi del
modus operandi sono l'efferatezza, la crudeltà e la preferenza per
le armi bianche (il coltello).
Tuttavia nel corso di una dinamica
delittuosa possono evidenziarsi anche comportamenti non funzionali
al conseguimento di quello che sembra essere lo scopo ultimo del
delitto. Rilevare la presenza di comportamenti apparentemente
gratuiti e non funzionali è estremamente importante per capire
meglio la personalità dell'autore. Il complesso di questi
comportamenti gratuiti, ma che rispondono ai suoi bisogni
psicologici, è definito dagli investigatori "firma". Da sempre gli
investigatori attribuiscono grande importanza al modus operandi,
cioè alle modalità usate per compiere il delitto che possono andare
dal ricorso, ad esempio, al coltello o alla pistola, oppure il
metodo per sequestrare una vittima.
Theodore (Ted) Bundy è stato uno dei più noti assassini della
storia americana. Sequestrò, uccise e stuprò decine di giovani
donne in molti stati degli USA. Usava uno stratagemma per
avvicinare le vittime: si presentava con un braccio ingessato e
legato al collo in modo da apparire ostacolato nei movimenti.
Chiedeva alla vittima prescelta di aiutarlo a spostare qualche
oggetto pesante e quando la vittima abbassava la guardia, lui
l'aggrediva. Il romanziere Thomas Harris attribuì questo
particolare modus operandi al personaggio di Buffalo Bill nel suo
romanzo "Il silenzio degli innocenti".
È importante evidenziare che mentre
il ricorso al trucco del braccio ingessato allo scopo di
sequestrare la vittima è un modus operandi, non lo è la modalità di
uccidere e di manipolare il cadavere. Per queste modalità si usa il
termine di "firma" in quanto, come la firma, è un tratto personale,
specifico e soggettivo, dell'individuo. Mentre il modus operandi
indica ciò che l'autore di un reato mette in atto per compierlo, la
"firma" indica il motivo per cui lo fa: l'azione che lo soddisfa
emotivamente. Talvolta il confine fra il modus operandi e la firma
è sottile e dipende dalla ragione per cui il delitto è stato
commesso. Infine è necessario sottolineare che mentre la "firma" è
statica, sempre costante, il modus operandi è dinamico, cioè si
sviluppa a mano a mano che il reo procede nel suo cammino criminale
ed apprende dall'esperienza. Se escogitasse un sistema migliore per
controllare la sua vittima o per liberarsi del cadavere, lo
adotterebbe. Non cambia invece la ragione emotiva che lo induce a
compiere il delitto. Naturalmente nei reati comuni, come la rapina
in banca, il modus operandi è l'unico elemento che conta. Il motivo
è rappresentato, ovviamente, dai soldi. Ma nei delitti seriali a
sfondo sessuale, l'analisi della "firma" può essere un punto di
cruciale importanza, soprattutto per collegare una sequenza di
omicidi.
La firma è rappresentata, come
abbiamo detto, dai comportamenti gratuiti, non funzionali al
delitto, messi in atto solo per raggiungere un "appagamento
psicologico". Mentre il modus operandi evolve di delitto in
delitto, la "firma" rimane costante in ogni delitto e non varia
negli anni.
La "firma" costituisce il principale elemento che può aiutare a
collegare omicidi diversi attribuendoli alla stessa mano. Possiamo
aggiungere che gli atti che rappresentano la "firma" del criminale
possono essere sia consapevoli che inconsapevoli. Gli atti
consapevoli hanno una finalità gratificatoria della scena rituale e
riproduce la fantasia dominante dell'autore. Gli atti inconsapevoli
dipendono da automatismi dovuti semplicemente alle abitudini del
criminale.
Nella "firma" può ad esempio rientrare l'overkilling (eccesso di
omicidio), cioè il bisogno di trarre piacere dal supplizio della
carne, nel dare completo sfogo alle pulsioni di morte.
È importante poter individuare la
motivazione ed i bisogni di un assassino perché questa conoscenza è
estremamente utile per poter gettare le fondamenta di un profilo
psicologico dell'autore degli omicidi.
Nel considerare gli aspetti motivazionali di un delitto i
comportamenti dell'autore vengono suddivisi a seconda delle loro
caratteristiche in "strumentali" (o funzionali) ed "espressivi" (o
non funzionali). La motivazione "strumentale" si riferisce a
situazioni nelle quali certi comportamenti facilitano la
commissione del delitto, mentre la motivazione "espressiva" fa
riferimento a comportamenti che non sono necessari, strumentali,
alla commissione del crimine.
Questi ultimi comportamenti possono essere l'espressione di una
grave psicopatologia o la manifestazione di una fantasia ossessiva.
Nel caso di una riscontrata gratuità della manipolazione
post-mortem della vittima (legatura, morsi, rapporti carnali, …),
con la motivazione "espressiva", il caso si presta particolarmente
bene alla definizione del profilo dell'autore. Tuttavia non sempre
il grado di motivazione, sia strumentale sia espressiva, è chiaro:
un certo comportamento può essere dovuto a motivi talmente
diversi.
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NECROFILIA |
È un contatto sessuale con un
cadavere; i soggetti autori di tali atti possono soffrire di varie
forme di psicopatologia ed essere considerati sia degli autori
organizzati che disorganizzati; in genere l'organizzato inserisce
il proprio pene nel corpo della vittima, mentre il disorganizzato
inserisce corpi estranei. |
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VAMPIRISMO |
È l'ingestione del sangue della
vittima; l'autore di solito soffre di una grave psicopatologia di
tipo psicotico, come la schizofrenia; nella loro storia sono
riportati episodi di autoferite prodotte sul proprio corpo per bere
il proprio sangue oppure l'uccisione di piccoli animali per
raccogliere il sangue da bere. |
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SMEMBRAMENTO |
Generalmente non discende da una
psicopatologia, bensì dal bisogno pratico di come disfarsi del
cadavere o renderne difficile l'identificazione (motivazione
strumentale); tuttavia un assassino psicotico (disorganizzato)
potrebbe agire sul cadavere con tale frenesia da smembrarlo ed in
ogni caso si osserva mutilazione dei seni, del pube, oppure segni
di cannibalismo. |
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CANNIBALISMO |
È l'ingestione della carne umana
(detta anche antropofagia o necrofagia); generalmente è associato a
psicopatologie di tipo psicotico, come la
schizofrenia. |
Possono andare dalle allucinazioni
che accompagnano delle gravi psicopatologie di tipo psicotico, fino
ad atti lucidi e razionali. Inoltre motivazioni strumentali ed
espressive possono riscontrarsi nel medesimo autore: un noto serial
killer americano smembrava i cadaveri delle vittime per liberarsene
con maggior facilità (strumentale), ma al tempo stesso praticava
atti cannibalici (espressiva).
