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1. Introduzione
La formazione
sta assumendo un ruolo sempre più centrale in ambito organizzativo,
non solo nelle aziende private, ma anche nella Pubblica
Amministrazione. Termini come: "educazione degli adulti",
"formazione permanente", "formazione manageriale", "formazione
integrata", "formazione ai formatori", "obiettivi formativi", ecc.
…sono entrati a far parte del vocabolario anche dei non addetti ai
lavori. Ma tra gli esperti c'è già chi comincia a chiedersi se la
formazione aziendale e degli adulti non sia diventata anche una
moda, una strada per non affrontare problemi che meriterebbero
probabilmente interventi molto più radicali e "fastidiosi", o in
alcuni casi addirittura un business.
Nelle stesse Forze Armate, dove comunque l'attenzione per la
preparazione e l'addestramento delle persone non è certo una
novità, si assiste ad un fiorire di corsi, di attività e di
interventi formativi, che spesso, anche con una certa disinvoltura,
vengono affidati ad istituti di formazione esterni. C'è in effetti,
a nostro avviso, il rischio, da un lato, di una eccessiva
semplificazione e banalizzazione dell'uso della formazione e,
dall'altro, che su di essa venga scaricata la responsabilità della
soluzione di problemi che non sono di sua competenza e che
probabilmente hanno radici in altre variabili organizzative
(risorse, strutture, meccanismi operativi). Ma in realtà che cosa
vuol dire fare formazione? Che cosa c'è o, meglio, ci dovrebbe
essere, dietro un corso formativo? Quale deve essere il ruolo del
formatore? E quello dei frequentatori?
In questo articolo cercheremo di dare una risposta a queste domande
al fine di chiarire alcuni dubbi e stimolare una riflessione su una
questione con cui prima o poi tutti, o nella veste di frequentatori
di corsi, o di docenti o di committenti, dovremo confrontarci.
2. Formazione: una definizione
La formazione
può essere definita come un processo pianificato, organizzato e
finalizzato al presidio della cultura professionale, di individui e
gruppi, mediante metodologie di apprendimento consapevole,
integrato e distintivo. Più in dettaglio i concetti contenuti nella
definizione possono essere così esplicitati:
- processo pianificato, organizzato e finalizzato, inteso come una
strategia definita sia per rinsaldare una comune identità, sia per
consentire il raggiungimento degli obiettivi prefissati. In tal
senso la formazione non può essere qualcosa di episodico,
occasionale, settoriale, bensì un processo integrato e permanente,
di ampio respiro e di marcato valore strategico. Ed è per questo
che i processi di formazione non possono essere totalmente delegati
ai livelli bassi o a formatori esterni;
- cultura, intesa non come semplice orientamento al "sapere" ed al
"saper fare". Cultura è soprattutto conoscenza e condivisione di
valori, significati, scopi, atteggiamenti;
- individui e gruppi, in quanto la formazione si pone l'obiettivo
di valorizzare ogni singola potenzialità, ma all'interno di un
gruppo amalgamato e fortemente motivato a collaborare;
- apprendimento consapevole, integrato e distintivo all'interno del
quale i destinatari della formazione rivestono un ruolo attivo e
coerente con i concetti di responsabilità e di "leadership
diffusa". Con ciò si intende affermare che la formazione non si
limita a trasmettere contenuti o abilità specifiche. Si pone
l'obiettivo di favorire una condivisione allargata ed una
partecipazione attiva in modo che le risorse umane siano poste
nella condizione di "comprendere" (nel senso di "prendere dentro",
capire le cause, gli effetti e le logiche di base) in merito a cosa
fare, come farlo e perché farlo. Comprende anche il concetto di
distintivo. In altri termini, il "fare, il come farlo ed il perché
farlo" tipico ad esempio di un Carabiniere deve distinguersi dal
"fare, dal come farlo e dal perché farlo" di un appartenente ad
altra F.A. o Forza di Polizia. Ciò significa immettere "valore
aggiunto in ciò che si fa ed in ciò che si è" per presidiare un
principio etico e per assicurare un vantaggio competitivo in favore
della propria Istituzione, delle altre Istituzioni e del Paese
intero. Da queste premesse si deduce che qualsiasi docente può
insegnare "sapere" (conoscenze teoriche) e "saper fare" (abilità
strumentali) relativamente ad un computer o ad un motore. Al
contrario, il "saper essere" e quindi l'identità individuale (chi
sono) e collettiva (l'appartenenza e il "senso del noi") possono
essere trasmessi solamente da un docente che ha condiviso e
vissuto, in prima persona, con sacrificio ma con orgoglio, quei
valori, significati, atteggiamenti e comportamenti che ora dovrà
positivamente trasmettere alle nuove generazioni.
