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1. La prevenzione: intimidazione o
persuasione?
L'Arma è da sempre molto impegnata nel dare
maggiore valorizzazione operativa ai metodi non conflittuali di
gestione dei conflitti. Si pensi alla funzione di mediatore del
maresciallo comandante di stazione; si pensi alle missioni di pace
nella ex Jugoslavia. Così "intervento" non significa più solo
"repressione" e, parimenti, "prevenzione" non significa solo
"dissuasione mediante esibizione di forza o intimidazione": si sta
facendo sempre più strada l'idea che, nel "fare polizia", anche
"persuasione e convincimento" possano portare a risultati
altrettanto validi quanto quelli tradizionali: i carabinieri di
quartiere dovranno essere dei maestri in questo modo di porgersi
verso i cittadini.
Per "metodi non conflittuali" di gestione
dei conflitti in generale si intende far riferimento a:
-
negoziazione:
in cui le parti, da sole ed attraverso il dialogo diretto, mirano a
soddisfare le rispettive esigenze (lecite, serie e costruttive) e
pongono fine al "loro" conflitto mediante un accordo efficiente.
Con tale termine si definisce quel tipo di accordo capace di
affrontare le due componenti di qualsiasi conflitto: il rapporto
interpersonale tra le parti compresa la collettività ed il problema
oggettivo soddisfacendo i veri bisogni di fondo;
-
mediazione/conciliazione: in cui le parti, partendo dai principi e
dalle tecniche di cui sopra, negoziano e raggiungono il "loro"
accordo mediante la facilitazione operata da un terzo imparziale
autorevole ma non autoritario.
Il patrimonio concettuale appena indicato costituisce la base
della cultura negoziale. Esso non ha niente a che fare con i
principi tradizionali (in quanto incapaci di partorire accordi
realmente affidabili) quali la transazione (così come prevista dal
nostro codice) la quale, in quanto basata sulle reciproche
concessioni, ingenera spesso ripensamenti successivi o la
imposizione (ordini, sentenze, lodi arbitrali ...) la quale
ingenera desiderio di vendetta "contro il nemico" (la controparte,
le forze dell'ordine ...).
In entrambi questi due approcci "tradizionali" il tasso di
attendibilità e quindi della efficacia della soluzione è piuttosto
basso poiché le parti tendono a non collaborare nella esecuzione
dell'accordo per mancanza di interesse.
Quest'ultimo originale profilo sarà l'oggetto principale del
presente articolo basato su una ovvia considerazione: è socialmente
necessario e conveniente individuare ed affrontare i sintomi del
conflitto così come percepiti dalle parti prima che esse lo portino
alla sua esteriorizzazione violenta. Un esempio di base per tale
forma di mediazione preventiva è dato dal rilancio che si dovrà
dare alla "Bonaria composizione dei dissidi privati": si potranno
ottenere importanti risultati quando i principi NEG-MED entreranno
in misura adeguata nei programmi di formazione dei sottufficiali
(mediazione di quartiere) e degli ufficiali (situazioni di crisi,
disordini di piazza o allo stadio, missioni di pace all'estero).
Nella pratica quotidiana potrebbe essere utile un vademecum su come
in concreto l'Ufficiale dell'Arma. possa favorire l'accordo tra le
parti nei casi di litigiosità di basso allarme sociale (coniugi che
litigano, automobilisti che si azzuffano dopo uno scontro,
complimenti irriguardosi alla ragazza accompagnata dal fidanzato,
vicini di casa troppo rumorosi o troppo "innaffiatori" ...). Tale
azione di facilitazione dell'accordo altrui è più complessa di
quanto abitualmente si pensi poiché le sole doti naturali,
necessarie ma non sufficienti, quali l'istinto, il buon senso o
l'esperienza potrebbero far partorire all'Ufficiale o sottufficiale
CC consigli persino dannosi se non sorretti da criteri scientifici
di riferimento (es. soluzioni troppo ovvie, troppo atecniche,
troppo scontate). La stessa differenza tra soluzione giusta (scopo
del processo secondo criteri astratti e generali) e soluzione
adatta (scopo della conciliazione secondo criteri concreti e
specifici, nel rispetto comunque delle norme) è un patrimonio
culturale che si acquisisce lentamente sia attraverso lo studio dei
principi scientifici sia attraverso la pratica quotidiana. Si
precisa che con il termine "scientifico" si intende partire dal suo
significato tradizionale ("riproducibilità in laboratorio") per
arrivare ad adattarlo alla gestione non conflittuale dei conflitti.