4. I meccanismi mentali
Tutti gli esseri umani rispondono,
nel loro funzionamento mentale, ad uno schema elementare di base:
stimolo-elaborazione-risposta. Per stimolo intendiamo l'insieme
delle percezioni che dall'esterno e dall'interno giungono al
cervello; per elaborazione intendiamo l'attività mentale che viene
effettuata sugli stimoli; per risposta intendiamo il comportamento
attivo o passivo che viene scelto e messo in atto dal
cervello.
Stimoli molto potenti sono rappresentati dalla percezione del
piacere, della minaccia, del dolore, della soddisfazione, della
sofferenza, della gioia, insomma degli stati emotivi
particolarmente intensi che obbligano il cervello a tenerne conto,
a rifletterci sopra e a dare una risposta. L'elaborazione del
cervello viene effettuata tenendo conto delle due finalità
biologiche di base, fondamentali, per ogni essere vivente: il
mantenimento in vita e la continuità della specie.
La risposta può spaziare dalla scelta dell'avvicinamento,
dell'attacco e della conquista verso ciò che stimola piacere fino
alla scelta della fuga da ciò che stimola minaccia e sofferenza (la
cosiddetta risposta "flight or fight").
Le finalità biologiche di base, mantenimento in vita e continuità
della specie, vengono ad essere assicurate in modo tanto più
efficace quanto più ricco e vario è il bagaglio neurologico di
base: più neuroni permettono più connessioni neurologiche e questo
permette lo sviluppo di maggiori opzioni comportamentali fra cui
scegliere, con il pensiero, la riflessione e l'intelligenza, le
condotte più efficaci per ottenere le finalità desiderate. Se la
risposta comportamentale è efficace il cervello libera un
neuromodulatore, l'endorfina, che può provocare un forte piacere.
Il piacere provato è alla base dell'apprendimento positivo, del
rinforzo, della ripetizione di quel comportamento. Se la risposta
comportamentale è inefficace il cervello libera altri
neurotrasmettitori, come il cortisolo e l'adrenalina, che possono
provocare la sensazione di sofferenza, dolore, stress. Queste
sensazioni determinano un apprendimento negativo di quel
comportamento e quindi della estinzione, della perdita di quella
modalità di risposta. Provare piacere (endorfine) o sofferenza
(cortisolo) è il modo con cui il cervello ci obbliga a riprodurre
un comportamento oppure ad evitarlo.
Nel nostro cervello tali modalità
sono stabilite da un tipo particolare di connessione fra le parti
che in qualche modo vengono a suddividere il cervello in un insieme
di tre cervelli:
- un cervello "rettile", rappresentato dal tronco encefalico e dal
bulbo, è deputato alle funzioni neurovegetative corporee (bere,
mangiare, respirare, la sessualità, la traspirazione, la
circolazione sanguigna, …);
- un cervello "affettivo", rappresentato dal lobo limbico e dai
nuclei della base, è deputato al ricordo, al piacere, alla
sofferenza, all'emotività;
- un cervello "razionale", rappresentato dalla corteccia cerebrale,
è deputato alle funzioni razionali tipiche della logica e
dell'intelligenza.
Tutti gli stimoli esterni giungono
al cervello "affettivo", il talamo ed il lobo limbico, dove vengono
interpretati emotivamente secondo le dimensioni piacere/sofferenza,
gioia/dolore, amore/odio, ed in base a tale interpretazione vengono
impartiti ordini alle altre parti del cervello.
Al cervello "rettile" per modificare lo stato neurovegetativo del
corpo e al cervello "razionale" per pensare e mettere a punto una
strategia di lotta o di fuga, di avvicinamento o di allontanamento
dallo stimolo, di seduzione o di aggressività. In questo modo la
risposta comportamentale è dettata dallo stato emotivo ed
accompagnata da una adeguata emotività e permessa secondo le regole
logiche e sociali che la corteccia cerebrale deve elaborare. Di
norma è il cervello "affettivo" che determina le risposte
comportamentali, il cervello "rettile" che le rinforza e le colora
con stati corporei (neurovegetativi) adeguati con la promessa del
piacevole bagno endorfinico. È il cervello "razionale" che poi le
mitiga e le controlla secondo i parametri del comportamento sociale
con la minaccia ansiosa della punizione e della sofferenza.
Il cervello "affettivo" funziona
secondo i bisogni, personali e sociali, della persona ed è di norma
un funzionamento egoista, egocentrico, lussurioso, vendicativo,
aggressivo, possessivo, mentre il cervello "razionale" funziona
tenendo conto degli obblighi sociali ed interpersonali (le regole
educative) e deve continuamente mettere a punto difese verso tutti
i pericolosi egoismi del cervello "affettivo". Dalla mediazione del
cervello "razionale" si ha quali comportamenti mettere in atto,
quali reprimere, quali vivere in modo clandestino, quali vivere
solo con la propria fantasia e quali devono essere controllati
dallo sviluppo di sintomi psichiatrici (fobie, ossessioni,
compulsioni, ansia).
Schematizzando possiamo dire
che:
- il cervello "affettivo" funziona secondo i bisogni personali,
provoca emozioni che spaziano dal piacere alla paura ed è in grado
di sviluppare qualsiasi tipo di fantasia per soddisfare quei
bisogni;
- il cervello "rettile" funziona dando forza ai bisogni e alle
fantasie attraverso una potente attivazione somatica
neurovegetativa che è in grado di sviluppare marcati stati di
eccitazione;
- il cervello "razionale" funziona elaborando il modo con cui
mettere in atto le fantasie elaborate ed amplificate
dall'eccitazione somatica, modo elaborato secondo nessi logici che
stabiliscono, in ultima analisi, la decisione sul come agire.
