1. Il presente e il futuro
Secondo un bizzarro accostamento, lo studio delle organizzazioni
ha qualcosa in comune con la Nazionale di calcio: chiunque ritiene
di avere una propria ricetta infallibile! E così, siccome
personalmente sono molto interessato ai temi organizzativi, ho
sollecitato e ottenuto numerose ricette, alcune piuttosto
pittoresche ed altre che invece mi sono parse molto utili per
ulteriori approfondimenti.
Ne ricordo, tra le prime, una particolarmente curiosa. Discutendo
di una certa organizzazione, caratterizzata da numerosi livelli
gerarchici, ponevo la questione della riduzione di tali livelli,
ipotizzando una soluzione intermedia tra i due classici modelli
organizzativi contrapposti: quello gerarchicofunzionale e quello a
rete. L'interlocutore, dal quale mi aspettavo una profonda analisi
anche in virtù della considerevole rilevanza della posizione da lui
ricoperta, dopo avermi confidato che aveva da sempre tenuto
presente la criticità della problematica, mi spiegò che
l'organizzazione andava bene così com'era: più livelli gerarchici
ci sono e maggiori sono le possibilità, in caso di errori, di
essere protetti da eventuali provvedimenti sanzionatori! Anche se
mi pareva che vi fossero altri parametri più importanti sui quali
riflettere, ringraziai. Per fortuna, non tutti i contributi di
pensiero sono di questo livello. Ma prima di parlare di altre
ricette - ben più complesse e analitiche - credo che sia importante
indicare un motivo che giustifichi questi sforzi concettuali,
affinché non si tratti di sterili esercitazioni mentali.
Per questo lavoro, lo stimolo iniziale è stato fornito da una
frase che ho sentito in un convegno: "Vi sono tre tipi di
organizzazioni: quelle che determinano gli eventi; quelle che
assistono al loro manifestarsi; e infine quelle che, quando gli
eventi si sono manifestati, si domandano che cosa mai sia
accaduto".
Queste parole hanno sottolineato una situazione che non può più
ignorarsi: ogni organizzazione non può limitarsi a gestire il
presente ma si deve proiettare da protagonista nel futuro.
Per far questo occorre saper elaborare visioni che reinterpretino
il ruolo delle organizzazioni. E ciò richiede la capacità di
adottare punti di vista che sappiano individuare i "parametri
strategici" che sono in campo e di esaltarne l'importanza.
L'ambiente organizzativo, infatti, è paragonabile ad una serie di
stimoli che l'organizzazione deve attivare e connettere insieme in
modo tale da costruire la sua realtà. E il compito di connettere
gli stimoli, ovvero di governare il sensemaking, è attribuito al
top management(1) che si avvale delle prassi e dei vari contributi
che gli studi organizzativi forniscono.
In tale ottica, non potendo affrontare il completo panorama
delle variabili organizzative, questo contributo intende esporre
delle considerazioni su alcuni di quelli che in precedenza ho
chiamato "parametri strategici" ed in particolare sull'innovazione
e sulla comunicazione interna.
In questo senso, il significato che sarà dato al termine
innovazione sarà quello di generazione di nuova conoscenza che deve
trovare attuazione, diventare cioè operativa. Da ciò discende che
la nuova conoscenza deve essere necessariamente partecipata e,
cioè, comunicata. È appunto a questo aspetto, e cioè alla
comunicazione interna che dedicherò la seconda parte di questo
scritto, esaminando anche le reciproche influenze che
caratterizzano il rapporto tra essa e la motivazione.
La scelta di tali argomenti non è casuale. Essa risiede nella
convinzione che il panorama organizzativo è caratterizzato dalla
necessità di continui cambiamenti. E poiché ritengo che il
principale problema del cambiamento sia quello di dover
disapprendere convinzioni, atteggiamenti, valori e assunti e
impararne di nuovi, mi pare consequenziale enfatizzare quegli
strumenti - appunto l'innovazione e la comunicazione interna - che
più di altri appaiono funzionali a tali esigenze.
2. L'innovazione, ovvero l'implementazione della creatività
Il primo parametro strategico non può che essere la capacità di
innovare che, secondo una interrelazione per me molto efficace, che
ho attinto da uno studio, dipende da una capacità poco sviluppata:
quella di collaborare.
Devo ammettere che queste affermazioni, proprio perché
apparentemente semplici (o semplicistiche!), attirano fortemente la
mia attenzione e la mia curiosità. I risultati di questa modesta
ricerca, e le considerazioni che ne sono seguite, non hanno deluso
le mie aspettative e, anzi, mi hanno offerto stimoli di notevole
interesse. Iniziamo, secondo la prassi più convenzionale, con una
definizione. Tra le tante - ricordo che stiamo parlando di uno dei
concetti più di moda in ambito organizzativo - mi piace quella
secondo la quale l'innovazione consiste nella implementazione, con
successo, delle idee creative dell'organizzazione e cioè delle idee
che hanno in sé il carattere della novità e della utilità in un
dato settore. Da ciò deriva che i campi di indagine devono essere
rivolti soprattutto a due aspetti: la creazione di idee nuove, e
cioè la produzione di conoscenza, e la loro implementazione, e
quindi i processi organizzativi.