In altri termini è stato accertato che per un negoziatore
professionale, compatibilmente con la varietà della natura umana,
il comportamento del soggetto con cui egli negozia è prevedibile in
circa tre quarti dei casi.
Tornando alla funzione del Carabiniere terzo imparziale nella
Bonaria Composizione ed alla opportunità di inserirla nei programmi
formativi, emblematicamente il regio legislatore del 1931 ebbe a
collocarla all'art. 1 del T.U. delle leggi di Pubblica Sicurezza.
Tra l'altro il recupero e la valorizzazione di tale procedura
trovano oggi una nuova e moderna giustificazione istituzionale in
quanto essa rientra nell'alveo di come concretizzare il concetto
base di Polizia di prossimità e del Carabiniere di Quartiere.
Questa forma di "prevenzione" basata sulla persuasione
offrirebbe di per sé una grande varietà di vantaggi per tutti: per
i cittadini coinvolti, per il Carabiniere negoziatore o mediatore,
per l'immagine dell'Arma e per la sua operatività (attraverso tale
rapida chiusura del caso), per la gente comune non direttamente
toccata dal "dissidio privato" a tutto vantaggio quindi anche della
pace sociale nel suo complesso. Infatti l'applicazione concreta
dell'art. 1 del T.U.L.P.S., quale forma più semplice e più diffusa
tra i metodi di conciliazione, potrà far raggiungere quattro
obiettivi concreti:
-
inculcare
nella gente l'idea che le stazioni ed i comandi dei Carabinieri
siano un luogo di incontro dove ricevere e dare informazioni sul
controllo e sulle necessità del proprio quartiere ora verificate
sul campo dai carabinieri di quartiere;
-
creare un
punto di raccordo (informale o anche formale) con l'attività
giudiziaria tenendo conto anche della attuale attenzione del
parlamento sulla conciliazione preprocessuale;
-
determinare
delle economie di scala nella gestione del personale dell'Arma che
favorirebbe il progressivo utilizzo a tempo pieno del "nuovo"
servizio;
-
creare nuove
possibilità di lavoro per giovani volontari prendendo esempio dallo
Stato Francese che in Aprile ha "assunto" 50.000 volontari
impegnati da tempo quali mediatori di quartiere.
2. Crescita della domanda di corsi di formazione in tema
NEG-MED
Probabilmente una delle cause dello scarso
rendimento della mediazione in Italia è data dalla frettolosa
conclusione, cui pervengono usualmente avvocati e magistrati,
secondo cui essa "non funziona". La risposta va ricercata, visto
che nel resto del mondo "funziona", non tanto nei principi (veri)
di tale procedura, quanto nella preparazione (sugli stessi) dei
conciliatori che operano in Italia - nei settori più disparati -
per facilitare l'accordo finale delle parti in conflitto.
Contrariamente a quanto si crede,
accordarsi è cosa diversa dal vincere: infatti se si "vincesse" in
un accordo, ciò significherebbe rovinare i rapporti con
l'interlocutore creando un nuovo conflitto.
In realtà i principi NEG-MED hanno
fondamenti (scientifici) del tutto autonomi che marginalmente
toccano talune altre scienze; il diritto in tale contesto svolge un
ruolo marginale limitato agli aspetti formali poiché i suoi
principi non insegnano tanto "come si fa" quanto "come non si deve
fare" un accordo (se si vuol dare ad esso la veste
contrattuale).
Il facilitatore terzo imparziale per
preparare la base dell'accordo efficiente infatti dovrà
preoccuparsi di soddisfare proprio gli interessi (sia di relazione
che di merito).
In altri termini c'è da chiedersi quindi
cosa si sia fatto finora in Italia per operativamente "far
funzionare la mediazione" visto che in linea di principio tutti
sono d'accordo sui suoi vantaggi diretti per le parti ed indiretti
per la collettività.
Sotto il profilo culturale, in questo
panorama complessivo piuttosto piatto in tema di formazione su
NEG-MED, il Ministero dell'Interno nella sua Scuola Superiore
dell'Amministrazione dell'Interno infatti indice annualmente un
master che prevede la partecipazione a tempo pieno per una
settimana al mese per oltre settanta persone appartenenti sia alla
carriera prefettizia sia a tutte le Forze di Polizia. Anche la
Scuola di Perfezionamento Interforze di Polizia ha immesso una
giornata sul tema in tutti i suoi corsi.
Questa lodevole curiosità culturale ora
trova nuova giustificazione anche nel fatto che il Prefetto, con
l'ultima riforma del sistema che lo ha qualificato rappresentante
provinciale di tutti i ministri e non più del solo Ministro
dell'Interno (v. Uffici territoriali del Governo), è formalmente
definito "mediatore dei conflitti sociali" e quindi sarà suo
compito operativo anche divenire l'organizzatore della sopra citata
Bonaria Composizione che ne costituisce la manifestazione di base.
