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1. Un ambiente turbolento
La letteratura
più recente in materia di organizzazione evidenzia soprattutto la
turbolenza e la mutevolezza che caratterizzano lo scenario di
riferimento. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che occorre
soddisfare la prioritaria esigenza di rendere complementare
l'ambiente in cui l'organizzazione opera e l'ambiente interno alla
struttura organizzativa, entrambi in continua evoluzione.
Per questa
ragione non solo un'azienda manifatturiera o fornitrice di servizi,
ma anche una struttura pubblica, quale ad esempio un Ministero,
un'Agenzia, o un ufficio giudiziario, non possono pensare di poter
operare con efficacia a lungo utilizzando i medesimi processi (o
procedure): i mercati o, per le strutture pubbliche, i criteri di
efficienza, efficacia ed economicità - costantemente affermati a
partire dalla legge n. 241/1990 (che non disciplina solo la
trasparenza amministrativa) in ogni provvedimento di
riorganizzazione della pubblica amministrazione - eliminerebbero
rapidamente le organizzazioni caratterizzate da questo
immobilismo.
In risposta a
questa esigenza di rinnovamento e di innovazione le organizzazioni
sono alla continua ricerca di paradigmi che consentano di
conseguire e mantenere un vantaggio competitivo, vincendo quella
che è considerata ora la sfida organizzativa più impegnativa:
quella della fidelizzazione del dipendente o, come ora si dice, del
"cliente interno".
A tal fine sono
state elaborate numerose ricette, più o meno fortunate, che sono
accomunate da un comune destino: quello di esplicare la loro
validità per un periodo di tempo piuttosto limitato.
Ma non per
questo gli studi in materia organizzativa devono considerarsi privi
di rigore scientifico. Anzi, forse proprio questa estrema
volatilità impone un approccio serio e analitico che deve
necessariamente partire da riflessioni a cui, almeno
quantitativamente, desidero fornire questo parziale e limitato
contributo.
Il mio punto di
partenza coincide con la visione in base alla quale
l'organizzazione è una realtà da indagare attraverso un metodo da
utilizzare per comprendere, prima, e per operare, dopo, e cioè per
prevedere ed agire. In altri termini un metodo di ricerca
finalizzato al conseguimento di un obiettivo o, se si vuole, un
modo di operare che imprime alla conoscenza e ai fatti una
sistematizzazione organica adatta al particolare problema che si
sta affrontando.
È chiaro che le
variabili da prendere in considerazione sono numerose. In questo
lavoro, per i limitati obiettivi proposti, mi soffermerò solo su
tre di esse: la cultura organizzativa, il sistema di comunicazione
interna e la formazione.
Si tratta di
temi che per la loro complessità hanno già riempito una quantità
straordinaria di pagine o, per meglio dire, di gigabyte. Per questo
motivo, in questa sede, saranno affrontati secondo punti di vista
molto specifici.
Le riflessioni
sulla cultura organizzativa, per esempio, saranno rivolte ad un
particolare concetto, quello della "gestione della diversità" o
diversity management.
Il tema della
comunicazione interna, invece, verrà approcciato attraverso il
concetto dei flussi intraorganizzativi di conoscenza.
La formazione,
infine, sarà trattata nella sua veste più innovativa, quella
elettronica, meglio conosciuta come l'e-learning.
2. La cultura organizzativa e il diversity
management
La questione,
per così dire preliminare, che ci si pone nel trattare l'argomento
di questo paragrafo, è costituita da un interrogativo piuttosto
scontato: cosa intendiamo esattamente per cultura? Le risposte che
possono darsi a questa domanda - apparentemente semplice - hanno
già riempito innumerevoli volumi in cui si possono trovare analisi
filosofiche, psicologiche, massmediologiche, manageriali, ecc.
Senza alcuna
pretesa di perentorietà, che peraltro sarebbe irrealistica, e
tenendo presenti le finalità di questo studio, propongo la nozione
secondo la quale la cultura potrebbe paragonarsi ad uno schema, a
un filtro attraverso il quale si osserva e si interpreta la realtà.
Uno schema costruito con le esperienze maturate, le conoscenze
apprese, le competenze acquisite e che, pertanto, è oggetto di una
continua evoluzione.
E in definitiva
ritengo che sia proprio questo carattere - e cioè la sua natura
dinamica - a determinarne la strategicità che, in sintesi, può
spiegarsi con il fatto che la cultura non è un mero dato oggettivo
da prendere in considerazione ma, al contrario, un elemento su cui
si può intervenire per rinforzarlo o per modificarlo con
conseguenze che, a seconda dei casi, possono essere funzionali o
meno a obiettivi predeterminati. Ed è quindi questa la ragione per
la quale i punti di vista sono fisiologicamente - purché non si
esageri - destinati a cambiare!
