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1.
Introduzione
La difesa di
Roma del settembre 1943 viene considerata uno dei primi atti della
reazione militare italiana contro i Tedeschi, testimoniando la
vocazione dei Carabinieri come Arma combattente a fianco di altre
Unità del Regio Esercito.
A 60 anni di distanza, questo contributo vuole ricordare,
attraverso l'analisi di numerose fonti storiografiche, uno degli
episodi di storia nazionale che videro l'Arma dei Carabinieri
fedele alle sue tradizioni.
2. Premessa
Nell'immediato
dopoguerra(1) alcuni
filoni storiografici avevano dato un minore risalto alla
partecipazione dei militari italiani, singolarmente o inquadrati in
unità organiche, al movimento di liberazione ed ancor meno a quello
di resistenza.
Quest'orientamento aveva privilegiato la figura di "guerra di
popolo", condotta e capeggiata da elementi politicizzati, a
discapito di quelle Forze Armate(2) che erano comunque vicine alla
figura del Sovrano.
Ed anche quando, con la cobelligeranza e l'invio di ufficiali del
Regio Esercito al Nord per svolgere un'attività di coordinamento e
di informazioni, quest'ultima era stata ritenuta di minore
importanza se non inutile "[…] a causa delle difficoltà di
comprensione e attitudine oppure a causa dei loro tentativi di
interferenza, pressione o della loro azione di
divisione"(3).
Peraltro, si riconobbe che "nel complesso, la loro energia, la loro
capacità, la loro spesso generosa, talvolta eroica abnegazione,
rese il loro contributo particolarmente
apprezzabile"(4).
3. La situazione in Italia nel
1943
Lo sforzo
condotto dall'Asse nel 1943 non permise più di ottenere i successi
fino a quel momento conseguiti; nei vari Teatri operativi si stava
verificando un forte arretramento, con conseguenti situazioni di
grande difficoltà. Nel Nord Italia, nella prima parte di
quell'anno, vi furono alcuni scioperi nei maggiori centri di
produzione con manifestazioni apertamente contrarie alle difficoltà
di guerra ed al regime, espressione del malcontento di una parte
della popolazione italiana(5).
L'invasione della Sicilia, avvenuta il 10 luglio da parte degli
Alleati, aggravò la situazione interna che condusse, pochi giorni
dopo, alla caduta del governo Mussolini(6). Il Sovrano, diede istruzioni
affinché l'ex capo del governo fosse tratto in
arresto(7)
provvedendo nel contempo a nominare Primo Ministro il
Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. Questi iniziò
immediatamente le febbrili attività non solo di
"defascistizzazione delle istituzioni pubbliche"(8), ma anche di
accettazione e firma, avvenuta il 3 settembre successivo a
Cassibile per opera del Generale Castellano, dell'armistizio
tra il Regno d'Italia e gli Alleati.
Durante i quarantacinque giorni del Governo Badoglio i vertici
delle Forze Armate italiane furono tenuti all'oscuro dei contatti e
delle intese che successivamente condussero all'armistizio: così la
notizia di esso li colse di sorpresa e non li mise in condizioni di
poter garantire né la tutela delle Istituzioni, né la propria.
I giorni che
precedettero l'armistizio non furono utili al Governo
Badoglio(9), che non
fu in grado di organizzare una risposta concreta e coordinata delle
FF. AA. italiane contro quelle tedesche, né agli Alleati che non
pianificarono alcun tentativo di accelerare la risalita della
penisola(10), né ai
singoli reparti, i quali, nonostante l'abbattimento del regime, si
trovavano ancora a combattere una guerra "fascista" che non andava
più bene a nessuno, se non ai tedeschi(11). In sintesi, sia il vertice
strategico-politico, sia quello strategico -
militare(12) non
furono in grado di pianificare, organizzare e condurre alcun
tipo d'intervento, ad eccezione dello Stato Maggiore della
Regia Marina che riuscì a far riparare nei porti
cobelligeranti un'alta percentuale del naviglio militare
italiano(13) ed
in parte dello Stato Maggiore della Regia Aeronautica.
Immediatamente dopo la costituzione del Governo Badoglio, furono
emanate disposizioni severissime per il mantenimento dell'ordine
pubblico, in parte per timore di manifestazioni di varia
provenienza politica, ma soprattutto per timore di possibili
risposte degli apparati di partito e in particolare della Milizia
all'arresto di Mussolini(14).