Anzi verrebbe logico pensare ad una strutturazione istituzionale
della mediazione accentrata nel Ministero per la standardizzazione
della procedura.
Nel consequenziale sviluppo della
mediazione nelle Scuole dell'Arma si darebbe luogo ad un prodotto
formativo che sarebbe utile soprattutto nei casi di gravi conflitti
perturbatori dell'ordine pubblico che sono fenomeni molto più
complessi rispetto ai casi affrontabili attraverso la "Bonaria
Composizione" di cui si è parlato finora. In quest'ultimi
l'Ufficiale dei CC è terzo imparziale.
Invece nei casi di grave (minaccia di)
turbativa dell'ordine pubblico la particolare complessità deriva da
due circostanze:
-
l'Arma è
parte diretta del conflitto o, auspicabilmente, del potenziale
conflitto;
-
i Carabinieri
sono chiamati a negoziare con interlocutori particolarmente
difficili che spesso si propongono e traggono soddisfazione
esclusivamente dalla distruzione dei beni (se non delle persone)
dei "propri avversari".
Il teorema che si intende affrontare qui di seguito si basa sul
principio "più è difficile l'interlocutore/i, più è conveniente per
i Carabinieri negoziare per quattro scopi:
-
per arrivare
pacificamente alla soluzione soddisfacente per tutti;
-
per
minimizzare i rischi per chiunque;
-
per
facilitare l'eventuale l'intervento "di forza";
-
per ri-creare
i presupposti per il mantenimento della pace
sociale.
3. La presunta inconciliabilità tra metodi negoziali e metodi
repressivi
Spesso si sente dire che tra la gente (come
del resto anche all'interno di ciascuno di noi) sia normale
individuare una parte "colomba" ed una "falco", una parte
progressista ed una conservatrice dando luogo a quei due partiti
"naturali" che propendono "geneticamente" o per il dialogo o per
l'intervento di forza. Tale semplificazione risulta doppiamente
pericolosa qualora tali strategie istintive siano utilizzate anche
in tema di gestione dell'ordine pubblico poiché tendono ad
estremizzarne solo i difetti. Tale dicotomia, così drasticamente
concepita, infatti potrebbe portare ad assimilare gli Ufficiali
dell'Arma propensi al dialogo come persone deboli, incerte, votate
al compromesso, inclini alle mezze verità, disposte ad accettare
soluzioni parziali e mai impopolari.
Di converso, quelli propensi all'intervento
di forza sarebbero dei decisionisti, strateghi sopraffini, capaci
di piegare gli oppositori con la forza scaturente dalla
consapevolezza di combattere per una causa giusta, pronti ad
affrontare anche la impopolarità pur di tutelare la vita ed i beni
della gente indifesa.
In realtà si cercherà di dimostrare in
questo paragrafo come invece il coordinamento integrato di tali due
strategie possa dare risultati più efficienti e più efficaci, come
già detto, rispetto alla somma dei due tipi di interventi
isolatamente presi e che, quindi, le abituali istintive conclusioni
sopra indicate, in tema di mantenimento dell'ordine pubblico, siano
errate due volte:
-
una prima
volta nel senso che non è vero né che i negoziatori debbano essere
ritenuti dei deboli che fanno perdere tempo a chi ricerca "in
concreto" la soluzione che ristabilisca l'ordine;
-
una seconda
volta nel senso che non è vero che esista tra queste due strategie
una contrapposizione funzionale ma al contrario va individuata una
complementarietà dei due tipi di intervento che aumentano ciascuno
la propria efficacia proprio dalla integrazione con l'altro verso
lo scopo comune.
Anche a fini esemplificativi, sarà utile portare il discorso
subito sul terreno più delicato che è quello del coordinamento tra
il GIS e la squadra dei negoziatori.
In uno scenario di riferimento quale la rapina in banca fallita
che si trasforma in un sequestro di persona in danno dei dipendenti
e dei clienti della banca stessa la complementarietà dei due metodi
di intervento fa sì che la squadra di negoziatori si sente dotata
di maggiore potere sapendo che dei loro colleghi pronti per
l'assalto sono nascosti dietro l'angolo e, nel contempo, la squadra
di intervento speciale si sente meno stressata sapendo che sarà
chiamata solo come ultima risorsa in quanto dei loro colleghi
specialisti stanno facendo di tutto per facilitare una soluzione
pacifica del conflitto.