La cultura è
dunque considerata un fattore strategico in tutti gli studi che
analizzano i comportamenti delle persone, in ambito sia individuale
sia aggregato e, di conseguenza, quanto abbiamo detto vale anche
per la cultura di cui parleremo nelle riflessioni che seguono:
quella organizzativa.
A questo
proposito desidero subito esporre la tesi che ho posto alla base
del mio approccio con questo argomento. È il tipo - e quindi la
qualità - di cultura che fa la vera differenza tra due
organizzazioni: è sicuramente più competitiva quella che ha la
possibilità di guardare la realtà con filtri in grado, più di
altri, di interpretarne i fenomeni e la complessità.
Ma dopo aver
appena dato una definizione di cultura, e affermato che essa è
l'elemento caratterizzante di un'organizzazione, ritengo pure utile
precisare perché, anche per i "pratici", è importante capire qual è
la cultura dell'organizzazione in cui si opera. Penso ad almeno due
ragioni.
La prima vale
per chi vuole modificare una specifica cultura organizzativa:
quando si vuole modificare una cultura, infatti, è necessario
sapere qual è il punto di partenza e, a tal proposito, appare
interessante riflettere su quanto afferma Kurt Lewin, secondo il
quale non si può comprendere un'organizzazione fino a quando non si
prova a cambiarla.
La seconda
ragione riguarda chi vuole convivere con una specifica cultura
organizzativa: prendere atto di quale cultura, in un dato momento,
caratterizza un'organizzazione, è utile per evitare comportamenti
involontariamente conflittuali con essa. Frequenti collassi,
talvolta fatali, di organizzazioni sono dovuti a distonie
inconsapevoli tra le culture individuali e quella
dell'organizzazione.
Può peraltro
accadere - e qui arrivo al problema centrale che intendo trattare -
che un individuo voglia iniziare o continuare a lavorare in
un'organizzazione con cui vi sono però differenze culturali. Oppure
che sia l'organizzazione a ritenere conveniente avere tra le sue
fila determinati soggetti anche se "non allineati".
Allora, cosa
succede se chi lavora non si omologa con la cultura
dell'organizzazione in cui opera?
È un dato di
fatto acquisito che, oggi, lo scenario delle risorse umane risulta
enormemente modificato rispetto ad un passato neanche poi tanto
lontano.
È tuttavia
frequente sentire da parte di molti dirigenti, neanche molto
anziani, frasi del tipo "non riesco a vedere nei giovani colleghi
quella dedizione, quei valori, quell'attaccamento
all'organizzazione che avevo io ...".
Sono
affermazioni tanto diffuse quanto infondate. Per contestare questi
luoghi comuni non è necessario procedere ad approfondite analisi
sociologiche. Basti pensare a palesi elementi di cui,
sorprendentemente, sono ancora molti a non avere coscienza. Mi
riferisco, ad esempio, al fatto che è sempre maggiore il numero
delle coppie in cui i tradizionali ruoli - la moglie che sacrifica
le proprie aspirazioni di natura professionale a beneficio della
gestione della famiglia - sono superati. E ancora, si rifletta sul
fatto che la realizzazione personale non sia più appannaggio quasi
esclusivo di percorsi professionali ma, al contrario, dipenda anche
dalla soddisfazione di altre diverse esigenze, dalla quantità e
dalla qualità di spazi privati, non più visti come manifestazione
di disimpegno e di poca affidabilità ma come momenti di crescita
individuale e sociale.
Il non
comprendere tutto ciò ha conseguenze molto concrete. Innanzitutto
crea disagio. Poi mina il rapporto fiduciario tra l'organizzazione
e chi lavora, e ciò talvolta si traduce, ove ve ne sia la
possibilità, nelle dimissioni. A questo proposito può risultare
interessante - ai fini della valutazione del fenomeno - considerare
che, secondo una recente ricerca, i CEO delle società statunitensi
dedichino il 40% del loro tempo a fidelizzare le proprie risorse
pregiate per impedire loro di cambiare lavoro.
Uno degli
strumenti creati per fronteggiare questa esigenza - nato di recente
nei paesi nordamericani e ora affacciatosi anche in Italia - è il
Diversity Management, ovvero la gestione della diversità.
Questo concetto
parte dalla considerazione che, tradizionalmente, le
organizzazioni, con riferimento alla propria cultura, propongono ai
loro appartenenti relazioni di tipo asimmetrico, finalizzate a far
loro assimilare il modello normativo dominante, pena
l'emarginazione.