Il momento, che
sarebbe stato estremamente critico per qualsiasi Stato e Governo,
lo divenne ancor più per l'indecisione e la mancata coordinazione
tra il Comando Supremo Alleato e il Governo italiano nella
comunicazione dell'armistizio, appesantendo gravemente la posizione
delle Forze Armate italiane. Infatti, la diffusione della notizia,
battuta dalla Reuters alle ore 17.45 di quell'8 settembre, colse
impreparato il vertice politico - militare italiano e costrinse il
Maresciallo Badoglio a confermarla leggendo, alle successive ore
19.45, ai microfoni dell'E.I.A.R. il messaggio con il quale veniva
comunicato a tutti gli italiani (Forze Armate
comprese)(15) la
firma dell'Armistizio(16).
4. La situazione militare a
Roma
Nacque così la
necessità di garantire la sicurezza delle principali installazioni
e della città di Roma, alla cui difesa parteciparono almeno otto
divisioni italiane contro tre tedesche. Nonostante la fiducia e
l'animosità delle Unità italiane, non vi fu che una tardiva e
superficiale attività di controllo e coordinamento del Comandante
responsabile della difesa della Capitale. Anzi, nonostante lo
slancio e l'efficienza offerta dai militari sul terreno nel
difendere le posizioni e tenere sgombra dai tedeschi la Città
eterna, il Generale Carboni, responsabile della difesa di Roma,
dopo aver tentato inutilmente di seguire il Re e il Governo a
Pescara e da lì imbarcarsi per Brindisi, dovette tornare indietro e
disporre lo spostamento di alcuni reparti poiché "non era possibile
difendere Roma"(17).
La difesa della Capitale era organizzata su due anelli concentrici.
Il primo, all'esterno della città, era assicurato dalla divisione
Piacenza e dal Corpo d'Armata motocorazzato (composto dalle
divisioni corazzate Ariete e Centauro - ex Littorio -, Piave e
Granatieri di Sardegna).
L'anello
interno, invece, era formato dal Corpo d'Armata di Roma composto
dalla divisione Sassari ed integrato dai reparti presenti
all'interno del presidio (Genova Cavalleria, circa una ventina di
battaglioni addestramento, i depositi reggimentali e le Forze di
Polizia - Reali Carabinieri, Regia Guardia di Finanza, Polizia
dell'Africa Italiana)(18) ed infine vi erano anche le
divisioni di fanteria Re e Lupi di Toscana - sebbene incomplete -
che, dalla sera dell'8, passavano alle dipendenze del settore di
difesa (esterno) della Città Eterna. Erano dislocati sul litorale
laziale, infine, gli elementi delle 220a e 221a divisioni costiere,
suddivise in una molteplicità di piccoli distaccamenti.
Di contro, i tedeschi avevano a disposizione la 3a divisione
corazzata stanziata nella provincia di Viterbo e la 2a divisione
paracadutisti nella zona ad ovest-sudovest di Roma, compresa tra
Pratica di Mare ed Ostia e reparti di paracadutisti aviotrasportati
nella notte dalla Francia.
Questi furono gli schieramenti di forze dislocati attorno e dentro
la Capitale(19).
5. La partecipazione dei Reali Carabinieri
alla difesa di Roma
La divisione
paracadutisti del Generale Heindrich, muovendo dalla zona tra
Pratica di Mare ed Ostia, investì quella parte di Roma, compresa
tra i quartieri della Magliana e di Tor Sapienza, che era tenuta
dalla divisione Granatieri di Sardegna, schierata a difesa sin
dalle ore 20.30 dell'8 settembre(20). L'impegno profuso dai
Granatieri di Sardegna, sebbene avesse bloccato i paracadutisti
tedeschi, non era sufficiente a contenerli e sconfiggerli; così,
attorno alle 23.00, su richiesta dello Stato Maggiore Regio
Esercito, venne disposto l'invio di Unità di rinforzo (un reparto
della Polizia dell'Africa Italiana, unità minori dell'8° Reggimento
Lancieri di Montebello e un Battaglione Allievi Carabinieri).
Alle ore 23.30, il 2° Battaglione Allievi Carabinieri -
composto(21) da
giovani allievi, carabinieri neopromossi e dagli ufficiali e
sottufficiali d'inquadramento - strutturato su 3
compagnie(22), era
pronto. Alle 23.45 era in movimento verso la Basilica di San Paolo,
alla cui destra si attestò alle ore 00.30 del 9 settembre.
Il caposaldo n.
5, dislocato sulla via Ostiense, ponte della Magliana, era stato
occupato dai tedeschi con uno stratagemma e la conseguente cattura
della maggior parte dei Granatieri di Sardegna; se i tedeschi
avessero conservato il controllo del caposaldo, sarebbero potuti
entrare agevolmente nella città.
Il comandante del settore dispose lo spostamento del Battaglione
Allievi Carabinieri nella zona della Magliana, per partecipare alla
riconquista del caposaldo. Alle ore 05.00, il battaglione giunse al
completo nella zona d'operazioni, e, unitamente ad un battaglione
della Polizia dell'Africa Italiana ed al Reparto Esplorante
Corazzato del Reggimento Lancieri di Montebello, attorno alle ore
06.00(23), iniziò
l'attacco con i reparti sopraindicati insieme ad elementi del I e
II battaglione Granatieri di Sardegna.