Concetti similari possono trovare attuazione anche in casi di
maggiore clamore e complessità quali la guerriglia urbana,
sequestri di persona in luoghi segreti, sommosse agli stadi di
calcio, minacce di suicidio, barricate nelle scuole, nelle
università o nelle carceri per arrivare anche alla loro
applicazione in campo diplomatico e militare in caso di minaccia di
conflitto bellico tra nazioni (v. ora la missione di peace keeping
nella ex Jugoslavia).
Purtroppo la casistica recente dimostra come non tanto il numero
degli incidenti di questo tipo sia preoccupante, quanto la
specifica violenza che può scoppiare in fattispecie del genere
quando il coinvolgimento emotivo e collettivo faccia perdere il
controllo di sé quale individuo (effetto branco della folla
indistinta nei disordini di piazza).
4. Due esempi concreti di approccio negoziale di tipo integrativo
nella tutela dell'ordine pubblico in sinergia con l'approccio
repressivo: disordini in piazza ed allo stadio
Sopra si accennava alle due eterni componenti di qualsiasi
conflitto (rapporto interpersonale e problema oggettivo): ora
appare necessario aggiungere che, soprattutto in un tema molto
delicato quale è la tutela dell'ordine pubblico, tali due
componenti vanno sempre gestite separatamente per facilitare la
soluzione accettabile per entrambe le parti.
In altri termini i Carabinieri, nel negoziare con interlocutori
molto difficili (non essendo possibile selezionare in anticipo con
chi negoziare ...), devono evitare la trappola della provocazione
confondendo istintivamente il tipo delle persone "interlocutrici"
con il problema da risolvere (il c.d. "processo di identificazione"
secondo la quale qualsiasi dichiarazione dell'interlocutore viene
interpretata come un attacco personale): in altri termini è
possibile ed è opportuno negoziare quando il problema è costituito
proprio dalle persone? Si negozia anche con i casseurs e con gli
ultràs? E se la risposta è positiva, quali comportamenti deve
tenere l'ufficiale dei Carabinieri e quando metterli in atto?
Come sopra già accennato quindi, un criterio di riferimento
specifico per l'Arma (mirato ad applicare strategicamente la
sinergia tra negoziazione e repressione) potrebbe essere quello di
separare le persone che vogliono realmente manifestare il dissenso
(facendo in modo di favorire tale esteriorizzazione civile in
luoghi controllabili) dal problema costituito dalle persone che
vogliono la distruzione di cose pubbliche e private (mirando a
ridurne il numero ed isolandole rispetto alla folla indistinta). In
altri termini si intende dire che, per indurre a negoziare nel
merito chi sia propenso al dissenso civile, in genere risulta
opportuno creare un sistema premiante ed attraente proprio per
costoro. Nel contempo va creato pure un sistema isolante sia per
proteggere quest'ultimi (auspicabilmente la maggioranza) sia per
individuare più facilmente chi non voglia affatto negoziare ed
abbia solo propositivi distruttivi (la minoranza). In tal modo
l'utilizzo del sistema repressivo sarebbe visto come ulteriormente
giustificato dalla collettività (che percepirebbe lo scopo di
tutela derivante da tale intervento) e creerebbe consenso sui
Carabinieri "costretti a tale ultima mossa".
1° es.: la prevenzione negoziata delle sommosse in piazza
Come primo esempio concreto sulla applicazione successiva dei
tre sistemi (separante, premiante e punitivo) sulla strategia
negoziale per prevenire le sommosse, la guerriglia urbana o le
barricate nelle carceri si potrebbe pensare a facilitare la
protesta civile in un luogo delimitato (sarebbe da studiare caso
per caso se lasciare delle vie di fuga in caso di cambiamento di
atteggiamento dei dimostranti da pacifico in distruttivo) che
accolga la (auspicata) maggioranza dei dimostranti ed organizzare
la repressione contro la minoranza che non vuol "negoziare" ma solo
distruggere. In pratica un percorso standard potrebbe essere
sostituire al corteo un comizio e quindi:
-
concordare e chiarire con adeguato
anticipo lo scopo (lecito) della protesta e favorire di conseguenza
i motivi apparenti o vantati dal comitato promotore (es. creare un
palco dentro uno stadio o altro spazio delimitato di cui sia
agevole mantenerne il controllo anche all'ingresso ed invitare i
mass media a diffondere le ragioni della protesta per aumentare la
visibilità della "protesta");
-
isolare in tal modo dentro lo
stadio le persone disposte a tenere i comportamenti concordati con
i promotori con l'intesa di porre fine alla visibilità a mezzo
stampa e TV in caso di non rispetto dei patti (essendo i varchi
controllati, chi rimane fuori lo stadio e fuori controllo
chiarifica le proprie intenzioni distruttive);
-
provvedere in via tradizionale
alla repressione delle devianze con il vantaggio di bloccare alla
radice la creazione di alibi artificiosi, di restringere il numero
delle persone da fronteggiare, di proteggere chi vuole "negoziare"
all'interno dello stadio, di tutelare la comunità più agevolmente,
di favorire i motivi "proclamati" della manifestazione dando loro
speciale visibilità, di prevenire i "fuori
programma".