Quindi, la formazione si distingue dal semplice indottrinamento,
che poggia essenzialmente su: sapere, conoscenze, cosa fare,
compiti, nozioni, ed è qualcosa di diverso anche
dell'addestramento, che rimanda più a concetti come: saper fare,
capacità, come fare, autorità, comportamenti:
|
INDOTTRINAMENTO |
ADDESTRAMENTO |
FORMAZIONE |
|
sapere |
saper fare |
saper essere |
|
conoscenze |
capacità |
valori |
|
cosa fare |
come fare |
perchè fare |
|
compiti |
autorità |
responsabilità |
|
nozioni |
comportamenti |
atteggiamenti |
La formazione,
come segmento che logicamente si posiziona ad un livello superiore
rispetto al "sapere" ed al "saper fare", tende soprattutto a
valorizzare le relazioni interpersonali, con particolare
riferimento a comunicazione, leadership, costruzione del consenso,
diffusione dei valori, lavoro di gruppo, composizione costruttiva
della conflittualità.
3. I "sentieri" dell'attività formativa e
il ruolo del formatore
Ogni attività
formativa si snoda fondamentalmente secondo tre percorsi o
sentieri:
-
il "sentiero
orizzontale", costituito dalla successione logica dei vari
argomenti, partendo da una situazione iniziale (start line) sino a
raggiungere quella futura desiderata (end state);
-
il "sentiero
verticale", nel quale si dà spazio agli approfondimenti necessari
in merito alle questioni ritenute rilevanti per il raggiungimento
ottimale degli obiettivi prefissati. Non tutti gli argomenti
pianificati a livello didattico ovviamente hanno la stessa valenza
o rilevanza. Quelli ritenuti accessori possono essere affrontati
sul piano delle informazioni generali. Gli altri, che al contrario
includono l'essenza stessa del corso, necessitano di
approfondimenti. Vanno adeguatamente commentati a livello teorico e
soprattutto devono tendere a potenziare abilità specifiche,
personali, concretamente spendibili, al fine di migliorare la
performance attuale o al fine di preparare i frequentatori a nuove
tipologie di performance, in altri contesti o in più elevati
livelli di responsabilità;
-
il "sentiero
trasversale", finalizzato a far rielaborare criticamente e
consapevolmente quanto appreso e che offre al frequentatore la
possibilità di giocare un ruolo attivo. Ogni frequentatore deve
cioè essere posto nella condizione di comprendere le logiche, le
coerenze, i significati, le finalità, i valori collettivi che sono
alla base di quel "sapere" e di quel "saper fare". Fare formazione,
in quest'ottica, equivale a considerare il frequentatore non come
un "recipiente da riempire", ma come una preziosa risorsa che sa e
pretende di pensare, di capire, di partecipare, di condividere, di
appartenere e non ultimo di contribuire attivamente al
raggiungimento dell'obiettivo, mettendo in gioco tutto il proprio
bagaglio valoriale, culturale ed esperienziale. Attraverso questa
specifica modalità il frequentatore costruisce la propria identità
professionale (responsabile/esecutore), la propria identità
individuale (valgo/non valgo) e la propria identità sociale (sono
accettato/non sono accettato dagli altri). Per tale motivo, chi ha
l'onere di gestire tale specifico aspetto non può essere solo un
docente. Deve essere soprattutto un "trainer", cioè formatore
addestrato a motivare, a coinvolgere, a generare consenso e forte
appartenenza, a gestire in senso positivo la presenza di eventuale
dissenso.