L'azione fu
condotta con grande capacità, tanto che la massa nemica di
2.500/3.000 uomini fu costretta a spingersi verso il Tevere
abbandonando il caposaldo n. 5 occupato alle ore 10.00.
Quest'azione è stata ricordata così da un avversario: "ore 11 del
giorno 9: un distaccamento di paracadutisti si trovava in seria
difficoltà. I granatieri combattono
splendidamente"(24).
Le unità impiegate rimasero nel settore di competenza a difesa del
caposaldo, che veniva mantenuto anche dai Granatieri che erano
stati liberati durante l'azione precedente. Allo stesso modo i
Carabinieri continuarono a combattere riconquistando altro terreno
e facendo numerosi prigionieri. La presenza in zona d'operazioni
del 2° Battaglione Allievi durò sino alle 19.30 del 9 settembre,
quando venne rilevato da un contingente di 200 Carabinieri del
Gruppo Squadroni "Pastrengo", appiedato, che rimase impegnato in
numerosi scontri sino alla mattinata del 10 settembre, riuscendo a
far desistere e ripiegare le unità paracadutiste
tedesche(25).
Successivamente, giunse l'ordine di cessare il fuoco e lentamente i
reparti italiani iniziarono a ripiegare verso la Capitale, sia pur
a contatto con i tedeschi che continuavano a far fuoco, penetrando
così nella Città Eterna.
Il Generale Carboni, "responsabile" della difesa di Roma, aveva,
infatti, fatto sottoscrivere un accordo con le forze armate
tedesche con il quale veniva mantenuta in servizio solamente una
Divisione, la Piave, forte di non più di 4.000 uomini, con lo scopo
di garantire l'esecuzione di servizi indispensabili all'interno
della Capitale che veniva dichiarata "città aperta".
L'accordo, siglato alle ore sedici del 10 settembre 1943, prevedeva
appunto la cessazione delle ostilità(26).
6. L'operato dei Carabinieri
Mentre il
Battaglione Allievi Carabinieri si stava spostando alla Magliana
per partecipare alle operazioni di riconquista del caposaldo n. 5 a
ridosso della via Ostiense, due squadre motorizzate di
paracadutisti tedeschi tentarono, senza successo, l'infiltrazione
tra le sua fila, venendo subito catturate.
Successivamente a questo primo contatto, il Battaglione si schierò
sulle posizioni di partenza per investire il caposaldo n. 5, con la
destra protetta dal Tevere e la sinistra dai reparti del
"Montebello" e della P.A.I.
Il Battaglione si era dispiegato mantenendo sulla destra la 4a
compagnia, sulla sinistra la 6a e al centro, leggermente più
arretrata, la 5a compagnia.
Così, all'orario convenuto, il Battaglione Allievi Carabinieri
iniziò le operazioni. L'immediato tiro dei mortai tedeschi sul
Battaglione fu contrastato efficacemente dai mezzi dei Lancieri di
Montebello, che agevolarono il movimento verso il caposaldo.
La 4a compagnia, su due plotoni avanzati e il terzo arretrato,
investì frontalmente le posizioni nemiche, affiancata dalla
6a.
Dopo circa mezz'ora, gli avversari contrattaccarono, ma il
comandante del Battaglione, percepito il pericolo, spostò la 5a
compagnia tra il Tevere e la 4a, tamponando così il tentativo di
penetrazione nel dispositivo.
Attorno alle ore 07.00, ripresero d'intensità i combattimenti,
durante i quali perse la vita l'allievo carabiniere Alfredo
Berasini, primo caduto dei numerosi militari dell'Arma che
parteciparono alla difesa della Capitale.
Verso le 08.30, nell'incitamento degli allievi per l'attacco finale
al caposaldo, cadde il Capitano dei Carabinieri Orlando De Tommaso
e poco dopo, nella neutralizzazione di un centro di fuoco tedesco,
venne colpito a morte anche il carabiniere Antonio Colagrossi.
L'azione di
riconquista proseguì con decisione: il Battaglione conquistò poco
dopo le 10.30 le posizioni nemiche.
I Carabinieri proseguirono nell'azione superando il caposaldo,
liberando alcuni militari italiani precedentemente catturati,
catturando a loro volta alcuni tedeschi e costringendo gli altri a
ripiegare.
I tedeschi alzarono bandiera bianca e sfruttarono la sospensione
del fuoco accordata da parte italiana riprendendo all'improvviso il
fuoco.
Il combattimento si riaccese e le Unità italiane riuscirono a far
arretrare i nemici, mantenendo le proprie posizioni.