5. Il piacere e la sofferenza
È interessante notare che sia nel
piacere, sia nella sofferenza e sia nella paura avviene la stessa
stimolazione ed eccitazione neurovegetativa: la palpitazione del
cuore (cuore impazzito), la fame d'aria (nodo alla gola), i muscoli
contratti (tremore), i visceri contratti (buco allo stomaco), la
sudorazione (tutto bagnato), la vasocostrizione (pallido,
sbiancato), l'ipertensione (sbandamenti). Questa eccitazione
neurovegetativa, se è provocata da uno stimolo di piacere,
determina un comportamento di avvicinamento, di attacco, di lotta e
di conquista. L'emozione positiva genera sempre il bisogno di
un'azione motoria e comportamentale. Se lo stimolo è positivo, in
ogni caso avviene una risposta motoria, un'azione che permette
all'organismo di ritrovare un suo equilibrio neurovegetativo
bruciando tutta l'eccitazione provocata.
Se invece l'eccitazione è provocata
da uno stimolo negativo, di paura, di minaccia che modifica lo
stato neurovegetativo dell'organismo, ma non viene bruciato
dall'azione e dal comportamento e che viene vissuto con
l'inibizione e l'attesa ecco che questa inibizione viene ad essere
spiegata con l'affermazione "sto male", perché l'eccitazione
neurovegetativa è interpretata come sintomo di malattia. Il dirsi
"sto male" permette alla persona di continuare a non agire, non
affrontare, non rispondere, avendo una buona scusa per sottrarsi
alla situazione minacciosa e spiacevole. Quindi gli stimoli che
giungono al cervello provocano fantasie di piacere o di paura alle
quali si collega uno stato di eccitazione che spinge al
comportamento, all'azione, alla risposta rispetto alla iniziale
fantasia.
Se la risposta è positiva il piacere
viene realizzato e questo determina il rinforzo e la ripetizione di
quel comportamento rispetto alla ripetizione degli stessi stimoli.
Se la risposta è negativa o il cervello "razionale" inibisce la
risposta perché non consentita dalle regole sociali ed
interpersonali (ansia) ecco che quegli stimoli provocano uno stato
di malessere (sto male) e quindi per evitare gli stimoli è
necessario sviluppare difese fobiche, ossessive, compulsive, oppure
delle formazioni reattive. Al termine della sequenza
"stimoli-fantasie-eccitazione-modi di agire" è possibile intuire
che l'azione non potrà mai essere così come la fantasia suggerisce
perché le fantasie di piacere e di paura non sono compatibili con
il comportamento sociale ed interpersonale: è necessario mediare,
modificare, effettuare dei compromessi, limitare, censurare.
È per questo motivo che esistono le
difese psicologiche che il cervello "razionale" continuamente mette
in atto. Se le difese sono efficaci si ha la situazione di
normalità psicologica e la persona continua a vivere al riparo
dalle tempeste emotive che si producono al suo interno. Se le
difese sono inefficaci si ha la produzione di sintomi
psicopatologici che sono compresi nella personalità nevrotica con
uno spettro di sintomi che può spaziare dalla fobia, alla
ossessione, alla compulsione, alla somatizzazione neurovegetativa,
all'ipocondria. Se le difese sono immature si ha la produzione di
condotte antisociali che sono comprese nella personalità ribelle ad
ogni forma di regola o di disciplina. Se le difese sono assenti si
ha la produzione di comportamenti psicotici in cui non esiste la
realtà esterna, ma solo quella interna, allucinatoria e delirante,
in cui le fantasie "affettive" vengono messe in atto integralmente,
così come vengono prodotte, senza alcuna mediazione, alcun
compromesso ed alcuna censura "razionale".
6. Il comportamento è il "sintomo" della personalità
Torniamo ora ad occuparci degli
assassini seriali. Secondo il noto psicologo Karl Jasper "il
comportamento della persona è il sintomo della sua personalità" e
quindi, per comprendere la personalità dell'autore dei crimini
seriali, è necessario partire dallo studio del suo sintomo
comportamentale più importante: il comportamento sulla scena del
delitto.
Il comportamento sulla scena del delitto nasce dalle fantasie che
precedentemente si sono prodotte nella mente dell'assassino,
secondo i suoi bisogni psicologici, e a cui collega stati affettivi
di piacere che lo spingono all'azione attraverso una tensione
psicologica sempre crescente. Quando la tensione psicologica sale a
livelli molto elevati l'autore cerca la condizione ambientale e
situazionale più adatta per mettere in atto la sua fantasia. La
tensione psicologica crescente, normalmente, è repressa e
mascherata dai meccanismi di difesa psicologici, ma sotto la spinta
di stimoli emotivi esterni, per il realizzarsi di circostanze
occasionali non premeditate, oppure spinta ed alimentata da stimoli
interni in occasione di circostanze volute, cercate, premeditate,
rappresenta una potente spinta all'azione aggressiva, violenta,
criminale.
I tratti psicologici più arcaici,
antisociali, aggressivi e violenti, normalmente repressi, e
presenti in tutte le persone (per l'interazione del cervello
impulsivo del rettile con la parte "affettiva ed emotiva" del
cervello), superano le dighe dell'educazione e della moralità
debordando in comportamenti che producono violenza, aggressività,
sadismo.
Al di fuori delle circostanze collegate con il delitto il
comportamento e lo stato psicologico della persona è "normale", in
quanto i meccanismi di difesa e di controllo del cervello
"razionale", presenti sulla corteccia cerebrale, sono attivi e
funzionanti. Questi meccanismi inibitori rendono gli autori di
crimini seriali, nel periodo tra un crimine e l'altro, dei soggetti
miti, introversi, con scarsa competitività sociale, semplici,
controllati. Tuttavia i vincoli biologici interiori,
nell'interazione tra gli impulsi e la carica emotiva che li
alimenta, provocano una vita interiore fatta di forti fantasie e di
forti emozioni. Soggetti miti ed introversi dunque, ma dalle
fortissime emozioni interiori. Altri autori e studiosi della
psicologia comportamentale, e lo stesso luogo comune sociale,
vogliono che il comportamento sia lo specchio della
personalità.