Il Diversity
Management ribalta questa visione. Esso, al pari di altre teorie
organizzative, pone al centro del sistema la reale valorizzazione
delle risorse umane, nel presupposto che le performances
complessive dipendano dalla gestione del personale, ma si distingue
per il fatto di ritenere che ciò possa realizzarsi solo attraverso
la valorizzazione delle differenti peculiarità di ciascuno,
superando l'approccio che vede le risorse umane come un aggregato
indifferenziato di individui.
Ne consegue un
contesto molto più ricco e vivace ma che richiede una capacità di
gestione molto più elevata e modalità più sofisticate.
Ma come
conciliare la necessaria funzione aggregante della cultura
organizzativa con la valorizzazione delle differenze? La risposta
risiede nella capacità di inserire tali differenze all'interno di
un sistema di valori organizzativi chiari, condivisi e soprattutto
essenziali: un sistema leggero costituito solo da ciò che è
indispensabile a creare uno spirito di squadra e che non soffochi
le differenze.
Per chiarire
meglio questa asserzione, vorrei utilizzare la metafora della jazz
band(1) che, da alcuni
anni, viene utilizzata nel dibattito collegato alla complessità e
alla turbolenza della realtà organizzativa.
In poche
battute può essere così riassunta. Per operare in un ambiente
turbolento e soggetto a rapidissimi mutamenti occorre un elevato
grado di adattabilità che può meglio realizzarsi con una diversità
di percezione - e quindi con una maggiore ricchezza di comprensione
- da parte delle risorse umane. Ma come conciliare questa esigenza
con quella di garantire comunque una coesione organizzativa? La
risposta è di sostituire alla comunanza di valori la semplice
compatibilità. E quindi vision compatibili e non più condivise.
Ma in che modo?
E qui subentra, per aiutarci la metafora della jazz band. Il
modello organizzativo è paragonabile a quello di una jazz band in
cui diversi specialisti "vivono in un ambiente caotico e
turbolento; prendono decisioni rapide e irreversibili; sono
altamente interdipendenti l'uno con l'altro per interpretare le
informazioni equivoche; sono orientati alla creazione della novità
e dell'innovazione"(2).
In una jazz
session si ha una struttura base (che può variare, a seconda delle
contingenze, in aumento o in diminuzione), un brano in cui i
musicisti sono liberi di improvvisare assoli che non devono essere
necessariamente condivisi ma solo compatibili tra di loro, artisti
legati dalla reciproca fiducia basata non su esperienze pregresse
condivise bensì sul rispetto delle rispettive professionalità. Il
segreto risiede nell'abilità, da parte di ciascuno, di comporre e
suonare interpretando la direzione, i segnali e i contributi degli
altri musicisti.
Si tratta di
un'elaborazione senza dubbio suggestiva, che rimette in discussione
assunti tradizionalmente accettati e che esalta l'attività
comunicativa interna all'organizzazione, a cui dedicheremo il
prossimo paragrafo.
Prima di
concludere vorrei tener presente la necessità di dover soddisfare,
a fronte delle considerazioni teoriche finora esposte sul Diversity
Management, esigenze di ordine operativo e, quindi, innanzitutto
l'importanza di individuare un modello in grado di implementare
programmi di gestione e di valorizzazione delle differenze.
A tal fine può
proporsi lo schema che segue(3), con l'ovvia precisazione che
se ne possono progettare numerosi altri in relazione ai contesti di
riferimento, al tipo di organizzazione, ecc.
3. La comunicazione interna: i flussi intraorganizzativi di
conoscenza
Abbiamo visto
come visioni compatibili e non obbligatoriamente condivise possano
assicurare una proficua convivenza tra l'organizzazione e quelli
che, con un termine forse provocatorio, ho definito i "non
allineati". Ho anche precisato che anche la condivisione è
necessaria ma deve riguardare un sistema di valori leggero,
costituito cioè solo da ciò che è indispensabile a creare uno
spirito di squadra.
Resta chiaro,
tuttavia, che la compatibilità e la condivisione presuppongono
comunque un contatto, o meglio un'interazione tra gli individui che
operano nell'organizzazione.
Detto in altri
termini, le persone si devono necessariamente relazionare
attraverso un sistema di comunicazione interna in cui agiscono
flussi intraorganizzativi di conoscenza. Ed è appunto a tale tema
che è dedicato questo paragrafo precisando cosa sono, a cosa
servono e come si generano all'interno delle organizzazioni i
flussi di conoscenza.
Partiamo da
cosa sono. Essi consistono in una riorganizzazione temporanea delle
strutture cognitive individuali che incidono in profondità sulla
cultura organizzativa. Più semplicemente, si tratta di una
ricombinazione di idee preesistenti che produce specifici
"artefatti" - e cioè strutture e processi organizzativi visibili
(secondo Schein "quello che si vede, si ascolta e si prova andando
in giro nell'organizzazione") - destinati ad essere valutati
positivamente dal management. Alcuni dei parametri che consentono
di valutare gli artefatti più rilevanti sono riassunti nella
tabella 2(4).