Il primo aspetto - la produzione di conoscenza - è legato ad una
variegata e corposa serie di concetti dei quali, in questa sede, è
utile limitarsi a citare solamente alcuni, a titolo
esemplificativo, al solo fine di far percepire la complessità della
nozione a cui sono appunto riferiti. E allora partirei da un
elemento tanto semplice quanto importante: la nota differenza tra
la conoscenza esplicita e quella tacita o implicita(2). La prima,
grosso modo, coincide con quella codificabile con scrittura o
simboli, ma è solo una piccola parte della conoscenza tout court. È
costituita dal know how organizzativo (brevetti, le routines
organizzative, ecc.) ed è quindi uno dei beni strategici di ogni
organizzazione in quanto necessaria per tendere a standard di
eccellenza. La conoscenza implicita, invece, strutturalmente non si
presta a codificazione e pertanto si caratterizza per il fatto che
non si presta a misurazioni e non è di facile riproducibilità e,
conseguentemente, imitabilità. Per rendere il concetto, Polanyi, il
teorico di questa distinzione, a proposito della conoscenza
implicita utilizza un esempio: un soggetto può individuare con
certezza un individuo in una folla ma tale riconoscimento non può
avvenire da parte di una seconda persona sulla base della
descrizione fatta dal primo.
Si tratta, cioè, di un bene raro e prezioso perché difficile da
creare e da trasferire ed è per questo che tra i beni strategici di
un'organizzazione spiccano proprio le routines organizzative che si
basano su conoscenze implicite. La conoscenza tacita deve pertanto
considerarsi un vero e proprio elemento di vantaggio competitivo e
la sua importanza è particolarmente evidente quando si parla di
cultura organizzativa e cioè di conoscenze che incidono sul modo di
vivere l'organizzazione, sul senso di appartenenza, sulla coesione,
sull'ecologia dei rapporti umani, e cioè su quel patrimonio
intangibile che molto spesso costituisce la vera differenza tra
diverse organizzazioni. Tuttavia è proprio dalla interazione della
conoscenza esplicita con quella implicita - che richiede un valido
sistema di comunicazione interna - che nasce l'innovazione.
In merito appaiono interessanti gli assunti indicati da Ikujiro
Nonaka e Hirotaka Takeuchi(3), tra i massimi esperti di knowledge
management:
- l'innovazione emerge solo dall'interazione tra conoscenza tacita
e conoscenza esplicita;
- la creazione di conoscenza organizzativa è un processo continuo e
dinamico di interazione tra conoscenza tacita ed esplicita;
- la condivisione di conoscenza - e qui la relazione con il
concetto di comunicazione interna diventa ancora più stretta -
prende l'avvio dalla costruzione di un "campo" d'interazione che
faciliti la condivisione di esperienze e dei modelli mentali di chi
vi partecipi;
- la modalità di combinazione è innescata dalla "messa in rete" di
conoscenze di nuova creazione e di conoscenze consolidate
rovenienti da altri settori dell'organizzazione e nella loro
cristallizzazione in prodotti, servizi o sistemi di gestione
innovativi;
- l'interiorizzazione è innescata dall'apprendimento attraverso
l'esperienza.
Al riguardo i due autori elaborano uno schema che è
sostanzialmente riprodotto nella seguente figura in cui possiamo
osservare quattro modalità di conversione della conoscenza e in
particolare:
- nel primo quadrante si individua la modalità chiamata
"socializzazione", risultante dal passaggio della conoscenza tacita
a un'altra conoscenza tacita, che consiste in un processo di
creazione di modelli mentali e abilità tecniche condivise e cioè di
"conoscenza simpatetica". Ciò avviene di norma senza l'intervento
del linguaggio ma attraverso l'osservazione, l'imitazione e la
pratica;
- nel secondo quadrante si individua la modalità definita
"esteriorizzazione" che crea concetti nuovi ed espliciti partendo
dalla conoscenza tacita, sotto forma di metafora, modello,
analogia, ipotesi e concetto, utilizzando soprattutto il
linguaggio. L'esteriorizzazione produce "conoscenza concettuale"; -
nel terzo quadrante, quello della "combinazione", si sviluppa un
processo
di sistematizzazione di concetti in un sistema di conoscenze,
attraverso il passaggio tra conoscenze esplicite diverse. Gli
strumenti usati sono molto vari: documenti, incontri, conversazioni
telefoniche, reti informatiche di comunicazione, ecc. L'esempio
tipico di attivazione di questa modalità di conversione di
conoscenza è rappresentata dall'istruzione scolastica. La
combinazione produce "conoscenza sistemica";
- il quarto quadrante, relativo alla "interiorizzazione", si
riferisce alla trasformazione di conoscenza esplicita in implicita
mediante "l'apprendimento attraverso l'esperienza". Si realizza
quando le esperienze condivise maturate vengono interiorizzate
nelle basi di conoscenza individuali in forma di modelli mentali e
di know how tecnico. Questo processo è facilitato quando la
conoscenza esplicita è formalizzata in documenti, in grafici e in
manuali. La interiorizzazione produce "conoscenza operativa".