Un'altra delle applicazioni
classiche del "separare le persone dal problema" nella negoziazione
sta nel non effettuare mai una concessione nella speranza che
l'interlocutore si accontenti e per questo mantenga buono il
rapporto: è proprio vero il contrario nel senso che quest'ultimo si
convincerà del proprio potere e proverà a dare "un altro morso alla
mela" (v. lo scoppio della seconda guerra mondiale dovuta ad una
"gentilezza" di Chamberlain ad ...Hitler).
2° es.: la prevenzione negoziata dei disordini nel calcio
Un secondo esempio sui vantaggi strategici derivanti dalla
sinergia tra negoziazione e repressione potrebbe riguardare la
tutela dell'ordine pubblico nel calcio fuori e dentro gli stadi.
Infatti sottostare a ricatti di tipo morale del tipo "o ci date i
biglietti (anche del treno) o scassiamo tutto" oppure "se volete
continuare ad avere rapporti con noi ultràs per la organizzazione
del tifo siamo noi a stabilire che ...". Come sopra detto, questo
modo di negoziare significherebbe intrecciare il rapporto personale
con il problema oggettivo e convincere gli ultràs stessi ad essere
ancora più aggressivi e più pretenziosi. Cominciando con delle
affermazioni di tipo assertivo sugli scopi "dichiarati" da
perseguire che interessano la maggioranza dei tifosi (facilitare la
possibilità di seguire la squadra in trasferta, fare tifo
organizzato, allargare il numero dei tifosi sostenitori…) si
dovrebbe cercare in modo concertato di creare un sistema premiante
per chi vuole perseguire gli scopi concordati sopracitati ed uno
punitivo che appaia auspicabile anche per la maggioranza dei tifosi
che desiderano effettivamente fare "solo" il tifo.
Utilizzando i soliti criteri già esposti, potrebbe essere utile
creare, con largo anticipo rispetto all'inizio del campionato di
calcio, una grande convenzione cui far partecipare ministero
dell'economia, associazioni dei tifosi, dei calciatori, degli
arbitri, gestori dello stadio, federazione gioco calcio, società
e/o lega, forze di polizia, ferrovie dello stato, emittenti
pubbliche e private e tutti gli altri enti più o meno direttamente
coinvolti con la buona riuscita dello spettacolo calcistico.
Il sistema premiante capace di interessare gli spettatori
"normali" potrebbe funzionare sulla base del Bonus-Malus delle
assicurazioni: ogni tot partite senza alcun incidente, sia in casa
sia in trasferta, viene concessa una riduzione sul prezzo del
biglietto da porre quale bonus a carico dell'erario.
Settimanalmente le emittenti effettuerebbero una "finestra" sul
grado di civiltà delle varie tifoserie e su quello di dannosità al
patrimonio ed alle persone delle squadre avversarie. Questa
"finestra" sul tasso di civiltà dovrebbe avere anche una azione di
sensibilizzazione positiva sui tifosi e negativa sugli ultràs
incivili.
Qualora si scoprissero degli "infiltrati traditori" intenzionati
a provocare incidenti per danneggiare la immagine della squadra
avversaria, gli effetti negativi, raddoppiati, si attuerebbero
sulla loro squadra di provenienza.
Il costo fiscale dell'intervento del pubblico erario sarebbe
ampiamente compensato dalle economie che scaturirebbero quando si
cominciasse a non dovere sopportare i costi spaventosi dell'impiego
delle forze dell'ordine allo stadio. Questa sembra una strada
alternativa praticabile rispetto alla audace richiesta di stato di
crisi del settore vantata a fine agosto dalle squadre di calcio. In
ogni caso si creerebbe un circolo virtuoso in cui anche i tifosi
"normali" sarebbero interessati a controllare la situazione per
ottenere il vantaggio dello sconto e favorire il risanamento della
propria squadra. Anche questa sarebbe una forma di polizia di
prossimità e di comunità.