La seconda
domanda è: a cosa servono i flussi? La risposta è semplice: servono
a supportare innovazione e cambiamento in genere e, quindi, a
garantire l'esistenza dell'organizzazione nel lungo periodo. Tale
assunto si basa su due fondamentali presupposti.
Il primo.
L'organizzazione è inserita in un contesto ambientale che muta
rapidamente nel tempo, determinando appunto una costante esigenza
di cambiamento al suo interno, per la sua stessa sopravvivenza.
Oggi qualsiasi tipo di struttura organizzativa si distingue
rispetto al passato soprattutto per avere dei confini sempre più
permeabili dall'esterno e quindi occorre un "volano" che gli
consenta di mantenere una forte coerenza tra "l'interno" e
"l'esterno". Ebbene, è proprio lo scambio di conoscenza che può
costituire il volano più idoneo a soddisfare l'esigenza a cui
abbiamo fatto riferimento. Questo concetto, peraltro, non è
nuovissimo. Ad esempio, già all'inizio degli anni
90(5), è stato
sostenuto che la vitalità di un'organizzazione dipende da tre
tipi di transazioni: di prodotto, di capitale e, appunto, di
conoscenza.
Il secondo
presupposto consiste invece nel fatto che, sulla falsariga di ciò
che accade nel mondo fisico, anche i modi di pensare, gli schemi
interpretativi della realtà, ecc., sono soggetti ad una sorta di
forza d'inerzia per cui esiste una naturale resistenza al
cambiamento e, nel caso in cui esso debba comunque verificarsi,
tenderà ad essere quanto più modesto è possibile.
Ebbene proprio
i flussi di conoscenza appaiono la risposta più efficace a questa
resistenza inerziale. Per quanto possa apparire singolare, infatti,
i più recenti studi organizzativi affermano, come abbiamo già in
precedenza sottolineato, che il cambiamento e l'innovazione sono
soprattutto il frutto della fusione - e cioè dello scambio - di
conoscenze preesistenti e non di nuove conoscenze(6).
Appare chiaro,
a questo punto, come rivestano la massima importanza le questioni
che attengono alle dinamiche che si producono tra gli individui e
tra i gruppi allorché vengono attivati flussi di conoscenza e quali
pratiche manageriali possano favorire - o ostacolare - tali
flussi.
Nell'esaminare
questi aspetti, però, utilizzerò una prospettiva molto interessante
e originale - che ho colto in uno recentissimo
studio(7) -
secondo la quale il flusso di conoscenza deve essere
considerato non come un vettore che parte da un emittente e
termina in un ricevente, come istintivamente si sarebbe
portati a pensare, bensì come un processo di riorganizzazione
e ridistribuzione tra le strutture individuali o sociali
presenti nell'organizzazione.
Questo
significa fondamentalmente che scambiare conoscenza significa
mettere in discussione i propri assunti, le proprie radicate
convinzioni ed essere pronti ad accettare punti di vista diversi.
Si tratta di una convinta disponibilità ad abbandonare la "propria
verità" per una differente interpretazione della realtà. Più in
particolare ciò potrebbe comportare, a seconda dei casi, delle
conseguenze più o meno incisive sulle strutture cognitive: da un
adattamento temporaneo ad una prospettiva diversa rispetto alla
propria fino, nei casi estremi, alla modifica permanente degli
schemi culturali di riferimento.
In altri
termini per affermare che vi sia un flusso di conoscenza occorre
che si verifichi una sorta di discontinuità del proprio pensiero
abituale, provocato dal pensiero di un altro soggetto. Affinché ciò
possa accadere è necessario che le conoscenze degli individui
(knowledge based) che interagiscono siano differenti; ne consegue
che tanto maggiori saranno le differenze cognitive tanto più
probabile sarà il verificarsi di un flusso di conoscenza.
Si tratta di
una visione più complessa e sofisticata che sposta il baricentro
del problema, ridefinendo il ruolo della comunicazione interna,
inserendolo in un contesto più ampio.
Innanzitutto
perché i soggetti di questa comunicazione, come abbiamo già
accennato, non sono solo quelli individuali ma rivestono una
particolare importanza anche quelli collettivi (c.d. network
sociali) che, tra l'altro, sono il principale fattore condizionante
dei primi.