Di una particolare personalità di
riferimento che tuttavia non può essere in alcun modo
generalizzata: lo studio del comportamento umano non è una scienza
esatta. È una scienza empirica, che basa le sue conoscenze sulle
esperienze e sulle osservazioni dirette delle manifestazioni
psicologiche. Attraverso le nuove conoscenze si aggiornano
continuamente teorie e metodiche di studio. Non è dunque una
scienza esatta, è solo potenzialmente prevedibile. Perché è
importante capire il motivo che spinge un assassino ad agire in un
certo modo? Perché è importante poter prevedere il suo
comportamento pur ignorando la sua identità? Un autore di crimini
seriali non è in grado di fermarsi da solo, smette di uccidere solo
se viene catturato o se viene ucciso. Per catturarlo è essenziale
prevedere il suo comportamento futuro, le mosse che metterà in
atto, oppure provocando il suo comportamento attraverso degli
stimoli ad hoc che possono essere mandati anche attraverso studiati
articoli dei giornali (che l'assassino legge con scrupolo ed
assiduità). La psicologia comportamentale è una scienza empirica,
abbiamo detto, e per sapere quello che succede nella mente di un
assassino, così come quello che accade nella mente di uno
stupratore, di un piromane, di un attentatore abbiamo una sola via
possibile: solo interrogando i veri esperti di questo crimine, cioè
gli stessi criminali.
I colloqui effettuati in carcere con
questi assassini hanno permesso di comprendere che sono spinti da
una vasta gamma di motivazioni e presentano una gamma altrettanto
vasta di comportamenti. Eppure esistono fra loro anche molti
denominatori comuni. Vengono per lo più da famiglie divise o
lacerate da conflitti personali. Spesso hanno subìto violenza sia
fisica sia sessuale e psicologica. Negli autori seriali molto
precocemente si delinea la triade potenzialmente omicida, nota a
tutti gli studiosi dei serial killer, che è rappresentata da:
enuresi notturna, atti di piromania, gesti di crudeltà verso gli
animali.
Questa triade comportamentale sintomatologica sarà studiata più
approfonditamente nei paragrafi successivi. Di norma il primo grave
reato viene commesso quando il soggetto è fra i 20 ed i 25 anni,
tuttavia non è il primo reato che compie. Ha un basso livello di
autostima per quello che ha subìto nella realtà e che ha cercato di
compensare con rivalse nella sua fantasia, inoltre incolpa gli
altri di quello che è, evidenziando la frattura relazionale fra sé
e gli altri. Anche se non è mai stato catturato, ha già violato la
legge numerose volte. Forse ha al suo attivo furti, rapine,
violenze e stupri. In ogni caso è sempre stato un ribelle, più o
meno manifestatamente, di fronte ad ogni forma di autorità. Si
sente una vittima e crede di essere stato manipolato e maltrattato
dagli altri, a partire dai suoi genitori. Nel momento del delitto,
in quella particolare ed unica circostanza, pervaso dalle sue
fantasie, quell'individuo di norma inadeguato ed incapace, riesce
ad imporsi, a manipolare e dominare un altro essere umano. Può
finalmente decidere il destino della sua vittima, può imporle
qualsiasi cosa. Sta in lui, soltanto in lui, stabilire se ucciderla
e come ucciderla. Oppure lasciarla in vita. È lui e solo lui che,
finalmente, comanda.
7. Chi sono gli assassini?
Gli assassini seriali a sfondo
sessuale di norma sono uomini. Per spiegare il perché di questa
particolarità sono state messe a punto due teorie: una biologica ed
una psicologica. La teoria biologica afferma che l'uomo ha alti
livelli di testosterone e per questo tende ad essere aggressivo. La
donna, avendo scarsi o assenti livelli di testosterone, non è
biologicamente spinta a reagire alle frustrazioni mettendo in atto
violenza ed aggressività. La teoria psicologica afferma che gli
uomini con un passato di violenze e maltrattamenti spesso diventano
ostili ed aggressivi nei confronti degli altri, mentre le donne che
hanno avuto esperienze analoghe tendono a portare dentro di sé la
collera e l'ostilità giungendo alla fine a punire se stesse invece
del prossimo. Per esprimere l'ira un uomo può uccidere, stuprare,
torturare, mentre è più probabile che la donna incanali la sua ira
verso scelte che danneggiano soprattutto se stessa, come la droga,
l'alcolismo, la prostituzione, i tentativi di suicidio.
Allo stato attuale non si hanno
notizie di donne che abbiano sfogato la loro collera e le loro
frustrazioni con un omicidio a sfondo sessuale. L'unico luogo in
cui a volte si vedono donne coinvolte in omicidi multipli è
l'ospedale o l'ospizio. La donna tende ad usare qualcosa di diverso
dal coltello o la pistola, come ad esempio il veleno o un farmaco.
Questi omicidi spesso rientrano nella categoria dell'omicidio
pietoso, messo in atto per alleviare della terribili sofferenze.
L'omicida seriale non appartiene alle classi socio-economiche più
basse, non è emarginato né disadattato. Generalmente si diventa
criminali con lo scopo di arricchirsi, mentre il serial killer se
uccide non lo fa per rapinare la sua vittima, lo fa semplicemente
per provare piacere o soddisfare un suo bisogno psicologico.
L'omicida seriale appartiene alla classe sociale normale e
rispettabile. La sua particolarità sono i suoi conflitti affettivi
familiari. Generalmente ha un buon lavoro, ha una casa, una
famiglia, vive nel benessere esterno, tuttavia soffre con grossi
problemi interiori. Sono individui apparentemente normali, ma con
gravi problemi sessuali nel rapporto con l'altro sesso e con gravi
difficoltà nel raggiungere l'orgasmo in modo naturale. Se questi
sono gli assassini, chi sono le loro vittime? Generalmente le
vittime sono donne (in prevalenza prostitute), seguono gli
omosessuali, gli adolescenti ed i bambini e le persone anziane. Le
prostitute risultano essere la categoria più a rischio.
Rappresentano infatti una facile
preda, di solito sono indifese e abbordabili dall'assassino senza
difficoltà. La debolezza e la sottomissione della vittima
rappresentano per l'assassino la compensazione dei suoi bisogni ed
eccitano la componente sadica della sua personalità. Appagano il
suo desiderio di dominio su di un'altra persona, fino a
spersonalizzarla completamente.
Gli assassini seriali sono particolarmente diffusi in alcuni paesi,
come gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Germania, la Russia, ma
anche la Francia, l'Olanda e la Norvegia. Nelle statistiche
prevalgono i paesi occidentali a cultura anglosassone e questo
potrebbe essere spiegato con un tipo particolare di educazione alla
sessualità e di considerazione dei bisogni affettivi dell'infanzia,
propri di questi popoli, che è in grado di produrre, in alcune
situazioni estreme, degli assassini e degli stupratori.
