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RIVISTA DEI CARABINIERI
REALI
Anno I -
n. 1 - novembre-dicembre 1934
La
funzione disciplinare nell'Arma
Una delle
questioni che, ancor oggi, dopo oltre un secolo di esistenza
dell'Arma, appassiona i colleghi che con attenzione ed amore
seguono i problemi più vitali che riflettono la nostra istituzione,
è certamente, quella riguardante la funzione disciplinare dei
singoli comandi in dipendenza del nostro caratteristico
ordinamento. Ciò prova come, a malgrado di ogni buona volontà e
nonostante gli autorevoli ammaestramenti dei più esperti ufficiali,
il difficile terreno non possa ancora dirsi interamente
appianato.
Anzi, la
diversità delle singole opinioni, il conseguente mutare
d'indirizzo, le inconciliabili antitesi fra l'indulgenza e la
inflessibilità, la variabilissima gamma delle impressioni
soggettive dei singoli comandanti, fanno sì che, ancor oggi, si
perpetuino, se pur molto attenuati, gli stessi pregiudizi, le
medesime preoccupazioni, le analoghe incertezze di ieri come di
decenni addietro e si presenti tuttora ardua e fallace questa
delicatissima materia che pur rappresenta per ogni compagine
militare, e per l'Arma in ispecie, un elemento così essenziale di
vita.
Senza dilungarmi nelle tante dissertazioni che si sono fatte al
riguardo, io ritengo che la causa determinante di tale stato di
cose non deve essere ricercata in questo od in quel diverso
indirizzo disciplinare, ovvero nell'una anziché nell'altra teoria
sulla ricerca delle responsabilità, quanto piuttosto nella
procedura alla quale, per necessità di cose, siamo vincolati quando
vogliamo renderci conto dell'azione dei nostri dipendenti su tutto
ciò che ha attinenza con la disciplina.
Dico, cioè, che
il problema va riguardato più sotto l'aspetto della forma e dello
spirito mutevoli entrambi a seconda degli uomini, dei valori etici
in giuoco, delle contingenze, ecc. che sotto quello della sostanza.
L'uniformità di metodo e di misura che taluni valorosissimi
colleghi pur sostengono con argomentazioni indubbiamente brillanti,
se appare logica in via teorica, non mi ha mai troppo convinto,
invece, nella sua traduzione pratica.
La disciplina come l'affiatamento, la coesione, il rendimento, ecc.
di un reparto, non credo possa dipendere dall'«uniformità» di
misura nei mezzi a disposizione dei comandanti, ma piuttosto dal
modo come tali mezzi sono applicati: si tratta, in altre parole, di
«stile» più che di «regola».
Del resto, per intendere quale profonda influenza possano, in
questo campo, esercitare differenti sistemi, basta vedere con
quanta maggiore semplicità si svolge l'andamento disciplinare negli
altri corpi dell'esercito e confrontarlo con la complessa e
preoccupata ricerca con cui, in troppi nostri comandi ancora, si
fruga e si inquisisce anche su quisquilie di pochissimo
rilievo.
Tale stato di
cose non può esser fatto risalire come da taluni si crede ad un più
elevato concetto della disciplina o ad una particolare tendenza a
più meticoloso lavoro di indagine tutto proprio del nostro abito
professionale. Deve di ciò ritenersi, invece, causa preponderante,
il modo come spesso si effettua l'intervento gerarchico degli
organi cui spetta la revisione delle punizioni inflitte (questione,
quindi, di forma), i quali organi, preoccupati dall'immancabile
sindacato dei comandi superiori, operano il più delle volte con la
prevenzione di non doversi poi trovare in contrasto con le vedute
ed il giudizio di chi è più in alto e di non mostrare il fianco ad
osservazioni e rilievi.