Una seconda
peculiarità, non meno importante, è costituita dal fatto che questa
comunicazione interna consiste in un processo in cui gli individui
mettono in atto dei comportamenti comunicativi e attivano delle
interazioni che finiscono per produrre nuova conoscenza. Occorre
quindi riflettere sul fatto che i flussi, avendo natura
multidimensionale, non possono essere considerati dei meri veicoli
informativi poiché incidono su processi psicologici, cognitivi,
comportamentali, sociali, ecc. In effetti, basti considerare come i
flussi di conoscenza abbiano di norma un forte carattere di
creatività, e cioè un forte contenuto di novità, da cui discende
l'innovazione, e cioè l'implementazione con successo delle idee
creative dell'organizzazione.
La terza e
ultima domanda è: come vengono generati i flussi? La capacità di
generare flussi di conoscenza si basa su caratteristiche che
possiamo raggruppare in due categorie fondamentali. Alla prima
appartengono quelle che attengono alla dimensione cognitiva
dell'individuo. Mi è sembrato molto interessante il riferimento a
due concetti particolari, e cioè:
-
all'ambiguità
percepita, nel senso che tanto più un soggetto ritenga di possedere
uno schema interpretativo della realtà inefficace, tanto più sarà
motivato a ricercare adattamenti con altri schemi mentali con il
proposito di attribuire senso al contesto d'indagine, talché la
generazione di flussi sarà più intensa. Al contrario, chi
interpreterà la realtà poco ambigua, e cioè più controllabile, sarà
meno disposto ad adattarsi con gli altri e cioè ad attivare nuovi
flussi di conoscenza. Si tratta di un atteggiamento mentale
purtroppo molto diffuso che nei casi più radicali si identifica nel
caso di colui che attribuisce un abito dogmatico alle proprie
conoscenze che, a loro volta, trovano una fortissima
autolegittimazione nelle esperienze personali le quali assurgono,
in tal modo, a veri e propri percorsi da proporre come
esempi;
-
all'auto-efficacia, e cioè all'autovalutazione relativa alla
capacità di affrontare le situazioni. In questo schema, chi ha più
sicurezza e fiducia in sé, tenderà ad accettare maggiori rischi e
quindi a mettersi in discussione attivando flussi di conoscenza con
altri soggetti.
La seconda
categoria di caratteristiche è legata invece al contesto e, ad
esempio, riguarda:
-
i processi
organizzativi (le procedure, le norme, gli atteggiamenti dei
manager, il clima organizzativo, ecc.), nel senso che più essi sono
strutturati - e quindi danno certezza - e meno sarà incentivato il
ricorso a confronti in grado di provocare i flussi
organizzativi;
-
la rete
sociale, con riferimento al grado di maggiore o minore coesione dei
gruppi esistenti nell'organizzazione: più omogeneo sarà il gruppo e
più vincolante sarà l'orientamento, con la conseguenza che sarà
meno avvertita l'esigenza di nuove prospettive e quindi meno
probabile l'implementazione di flussi di
conoscenza.
4. La formazione e l'e-learning
L'ultima
variabile organizzativa - dopo la cultura e la comunicazione
interna - che prenderò in esame in questo saggio, è la
formazione.
Essa
rappresenta una funzione che presenta un'elevata criticità per
numerosi motivi. Tra essi vorrei sottolineare quello che per me è
il principale: la sua vulnerabilità ad un approccio
superficiale.
Molti, infatti,
anche tra coloro che ricoprono posizioni di rilevante
responsabilità organizzativa, ritengono che il problema della
formazione si riduca a cercare di inviare il maggior numero di
persone a frequentare corsi di vario genere. Nulla di più
sbagliato!
Appare invece
indispensabile l'acquisizione di un approccio metodologico rigoroso
che non può non partire dalla definizione delle competenze
strategiche per l'organizzazione, per proseguire con la conseguente
costruzione dei relativi profili teorici delle
"posizioni"(8), per
arrivare ad una "sincronizzazione" degli skill enucleati - appunto
attraverso la formazione - con i soggetti che operano
nell'organizzazione.
Ciò vale, oltre
che per la formazione in generale, anche per la formazione
elettronica, l'e-learning, sulla quale in questo paragrafo intendo
soffermarmi, sottolineandone quattro aspetti caratterizzanti: la
sua crescente rilevanza, le attività fondamentali attraverso le
quali si sviluppa, il rapporto che crea con il discente ed i
principali vantaggi che riesce a realizzare.
Il primo
aspetto, e cioè la ragione del sempre maggiore interesse che riesce
ad ottenere l'e-learning, può ricondursi essenzialmente a tre
motivi: tecnologici, culturali ed economici.
Il motivo di
natura tecnologica, piuttosto intuitivamente, si ricollega
all'impellente necessità di prendere tempestivamente dimestichezza
con determinate "abilità" indispensabili per non essere "out"
rispetto alla realtà organizzativa.