4. I
livelli di responsabilità
Prima però di
dare avvio ad un'attività formativa vera e propria, essa va
attentamente e preventivamente pianificata nel rispetto dei diversi
e specifici livelli di responsabilità.
In primo luogo del "livello politico", con il diretto
coinvolgimento del vertice istituzionale/aziendale cui compete la
definizione dell'"intento", che include contesto, strategie,
obiettivi attuali, a medio e lungo termine. Sarebbe infatti
inopportuno fare formazione slegata alla mission
istituzionale/aziendale o ancorata eccessivamente al presente o al
passato.
Successivamente del "livello teorico", a cura dell'area personale
che, sulla base degli input ricevuti dal livello politico,
trasforma un'idea generica in un progetto definito. Nel concreto
individua e definisce:
- i destinatari della formazione;
- i relativi bisogni formativi in rapporto
ad eventuali carenze professionali sulle competenze richieste e
possedute allo stato attuale, o che potrebbero verificarsi a
seguito di innovazioni organizzative e tecnologiche o a seguito di
ristrutturazioni e riconversioni, o, infine, per un diverso impiego
delle risorse in altri settori o a livelli più elevati di
responsabilità;
- disponibilità economiche e componenti
logistiche;
- i target dai quali far scaturire i
contenuti teorici-pratici da inserire nel programma ed i docenti da
contattare;
- gli indicatori che consentono di definire,
a livello quantitativo e qualitativo, da dove si parte, come si
procede, dove si vuole arrivare, se si arriva proprio dove era
stato pianificato.
Il livello
teorico, sulla base di quanto sopra esposto, elabora poi una serie
di documenti. In particolare, formalizza:
- gli obiettivi didattici da raggiungere, in
termini di conoscenze, abilità e di atteggiamenti (rispettivamente
aree del sapere, saper fare, saper essere). Obiettivi iniziali,
intermedi e finali, che devono possedere caratteristiche di
pertinenza, logica, precisione, realizzabilità, osservabilità e,
soprattutto, misurabilità;
- una descrizione sintetica del percorso
formativo che include: organizzazione, metodi, didattica, logiche,
tempi, luoghi, attrezzature;
- una descrizione dettagliata di ciascun
ciclo, modulo, unità didattica;
- strumenti in grado di misurare la
rispondenza con le coerenze verso l'interno, l'esterno e nei
confronti del progetto.
È da sottolineare che, per difetto
di progettazione, in questo ambito si possono correre due rischi.
Il primo è quello di fare una formazione cieca in cui le finalità
non sono dichiarate e il corso diventa un misto di lezioni, o
qualcosa di simile alla generica "assunzione di vitamine che
comunque male non fanno". Il secondo è quello di fare una
formazione vuota, carente cioè di metodo o di contenuti: si capisce
e si condivide tutto ma poi non si riesce ad applicarlo alla realtà
lavorativa. E, infine, l'attività formativa va attentamente e
preventivamente pianificata nel rispetto del "livello applicativo"
che, in concreto, prende avvio con l'attività di docenza in aula,
di fronte ai frequentatori. E qui è indispensabile che lezioni e
docenti siano ben integrati in termini di finalità, di metodi, di
progressione. Spesso ciò non si verifica proprio per carenze nelle
fasi di pianificazione e progettazione, con conseguenti effetti
negativi sull'efficacia formativa.
5. Formazione e ciclo di vita
Una formazione,
perché risulti aderente, efficace, e soprattutto "né vuota né
cieca", va progettata e realizzata tenendo conto delle variabili di
contesto e di quelle che sono le caratteristiche strutturali,
funzionali ed umane, tipiche della fase di sviluppo che
l'organizzazione sta attraversando o della fase in cui
l'organizzazione è in procinto di passare.
a.