5. Proposta per la creazione di una specializzazione in NEG-MED a
due livelli
Lo scopo non celato di questo articolo è anche quello di
spingere le competenti autorità a creare definitivamente anche in
tutte le Forze di Polizia italiane una specializzazione NEG-MED a
due livelli:
-
uno di tipo ordinario e
sicuramente part-time definibile mediatore di quartiere per la
attuazione operativa della "Bonaria composizione dei dissidi
privati" in cui l'ufficiale dei carabinieri operi come terzo
imparziale nel favorire l'accordo delle parti;
-
uno di tipo straordinario
definibile negoziatore in situazioni di crisi rapportabile ad una
sorta di GIS che usi, quale parte interessata, il dialogo al posto
delle armi. Anche la saggezza popolare dice che "talvolta ferisce
più la lingua della spada".
Forse potrebbe essere utile che, durante l'attuazione di
quest'ultimo incarico speciale, gli ufficiali siano anche
visivamente riconoscibili attraverso un berretto o un basco bianco
quasi da contrapporre ideologicamente al mefisto. In tal modo si
eliminerebbero tre possibili ambiguità sulla funzione dei
negoziatori in situazioni di crisi e si chiarirebbero:
-
i loro intenti "pacifici" verso il
soggetto perturbatore e nel contempo anche la loro contiguità
operativa e finalistica con la squadra di intervento
speciale;
-
i loro doveri di ufficio "limitati
al negoziare" e la loro incapacità di prendere decisioni importanti
che possono spettare solo a magistrati o a politici (i quali non
dovrebbero mai scendere in campo e si gioverebbero comunque dei
consigli e della azione dei negoziatori);
-
i loro poteri a negoziare in una
situazione classificata di crisi in quanto, essendo stata istituita
formalmente questa specializzazione e quindi questa funzione, si
eviterebbe che questo tipo di negoziazioni così "tecniche" siano
effettuate da altre persone "improvvisate" siano essi funzionari
pubblici che consulenti privati.
Questi ultimi godrebbero dello "schermo personale" e della
"preparazione della decisione finale" effettuata dai negoziatori i
quali, quand'anche non riescano a risolvere il conflitto, per
definizione potrebbero comunque ottimizzare la strategia globale.
Quest'ultima rimarrebbe di competenza di chi abbia gli adeguati
poteri. In merito separare il momento preparatorio da quello
decisorio, in uno scenario politicamente ed emotivamente complesso,
può essere molto utile.
Lo F.B.I. sostiene da sempre che "Chi comanda non negozia. Chi
negozia non comanda". Il compito primario (i) della squadra dei
negoziatori rimane di natura tecnica ed è quello, previsto per
legge, di evitare che il fatto delittuoso in atto si aggravi
ulteriormente: essi ad esempio sono particolarmente addestrati a
non emettere alcuna valutazione di natura giuridico-formale che
possa esasperare il soggetto e compromettere la vita degli
ostaggi.
Il compito secondario (ii) della squadra dei negoziatori è di
favorire la soluzione integralmente pacifica dell'incidente e, in
caso di impossibilità, in terza battuta (iii) essi devono cooperare
e facilitare l'opera della squadra di intervento speciale
offrendole le conoscenze tattico-logistiche apprese durante la fase
negoziale. Non mancano episodi storici italiani avvenuti
nell'ultimo decennio a sostegno dei vantaggi delle tesi sinergiche
qui sostenute.
6. Utilità della sinergia della negoziazione e della
repressione
La manualistica americana ed in particolare quella dello F.B.I.,
Federal Bureau of Investigation, è già prodiga di principi preziosi
per le nostre Forze di Polizia che tuttavia dovranno essere molto
caute nel non cadere nella facile ed attraente trappola del
recepimento tel quel di procedure operative che in Italia devono
essere metabolizzate ed adattate al nostro sistema giuridico e
culturale.
Un esempio del tutto ovvio è dato dal fatto che a condurre le
indagini in Italia sia un giudice e non un appartenente alle Forze
di Polizia: la tentazione per il magistrato di giocare il ruolo del
negoziatore in situazioni di crisi può essere molto forte sia nel
senso di sentirsi obbligato a tale ruolo per essere il responsabile
delle indagini sia per contribuire a dare una forte immagine del
sistema giudiziario nei confronti dei mass media.
Purtroppo per interpretare tale ruolo egli incontra due notevoli
difficoltà:
-
nessuno gli ha insegnato come si
fa (poiché la cultura appresa alla facoltà di giurisprudenza non
insegna molto sulle differenze tra emettere una sentenza e
facilitare la creazione di un accordo efficiente, soprattutto in
questo genere di accordi dove l'aspetto socio-psicologico è
fondamentale mentre quello giuridico è... ovvio e rilevante solo
dopo la conclusione dell'incidente conflittuale). Di converso mi
auguro che questo articolo possa tornare utile come sprone per il
CSM affinché anche i magistrati requirenti ricevano una adeguata
formazione in tema di negoziazione in situazioni di
crisi;
-
egli gode di notevoli poteri
decisionali che lo costringono a rispondere in modo adeguato alle
richieste del soggetto. Come è noto, in generale, le trattative
(non vincolanti) sono solo preparatorie agli atti vincolanti che
creano l'accordo (quali come noto la proposta e la accettazione).