Quella "e-"
costituisce un richiamo immediato al mondo digitale, a piattaforme
informatizzate, a comunità virtuali, ecc.. Ben lungi dal dover
diventare 'tecnici informatici', è indubbio che qualsiasi dirigente
che abbia una qualche responsabilità organizzativa, soprattutto nel
settore delle risorse umane e dello sviluppo organizzativo, non
possa ignorare le "cornici teoriche tecnologiche" in cui poter
inquadrare i principali strumenti in grado di supportare e
implementare l'innovazione. E ciò anche a causa dell'effetto
trainante di internet e delle tecnologie sottostanti. In altre
parole, dando ormai per scontato che nessun manager credibile possa
ancora assumere snobistici atteggiamenti nei confronti della realtà
elettronica, si rende necessario ampliare le conoscenze nei
confronti del maggior numero di campi di applicazione
dell'informatica, tra i quali la formazione, spicca per importanza
strategica.
Il motivo
culturale può essere facilmente spiegato pensando a come l'uso del
PC, rispetto all'uso della penna, abbia inciso sulla mappa
cognitiva e sulla struttura logica che presiedono alle funzioni che
trasformano il pensiero in scrittura (da qui la comprensibile
iniziale difficoltà nel cambio dei due strumenti). Nello stesso
modo, anche la formazione che si avvale degli strumenti elettronici
non si caratterizza solo per "il cosa" utilizza, ma soprattutto per
essere in grado di provocare cambiamenti che incidono in profondità
nella formazione tout court, arrivando anche a rivisitare il modo
stesso di interpretare la formazione. Solo per fare un esempio, si
pensi alla learnativity, ovvero al concetto di imparare facendo,
che si propone come alternativo al tradizionale concetto di
formazione in aula, secondo lo schema rappresentato nella tabella
3.
Si giunge ad un
concetto di formazione che si caratterizza per essere permanente,
personalizzato alle singole esigenze, legato alle mansioni
lavorative e strettamente connesso alle motivazioni individuali. Il
concetto di corso di formazione appare, se non superato, quantomeno
molto ridimensionato. Basti guardare, per averne una conferma
indiretta, ai nuovi termini - ed ai concetti ad essi legati - ormai
usati nella e-learning, e riportati a titolo esemplificativo nella
tabella 4.
Il motivo
economico, infine, riguarda l'eccessivo onere dei costi legati alla
formazione tradizionale: secondo una recente indagine il costo di
un corso on line è di circa il 50-75% in meno rispetto ai corsi
tradizionali.
Il secondo
aspetto di approfondimento - e cioè le attività fondamentali
attraverso le quali si sviluppa l'e-learning - può essere riassunta
nella tabella 5.
Queste attività
si caratterizzano per dover utilizzare tecnologie avanzate. Ad
esempio, i portali web sostituiranno i normali cataloghi di offerte
formative e costituiranno il mezzo base per creare percorsi
personalizzati, per accedere a basi di dati, alla manualistica,
tools, call center di conoscenza, ecc. Veniamo ora al terzo
aspetto, e cioè a come, secondo la letteratura
dominante(9),
l'e-learning si relaziona con il discente, con riferimento
all'interfaccia con l'utente, a come quest'ultimo viene
segmentato e alle principali modalità con cui viene resa
fruibile l'offerta formativa all'interno di un c.d. ambiente
di apprendimento. Anche in questo caso, per non appesantire
il testo, farò ricorso alla tabella 6.
Il quarto e
ultimo aspetto di rilievo della e-learning - dopo i motivi della
sua crescente rilevanza, le attività fondamentali attraverso le
quali si sviluppa e a come si rapporta con il discente - è
costituito dall'esame dei vantaggi che riesce a realizzare. Senza
pretendere di stilare elenchi esaustivi, ricordiamo:
-
la
flessibilità, e cioè la fruibilità in qualsiasi momento, in ogni
luogo e in relazione ai bisogni personali;
-
la
pertinenza, e cioè l'aderenza alle esigenze;
-
l'immediatezza, e cioè l'accesso immediato;
-
l'eccellenza,
e cioè contenuti di qualità e facilmente aggiornabili;
-
il risparmio,
e cioè l'economia di scala.
Prima di
concludere, non mi pare superfluo evidenziare come l'e-learning
abbia dato un contributo determinante alla creazione di un nuovo
paradigma della formazione che si può considerare caratterizzato -
e qui l'elenco risponde ad una funzione meramente esemplificativa -
dai seguenti elementi:
-
consapevolezza di sviluppare le competenze organizzative e
individuali in modo integrato e coerente;
-
capacità del
management di considerare il portafoglio delle competenze come un
fattore strategico competitivo;
-
definizione
del fabbisogno formativo quale punto d'incontro tra le esigenze
definite dal personale in relazione ai deficit autopercepiti e le
esigenze dell'organizzazione;
-
motivazione
delle risorse umane alla formazione;
-
necessità di
collegare l'e-learning alla knowledge management in quanto le
persone, oltre ai corsi, desiderano anche colleghi con i quali
discutere, un ambiente di lavoro proattivo, ecc.