In quest'ultima fase, si distinse l'operato del vicebrigadiere
Giuseppe Cerini, il quale, dopo aver soccorso un altro militare
gravemente ferito, riprese immediatamente il comando della sua
squadra mitraglieri, con cui contrastò efficacemente gli avversari,
neutralizzando due centri di fuoco, sino a quando, ferito in più
parti del corpo, fu costretto a recarsi al posto di
medicazione.
Al termine dell'intensa giornata di combattimenti, il Battaglione
Allievi Carabinieri venne sostituito da un contingente di 200
uomini del Gruppo Squadroni "Pastrengo"(27), i quali per due volte
respinsero gli attacchi dei paracadutisti tedeschi facendoli
ritirare definitivamente.
Si concluse
così la partecipazione diretta di unità organiche dell'Arma dei
Carabinieri alla difesa di Roma ed iniziarono le attività del
Fronte Clandestino di Resistenza.
Lo scontro con i paracadutisti tedeschi costò, complessivamente, ai
Carabinieri Reali diciassette caduti e quarantotto feriti tra
ufficiali, sottufficiali, appuntati, carabinieri ed
allievi(28). Furono
concesse (alla memoria) una Medaglia d'Oro ed una d'Argento al
Valor Militare (Capitano Orlando De Tommaso e Carabiniere Antonio
Colagrossi), una Medaglia d'Argento al Valor Militare a vivente
(Vicebrigadiere Giuseppe Cerini), 3 Medaglie di Bronzo al V.M. e 25
Croci di Guerra al Valor Militare.
7. Conclusioni
È stato messo
in evidenza da una parte della storiografia che la difesa di Roma
fu "al limite della guerra regolare vera e propria diretta
dall'alto e la guerra condotta localmente per iniziativa dei
comandi dei reparti, in una parola, la guerra
partigiana"(29).
In ogni caso, l'operato dei Carabinieri Reali, a conferma del
carattere militare(30)
dell'Istituzione, fu di indiscusso valore e disciplina come
riconosciuto anche dagli avversari(31).
Approfondimenti:
(*)
- Tenente dei Carabinieri, in servizio presso il Raggruppamento
T.L.A. "Podgora";
(1) - M.G. Vaccarino, La résistance au fascisme en Italie de 1923 á
1945, in European Resistance Movement - proceedings of the first
International Conference on the History of the Resistance Movements
held at Liege -Bruxelles - Breendonk 14-17 September 1958, Oxford,
Pergamon Press, 1960, pagg. 69-95. Non si fa alcun accenno al
contributo offerto dalle Forze Armate e dai singoli militari
durante l'occupazione tedesca. Nello stesso senso, cfr. anche: R.
Cartier, La Seconda Guerra Mondiale (trad. it.) - I edizione Oscar
Biografie e storia -, vol. II, Milano, Arnoldo Mondadori, 1978,
pagg. 239-242, mentre per un esame complessivo della valutazione
del ruolo dell'Esercito regolare nella Resistenza e nella Guerra di
Liberazione si rimanda a V. Ilari - F. Botti, Il pensiero militare
italiano dal primo al secondo dopoguerra (1919-1949), Roma, Ufficio
Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1985, in particolare
cap. VI - Le Forze Armate italiane di fronte alla guerra partigiana
(1943-45), pagg. 339-404.
(2) - Si veda F. Parri - F. Venturi, The Italian Resistance and the
Allies in European Resistance Movement - proceedings of the second
International Conference on the History of the Resistance Movements
held at Milan 26-29 March 1961, Oxford, Pergamon Press, 1964, pagg.
xiii - xliii. Ad oltre dieci anni di distanza dagli eventi, gli
autori fanno riferimento ad una partecipazione - molto limitata -
di singoli militari italiani al movimento di resistenza, e
particolarmente riferita al rientro alla spicciolata delle unità
dalla Francia in Piemonte, nonché alla lotta partigiana in
Jugoslavia e Grecia. Di tenore simile: G. Rochat - G. Massobrio,
Breve Storia dell'Esercito Italiano dal 1861 al 1943, Torino,
Einaudi, 1978, pagg. 306-313. In particolare, alla nota 22, gli
autori ritengono che le Forze Armate, intese come militari di
carriera, non parteciparono in numero significativo alla
Resistenza, ma quanto meno riconoscono "la Resistenza […]
patrimonio anche delle Forze Armate nella misura in cui queste sono
espressione del paese".
(3) - F. Parri - F. Venturi, ibidem, nota 25, si riporta di seguito
il testo in versione originale "[…] because of difficulties of
understanding and attitude or because their attempts at
interference, pressure or their divisionary action".