Anche in Italia la casistica degli
assassini seriali privilegia stili educativi simili a quelli
anglosassoni presenti nel nord Italia. Altre considerazioni che
possiamo riportare riguardano la storia dei serial killer. La
diffusione del fenomeno serial killer non è un fenomeno dei nostri
tempi, gli assassini seriali sono sempre esistiti ed hanno, fin
dalla antichità, dato origine alla feconda mitologia sui lupi
mannari e sui vampiri. Alcuni esempi storici: nel 1573 a Dole, in
Francia, un certo Gilles Garnier ha ucciso e mangiato numerosi
bambini giustificando questi suoi atti con una precisa indicazione
ricevuta dal diavolo, accusandosi di essere un uomo-lupo. Sempre in
Francia il marchese di Pois, Gilles de Laval, è passato alla storia
come "barbablù" per aver ucciso, mangiato e bevuto il sangue di
oltre cento bambini. È stato giustiziato nel 1440.
8. Perché si diventa serial killer?
Rispetto agli studi finora
effettuati sul fenomeno del serial killer, una risposta conclusiva
ancora non c'è.
Sulla base delle osservazioni dedotte dalle varie biografie dei
serial killer studiate è possibile affermare che di norma, dietro
un serial killer, c'è una storia personale improntata alla
disarmonia sociale, affettiva e relazionale che conduce
precocemente ad un senso di solitudine ed isolamento.
Rottura precoce dell'equilibrio tra la persona ed il suo ambiente
affettivo familiare in grado di generare un conflitto interiore che
con la crescita degenera in condotte aggressive, antisociali e
violente. Alcuni autori di studi sul fenomeno dei killers seriali,
come ad esempio i Glueck, a questo proposito hanno elaborato delle
specifiche teorie psicologiche, come la teoria detta "teoria non
direzionale".
Secondo questa teoria dietro un
serial killer c'è una forma educativa che predispone allo
scatenamento di un comportamento deviante nei figli che la
subiscono.
La non direzionalità educativa è rappresentata dalla incapacità
pedagogica corretta della famiglia. Incapacità pedagogica dovuta ad
un genitore che non riesce ad assumere un ruolo di riferimento e di
guida in cui un ragazzo possa identificarsi.
Torna quindi a prendere valore l'ipotesi che predisponente alla
violenza c'è uno stile educativo freddo, rigido, oppressivo, tipico
della cultura anglosassone. I bambini vittime di questi stili
educativi sono costretti a maturare delle fantasie perverse perché
sono trascurati, maltrattati e violentati in quelli che sono i loro
bisogni fondamentali. I bambini psicologicamente più deboli, non in
grado di elaborare un adeguato sistema di difesa verso il mondo
esterno o gli adulti che li angosciano, sono costretti a rifugiarsi
nelle fantasie e vivere non delle situazioni reali bensì delle
situazioni immaginarie in cui sono alimentate vendette e
compensazioni.
Le frustrazioni, lo stress cronico,
l'incapacità di affrontare i conflitti quotidiani alla fine
conducono all'isolamento della persona rispetto alla società.
L'esilio dal mondo avviene perché questo viene percepito in blocco
come una entità ostile. Si matura una estraneità a tutti i valori
sociali ed in modo particolare alle convinzioni morali ed etiche in
grado di bloccare ed inibire i comportamenti antisociali.
Con l'inadeguatezza dei tabù antisociali non sono più contenute
sotto controllo della persona le pulsioni violente che liberamente
sono orientate alla caccia e alla ricerca di vittime che
interpretino e soddisfino il loro bisogno di rivalsa.
Il futuro serial killer vive la
propria adolescenza in una condizione affettiva fatta di isolamento
graduale e progressivo. Alcuni, per l'insopportabile situazione di
inadeguatezza, si suicideranno da adolescenti, schiacciati dal
senso di inferiorità vissuto. Gli altri sono tranquilli, gentili,
riservati, cioè con un forte autocontrollo e spesso incapaci di
aggredire la vita, di realizzarsi. La vita sessuale normale risulta
inadeguata e viene dirottata su forme intermedie, come le svariate
forme delle parafilie, e vissuta in solitudine, clandestinamente.
Come abbiamo detto in precedenza, alcuni serial killer sviluppano,
durante l'infanzia, una triade comportamentale che è composta
dall'enuresi notturna, dalla piromania e dalla crudeltà verso gli
animali.
David Berkowitz appiccò oltre 1.400 incendi, Jeffrey Dahmer
mutilava animali morti che raccoglieva nei boschi vicino casa,
Andrei Chikatilo soffriva di enuresi notturna cronica, Ed Kemper
uccideva i gatti del vicinato con azioni che poi ha ripetuto sulle
vittime dei suoi omicidi. Sugli animali vengono provate,
sperimentate e attuate le fantasie sadiche che poi in seguito
saranno inflitte agli esseri umani.
La comparsa della triade piromania,
enuresi notturna e crudeltà verso gli animali è il segno di un
precoce disturbo emotivo ed affettivo nel bambino. Disturbo
conseguente ad una alterata atmosfera familiare che vive rispetto
ai genitori, così come espresso dalla teoria psicologica non
direzionale. L'enuresi notturna, di origine psicologica, implica di
solito la presenza di turbe emotive, oltre che di uno scarso
controllo degli impulsi. La condotta improntata alla tortura e
all'uccisione degli animali dimostra, già in età infantile, la
presenza di un livello marcato di sadismo e crudeltà.
La piromania, in un bambino, è di
solito una manifestazione sintomatica di una eccessiva stimolazione
della sessualità e dell'aggressività. Il fuoco esprime
l'eccitazione e l'iperattività del bambino che non è in grado di
contenere la sua rabbia profonda.
Attualmente negli Stati Uniti la presenza di questi comportamenti
nei bambini è sorvegliata attentamente e coloro che ne sono affetti
sono indirizzati verso programmi riabilitativi e terapeutici
obbligatori, supervisionati dai giudici dei minori.
9. Il ruolo della fantasia
Molla di ogni comportamento umano
sono quindi le fantasie che si producono nella mente dietro gli
stimoli più vari (di oggetti, di animali, di persone, di
situazioni) in grado si sollecitare i bisogni fisiologici personali
e quelli sociali.
Da ogni tipo di bisogno può originare qualsiasi tipo di fantasia
che è possibile legare ad una situazione piacevole che, tramite
l'eccitazione neurovegetativa, spinge per essere messa in atto. Se
i bisogni in qualche modo vengono soddisfatti la persona ed il suo
comportamento possono essere inquadrati in una condizione di
normalità.