Quest'ultimo
aspetto, a mio avviso, riveste un'importanza decisiva. L'offerta
formativa, più che una sequenza di corsi, deve trasformarsi in un
ambiente di apprendimento in cui si amalgamano learning objects, in
una logica di servizi orientati al 'cliente interno' e dove la
qualità si compone di tre elementi: i contenuti, i servizi e le
tecnologie.
Ora,
nell'ambito dell'organizzazione, la formazione è maggiormente
inserita in un contesto operativo; si tratta di una pratica che si
sviluppa in ogni team e, attraverso l'action learning, consegue
importanti risultati ai fini dello sviluppo organizzativo. Ciò
comporta che le organizzazioni dovranno predisporre idonei ambienti
di apprendimento, tools, links dedicati ad esperti interni ed
esterni e, infine, collegare gli obiettivi di apprendimento alle
reali esigenze dell'organizzazione.
Tutto ciò,
chiaramente, necessita di soluzioni tecnologicamente avanzate che
devono far parte integrante della nozione di e-learning.
Lo schema
riportato nella tabella 7 individua il percorso tecnologico, in
verità ancora incompiuto, della formazione.
5. Conclusioni
Le riflessioni
che precedono, chiaramente, hanno soprattutto l'obiettivo di
sollevare interrogativi a cui ricollegare spunti di riflessione
piuttosto che soluzioni.
La materia del
rapporto tra l'organizzazione ed i propri dipendenti ha una elevata
complessità. Mi riferisco all'esigenza di contemperare le esigenze
dell'organizzazione con le aspettative di chi lavora al suo
interno, che talvolta possono essere fortemente contrapposte. Si
tratta di situazioni che - nonostante costituiscano momenti ormai
fisiologici nella dialettica gestionale delle risorse umane, tra
l'altro oggetto di numerosi e sistematici studi di marketing
interno - vengono ignorati, spesso anche in buona fede, da molti
dirigenti o affrontati con inadeguatezza, con il risultato di
risolvere il tutto con battute di dubbia utilità o, nei casi più
critici, inquadrando il tutto nel mobbing.
Da una parte vi
sono le organizzazioni che si attendono identificazione,
appartenenza, condivisione, collaborazione attiva. Dall'altra ci
sono le persone che non si aspettano solo remunerazioni di tipo
economico, ma anche gratificazioni professionali, opportunità di
crescita, riconoscimenti di status, prospettive di carriera,
ambienti di lavoro stimolanti.
Il "legame"
tanto enfatizzato tra l'organizzazione e i suoi clienti interni non
si può certamente realizzare con un approccio paternalistico, o
addirittura "estetico", come ho anche sentito dire. Ogni cinque
anni, come precisa un testo di gestione del personale, in ogni
organizzazione entrano persone di un'altra generazione con nuove
aspettative, nuovi modelli culturali, nuovi valori, con esperienze
diverse. E anche le vecchie generazioni si modificano, sono
permeabili (per fortuna) ai cambiamenti individuali e sociali.
Non credo che
questo stato di cose possa risolversi con un semplicistico "ai miei
tempi ...". Si tratta di acquisire la consapevolezza che il
rapporto di cui stiamo parlando è estremamente dinamico e quindi va
periodicamente rinegoziato.
Appare
intuitivo come in questo dibattito, proprio per la sua natura
altamente coinvolgente, possano facilmente confluire valutazioni
eccessivamente "epidermiche".
Chi scrive ha
affrontato questo rischio cercando di sviluppare delle
considerazioni che scaturiscono da un concetto fondamentale per
qualsiasi struttura organizzata: l'interazione.
La funzione
organizzativa, infatti, costituisce un metodo di lavoro per
aggregare razionalmente l'attività di più individui che danno
origine a un corpo sociale, usualmente chiamato "organizzazione", e
cioè a una struttura costituita da singoli soggetti, ciascuno dei
quali ha una specifica funzione da compiere.
La
particolarità di questa aggregazione è che i legami organizzativi
devono determinare delle sinergie in grado di rendere
l'organizzazione capace di prestazioni superiori a quelle
risultanti dalla somma delle singole componenti.