(4) - F. Parri - F. Venturi, ibidem, nota 25, si riporta il testo
in versione originale "on the whole, their energy, their capacity,
their often generous, sometimes heroic selfdenial, made their
contribution especially valuable".
(5) - Per alcuni fenomeni di contrasto agli scioperi e ad altre
manifestazioni cfr.: G. Rochat, Duecento sentenze nel bene e nel
male - i Tribunali militari nella guerra 1940-43, Udine, Gaspari
Editore, 2002.
(6) - Che vi fossero preoccupazioni per possibili ripercussioni
sull'ordine pubblico a seguito della destituzione di Mussolini
emerge chiaramente dal discorso del senatore, generale Angelo
Cerica, Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri all'epoca dei
fatti, il quale, in occasione del quindicesimo anniversario della
caduta del fascismo celebrato nel Senato della Repubblica il 25
luglio 1958, dichiarava che le Forze Armate furono in quei giorni
fedeli al dovere nonostante "la presenza in Roma di ottomila
militari tedeschi, e la presenza, nelle immediate vicinanze della
città, di una divisione di camicie nere potentemente armate"; la
dichiarazione continuava affermando che il segretario del partito
fascista si adoperò attivamente affinché l'esecuzione degli ordini
del re procedesse in perfetta regola e senza reazioni ed
inconvenienti e che infine, fu possibile "scongiurare anche il
ventilato intervento delle camicie nere attraverso una telefonata …
al generale Galbiati" riportato in R. Perrone Capano, La resistenza
in Roma, II vol., Napoli, Gaetano Macchiaroli Editore, 1963, vol.
uno, pag. 44, nota 18.
(7) - La caduta del governo Mussolini fu accompagnata, com'è noto,
dall'arresto dell'ex Presidente del Consiglio. L'operazione fu
condotta dai militari dell'Arma del Gruppo Interno di Roma, il cui
comando era retto dal Tenente Colonnello Giovanni Frignani.
Mussolini fu detenuto prima presso la caserma sede della Legione
Allievi Carabinieri, poi nelle isole di Ponza e La Maddalena e,
mentre i tedeschi avevano già iniziato la pianificazione delle
operazioni per la sua liberazione, fu tradotto in Abruzzo presso
l'albergo a Campo Imperatore - il cui servizio di vigilanza era
affidato a Carabinieri e PS - dal quale i paracadutisti del
colonnello Otto Skorzeny lo liberarono con uno stratagemma. Per una
lettura degli avvenimenti sotto un altro punto di vista si rimanda
a: C. Zentner (a cura di), Der zweite Weltkrieg, Rastatt, Moewig,
1998.
(8) - Va ricordato che tra i vari provvedimenti, oltre a dichiarare
lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista ed illegale la sua
eventuale ricostituzione, fu previsto che la Milizia Volontaria per
la Sicurezza Nazionale diventasse parte dell'Esercito, con la
nomina di un generale di quest'ultimo a comandante. Per una visione
di carattere generale sull'evoluzione politica italiana ed alcuni
aspetti riguardanti il periodo, S. Romano, Le Italie parallele,
Milano, Tascabili degli Editori Associati, 1998, in particolare
pagg. 96-112.
(9) - Tra gli aspetti di particolare importanza risalta la critica
mossa, in particolare da Ivanoe Bonomi, che il nuovo governo
italiano avrebbe commesso l'errore iniziale di dichiarare che la
guerra sarebbe continuata, e avrebbe aggravato tale errore con la
strana affermazione che la continuazione della guerra sarebbe
avvenuta per fedeltà "alla parola data", I. Bonomi, Diario di un
anno (2 giugno 1943 - 4 giugno 1944), Milano, Garzanti, 1947, pag.
IX riportato in R. Perrone Capano, op. cit., vol. uno, pagg. 58
ss.
(10) - Gli Alleati avevano promesso, all'atto della stipula
dell'armistizio, l'arrivo di una divisione di paracadutisti a Roma
per mantenere la città libera dai tedeschi e congiungersi alle
forze italiane, ma "the American General Taylor, of the 82nd
Airborne Division, was sent to Rome on September 7. His secret
mission was to arrange with the Italian General Staff for the
airfields around the capital to be seized during the night of the
9th. But the situation had radically changed since Castellano had
asked for Allied protection. The German had powerful forces at
hand, and appeared to be in possession of the airfields. The
Italian Army was demoralised and short of ammunition. Divided
counsels seethed round Badoglio. Taylor demanded to see him.
Everything hung in the balance. The Italian leaders now feared that
any announcements of the surrender, which had already been signed,
would lead to the immediate German occupation of Rome and the end
of Badoglio Government. At two o'clock on the morning of September
8 General Taylor saw Badoglio, who, since the airfields were lost,
begged for delay in broadcasting the armistice terms. He had in
fact already telegraphed to Algiers that the security of the Rome
airfields could not be guaranteed. The air descent was therefore
cancelled"; cfr.: W. Churchill, The Second World War, London,
Cassell & Co., 1952, VI vol., vol. V, pagg. 96-101.