I problemi iniziano a presentarsi
quando i bisogni non possono essere soddisfatti per particolari
inibizioni educative della persona o non vengono soddisfatti dalle
figure di riferimento genitoriali durante la crescita. Si crea in
questo modo una condizione particolare che alcuni autori hanno
descritto come "pedagogia nera": i bisogni non soddisfatti della
pubertà e dell'adolescenza possono sviluppare frustrazioni ed
aggressività verso gli stimoli che provocano desiderio ed una
marcata incapacità di accettarsi che conduce all'incapacità di
amare un'altra persona.
Ciò che rende una persona un onesto cittadino, oppure un paziente
nevrotico sempre bisognoso di psicofarmaci per continuare a vivere,
oppure un sanguinario assassino continuamente bisognoso di
aggredire, seviziare ed uccidere è il modo in cui viene ad essere
educata, formata, strutturata la sua mente durante gli anni dello
sviluppo e dell'adolescenza. Sarà la sua mente lo strumento che gli
permetterà una vita felice, oppure la continua ricerca di
anestetici della sua ansia, oppure l'arma che ucciderà, se vizierà
e avrà bisogno di infliggere enormi sofferenze.
Una pedagogia nera è in grado di
provocare nella persona una situazione di disarmonia sociale e
relazionale, con un senso di solitudine e di isolamento. I bambini
maturano fantasie perverse perché trascurati, maltrattati,
violentati. Sono bambini deboli, non in grado di elaborare un
adeguato sistema di difesa verso il mondo esterno o gli adulti che
li angosciavano. Questa modalità comportamentale non si interrompe
spontaneamente, per cui è stato osservato che un autore di crimini
seriali non interrompe autonomamente il suo comportamento
delittuoso.
Un autore di crimini seriali smette di uccidere solo se viene
catturato oppure viene ucciso. Dietro un autore di crimini seriali
c'è un inadeguato o traumatico rapporto con la famiglia. Secondo
valutazioni effettuate dall'FBI il 40% degli autori viene da un
orfanotrofio o da un carcere psichiatrico, per il 47% la figura
genitoriale dominante è la madre (descritta come una madre
invadente, ossessiva, possessiva oppure cinica, fredda e distante).
L'autore di crimini seriali si sdoppia in una vita pubblica
convenzionale ed in una vita segreta perversa e ricchissima di
fantasie sadiche. Con il passare del tempo è la vita segreta a
prevalere, con fortissime fantasie di rivalsa.
10. La vittima e il carnefice
Ogni carnefice è stato a sua volta
"vittima". Vittima di un sistema educativo oppressivo (la pedagogia
nera), fatta di sistemi correttivi familiari improntati a
maltrattamenti, botte, isolamento. Questo può avvenire in ogni ceto
sociale. Un sistema educativo punitivo ed incoerente crea un
bambino remissivo, che non sa distinguere da che parte sta il male
e alla fine si identifica con l'aggressore. I meccanismi di difesa
psicologici interessati da questa dinamica sono rappresentati dalla
rimozione e dalla proiezione. La rimozione è una difesa
dall'angoscia, per cui si isola, si indurisce e rifiuta i
sentimenti. La proiezione è una difesa per cui si addossa ad altri
la colpa delle proprie angosce. Sulla spinta di questi due
meccanismi di difesa psicologici l'autore agisce attaccando,
violentando, punendo.
Ad ogni crisi d'angoscia, ad ogni frustrazione, anche piccola,
scatta di nuovo il meccanismo. Questo permette di mantenere il
ruolo di bravi ragazzi, bravi mariti, brave persone. Come ad
esempio Peter Kurten oppure John Wayne Gacy. Sessualmente
preferiscono il sesso solitario che si esprime in varie forme di
parafilia.
11. Fantasie, ritualità, serialità
Il comportamento del "lust murderer"
è premeditato in fantasie ossessive che rappresentano la via di
fuga da un mondo fatto di odio e di rifiuto. Attraverso la fantasia
il lust murderer tenta di costruirsi attorno un muro che lo
protegga dal commettere l'atto fatale mentre, nel contempo,
gratifica le compulsive istanze psichiche sviluppando ed
avvalendosi della fantasia. Le fantasie sessuali sono una costante
che sembra aver sempre preceduto il brutale acting-out del lust
murderer.
Le fantasie assumono tutte le
possibili forme del grottesco e del crudele. Il perverso può far
ricorso alla pornografia, alla letteratura "hard", perversa e
crudele, su cui egli alimenta ed intreccia le proprie fantasie fino
al momento in cui perde ogni contatto con la realtà solo per
ritrovarsi forzatamente obbligato a trasformare tali fantasie in
realtà. Come se trascinasse oggetti "umani" nel suo mondo
immaginario. Le fantasie nascono dagli abusi subìti. Uniscono sesso
e violenza, producono fantasmi su ciò che vorrebbero fare
(sesso-violenza). I delitti sono la materializzazione dei fantasmi.
Fra i bisogni psicologici del criminale c'è la ripetizione di un
atto o il rivivere una scena per ottenere un forte appagamento
psicologico. È molto importante poter valutare il comportamento
ritualistico dell'autore del crimine sulla scena del delitto, come
ad esempio la sistemazione di alcuni oggetti in un particolare modo
sia accanto alla vittima che su di essa.
Il comportamento ritualistico
discende comunque dalla irrazionalità del pensiero dell'autore,
tuttavia possedendo una propria logica tenderà ad essere ripetuto.
La valutazione delle ritualità, quando emergono, contribuiscono
nella previsione del comportamento futuro. I suoi bisogni vengono
ripetuti, prolungati, attesi. Sono la sua "firma". Le frustrazioni
conducono compulsivamente a condotte violente ed aggressive. Nel
corso di questi atti l'autore prova piacere da un certo svolgimento
degli atti comportamentali e questo lo condurrà alla ripetizione
delle stesse modalità: la ritualità. L'autore scopre anche che il
suo bisogno di vendetta rimane comunque inappagato, non è
abbastanza. Dovrà ripeterlo ancora per cercare una piena
soddisfazione e questo lo condurrà, di atto in atto, alla
serialità.
12. Il legame sesso-violenza
Henry James ha scritto: "Se tutte le
cose fredde fossero bagnate e tutte le cose bagnate fredde, se
tutte le cose dure, e solo queste, fossero pungenti, potremmo forse
distinguere tra freddo e bagnato e tra durezza e acutezza?