Donde un'analisi meticolosa, quanto assai spesso superflua, della
concatenazione fra causa ed effetto per la ricerca di
responsabilità riflesse che il più delle volte esistono solo in
tesi astratta, ma che, con artificiose argomentazioni, si fanno
discendere al caso singolo pur di dare ai giudici più elevati in
grado, la sensazione di una scrupolosità e di una perspicacia
particolari, quando addirittura non è in giuoco tutta una
architettura di sottigliezze per disperdere o attenuare
responsabilità personali che magari non sussistono nemmeno.
Con ciò non
voglio giungere alla conclusione di dover invocare nuove norme od
istruzioni, come se mancassero sane e precise direttive in
proposito (basterebbe citare la luminosa nota preliminare al nostro
«Regolamento generale» per interrompere ogni ulteriore commento al
riguardo) quanto piuttosto di manifestare la mia convinzione sulla
necessità di insistere nel pretendere ed ottenere un più reale
riconoscimento di quella bene intesa autonomia di governo
disciplinare che, secondo le note competenze regolamentari, è
attribuita ai singoli comandanti di reparto specialmente se
comandanti di corpo i quali ultimi poi, indubbiamente, posseggono
gli elementi necessari e sufficienti per giudicare con serena
obbiettività anche le più delicate situazioni.
Non basta,
cioè, che nelle più alte sfere della gerarchia questo principio sia
apertamente inteso e largamente applicato, ma è indispensabile che
esso si trasfonda con i suoi benefici effetti in tutti noi, fino a
vincere, anche con efficace azione diretta, le resistenze passive e
le riluttanze di coloro che per pigrizia spirituale o per esagerato
attaccamento ad un vieto tradizionalismo tanto superato, continuano
a battere la vecchia carreggiata.
Ammesso e riconosciuto ormai che il comandante di corpo possa in
particolare infliggere o convalidare, per l'identica mancanza
commessa da diversi militari in diverse circostanze, una semplice
consegna in caserma come 5 o più giorni di prigione, senza
incappare in richieste di spiegazioni con relative censure e
sentirsi magari modificare il suo giudizio, tale principio non può
non essere ragionevolmente esteso, con largo spirito di
comprensione, anche ai comandi di ufficiale di grado inferiore,
che, nell'Arma, hanno tutte le caratteristiche dei comandanti di
distaccamento.
Solo, infatti, chi conosce direttamente uomini e cose può al
momento opportuno essere indulgente o restringere i freni, e non
chi, esaminando a distanza di tempo e di luogo una dizione di
mancanza, deve poi giudicare su impressioni esclusivamente
soggettive o su elementi di raffronto che nulla, o troppo poco,
possono dire della personalità psicologica, volitiva, etica ed
intellettuale di chi ha mancato o delle influenze od anche delle
circostanze che hanno accompagnata l'avvenuta infrazione.
Insisto su
queste argomentazioni non per mettere in dubbio o per negare la
doverosa, ed anzi, molto spesso necessaria, azione di controllo da
parte dei comandi via via più elevati, ma soltanto per esprimere il
mio convincimento che essa può e deve esplicarsi in altre e più
proficue sedi, come per esempio: nel corso delle ispezioni e delle
visite; nell'esame di reclami; in presenza di particolari fenomeni
disciplinari o di situazioni anormali, ecc. In altri termini, la
trasmissione giornaliera periodica di specchi o di prospetti che
indichino, come i grafici di un barografo, l'andamento disciplinare
di un reparto, non deve servire a meno che si tratti di gravi o di
troppo stridenti anomalie per una stillazione minuta di questa o di
quella mancanza o per ragguagli di misura nelle punizioni inflitte
- esercizio sterile quanto pericoloso per il prestigio del
comandante che ne subisce spesso le inevitabili conseguenze - bensì
per avere la sensazione complessiva di ciò che avviene in questo
settore delicatissimo dell'azione di comando e correggere in tempo
un indirizzo errato, una maniera troppo forte, una insufficienza di
energia, una rilassatezza di freni e così via.