(11) - I tedeschi avevano ben chiaro l'intendimento dell'Italia,
visto anche che, il 6 agosto 1943, a Tarvisio, vi fu un incontro
tra i Ministri degli Affari Esteri nonché dei Capi di Stato
Maggiore di Italia e Germania circa la conduzione della guerra in
atto e che il Ministro degli Esteri, Raffaele Guariglia, avrebbe
dichiarato: "Se la Germania pensava di occupare l'Italia e di
forzare la mano al nostro popolo, essa si sarebbe trovata in paese
nemico con tutte le conseguenze che da una tale situazione
avrebbero potuto derivare alle truppe operanti nel nostro
territorio", R. Guariglia, Ricordi 1922-1943, Napoli, E.S.I., 1950,
pag. 629, riportato in R. Perrone Capano, op. cit., vol. uno, pag.
69. Ciò è indice del fatto che i vertici militari potevano avere
comunque sentore della volontà politica che si stava formando ed
avrebbero potuto intraprendere - d'iniziativa - una pianificazione
d'impiego delle Unità in una situazione che iniziava a profilarsi
come estremamente delicata.
(12) - Il vertice strategico-militare era composto dallo Stato
Maggiore Generale, responsabile per le operazioni fuori dal
territorio metropolitano, e dagli Stati Maggiori di Forza Armata.
Lo Stato Maggiore Regio Esercito manteneva il comando sulle Forze
terrestri in Italia. Per un'analisi delle responsabilità attribuite
al vertice strategico - militare, cfr.: Centro Studi Associazione
Nazionale Granatieri di Sardegna (a cura di), La difesa di Roma e i
Granatieri di Sardegna nel settembre 1943, Stato Maggiore
dell'Esercito, Roma, 1993.
(13) - Il 64,74% del totale riparò principalmente nel porto di
Malta. Questo dato insieme al 24,57% autoaffondato e al 10,68%
affondato dai tedeschi nelle operazioni di trasferimento, evidenzia
come rimase nelle mani dei tedeschi lo …. 00,01%! Dati riportati,
insieme ad una visione generale delle Forze Armate in quei momenti,
in C. Paoletti, Gli italiani in armi - cinque secoli di storia
militare (1494 - 2000), Roma, Ufficio Storico Stato Maggiore
Esercito, 2001, pagg. 597-600.
(14) - Circolare Roatta, riportata anche in G. Rochat - G.
Massobrio, op. cit., pagg. 297-8; cfr. anche: R. Perrone Capano,
op. cit., vol. uno, pag. 56, nota 27. Per una interpretazione degli
avvenimenti del tutto diversa cfr.: G. Rochat, Duecento sentenze
nel bene e nel male - i Tribunali militari nella guerra 1940 - 43,
Udine, Gaspari Editore, 2002, pagg. 48-50.
(15) - Furono emanate delle direttive, poco comprensibili e a dir
poco intempestive che non giunsero in tempo ai Comandi, o quei
pochi che le ricevettero ebbero grossissimi problemi
nell'applicazione perché presi completamente alla sprovvista. Cfr.,
uno per tutti: Centro Studi Associazione Nazionale Granatieri di
Sardegna (a cura di), La difesa di Roma e i Granatieri di Sardegna
nel settembre 1943, Stato Maggiore dell'Esercito, Roma, 1993.
(16) - Il testo del messaggio è il seguente: "Il Governo italiano,
riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la
soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare
ulteriori e gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio
al generale Eisenhower, Comandante in Capo delle Forze Alleate
anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente,
ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare
da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però reagiranno
ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".
(17) - Sull'atteggiamento tenuto da Carboni nella circostanza,
numerose fonti hanno espresso considerazioni di tenore negativo. Il
Carboni, all'indomani del secondo conflitto mondiale, pubblicò un
libro di autodifesa. Nelle riforme repubblicane della disciplina
militare (D.P.R. 31.10.1964 - che abroga il Regolamento di
Disciplina del 1929 - e legge 11 luglio 1978, n. 382 e D.P.R. 16
luglio 1986, n. 545 recante "approvazione del Regolamento di
Disciplina Militare"), al fine di evitare analoghi episodi, è stato
espressamente previsto tra i doveri di tutti i militari, il dovere
di agire d'iniziativa; in particolare l'art. 13 del Regolamento del
1986 prevede questo dovere "quando manchi di ordini e sia
nell'impossibilità di chiederne o di riceverne o quando non possa
eseguire per contingente situazione quelli ricevuti quando siano
chiaramente mutate le circostanze che avevano determinato gli
ordini impartiti".