Un negoziatore può eludere una decisione di fronte ad un ultimatum;
un giudice si trova in maggiori difficoltà e rischia di far
degenerare la situazione già precaria.
In particolare, poi, una delle prime regole della negoziazione
in situazioni di crisi suggerisce di non dire mai di no per non
esasperare il soggetto (o i suoi parenti, amici, complici anche
dopo la conclusione dell'incidente conflittuale soprattutto in caso
di necessità della squadra di intervento speciale) e di non dire
mai di …sì per non accedere ad eventuali richieste illecite o,
quanto meno, per non accedere a richieste che possano innescare
processi emulativi futuri aggravando il livello di conflittualità
globale potenziale (ad es., incoraggiare indirettamente nuovi
sequestri da parte di chi spera di poter ottenere gli stessi
vantaggi concessi con il "sì" nel caso qui in esame).
Per questa e per molte altre ragioni (qui non approfondibili per
carenza di spazio) appare naturale che il ruolo del negoziatore nei
fatti che possano compromettere l'ordine pubblico spetti
esclusivamente ad un appartenente delle Forze dell'Ordine
adeguatamente preparato ed aiutato da una intera squadra addestrata
a particolari procedure. Infatti "altre persone", contrariamente
all'opinione corrente, sia pur in vario modo "vicine al soggetto" e
non adeguatamente preparate potrebbero creare nuovi problemi dovuti
al legame che unisce, ad es. il coniuge, il parente, l'interprete,
il complice, il sacerdote, l'avvocato o il magistrato al soggetto.
Peraltro i ruoli qui esemplificativamente indicati potrebbero
essere non ancora "vissuti" all'inizio del loro svolgersi per poi
mutarsi durante l'intervento in una sorta di speciale "Sindrome di
Stoccolma" tra sequestratore e negoziatore "casuale".
Lo scenario per i Carabinieri è invece una situazione usuale: si
ha un delitto in atto cui, in successione, si deve:
-
in primo luogo porre rimedio
minimizzando i rischi per tutti dialogando con il sequestratore
quale persona che ha creato un problema dal quale egli stesso non
sa uscire e desidera essere aiutato ad uscirne;
-
poi prevenire il ripetersi di
delitti similari (mostrando chiarezza e linearità di comportamento
nel dialogo senza minacce, senza menzogne gratuite e riconoscibili,
senza cedimenti sui punti non negoziabili ma anche senza
umiliazioni inutili);
-
poi chiarire la funzione
preventiva e migliorare l'immagine dell'Arma (la cui funzione
rimane invariata anche quando è attuata attraverso il dialogo,
senza che debba ricorrere a sotterfugi sleali, vedi più
sotto);
-
poi assicurare il responsabile
alla Giustizia perché questa faccia il suo corso secondo le regole
normali ed ovvie tali quindi da non dover "sbandierare" durante la
negoziazione né come minaccia (la pena) né come premio (lo sconto
sulla pena).
Ecco quindi che rivolgere al soggetto frasi che hanno a che fare
con la illiceità del suo comportamento, con la condanna dopo il
giudizio, con l'intervento di forza, con la morte ecc. non
suonerebbero come un deterrente ma come un incentivo per il
soggetto a fare qualcosa di spropositato. Questi infatti non ha
ormai nulla da perdere e spesso desidera punire la società ingiusta
che lo costringe a sequestrare ostaggi per far sì che finalmente
qualcuno si occupi di lui.
7. Conclusioni
Infine vorrei sfatare un altro luogo comune secondo il quale,
nel negoziare per trovare un accordo capace di prevenire o di porre
fine alla lite già insorta, si debba necessariamente arrivare ad
una soluzione intermedia tra le due proposte originarie passando
attraverso le reciproche concessioni (come ci insegna il diritto in
tema di transazione).