In realtà,
però, le "vie di comunicazione" spesso non sono definite. Ho inteso
quindi:
-
in primo
luogo, esaminare l'ambiente interno e, in particolare, la cultura
organizzativa, con riferimento alle diversità esistenti; la
diversità, nei termini che ho esposto, è sempre esistita nelle
organizzazioni: fare finta che non esista non può essere più
considerato un modo accettabile per affrontarla. E quindi occorre
innanzitutto legittimarla dandole, in primo luogo, ascolto, nella
consapevolezza che la diversità è una vera e propria risorsa
organizzativa in grado, ad esempio, di attrarre risorse
qualificate, far emergere e trattenere gli alti potenziali, ridurre
il tasso di demotivazione e insoddisfazione, contenere i costi del
turnover, migliorare l'immagine dell'organizzazione e la
permeabilità con l'ambiente esterno;
-
successivamente, approfondire la tematica dei sistemi di
comunicazione interna, ossia dei flussi interorganizzativi.
Partendo dall'assunto secondo il quale l'ambiente organizzativo
deve essere permeabile dall'esterno verso l'interno, è necessario
assicurare un costante livello di coerenza tra interno ed esterno
e, a livello periferico, una circolazione di informazioni collegata
alla circolazione generale. Ciò presuppone anche l'esistenza di una
capacità decisionale, e quindi un'intelligenza periferica,
indispensabile per poter agire con sufficiente autonomia su stimoli
esterni, eventualmente anche isolandosi o cortocircuitando la rete
di interconnessioni che fa capo al sistema decisionale
centrale;
-
infine,
trattare le condizioni che attribuiscono ai singoli attori la
capacità di colloquiare tra di loro: la formazione è da sempre la
condizione principe e ho ritenuto utile affrontarla nella sua
versione più attuale, quella elettronica che, rispetto a quella
tradizionale, forse richiede in più, da parte della risorsa umana,
l'acquisizione di una cultura che lo porti a ritenere
l'apprendimento come una sua precipua responsabilità e, da parte
dell'organizzazione, l'introduzione di nuove figure professionali
legate all'apprendimento, in grado, tra l'altro, di progettare e
implementare percorsi formativi personalizzati, ricordando, come ha
sostenuto Gian Piero Quaglino che "la vera sfida è alimentare la
curiosità: l'apprendere non ha prezzo e per questo non si è mai
appagati".
Mi piace
concludere questo lavoro rispondendo a una ipotetica domanda dal
taglio cosiddetto "pratico" che potrebbe suonare più o meno così:
"Ma tutte queste teorie, elaborazioni, puntualizzazioni, in
definitiva, che scopo hanno?".
La risposta,
anch'essa ridotta ai minimi termini, potrebbe essere "Tentare di
concorrere a fare in modo che l'obbligo del lavoro diventi il
piacere di lavorare".
(*)
- Tenente Colonnello dell'Arma dei Carabinieri addetto alla
Commissione parlamentare d'inchiesta sull'affare "Telekom -
Serbia".
(1) - Cfr.: K.E. Weick, The aesthetic of imperfection in orchestras
and organization, in M.P. Cunha, C.A. Marques: Readings in
organization Science, Organizational change in a changing context,
ISPA, Lisbon, 1999.
(2) - Cfr.: F.J. Barrett, Creativity and improvisation in jazz and
organizations: implications for organizational learning,
Organization Science, n. 9, 1998, pagg. 605 - 622.
(3) - Adattamento del modello proposto nel saggio Il diversity
management di M.C. Barbino, B. Jacobs e M.A. Maggio in Sviluppo
& Organizzazione, n. 184, Marzo-Aprile 2002, Edizioni Este,
pag. 28.
(4) - Tratta da: E.H. Schein, Culture d'impresa, Raffaello Cortina
Editore, 2000, pag. 67.
(5) - A.K. Gupta - V. Govindarajan, Knowledge flows and the
structure of control within multinational corporations, in Academy
of Management Review, vol. 16, n. 4, 1991, pagg. 768 - 792.
(6) - A. Fanelli - A. Hargadon, Mediatori della conoscenza, su
Sviluppo & Organizzazione, Edizioni Este, 1999, pagg. 77 -
92.
(7) - A. Fanelli, Dinamiche conoscitive ed innovazione, su Sviluppo
& Organizzazione, Edizioni Este, 2001, pagg. 45 - 68.
(8) - Tecnicamente si parla di core curriculum e di curriculum di
ruolo. Il primo è comune a tutte le famiglie professionali e a
tutti i ruoli ed è l'insieme di macrocompetenze, suddivise in
competenze più specifiche. Il secondo è legato alle famiglie
professionali di appartenenza e al ruolo da esercitare.
(9) - Cfr.: M. Vergeat - R. Cesaria, Il corporate e-learning in
Sviluppo & Organizzazione, n. 184, Marzo-Aprile 2002, Edizioni
Este e R.W. Peterson - M.A. Marostica - L.M. Callahan, E-learning:
helping investors climb the e-learning curve, US Bancorp Piper
Jaffray, nov. 1999. |