(18) - A Roma, al momento dell'armistizio, le forze di polizia
contavano circa 18.000 uomini: 9.000 carabinieri (Divisione
Carabinieri Reali Podgora, su Legione Roma, Legione Lazio e Legione
Allievi) e 2.600 finanzieri (di cui impiegabili rispettivamente
4.000 e 1.400), più 1.300 agenti PAI con carri L e 16 autoblindo, 1
battaglione mobile di PS e 5.000 metropolitani (militarizzati da
Badoglio il 10 agosto 1943). Sui reparti presenti in Roma anche
Centro Studi Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna (a cura
di), op. cit. pag. 93.
(19) - Per un quadro complessivo del periodo, cfr. C. Paoletti, Gli
italiani in armi - cinque secoli di storia militare (1494 - 2000),
Roma, Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, 2001. Per una
narrazione generale delle vicende che colpirono Roma, si veda anche
R. Perrone Capano, op. cit.
(20) - Quindi dopo ben quarantacinque minuti dalla lettura
dell'annuncio alla radio italiana le unità italiane intorno alla
Capitale erano attestate a difesa e pronte a reagire. Già questo
dato basterebbe a confutare l'ipotesi della indifendibilità di
Roma.
(21) - Sono stati indicati in 600 [Circa (n.d.r.)] i militari del
2° Battaglione Allievi Carabinieri, G. Mastrobuono, Generale, Le
FF.AA. italiane nella resistenza e nella Guerra di Liberazione,
Roma, tipografia di Casamari, 1965, pag. 74. Il numero trova
conferma anche in una pubblicazione antecedente che attribuisce una
forza di 750 militari tra i sottufficiali, gli appuntati e
carabinieri e gli allievi del battaglione impegnato nelle attività,
dei quali 660 sono indicati come allievi (media annuale) vedi
Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri Reali, Scompartimento
Territoriale dell'Arma dei Carabinieri Reali, Roma, Istituto
Poligrafico dello Stato - Libreria, 1932, pagg. XVIII-XIX. Grazie
alla pubblicazione ed all'analisi della tabella organica della
Legione Carabinieri Reali e sia pur considerando gli allievi
presenti anziché come media annuale come forza impiegabile al
momento, in linea teorica e mancando di ulteriori elementi, si
potrebbe affermare che vi erano disponibili 1823 tra sottufficiali,
appuntati, carabinieri ed allievi inquadrati nella Compagnia
Comando, nel 1° e 2° Battaglione e nel Gruppo Squadroni della
medesima Legione con 66 quadrupedi, di cui 26 da tiro.
(22) - Comandante del Battaglione era il Tenente Colonnello Arnaldo
Frailich, già combattente nel primo conflitto mondiale e decorato
di una Medaglia d'Argento e di una di Bronzo al Valor Militare,
mentre Comandanti di Compagnia erano il Capitano Orlando De Tommaso
(4a), il Capitano Franz Colella (5a) e il Tenente Domenico Maglione
(6a).
(23) - Così: Centro Studi Associazione Nazionale Granatieri di
Sardegna (a cura di), La difesa di Roma e i Granatieri di Sardegna
nel settembre 1943, Stato Maggiore dell'Esercito, Roma, 1993; ma
non tutti sono concordi nell'indicare l'ora, ad esempio: A.
Ferrara, Gen. Div. (a cura di), I Carabinieri nella resistenza e
nella guerra di liberazione - Roma, Ente Editoriale dell'Arma dei
Carabinieri, 1978, pag. 11, indica le ore 05.40.
(24) - E. Dollmann, Roma nazista, Milano, 1949 rip. in: Centro
Studi Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna (a cura di),
op. cit., pag. 142. è evidente che il colonnello Dollmann quando
scrisse quella frase non sapeva che i tedeschi avevano di fronte
non solo Granatieri di Sardegna, ma PAI, Lancieri di Montebello e
Carabinieri Reali.
(25) - Il Generale Filippo Caruso, nel corso dell'orazione
pronunciata in Napoli il 26 gennaio 1949 in onore della memoria del
Vicebrigadiere Salvo D'Acquisto, riferì quanto segue sui fatti dei
giorni successivi all'armistizio dell'8 settembre: "tre battaglioni
di carabinieri si succedettero nel combattimento di quei giorni
alla Magliana, fuori Porta San Paolo ed in via dei Trionfi per la
difesa della Città Eterna. Ed attorno e dentro le sue mura
pattuglie di carabinieri e carabinieri isolati sacrificarono la
vita per fronteggiare, a tutela della popolazione, la tracotanza
della soldataglia teutonica, che, ebbra di vendetta, e di strage
occupava l'Urbe", F. Caruso (a cura di), L'eroe di Palidoro
vicebrigadiere Salvo D'Acquisto, Roma, Istituto Poligrafico dello
Stato, 1949, rip. in R. Perrone Capano, op. cit., vol. uno, pag.