Né si obbietti che in tal guisa si finirebbe col nuocere alla
unicità di indirizzo o di misura perché a prescindere dal fatto che
ciò non è sempre necessario, tanto che perfino in diritto penale
oggi si ammette una differenza di pena in rapporto alla diversa
personalità del criminale tale unicità, se convincente in via
teorica, non mi sembra, come più sopra ho accennato, raggiungibile,
poi, al caso pratico.
Esaminiamo ora
la questione in particolare. Un colonnello comandante di corpo, che
in ogni caso ha più di 25 anni di servizio e che ha raggiunto il
suo grado attraverso una selezione sempre più rigorosa, possiede
indubbiamente una somma di esperienze tali da doverglisi
riconoscere senz'altro la facoltà di essere giudice competente in
sede disciplinare, tanto più che le norme del regolamento di
disciplina e di quello generale per l'Arma, la facoltà del reclamo
degli inferiori e l'applicazione obbligatoria di determinati
provvedimenti di stato esplicitamente previsti dei casi più gravi,
costituiscono già di per se stessi una guida, oltre che uno stimolo
od una remora, ad essere in questa funzione cauti e sereni, come la
sua delicatezza particolarmente impone.
Quando i comandanti di corpo avranno definitivamente raggiunta la
certezza di questa specifica loro competenza, un primo grandissimo
passo potrà dirsi compiuto.
Ma a costo di
cadere in una ripetizione, vorrei poter tutti convincere che
indubbiamente ci si fermerebbe a questo primo passo, col pericolo
di ricadere nel medesimo errore, e forse anche accentuato se il
medesimo riconoscimento si arrestasse ai soli piani più elevati
della gerarchia. È assolutamente necessario, invece, che lo stesso
stato di tranquillità e di sicurezza discenda razionalmente e
gradatamente su tutti gli organi sottoposti in ragione diretta
della loro importanza e del rispettivo grado, in modo che ciascuno,
nella sua sfera d'azione e con il timone della propria navicella
più sciolto, possa incedere con maggiore libertà fra gli scogli di
questo mare sempre un po' insidioso.
Oggi, poi, che tutto il sistema punitivo tende sempre più ad una
rieducazione ed elevazione dei fattori essenzialmente morali del
militare, tanto che le conseguenze materiali delle punizioni
possono essere alleviate o addirittura soppresse quando non se ne
ravvisi più la necessità, oggi tale nuovo orientamento appare anche
più agevole e più logico, perchè il comandante che punisce,
convinto di dare ai suoi provvedimenti il voluto carattere
rieducativo, avrà sempre più chiara la visione del modo di
adeguarli, caso per caso, alla sensibilità ed all'indole del
dipendente che deve ricondurre sulla smarrita strada.
Né deve sorgere
il timore che una più sollecita e più estesa attuazione dei
sistema, già del resto tracciato dalle direttive in vigore, possa
condurre ad alterazioni non prontamente riparabili: i mezzi di
trasporto più veloci e più pronti ormai a disposizione di tutti gli
ufficiali dell'Arma rendono invero possibili frequentissimi
contatti con i propri dipendenti anche se disseminati in vasto
territorio, talché, pur senza dover chiedere la consultazione di
pratiche o di altri documenti, ci si potrà sempre render conto del
modo come la disciplina è amministrata, poiché agli occhi attenti
di un esperto comandante bastano pochi elementi raccolti sul posto
per capire come stanno le cose e provvedere o correggere in
conseguenza.
Si svilupperà così, in armonia coi nuovi tempi, l'auspicato
spirito, più sereno e più alacre che deve dare a ciascuno di noi le
vere e profonde soddisfazioni della vita militare, quelle
soddisfazioni cioè che provengono dalla fiducia e dalla stima di
chi sta più in alto e dall'affetto e dalla comprensione di coloro
che sono affidati alle nostre cure ed alla nostra
guida. |