Dopo aver esaminato l'interazione conoscenza
esplicita/conoscenza tacita, un altro elemento, facilmente
osservabile e profondamente modificato in questi ultimi anni,
riguarda la rivoluzionaria evoluzione dei mattoni della conoscenza:
la digitalizzazione delle informazioni. Penso soprattutto a tre
parametri: il costo, lo spazio, la quantità. Per quanto riguarda il
costo, vorrei sottolineare come la trasmissione dell'informazione
digitalizzata abbia sensibilmente abbattuto i costi. Si sono aperte
interessanti possibilità per creare nuovi prodotti e servizi a
bassissimo costo.
Il secondo parametro, lo spazio, riguarda la distanza tra i vari
soggetti. Questa dimensione viene a perdere quell'importanza che
l'ha finora connotata come uno dei maggiori vincoli a qualsiasi
attività comunicazionale. Ora essere fisicamente vicini o lontani è
quasi indifferente. Si trasmettono non solo le informazioni
tradizionali ma anche grafici, immagini, suoni, ecc. per cui, ad
esempio, tra le riunioni tradizionali e quelle virtuali la
differenza è sempre minore.
Il terzo parametro attiene alla quantità di informazioni: essa non
costituisce più un vincolo in quanto sono stati creati supporti di
pochi centimetri quadrati in grado di contenere dati equivalenti a
quelli di mastodontiche biblioteche.
Di ciò non credo che ci sia ancora piena consapevolezza. Ma la
creazione di nuove idee - e cioè la produzione di conoscenza -
dipende anche da molti altri concetti. Pensiamo ad esempio al tipo
di logica organizzativa in cui tale conoscenza si può produrre. Se
ci riferiamo alle logiche decisionali insite nelle organizzazioni,
dobbiamo ricordare che esse si riconducono essenzialmente a due:
quelle che si basano sulla razionalità(4) e quelle che invece si
polarizzano sull'intuito.
Le prime, sulle quali vorrei brevemente soffermarmi, sono legate
ai concetti tradizionali di problem solving e decision making, e
confluiscono in strategie che possiamo classificare in cinque
tipologie.
La prima è la strategia di ottimizzazione. Si basa sul principio
della razionalità perfetta e il criterio della scelta è quello che
mira a massimizzare i risultati. Questa strategia si utilizza
quando il problema, gli obiettivi e le alternative sono ben
definiti. Essa non si usa per i problemi manageriali ma in ambiti
molto tecnici o "teorici".
La seconda strategia è quella euristica. È la più usata in
ambito organizzativo per la soluzione di problemi complessi, non
inquadrabili con criteri omogenei. Poggia sul criterio della
razionalità limitata e si sviluppa con un criterio meno strutturato
di quello precedente. Consiste nel procedere per tentativi in base
ad alternative che vengono valutate in relazione a criteri di
accettabilità (e quindi non la soluzione ideale ma quella più
conveniente tra quelle possibili). La strategia incrementale si
basa sull'obiettivo di minimizzare il rischio. Si conforma alle
regole e all'imitazione e si caratterizza per il fatto che tende a
modificare quanto meno è possibile per non sconvolgere gli
equilibri esistenti. È utilizzata nelle situazioni in cui non si
hanno a disposizione molti elementi conoscitivi del problema o non
si hanno competenze approfondite in materia.
La quarta strategia - la cibernetica - mira a garantire la
conservazione dello status quo e, quindi, si basa sul precedente, e
cioè sulle scelte che in passato si sono rivelate valide. Si basa
sugli automatismi ed è utilizzata nella routine. L'ultima strategia
è quella casuale. Si fonda sul caso e normalmente è assunta
inconsapevolmente nel senso che deriva da inconsapevoli errori
cognitivi. La seguente tabella riassume le principali
caratteristiche delle strategie descritte.
Quanto detto sulle strategie ha lo scopo di evidenziare come le
logiche decisionali possano condizionare la natura e la tipologia
della nuova conoscenza prodotta. E questo condizionamento appare
tanto più evidente esaminando comparativamente la produzione di
conoscenza da parte dei dirigenti; le migliori idee creative sono
correlate a coloro che si caratterizzano per capacità di visione
nonché per propensione ad assumersi rischi e responsabilità
connesse alla necessità di prendere decisioni in condizioni di
incertezza: le qualità che, secondo una consolidata concezione,
caratterizzano i migliori manager.
Con un ultimo esempio - se ne potrebbero fare moltissimi altri -
vorrei tentare di mostrare come anche molti fattori contestuali e
situazionali possano incidere sui comportamenti cognitivi e,
quindi, sulla qualità delle nuove idee prodotte. Mi riferisco ai
risultati di un'osservazione empirica sulla propensione al rischio
che hanno indicato come l'avvicinarsi al conseguimento di un
obiettivo faccia propendere per scelte meno rischiose mentre, al
contrario, l'aver conseguito un successo o l'aver raggiunto ruoli
elevati induca a scelte con un maggior grado di incertezza.