100.
(26) - Più correttamente si potrebbe parlare di quella forma di
armistizio - detto anche "città aperta" - con il quale i tedeschi
fecero accettare la presenza all'interno della Capitale di una sola
divisione - la Piave - fornita solamente di armamento leggero e con
compiti di ordine pubblico. Si riporta il testo completo del
comunicato dell'agenzia di informazioni "Stefani" relativo
all'armistizio: "Le trattative iniziate ieri fra le autorità
militari italiane e tedesche si sono concluse il 10 settembre alle
ore sedici con l'accettazione di un accordo secondo il quale viene
stabilito che le truppe tedesche devono sostare ai margini della
città libera di Roma, salvo l'occupazione della sede
dell'ambasciata di Germania, della Stazione Radio "Roma I" e della
centrale telefonica tedesca. Sua Eccellenza il generale Calvi di
Bergolo, nominato comandante della città aperta di Roma, avrà alle
sue dipendenze una Divisione di Fanteria per il mantenimento
dell'ordine pubblico, oltre tutte le forze di polizia. I Ministri
rimangono in carica per il normale funzionamento dei rispettivi
dicasteri".
(27) - Comandante del Gruppo Squadroni Tenente Colonnello Gaetano
Russo, Comandante di Squadrone Capitano Michele Ippolito.
(28) - Per questi dati si rinvia, oltre al più recente G. Oliva,
Storia dei Carabinieri - dal 1814 a oggi, Milano, Arnoldo Mondadori
Editore, 2002, pag. 202, a: A. Ferrara, Gen. Div. (a cura di), I
Carabinieri nella resistenza e nella guerra di liberazione - Roma,
Ente Editoriale dell'Arma dei Carabinieri, 1978, pagg. 9-13 ed
anche a: Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri, collana Per non
dimenticare, 1943. I Carabinieri alla difesa di Roma, Roma,
Istituto Grafico Editoriale Romano, 1993, pag. 23. Altre fonti
riportano un diverso numero di militari caduti e feriti.
(29) - R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino,
1954, pag. 89 riportato in G. Oliva, op. cit., pag. 202.
(30) - Regolamento Organico per l'Arma dei Carabinieri Reali -
approvato con R. D. 1169 del 14 giugno 1934 e pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale n. 175 del 27 luglio 1934 - capitolo I, art. 1
"I carabinieri Reali fanno parte dell'esercito di cui sono la prima
arma con le speciali loro prerogative, e, in caso di guerra,
concorrono con le altre truppe alle operazioni militari. […].
(31) - E. Dollmann, nell'aprile 1946, in uno dei manoscritti da lui
redatti per i servizi segreti inglesi sulle vicende
politico-militari da lui vissute in Italia, scriveva a sua volta -
in merito alla situazione della città di Roma in quei giorni: "Le
sei divisioni italiane a disposizione del generale Carboni
rappresentavano una entità di gran lunga superiore alle forze su
cui poteva contare nei primi giorni Kesselring. La divisione
paracadutisti - dislocata a Pratica di mare - non aveva piú di 8000
uomini, senza carri armati e senza artiglieria pesante. La
divisione granatieri del gen. Graeser (pressi di Lago di Bracciano)
disponeva di circa 8000 uomini; alcuni reparti erano ancora in via
di trasferimento. Non era una divisione corazzata, ma disponeva
semplicemente di un distaccamento corazzato di esplorazione (una
trentina di mezzi circa). A tali forze si potevano aggiungere:
piccoli distaccamenti (presidi di varie località), il presidio del
Quartier generale e gli uomini a disposizione di Kappler e di
Skorzeny (non oltre 200 uomini). Ma mentre le truppe germaniche
potevano vantare una disciplina ed inquadramento perfetti, ed ogni
uomo era animato dal desiderio di tutto osare contro i "traditori
italiani", le truppe italiane (eccezion fatta di talune unità il
cui comportamento fu brillante: granatieri, carabinieri)
rappresentavano una massa disordinata, alla quale mancava una fede
e che, soprattutto, non disponeva di un capo. Ad un Kesselring
(popolarissima figura di soldato, che tutti ammiravano) gli
italiani non potevano opporre che un generale Carboni" (ASMAE, D.
Grandi, b. 148, fasc., 197, sottof. 1), riportato in R. De Felice,
Mussolini 1940-1945, 4 CD-Rom, Torino, Einaudi - Mondadori, 2001,
Mussolini l'alleato, II La guerra civile (1943-1945) II. La
catastrofe nazionale dell'8 settembre, 5. Considerazioni sulla fuga
del Re e sulla mancata difesa di Roma, nota
26. |