Caratteristiche strumentali
Molto
schematicamente la vita di un'organizzazione può essere
rappresentata come una curva in cui si individuano fondamentalmente
cinque fasi evolutive: nascita, crescita, espansione, maturità,
declino

Ogni fase del
ciclo di vita dell'organizzazione richiede tipologie formative
diverse e coerenti con le esigenze proprie di quel momento.
Possiamo distinguere quattro tipi di intervento formativo (in sigla
G/R/C/S): G= formazione gestionale; R= formazione al ruolo; C=
formazione al comportamento organizzativo; S= formazione-intervento
di sviluppo organizzativo. Nella fig. 3 è visualizzato il rapporto
tra formazione e ciclo di vita utilizzando le sigle (G/R/C/S/) in
ogni tappa di sviluppo. È indicato con la lettera maiuscola quando
il bisogno formativo è rilevante, con la lettera minuscola quando
il bisogno formativo esiste ma è poco sentito, con il trattino si
sottolinea l'assenza di bisogni formativi.

In fase
iniziale, con un sistema ancora semplice, dove l'importante è
produrre, "fare più che pensare", i bisogni formativi sono pochi o
poco sentiti.
L'unico tipo di formazione sentita è quella tecnica ed è svolta
prevalentemente sul campo.
Successivamente, nella fase di sviluppo, compare l'esigenza di
potenziare gli skills operativi e quindi la formazione va
indirizzata alle aree "g" ed "r" (formazione gestionale,
soprattutto per quanto riguarda gli aspetti di interpretazione del
ruolo).
In fase di espansione aumenta notevolmente la complessità con la
presenza di nuove funzioni o con l'erogazione di ulteriori
prodotti/servizi.
La formazione comincia a richiedere caratteristiche di integrazione
con forte presenza di "G" ed "R". In altri termini, compare
l'esigenza della demoltiplica delle responsabilità ("G" presenza di
manager) e della formazione al ruolo.
Le persone che lavorano non sono più esecutori di compiti ma
gestori di un ruolo.
A loro viene richiesto di andare oltre l'esecuzione passiva delle
mansioni assegnate. Da questo punto in poi inizia ad apparire la
formazione "C", come comportamento organizzativo volto alla
gestione delle relazioni interpersonali, con particolare
riferimento alla conflittualità e alla modifica degli
atteggiamenti. Infine appare prepotentemente "S", come sviluppo
organizzativo, ovvero come capacità di snellire la struttura dal
peso delle regole, delle norme, delle procedure prodotte in modo
autoreferenziale da un sistema che tende a diventare fortemente
burocratizzato.
Oltrepassato il punto di culmine, la struttura
istituzionale/aziendale è appesantita in eccesso e quindi l'unica
formazione possibile in questa fase è quella legata al cambio di
management e ad una marcata ristrutturazione del sistema.
b.
Caratteristiche funzionali ed umane
La formazione
non deve essere coerente solo con il ciclo di vita
dell'organizzazione ma anche con la specifica funzione da svolgere
e il grado di maturità raggiunto dalle persone che operano nella
struttura.
Questo concetto può essere ben espresso graficamente con questo
schema:

Nel quadrante
"S1" c'è forte attenzione alle attività da svolgere. La
professionalità specifica e la maturità psicologica delle persone è
modesta ("M1"). Prevalgono le logiche dell'indottrinamento che
coincidono con la frase "si fa così perché te lo dico io".
Il quadrante "S2" enfatizza sia gli obiettivi lavorativi da
raggiungere sia le positive potenzialità professionali e
psicologiche delle persone ("M2"). Nei processi formativi compare
il principio del "saper essere" e la logica "ti coinvolgo e ti
offro strumenti operativi adeguati per fare in modo che tu possa
collaborare al massimo con me".