Veniamo ora al secondo campo d'indagine dell'innovazione, e cioè
ai processi organizzativi in grado di implementare la
creatività.
In prima battuta dobbiamo registrare un vuoto pressoché completo:
non vi sono modelli al riguardo. I motivi sono molti ma possono
essere ricondotti ad uno fondamentale. In sostanza un processo si
basa, in genere, su schemi, prassi e regole prestabilite e
standardizzate che mal si adattano alla libertà di spaziare che
richiede l'innovazione.
Allora quale può essere la soluzione? Chiaramente non ve n'è una
per definizione. Possiamo però riflettere sulla questione centrale
connessa a tale problema e, cioè, all'influenza che ha il tipo di
forma organizzativa sulla creazione di processi dedicati
all'innovazione.
Preliminarmente può immediatamente affermarsi che la costruzione
di tali processi appare più facilmente realizzabile all'interno di
un modello di management relazionale (self management) che
consiste, in estrema sintesi, nell'assunzione della piena e
completa responsabilità di attività complesse che, invece, nel
modello di management gerarchico è distribuita lungo l'intera
catena
funzionale.
Il modello di management relazionale è una sorta di evoluzione del
management by objettives rispetto al quale si arricchisce di una
sorta di autogestione anche organizzativa per il conseguimento di
tali obiettivi. Ciò premesso, possiamo ora soffermarci sulle
strutture organizzative all'interno delle quali i processi dedicati
all'innovazione si sviluppano per osservarne i condizionamenti, i
punti di forza e quelli di vulnerabilità. Per molto tempo si è
fatto riferimento all'organizzazione per funzioni, e cioè
all'organizzazione gerarchica. Successivamente, da questo modello,
si è estrapolato quello a matrice in cui, all'interno di una logica
funzionale, si sono innestati moduli orientati a specifici
progetti. In tali contesti - sia funzionali sia matriciani -
talvolta si frappongono concrete e fisiologiche resistenze non solo
alla creazione di processi in grado di favorire la produzione e la
diffusione di conoscenza ma, addirittura, alla creazione di
conoscenza spontanea tout court.
Attualmente l'affermarsi dell'organizzazione a rete ha prodotto
legittima soddisfazione per la sua idoneità a risolvere molti dei
tradizionali problemi che le organizzazioni gerarchiche hanno
evidenziato. Tuttavia non si può ritenere che ciò costituisca la
panacea a qualsiasi tipo di difficoltà in quanto non sono poche le
criticità connesse all'organizzazione piatta. Vediamone alcune. In
primo luogo la volatilità dell'assetto organizzativo. In un certo
senso le relazioni intraorganizzative sono tradizionalmente fondate
sulle relazioni indicate dagli organigrammi. Nelle organizzazioni a
rete avviene paradossalmente spesso il contrario: sono gli
organigrammi che inseguono le relazioni spontanee
intraorganizzative, a volte senza riuscire a farlo con la
necessaria velocità tanto che la loro rappresentazione grafica
diventa un esercizio senza fine…
In secondo luogo aumenta la criticità della risorsa umana.
Infatti, non esistendo strutture permanenti che possano guidare
istituzionalmente i processi, compresi quelli legati alla
conoscenza, la partita si gioca sulla qualità e sulle
caratteristiche degli uomini. La vision, gli approcci culturali, le
attitudini, le capacità relazionali, ecc. hanno uguale importanza,
quando non addirittura superiore, rispetto alle conoscenze e alle
competenze in senso stretto. Ed è proprio per questo che le imprese
a rete sono per molti studiosi le organizzazioni trust based - e
cioè basate sulla fiducia e sui flussi interpersonali - per
eccellenza. Infine, ma non ultima per importanza, appare fortemente
condizionante l'elevata interazione con l'ambiente esterno
all'organizzazione, esaltata anche da prassi organizzative - in
primo luogo l'outsourcing - ormai consolidate che rendono più
complicata la strutturazione di processi intraorganizzativi
dedicati alla conoscenza. Come abbiamo potuto constatare lo
scenario non si mostra di facile lettura.
Tuttavia, prima di concludere queste riflessioni sull'influenza
del tipo di organizzazione sull'implementazione della nuova
conoscenza, in questo panorama fluido e turbolento riteniamo di
indicare come linea di orientamento quella dell'adozione di modelli
collaborativi e cioè di modelli che si basano su uno scambio
volontario di informazioni, esperienze, conoscenze, ecc.,
effettuato di comune accordo in relazione ad uno scopo condiviso in
vista di benefici reciproci. E a tal proposito è utile ricordare
quanto è stato sostenuto sulla collaborazione(5) e in particolare
sulle tre condizioni che occorre soddisfare, definite come le 3 T:
time, trust, territory.