…Immagina per via di una menomazione, per crudeltà o per qualche
altra disgrazia, di non aver mai conosciuto contatto umano se non
duro e violento, come ti sentiresti?" È importante il modo in cui
si associano nella nostra memoria sensazioni diverse tra loro,
perché un apprendimento di questo tipo conduce al fatto che la
presenza di una sensazione ne richiama automaticamente tutte le
altre sensazioni associate. Alla parola madre la maggioranza degli
individui associa sensazioni sia buone sia meno buone, forse anche
cattive. Alcune persone, vittime di sistemi educativi punitivi,
associano solo sensazioni cattive. Solo sensazioni di umiliazione e
dolore.
Chi vive questa realtà psichica che
risale all'infanzia può reagire pensando che l'unica condizione per
sopravvivere al dolore è stabilirne lui le condizioni. È questo il
suo potere. Il potere del carnefice rispetto alla sua vittima. Si
uniscono desiderio, odio e delitto in un'unica condizione mentale.
Il collegamento fra il sesso, il piacere, la violenza e la morte è
stato effettuato per la prima volta nel 1906, quando con
Krafft-Ebing si cominciò a parlare di omicidio per libidine per
sottolinearne la natura sessuale. Questo tipo di omicidio veniva
considerato come effetto di una estrema "iperestesia sessuale" ed
inserito nelle diagnosi del sadismo sessuale. Successivamente anche
gli autori tedeschi si occuparono dell'omicidio sessuale. Fra
questi ci fu Berg che denominò "lustmord" l'omicidio attuato allo
scopo di soddisfare un impulso sessuale di natura sadica. Anche gli
autori anglosassoni hanno coniat o il termine analogo di "lust
murder" per descrivere gli omicidi sadici con torture, mutilazioni
e lesioni agli organi sessuali. Il lust murderer è caratterizzato
dall'incredibile ferocia con cui si accanisce sulle vittime ancora
vive, trovando soddisfazione nel sentirle gridare, urlare,
soffrire.
L'eccitazione sessuale, per cui si
rapisce, si tortura, si mutila e si mangia la vittima, viene
raggiunta solo se la vittima urla dal dolore. Di qui la necessità
di tenerla in vita il più a lungo possibile. Ciò che accomuna la
vittime è la loro vulnerabilità, la loro incapacità a difendersi.
Molti serial killer sono affetti da parafilie (come il sadismo, la
pedofilia, la necrofilia, il feticismo), tuttavia le parafilie non
giustificano l'omicidio in quanto la grande maggioranza dei
parafiliaci soddisfa i propri bisogni senza uccidere. Il feticismo
non comporta atti di violenza, il pedofilo ha bisogno di un bambino
vivo, il sadico gode nell'infliggere dolore, ma se la vittima muore
il godimento finisce. Il serial killer di tipo "lust murderer"
incamera parzialmente questi aspetti delle parafilie, tuttavia
l'aspetto dominante del suo piacere è rappresentato dall'uccidere:
uccide con le proprie mani o con armi bianche perché ama il
contatto con il sangue, con il dolore, con la sofferenza e con la
morte.
13. Organizzati e disorganizzati
Per capire la personalità
dell'autore dei crimini seriali è necessario quindi studiare il
comportamento dell'autore sulla scena del crimine, utilizzando il
modello deduttivo. Si precisa che si intende per scena del crimine
l'insieme dei luoghi in cui si è consumato il delitto e la vittima
stessa.
Il motivo per cui si comporta in una determinata maniera risiede,
come abbiamo visto, nelle sue fantasie, a cui è possibile risalire
attraverso la ricostruzione e lo studio del suo comportamento
fisico, verbale e sessuale messo in atto sulla vittima e sulla
scena del crimine. Spesso è osservabile uno schema comportamentale
studiato, logico, finalizzato e coerente. Questo è indice di uno
stato mentale lucido, razionale, riflessivo ed il suo autore è
definibile "organizzato".
Altre volte lo schema comportamentale messo in atto sulla scena del
crimine è irrazionale, non finalizzato, incoerente. Questo è
indicativo di un autore confuso, in preda a stimoli emotivi
incoerenti, non premeditato ed inconsapevole del valore antisociale
dell'atto che sta commettendo. In questo caso l'autore è definito
"disorganizzato". Fra un autore organizzato ed uno disorganizzato
non esiste una differenziazione netta in quanto sono visibili molte
situazioni intermedie ed uno stesso autore, inizialmente
organizzato, può perdere nel tempo questa sua organizzazione fino a
manifestare comportamenti confusi, tipici dei disorganizzati.
Elasticità e flessibilità. I crimini disorganizzati sono molto
facilmente risolvibili perché l'autore lascia molte tracce sulla
scena del delitto e quindi è possibile risalire rapidamente a
lui.
I tratti della personalità che sono
alla base dei comportamenti criminali sono pressochè simili in
quasi tutti gli autori, indipendentemente dal tipo di maschera
personologica normalmente indossata nella vita di tutti i giorni.
Molto simili sulla scena del delitto, molto diversi tuttavia nella
loro vita quotidiana. Meccanismi mentali di base simili, difese
psicologiche e sociali diverse. Si è soliti distinguere anche gli
omicidi per libidine, i "lust murderers", in organizzati e
disorganizzati. Gli "organizzati" sono solitamente dotati di una
intelligenza superiore alla media, appartengono ad una classe
sociale della media borghesia, hanno un buon impiego, sono
competenti sessualmente, figli di genitori con occupazioni
lavorative stabili, vivono con un partner o hanno una famiglia
propria, hanno la macchina, cambiano lavoro spesso, non amano la
società in cui vivono ma non se ne isolano manifestatamente, sono
soliti fantasticare, soprattutto prima di aver commesso il primo
omicidio. Quando uccidono lo fanno con premeditazione, sono
meticolosi, non conoscono la vittima ma la individuano seguendo il
proprio gusto estetico. Sottomettono la vittima, usano legarla,
cancellano le tracce, nascondono il cadavere o lo trasportano in
posti diversi dalla scena del crimine, portano con sé l'arma del
delitto.
Completamente diversi gli omicidi
"disorganizzati": posseggono un grado di intelligenza solitamente
inferiore alla media, appartengono ad una bassa classe sociale e
vivono in una famiglia non ricca, anche se non necessariamente
povera. Sono quasi sempre disoccupati o impiegati in lavori
precari, figli di genitori anch'essi senza lavoro stabile, hanno
subìto una rigida disciplina nell'età della fanciullezza, non fanno
necessariamente uso di sostanze alcoliche o stupefacenti, vivono da
soli o con i genitori in una località molto spesso prossima al
luogo dove avviene il primo omicidio.