Il quadrante "S3" indica la presenza di responsabilizzazione
diffusa attraverso un uso mirato della delega. Si investe sulle
potenzialità psicologiche delle persone ("M3") nella convinzione
che i compiti e gli obiettivi saranno meglio raggiunti. In questo
quadrante si impone la formazione come processo sostenuto da
esercitazioni coinvolgenti, prevalentemente rivolte a
comunicazione, motivazione, creatività, assertività all'interno del
team. Il concetto è sintetizzato nella frase: "vi offro motivazioni
valide e sono certo che tutti vi impegnerete autonomamente come
gruppo affiatato".
Il quadrante "S4"/"M4" indica che tutti "debbono remare in modo
appropriato, autonomo e nella stessa direzione". I capi non devono
intervenire costantemente per controllare ciò che viene fatto e non
devono neppure intervenire frequentemente per sostenere e motivare
collaboratori che sono sia preparati sul versante professionale sia
maturi sul versante psicologico. In questa fase la formazione
acquisisce componenti di meta-livello. Vengono proposte simulazioni
volte a gestire lo stress e ad allargare le potenzialità cognitive
ed emotive. Il motto è "realizzati come persona in modo che tu
possa presidiare, in modo autonomo ed arricchito, il tuo ruolo e le
tue responsabilità lavorative".
Appare evidente che il quadrante "S1"/"M1" è quello meno coerente
con la formazione. In tale ambito si impiegano tecniche di
indottrinamento o di addestramento, imposte dall'alto e con
caratteristiche di elevata passività da parte dei discenti.
I quadranti "S3"/"M3" e "S4"/"M4" sono quelli più favorevoli per
realizzare una formazione permanente, integrata e distintiva, nel
senso che ad essa partecipano attivamente tutti, con forte
orientamento al "saper essere", alla consapevolezza degli
atteggiamenti, alla condivisione dei valori, alla diffusa
responsabilizzazione individuale.
6. Le metodologie didattiche
Gli strumenti
che permettono il trasferimento di conoscenze, abilità,
atteggiamenti dai docenti ai discenti sono le metodologie
didattiche.
Volendo fare una classificazione essenziale delle metodologie a
disposizione dei docenti/formatori possiamo raggrupparle in quattro
grosse categorie:
- la lezione (che comprende la relazione, la
lettura, il dibattito);
- la ricerca d'aula (con griglie di analisi,
check-list, autocasi);
- il metodo di analisi dei casi (casi,
incident);
- le simulazioni (esercitazioni, role
playing, T-group, out door).
Oltre che per
il diverso grado di partecipazione attiva richiesto ai discenti,
esse si differenziano per le peculiari finalità di apprendimento
che perseguono (vedi schema in fig. 5). La metodologia della
lezione opera nel campo dell'acquisizione di conoscenze. È lo
strumento privilegiato quando la finalità prevalente del momento
formativo è costituita dalla trasmissione di concetti, informazioni
e modelli cognitivi da parte di chi li possiede (docente) rispetto
a chi non li possiede (discente). La metodologia della ricerca
d'aula ha come obiettivo generale l'organizzazione delle esperienze
già vissute da parte dei partecipanti. "Si tratta di raccogliere ed
organizzare attraverso griglie di analisi, check-list, percorsi
euristici, degli itinerari induttivi in grado di dare visibilità,
ordine e metafore comuni a storie ed esperienze personali e
lavorative apparentemente diverse per via della casualità e del
"disordine" che improntano buona parte delle esperienze quotidiane"
(Vaccani). La metodologia dell'analisi dei casi è finalizzata a
sviluppare capacità di dominio razionale di situazioni e problemi
complessi. "Il caso mette in ginnastica la mente proponendo
situazioni emblematiche e metafore realistiche, proponendo una
palestra atta a cogliere gli elementi più significativi di una
problematica concreta, le loro relazioni e le possibili strategie
di soluzione" (Vaccani). La metodologia delle simulazioni è
suggeribile quando si intende lavorare sui comportamenti delle
persone, quando si vogliono sviluppare capacità logiche e razionali
per esaminare situazioni complesse, per valutare varie alternative
comportamentali e per sviluppare capacità inerenti ai comportamenti
interpersonali, al controllo delle emozioni. È una metodologia
molto ricca che richiede un coinvolgimento completo della persona
sia razionale che emotivo.