Il time (il tempo) consiste nel poter disporre di un cospicuo
spazio temporale in quanto è necessario portare a termine attività
in grado di produrre nuove idee (panel, brainstorming, ecc.) e
consentire un informale e continuo scambio di idee, di esperienze,
ecc. Il trust (la fiducia) è al tempo stesso conseguenza e
presupposto del time, nel senso che la quantità di tempo impiegato
nel confronto produce anche familiarità, confidenza, conoscenza
l'un dell'altro, e cioè elementi indispensabili - anche se non
sufficienti - per la creazione della reciproca fiducia. Di contro
il grado di fiducia influenza anche la disponibilità, in termini di
tempo, che un soggetto può avere nei confronti di un altro. Con
territory (il territorio) intendiamo non già una dimensione fisica,
bensì un'area di interessi sulla quale ogni soggetto concorda di
far convergere i reciproci contributi.
In conclusione mi paiono fortemente significative le
considerazioni che suggeriscono la creazione di strutture cognitive
che orientano e dirigono i comportamenti verso gli obiettivi
dell'organizzazione. Questa coerenza di scopo implica
l'implementazione di un sistema di
comunicazione interna - organizzativa, di informazione, di
coinvolgimento - in grado di pervadere efficacemente tutta
l'organizzazione attraverso links con tutti i suoi componenti. E a
ciò sarà dedicato il prossimo paragrafo.
3. Comunicazione interna e motivazione
Gli studi e le riflessioni sulla comunicazione interna hanno
ormai raggiunto un buon livello di approfondimento e la relativa
letteratura annovera ormai diversi contributi di apprezzabile
spessore scientifico. Come sappiamo, la maggior parte delle
teorizzazioni e delle elaborazioni concettuali ha preso l'avvio, e
si è poi sviluppata, nel settore privato, nell'ambito della
comunicazione d'impresa, unitamente alla comunicazione orientata al
prodotto e a quella istituzionale. Per la precisione, rispetto a
queste ultime, la comunicazione interna è l'ultima nata in quanto
per molto tempo è stata null'altro che la voce del padrone. Oggi,
in ogni modo, non v'è alcun analista che non enfatizzi la sua
importanza, sottolineando le importanti correlazioni che essa ha
con le organizzazioni, sia private che pubbliche. C'è quindi chi ha
sottolineato le sue implicazioni organizzative, chi quelle
attinenti alla cultura d'impresa, chi ha evidenziato i suoi
riflessi sul clima organizzativo, chi la capacità di intervenire
sui processi o nella gestione delle risorse umane.
In altri termini, la comunicazione interna si caratterizza per
uno spiccato grado di complessità derivante dal fatto che, in
sostanza, tocca e influenza tutti i parametri produttivi.
Ciò provoca una serie di difficoltà interpretative che arrivano a
coinvolgere l'identità stessa della comunicazione interna. Non si
tratta di cosa da poco. Difatti, innanzitutto, occorre stabilire se
la sua gestione debba essere unitaria o se invece debba essere
ripartita nella competenza di diversi soggetti. Inoltre deve
stabilirsi se è un'autonoma funzione aziendale oppure un mero
strumento utilizzabile all'interno di altre funzioni. O meglio,
deve convenirsi se sia una serie di strumenti in grado di veicolare
ciò che di volta in volta viene stabilito ovvero un processo
permanente intraorganizzativo presente in ogni tipo di
organizzazione.
Dare una risposta a questi interrogativi appare piuttosto
impegnativo e la situazione si complica ancora di più quando il
discorso è traslato nell'ambito delle strutture pubbliche dove le
problematiche relative alla comunicazione interna sono state
introdotte piuttosto recentemente. In questa sede, non si ritiene
di approfondire queste prospettive che richiedono una specifica
trattazione a causa della complessità che le caratterizza. Ciò è
dimostrato anche dalle soluzioni eterogenee rilevabili nel panorama
organizzativo che si collocano in un continuum ai cui estremi vi è,
da un lato, la concezione che la vede come un meccanismo spontaneo
e, dall'altro, come un processo strutturato. Un argomento su cui
invece desidero indagare è quello relativo alla motivazione,
soprattutto intrinseca, e più in particolare alla reciproca
influenza tra essa e la comunicazione interna. Con l'espressione
"motivazione intrinseca" intendiamo riferirci a quel tipo di
motivazione che spinge un soggetto ad una certa attività per la
soddisfazione diretta di un bisogno. In ambito organizzativo può
sostenersi che la motivazione intrinseca è quella che spinge un
lavoratore a trovare il proprio appagamento nel contenuto del
lavoro che svolge.
La motivazione intrinseca, secondo varie ricerche empiriche,
costituisce un elemento che favorisce lo svolgimento di compiti che
richiedono creatività. Inoltre essa costituisce un mezzo efficace
attraverso il quale si riesce a coprire, e cioè a far disimpegnare,
tutta quella serie di prestazioni contigue e accessorie alle
prestazioni principali che, proprio per il loro carattere
strumentale, non possono essere individuate puntualmente
nell'elenco delle attività che il lavoratore è tenuto a eseguire. E
la criticità di questa esigenza risulta più evidente quando devono
essere realizzate attività complesse che, oltre a non poter essere
scomponibili in compiti ben definiti, sono ricollegate ad obiettivi
difficilmente descrivibili in termini quantitativi.