Gli omicidi disorganizzati soffrono
gravi problemi di natura sessuale, sono ansiosi, rifiutano
manifestatamente la società, quando commettono un omicidio lo fanno
repentinamente, senza nessuna premeditazione, in certi casi possono
conoscere la vittima. La scena del crimine in questo caso, mostra
segni di grande violenza e disordine, la vittima viene uccisa
immediatamente per non avere alcuna necessità di difendersi e le
violenze fisiche sul cadavere quali lo squartamento, il
depezzamento o l'eviscerazione vengono perpetuate per
depersonalizzare la vittima, renderla irriconoscibile,
disumanizzarla, soprattutto nel caso in cui questa fosse conosciuta
dall'assalitore.
Anche sotto l'aspetto della violenza sessuale, il disorganizzato si
accanisce in modo frenetico sugli organi genitali del cadavere
raggiungendo, non necessariamente, il soddisfacimento sessuale con
rapporti post-mortem e quindi necrofili.
L'omicida organizzato, anche nell'assalto sessuale e nella violenza
di tutti gli atti successivi, segue un piano preordinato che
prevede il raggiungimento della gratificazione sessuale prima di
uccidere la propria vittima e per questo può infierire e torturare
cercando di uccidere molto lentamente.
14. Il modello deduttivo
Il modello deduttivo si basa sul
paradigma investigativo
COSA +
PERCHÈ = CHI
vale a dire che l'analisi del cosa
(il modus operandi) mette in grado di dedurre, in maniera primaria,
l'analisi del perché (la "firma") e da queste deduzioni possiamo
ulteriormente dedurre, in maniera secondaria, il chi (il profilo
psicologico dell'autore).
|
Modus Operandi |
"Firma"
(bisogni psicologici)
Deduzioni primarie |
Profilo autore
Deduzioni secondarie |
|
Aggressore
modo di contatto
modo di attacco
precauzione adottate
modo verbale |
Movente piacere
vendetta
rabbia
interesse personale |
età
scolarità
socialità
precedenti penali
status economico |
|
Vittima connotati
indumenti |
bisogno di
colpire: donna
prostituta
bambino
omosessuale |
età
storia personale
storia psichiatrica |
|
azioni sulla vittima
costrizioni
violenze sessuali |
ricerca di:
sadismo
piacere
vendetta
consenso |
età
intelligenza
storia psichiatrica
psicopatie in atto |
|
localizzazione lesioni |
ricerca di:
morte
sofferenza
piacere |
storia psichiatrica
psicopatie in atto
storia personale |
|
mezzi lesivi |
premeditato
occasionale
sicurezza
insicurezza |
età
storia personale
status fisico
precedenti giudiziari |
|
causa di morte
lesioni
mutilazioni |
bisogno di:
uccidere
infliggere sofferenza
umiliare
soddisfare un desiderio |
storia psichiatrica
storia personale
psicopatia in atto |
15. Perché non si diventa serial killer?
La natura umana che viene espressa
dalla parte più profonda del nostro cervello è simile sia
nell'onesto cittadino sia nell'autore di crimini seriali. L'onesto
cittadino ha delle difese che il serial killer non ha e che
impediscono alla maggior parte delle persone di commettere i
crimini violenti. Queste difese psicologiche impediscono ai nostri
impulsi emotivi e sessuali di farci diventare un serial killer.
Quali sono questi meccanismi psicologici difensivi che fanno di noi
delle persone psicologicamente sane ed equilibrate? La persona
psicologicamente sana si piace e si accetta. Non dipende
eccessivamente dall'approvazione degli altri e non viene nemmeno
ferita troppo gravemente dalle loro critiche. In lei non c'è senso
di grandiosità, né disprezzo di sé. Una persona sana non ha bisogno
di sminuire gli altri per mantenere una opinione positiva di sé.
Essa riconosce ed accetta i propri difetti e cerca aiuto quando è
necessario.
Sia Jeffrey Dahmer sia Ed Kemper
avevano ricevuto un trattamento terapeutico da parte di psichiatri,
ordinato dal tribunale in seguito a condotte antisociali, ma non ne
hanno voluto trarre alcun aiuto. Non desiderano il dominio sugli
altri. Invece la maggior parte dei violentatori e tutti i serial
killer hanno la brama e la frenesia del potere. Usano le persone
per i propri egoistici bisogni. La persona psicologicamente sana sa
che non c'è bisogno di essere perfetti per potersi accettare. La
persona psicologicamente sana ha interiorizzato figure parentali
affettuose e protettive che la appoggiano nei momenti di crisi e
forniscono un sostegno interiore di fronte al fallimento. Genitori
ostili e violenti conducono alla interiorizzazione del modello di
violenza nei propri figli, i quali da vittime saranno a loro volta
carnefici. Sono persone in grado di sopportare l'ansia provocata da
un conflitto interiore o esterno senza disgregarsi o lanciarsi in
azioni impulsive ed aggressive. Durante una crisi i nostri rapporti
affettivi familiari interiorizzati ci sostengono.
Le persone che hanno ricevuto l'odio
ed il rifiuto da chi doveva prendersi cura di loro trovano che nei
momenti di crisi questi rapporti nocivi riaffiorano per lacerare
ancora il loro cuore e la loro mente. Si sentono abbandonate oggi
come lo erano state ieri. La capacità di rimandare la
gratificazione e tollerare la frustrazione è un passo fondamentale
dello sviluppo che la persona psicologicamente sana riesce a
compiere. La persona psicologicamente sana sa amare, accettare
qualcun altro oltre che se stessa. Le persone non sono perfette.
Per amare qualcuno dobbiamo accettare noi stessi, con i nostri
difetti e le nostre debolezze. Il perfezionismo conduce all'odio
dei nostri difetti e di quelli degli altri, fino alla rabbia, alla
vendetta e alla persecuzione. Le caratteristiche psicologiche
protettive dai comportamenti violenti ed aggressivi possono essere
ancora molte e qualsiasi elenco sarebbe comunque incompleto.
Tuttavia le possiamo compendiare tutte nella frase di un cappellano
della Yale University, William Sloan Coffin: "C'è qualcosa che non
va in me, c'è qualcosa che non va in te, ma va bene lo stesso".
(*)
- Capitano Medico presso la Direzione Generale della Sanità
Militare del Ministero della difesa. |