|
METODOLOGIA |
|
FINALITA' DI APPRENDIMENTO |
|
Lezione |
Lettura, racconti,
relazioni |
Acquisizione di
conoscenze |
|
Ricerca d'aula |
Griglie, questionari,
check-list |
Organizzazione delle esperienze già
fatte |
|
Analisi di casi |
Casi, autocasi |
Dominio razionale di situazioni e
problemi complessi |
|
Simulazioni |
Role-playing, out door
Esercitazioni |
Acquisire la capacità di agire
(comportamenti) in tempo reale
Acquisire capacità di gestire strumenti in tempo
reale |
La scelta degli
strumenti didattici, comunque, non può essere casuale, né può
essere fatta dai docenti per simpatia ideologica o per ragioni di
tendenza, deve tener sempre conto dei principi dell'apprendimento
ed essere coerente e funzionale agli obiettivi didattici che si
vogliono raggiungere.
7. Finalità, coerenze e
peculiarità
Sulla base
delle considerazioni fin qui espresse appare evidente come la
formazione svolga un ruolo strategico soprattutto per:
- definire e sostenere cultura e stili
propri;
- potenziare le politiche di gestione del
personale;
- dare risposte tempestive alle nuove
richieste esterne;
- fornire strumenti di aggiornamento
tempestivi e specifici;
- supportare le politiche di sviluppo;
- superare le resistenze al
cambiamento.
Per realizzare
in modo concreto le finalità pianificate è opportuno impostare
preventivamente una logica di base, da diffondere agli aventi causa
e che si snoda attraverso i passi graficamente riportati in fig.
6:
|
NECESSITA' |
far capire il
perchè |
|
PERTINENZA |
dove, quando, chi, cosa, come,
perchè |
|
EVIDENZA |
la lezione fa capire, l'esercizio
perfeziona, l'esperienza insegna |
|
VANTAGGI |
applicabilità, efficienza,
efficacia, per l'organizzazione e per il
soggetto |
In particolare
vanno sottolineati gli ultimi due passi per meglio evidenziare
che:
- lezioni teoriche, esercizio pratico ed esperienza sono
indissolubilmente legati e trascurare uno solo di questi elementi
equivale a trasmettere una formazione incompleta.
Solitamente in aula si affronta l'aspetto teorico. Andrebbe
dedicato tempo sufficiente anche per effettuare esercizi pratici,
volti ad integrare il sapere al saper fare. È, infine,
indispensabile coinvolgere il frequentatore al fine di fargli
trasferire il sapere e il saper fare, ormai acquisiti, all'interno
della sua personale e concreta dimensione umana (atteggiamenti,
esperienze, finalità, risorse, limiti posseduti);
- per motivare ogni frequentatore ad impegnarsi attivamente ed a
superare le resistenze al cambiamento, occorre far vedere anche
"che cosa ci guadagna a livello personale", in termini di crescita
personale, di risparmio di energie, di minore conflittualità con i
colleghi.
I passi metodologici da seguire durante ogni singola fase didattica
sono espressi nel grafico che segue:
|
FASI |
CONTENUTI |
COERENZE LOGICHE |
|
INTRODUZIONE
(premesse - generalità) |
...
... |
- Scomporre le idee complesse in
unità semplici
- Presentarle in sequenza logica |
|
TRATTAZIONE
(argomento da trattare) |
...
... |
- Ricapitolare e riformularle in
termini generali
-Creare un collegamento con il prima e dopo |
|
RICAPITOLAZIONE
(sintesi conclusiva) |
...