Le organizzazioni allora devono favorire lo sviluppo della
motivazione intrinseca attraverso ogni strumento che si presti allo
scopo come, ad esempio, con forme di partecipazione gestionale, con
il lifelong learning, ecc. In definitiva ciò a cui deve tendere
un'organizzazione, quindi, è far sentire la propria vision e la
propria mission sempre più vicini a quelli del lavoratore. Ma
tornando all'affermazione espressa in precedenza, in che senso la
comunicazione interna e la motivazione si influenzano
reciprocamente? Possiamo rispondere che la motivazione -
soprattutto quella intrinseca - è direttamente correlata con molti
fattori. In particolare tre di essi traggono gran
parte della loro efficacia da un corretto sistema di comunicazione
interna: la partecipazione, le relazioni personali e la
remunerazione della prestazione.
Per quanto attiene al primo fattore possiamo sottolineare che
partecipare significa condividere degli obiettivi comuni e, quindi,
autodeterminarsi. Può essere utile ricordare che è da questo
concetto che viene sempre più valorizzandosi la pratica
dell'empowerment.
Il secondo fattore è quello delle relazioni personali. Si tratta
dei c.d. contratti psicologici che si basano sulla lealtà e sulla
solidarietà e che determinano lo spirito di squadra e la
cooperazione. L'ultimo fattore è quello della ricompensa della
prestazione e, al contrario dei due precedenti, rischia
concretamente di penalizzare la motivazione intrinseca. Ciò accade
quando l'assunto "remunerare la restazione" viene percepito come
una forma di valutazione e, quindi, di controllo (e di possibile
censura) da parte dell'organizzazione.
Bene, ciascuno di questi tre fattori presuppone
l'implementazione e lo sviluppo di un'adeguata attività di
comunicazione interna. Nei primi due casi con una funzione
strutturale: senza comunicazione non può concepirsi una
partecipazione e tantomeno delle relazioni interpersonali.
Nell'ultimo caso, invece, la comunicazione serve a trasmettere
tutta una serie di informazioni e di valori che consentano di far
percepire la remunerazione della prestazione come una fisiologica
funzione di scambio e non di controllo invasivo.
Dopo quanto abbiamo detto, appare evidente che un sistema di
comunicazione interna finisce per rivelarsi ciò che ora viene
definito un "vantaggio competitivo".
Dopo aver condotto delle considerazioni sull'interazione
comunicazione interna/motivazione, vorrei per ultimo introdurre un
ulteriore parametro che deve necessariamente armonizzarsi con
questo binomio: i sistemi di controllo. Nelle organizzazioni, i
sistemi di controllo hanno anche lo scopo di ridurre quanto più è
possibile le distonie culturali e di favorire un "comune sentire".
Essi possono essere più o meno sofisticati ma, al di là della loro
efficacia intrinseca, costituiscono uno degli elementi che incide
sulla fidelizzazione dei clienti interni in relazione alla maggiore
o minore invasività e, più in generale, a come vengono percepiti
dai destinatari.
È chiaro allora come tali sistemi di controllo, in primo luogo,
impattino sulla motivazione, costituendo uno dei rapporti più
critici tra l'organizzazione e il lavoratore. Inoltre i sistemi di
controllo, per essere percepiti correttamente con riferimento
all'incidenza che hanno sull'intera cultura organizzativa,
richiedono di essere veicolati da un valido sistema di
comunicazione interna, per evitare di essere poco chiari o
addirittura incoerenti. Al riguardo - proprio perché concepito per
far leva essenzialmente su un sistema di comunicazione interna e
sulla motivazione - mi pare interessante ricordare uno dei
sistemi(6) che, anziché imperniarsi sull'esplicazione diretta del
potere organizzativo, preferisce tendere alla creazione di un
sistema di valori partecipato, con un diretto collegamento alla
specifica cultura organizzativa. Il sistema in esame si fonda su
quattro meccanismi.
1.I premi e gli incentivi. Questo meccanismo ha due effetti. Il
primo è quello propriamente incentivante che ha lo scopo di
spingere verso un certo comportamento. Il secondo effetto è
informativo e discende direttamente dal primo. Scegliere una certa
politica organizzativa di incentivazione, e cioè premiare un
determinato set di comportamenti, vuol dire comunicare un
apprezzamento non solo sul comportamento in sé ma anche su tutta
una serie di valori collegati a tale situazione. Si pensi, ad
esempio, come gli incentivi basati sui risultati ovvero sul disagio
dell'incarico possano rivelare se la cultura organizzativa
consideri maggior mente l'efficienza oppure lo spirito di
sacrificio.
2.Il commitment e la socializzazione. Questo meccanismo viene
perseguito dall'organizzazione fin dalla fase di selezione del
personale e si sviluppa poi in quella di formazione. Il commitment,
e cioè la volontà di un individuo di rimanere in un'organizzazione
anche in assenza di motivazioni razionali, si basa sulla
coincidenza di assunti valoriali individuali con assunti di cui è
permeata la cultura organizzativa. Da ciò deriva che l'individuo
facilita i processi di socializzazione attivati
dall'organizzazione. La conseguenza è che l'individuo non ha
bisogno che l'organizzazione lo vigili con assiduità in quanto egli
è permeabile agli input organizzativi, li condivide, li
interiorizza e quindi si autocontrolla.