Al contrario, i principi di negoziazione ci dicono che la
negoziazione non è un tiro alla fune, nel senso che non deve
esistere una unica fune soprattutto quando il tipo di fune è
proposto dalla "controparte". Invece di gareggiare su quale degli
interessi contrapposti debba prevalere, la negoziazione dovrebbe
incentrarsi su una attività comune, sullo sforzo creativo di
entrambe le parti mirato a trovare l'accordo per l'unico motivo per
cui si fa sempre qualsiasi tipo di accordo ossia stare meglio di
prima, trovare un nuovo vantaggio. Poiché entrambe le parti
vogliono un beneficio, l'accordo ha un senso se entrambe lo
trovano.
Nelle negoziazioni qui velocemente affrontate esistono delle
difficoltà ulteriori: far rimanere nell'ambito della liceità il
delinquente e rimanere nell'ambito della correttezza gli esponenti
di tutte le Forze di Polizia; queste per quanto possibile
dovrebbero evitare forme di inganno o di bluff che potrebbero
minare alla radice il metodo negoziale nella gestione preventiva di
successivi incidenti dello stesso genere.
Qualora si fosse nel dubbio se dare come risposta una menzogna
riconoscibile dal soggetto, è meglio non rispondere e prendere
tempo.
Stessa conclusione nel caso si sia portati a promettere qualcosa
che non si sia sicuri di poter mantenere. Questi due tipi di
inganno potrebbero infatti diventare motivo autonomo di rivolta,
diminuirebbero l'attendibilità della negoziazione in generale e
della immagine dell'Arma in particolare, soprattutto se a negoziare
sia un ufficiale di grado elevato.
In uno studio a parte sto elaborando una sorta di parallelismo
concettuale tra la sostenibilità della Guerra Giusta (o meglio
giustificabile, poiché la guerra non è mai giusta) e la
sostenibilità della Pace Giusta (o meglio giustificabile poiché i
rappresentanti delle parti interessate - singole o in squadra - le
uniche depositarie del potere decisionale finale, devono sempre
"giustificare" a se stessi ed ai propri rappresentati, le ragioni
dell'accordo di Pace).
Tornando ai concetti di cui all'inizio, i metodi tradizionali
per ripristinare la Pace (sia quella sociale interna, osia quella
internazionale tra Stati…), quello duro dei falchi e quello morbido
delle colombe, l'imposizione o la remissività, da soli, non sono
tendenzialmente produttivi di effetti permanenti e stabili.
Nella tutela dell'ordine pubblico interno, ricorrere
direttamente alla forza suscita la reazione, il senso di vendetta
che si autoalimenta proprio per il fatto di offrire il destro ad
una facile obiezione: le istituzioni "non sanno far altro che
reprimere".
Come evidenziato, ricorrere direttamente ad effettuare delle
concessioni (come se si fosse lungo una linea retta) induce la
controparte ad aumentare le proprie pretese. Gli accordi fondati
sul concetto di "La Pace per la Pace" sono ideologicamente
un'utopia, come ci insegna la storia, e sono funzionalmente anche
poco efficienti poiché ingenerano in chi ha effettuato la
concessione il dubbio di aver concesso troppo ed in chi ha ricevuto
la concessione il convincimento di poter pretendere ancora di più:
la situazione si esaspera attraverso un effetto moltiplicatore se
interviene anche l'opinione pubblica.
In entrambi i casi l'accordo raggiunto, di resa a fronte della
imposizione altrui o di compromesso reciprocamente insoddisfacente,
dà comunque luogo ad una situazione instabile ed inaffidabile già
nel medio periodo.
Se al contrario l'accordo viene ispessito da contenuti egoistici
e comuni, i negoziatori generano una situazione più sostenibile
rispetto sia ai propri mandanti sia rispetto alla collettività
nonché in generale un equilibrio più affidabile perché basato sulla
soddisfazione degli interessi di fondo.
Gli accordi, al pari delle leggi, sono ricordati nella storia non
per la firma ma per la loro proficua e spontanea esecuzione nonché
per la loro capacità di creare sviluppo sociale.
Volendo esasperare il concetto di queste conclusioni, potrei
arrivare a dire che la vera Pace si fonda sull'egoismo condiviso e
non sull'altruismo immotivato. Non si può chiedere a tutti di
essere pacifisti ad oltranza o sostenitori della non violenza: così
mi sento di modificare in modo irriverente un famoso adagio romano
in chiave moderna: "si vis pacem, para pacem et bellum".
Per riportare qualsiasi situazione sotto controllo è opportuno
prepararsi sia su come negoziare sia su come intervenire con la
forza.
(*) - Avvocato, docente di Tecniche di negoziazione, mediazione
e di conciliazione presso la Pontificia Università Gregoriana,
facoltà di Scienze Sociali e di Teorie e tecniche della
trasformazione dei conflitti presso l'Università Roma Tre, facoltà
di Scienze Politiche, indirizzo
sociologico. |