3.La cultura organizzativa. Questo meccanismo consente
all'organizzazione, mediante la condivisione di valori, credenze,
ecc., di orientare i comportamenti degli individui anche nei casi
in cui non sia possibile descrivere puntualmente le attività
richieste, utilizzando quella che potremmo definire come la logica
della coerenza organizzativa.
4.Gli avanzamenti di carriera. Il processo mediante il quale
vengono decise le promozioni all'interno dell'organizzazione
forniscono un controllo indiretto sul personale. Poiché il sistema
normalmente premia coloro che condividono maggiormente la cultura
organizzativa, con le promozioni viene sottolineato come il
successo personale non possa prescindere da una forte aderenza agli
assunti dell'organizzazione. In definitiva i concetti di
comunicazione interna, di motivazione e di sistemi di controllo - e
le reciproche interrelazioni - possono concorrere a realizzare uno
strumento originale e penetrante per poter interpretare la
complessità organizzativa in quanto, come riassunto nell'efficace
enunciato, "imparare a guardare il mondo attraverso lenti
culturalmente più sofisticate, oltre ad essere divertente, consente
di vedere e di capire di più".
4. Conclusioni
La complessità del concetto di innovazione in un'organizzazione
può spiegarsi con un paradosso: tutti gli attori organizzativi
concordano sulla necessità del cambiamento spesso senza però sapere
di cosa. Non si tratta di un atteggiamento dovuto a superficialità
se già da tempo Kurt Lewin ha affermato che non si può comprendere
un'organizzazione fin quando non si prova a cambiarla. E allora? La
risposta è concettualmente semplice. Poiché l'innovazione si
alimenta con la conoscenza, o meglio con la conoscenza creativa, di
conseguenza occorre considerare, come elemento di prioritaria
criticità, la conoscenza, intesa in tutte le sue accezioni:
valoriale, tecnica, implicita, esplicita, connessa insomma sia agli
aspetti hard che a quelli soft dell'organizzazione. E più in
particolare realizzare appositi processi e valorizzare le routine
organizzative che si occupano della sua creazione, del suo sviluppo
e della sua diffusione attraverso un evoluto sistema di
comunicazione interna. Sul piano concreto ciò però rappresenta un
problema formidabile.
Di conseguenza i manager devono innanzitutto prendere coscienza
dell'importanza strategica della conoscenza in relazione alla
stessa sopravvivenza dell'organizzazione e sposare la prospettiva
secondo la quale la capacità di sfruttamento della conoscenza
rientra negli obiettivi fondamentali da partecipare e far accettare
e condividere all'intera popolazione dell'organizzazione. Ho
tentato di sottolineare, al riguardo, come dalla creazione di tale
conoscenza, in relazione alla sua qualità e ai processi di
implementazione, può nascere l'innovazione, elemento indispensabile
per conseguire e mantenere un vantaggio competitivo. L'innovazione
quindi non può essere prodotta direttamente e pertanto i manager
possono solo cercare di realizzare delle condizioni favorevoli alla
sua creazione, vedendola non come una discontinuità ma come una
routine organizzativa.
Ciò comporta l'implementazione di specifiche practice
infraorganizzative e forme interorganizzative in grado di generare
e di gestire permanentemente progetti di innovazione, prodotti
principalmente da flussi collaborativi che si sviluppano
all'interno di un'organizzazione o, addirittura, tra organizzazioni
distinte. Da ciò discende quella che è la vera sfida
dell'innovazione: il suo perpetuarsi. E per affrontarla sono state
elaborate numerose ricette organizzative tra le quali - basandomi
su un recente importante saggio(7) - vorrei ricordare le
seguenti:
- progettare cambiamenti di lungo termine relativamente alla
cultura organizzativa e al comportamento individuale;
- progettare, implementare e revisionare l'infrastruttura cognitiva
dell'azienda, compresi gli archivi, i knowledgebase, le reti
personali e informatiche legate alla conoscenza, i centri di
ricerca e la struttura organizzativa orientata all'impiego di
conoscenza;
- gestire con la massima cura i rapporti con i fornitori esterni di
informazioni e conoscenza;
- favorire ogni input critico al processo di comunicazione
interna;
- progettare e implementare l'approccio alla codificazione della
conoscenza;
- misurare e gestire il valore della conoscenza, anche attraverso
analisi finanziarie: se l'organizzazione non ha una percezione del
valore della conoscenza e della sua gestione, tale funzione è
destinata ad avere breve vita;
- gestire i manager della conoscenza, garantendo loro un senso di
appartenenza a una comunità, fissando degli standard e regolando i
percorsi di carriera;
- guidare lo sviluppo della strategia della conoscenza, impegnando
le risorse dell'azienda verso il tipo di conoscenza ritenuto più
utile.
Con riferimento al capitale umano - per usare un'espressione ormai
di moda - si deve osservare che gli individui creano valore
trasformando dati e informazioni in conoscenza. I manager devono
svolgere una parte in questo processo, incoraggiando ogni
dipendente a considerare la gestione della conoscenza come una
parte del proprio lavoro.
Tutti hanno bisogno di creare, condividere, reperire e impiegare
conoscenza nello svolgimento delle routine quotidiane. Da questo
punto di vista, il knowledge management deve diventare parte del
lavoro di tutti. D'altronde deve comprendersi che la gestione della
conoscenza all'interno di un'organizzazione non raggiunge i propri
obiettivi qualora sia limitata alle responsabilità di un ristretto
gruppo di persone. Inoltre c'è un'ulteriore considerazione.
L'accrescimento di know how, oltre a tradursi in un valore
economico - determinato dalla realizzazione di prodotti/servizi e
processi nuovi o più evoluti - consiste anche in un flusso di
conoscenza che favorisce il legame tra coloro che in qualche modo
ne sono toccati, e cioè il senso di appartenenza e lo spirito di
gruppo. Ed è per questo che fin dalle assunzioni, i colloqui e i
processi di selezione devono essere utilizzati per riconoscere
individui intelligenti, intellettualmente curiosi e orientati alla
ricerca della conoscenza e per accertare il loro atteggiamento nei
confronti dell'apprendimento.
Abbiamo sopra accennato che l'innovazione - sul piano operativo
- incontra seri e numerosi ostacoli che, per grandi linee, sono
riconducibili a tre ordini di motivi: istituzionali, culturali e
organizzativi. Le difficoltà di natura istituzionale sono
intuitivamente legate ai vincoli di natura normativa, finanziaria,
ecc. che costituiscono una sorta di gabbia in cui lo spirito
innovativo rischia di rimanere soffocato.
Quelle legate alla cultura, invece, sono connesse ai valori
specifici che impregnano ogni organizzazione e che pertanto possono
frapporsi rigidamente ai valori sottesi all'innovazione. Le ultime
difficoltà, connesse all'organizzazione, riguardano soprattutto
le
barriere dei vari comparti organizzativi che, se rigidi, possono
limitare o addirittura impedire la realizzazione di quella
collaborazione che, come abbiamo visto, costituisce un prerequisito
dell'innovazione continua. A queste barriere si può rispondere in
vari modi. Uno di questi, nelle pagine che precedono, è stato
individuato nella motivazione ritenuta in grado di contribuire alla
quantità e qualità dei flussi comunicativi ovvero del trasferimento
della conoscenza. In conclusione il ruolo che gioca l'innovazione
nella vita delle organizzazioni è quello di essere il principale
fattore di creazione di efficienza e di efficacia.
Ed è opinione diffusa che i margini di miglioramento riferiti
alle sue modalità di creazione e di impiego sono ancora
incredibilmente elevati! Si tratta allora di superare i modelli
mentali che nel passato si basavano sul concetto del fare tesoro
delle cose apprese. Occorre enfatizzare la motivazione ad
apprendere intervenendo soprattutto sullo stile di leadership per
creare un ambiente favorevole al coinvolgimento e per ribaltare
atteggiamenti non positivi verso il nuovo. I leader, quindi, alle
loro tradizionali caratteristiche devono aggiungere la capacità di
essere progettisti, docenti e amministratori di processi di
cambiamento. Una sfida che contribuirà a rendere visibili, da un
lato, le effettive qualità e le capacità di molti dirigenti e,
dall'altro, chi - per eccessiva prudenza, per timore di rimettersi
in gioco o per altre ragioni - continua a tenere premuto il pedale
del freno…
(*) - Tenente Colonnello dell'Arma dei Carabinieri addetto alla
Commissione parlamentare d'inchiesta sull'affare
"Telekom-Siberia".
(1) - Cfr.: K. E. WEICK, The social psychology of organizing,
Reading, MA: Addison-Wesley, 1969 e
Sensemaking in organization, Thousand, Oaks: Sage, 1995.
(2) - M. POLANYI, The tacit dimension, Routledge and Kegan Paul,
London, 1966.
(3) - I. NONAKA, h. TAKEUCHI, Creare le dinamiche dell'innovazione,
Guerini e associati, 1997, pag. 115.
(4) - La base teorica di questo approccio è quello della
razionalità limitata introdotta da H. A. SIMON nella metà del
secolo scorso. Tra i numerosi suoi scritti segnalo Models of
discovery and other topics, in The metod of science, Dordrecht,
Reidel 1977.
(5) - Cfr.: R.E. MILES, C.C. SNOW, G. MILES, Future.org, in
SVILUPPO & ORGANIZZAZIONE, n. 184, marzo-aprile 2002, Edizioni
Este, pag. 71 e ss.
(6) - Cfr.: J. PFEFFER, New directions for organizational theory:
problems and prospects, Oxford: Oxford University Press, 1997 e: J.
C. PICKEN - G. DESS, Out of strategic control, Organizational
dynamics summer, pagg. 35 - 48, 1997.
(7) - T.H. DAVENPORT - L. PRUSAK, Il sapere al lavoro. Come le
aziende possono generare, codificare e trasferire conoscenza, Etas,
2000. |