... |
- Concentrarsi su una priorità
alla volta |
Al fine di
porre le condizioni ideali per un apprendimento arricchito è
estremamente vantaggioso sostenere le questioni più rilevanti
attraverso esempi concreti, visualizzandone i passaggi, favorendo
il confronto diretto fra frequentatori e fra frequentatori e
docente.
Per rendere più coinvolgente la trattazione è utile disporre di
sussidi didattici pertinenti, efficaci, esteticamente
attraenti.
È opportuno precisare che all'interno di un contesto definito come
"formativo", il supporto didattico ha una funzione di appoggio,
volta quindi a sostenere i "concetti chiave".
L'esposizione deve restare fluida anche se spesso è opportuno
seguire un sentiero parzialmente diverso da quello pianificato. In
tale ottica va ribadito, a chiare lettere, che deve essere lo
strumento a piegarsi all'esigenza didattica e non "mortificare e
spalmare" i concetti e le idee sui lucidi precedentemente
preparati.
I sussidi audiovisivi svolgono principalmente, nei confronti dei
frequentatori (in alto) e del docente (in basso), le seguenti
funzioni:
Movimenta la scena
Attira l'attenzione
FAcilita la memorizzazione
|
|
Aiuta chi è più lento
Valorizza i concetti
Facilita il prendere appunti
|
|
Favorisce il ricordo e
l'esposizione del docente |
|
Evita che il docente sia
costantemente
al centro dell'attenzione |
In sintesi
quindi possiamo dire che i fattori di successo in un corso di
formazione sono:
- preventiva e chiara conoscenza dei valori, mission, vision
istituzionale/aziendale;
- elevata strutturazione didattico-concettuale da realizzarsi
tuttavia con un percorso flessibile;
- presidio sui contenuti;
- atteggiamento mentale positivo;
- valorizzazione costante della novità e della differenza (anche
della critica);
- semplicità e chiarezza espositiva;
- empatia relazionale;
- comunicazione, verbale e non verbale, ricca, diversificata e
coerente con la situazione.
Per meglio
definire le peculiarità che caratterizzano la formazione vanno
presi in esame ancora tre elementi che fanno riferimento a:
- apprendimento per feedback negativo o per feedback
positivo;
- insegnare soluzioni o far apprendere mappe;
- rapporto tra manager e formatori.
1.
L'apprendimento per feedback negativo o per feedback
positivo
La prima
concezione è assimilabile ad una struttura cibernetica con un
regolatore di minimo e di massimo. Il termostato del riscaldamento
evidenzia bene il concetto. La sua funzione è quella di impedire
che la temperatura esca da limiti predefiniti e quindi vengano
commessi "errori". L'apprendimento per feedback positivo, al
contrario, individua un sistema che consente la sperimentazione
protetta di errori pianificati, per vedere cosa succede e per poter
quindi migliorare il sistema. La differenza tra le due tipologie di
apprendimento è sottile ma sostanziale. I Boscimani hanno
privilegiato il primo modello e, a distanza di secoli, continuano a
costruire capanne con gli stessi criteri, metodi, materiali, perché
non hanno accettato il rischio di commettere un "errore". Nei paesi
occidentali sono stati costruiti persino grattacieli. Tale
conquista ha richiesto costi, in termini economici, scientifici, di
vite umane. Sono, tuttavia, esempio concreto di crescita, di
evoluzione, di progresso.
2. Insegnare
soluzioni o far apprendere mappe
Questo concetto
può essere chiarito con un esempio algebrico. Qualche anno fa
veniva insegnato che il quadrato di un binomio (a + b)2 ha una
specifica soluzione. Oggi nelle nostre scuole i ragazzi seguono un
sentiero "formativo sulle mappe" che non si limita a fornire la
soluzione. I docenti pretendono che i loro alunni la scoprano da
soli all'interno di condizioni metodologiche facilitanti.
Fanno disegnare due segmenti diversi che vengono definiti "a" e "b"
e poi chiedono di sommare "a" + "b" e di costruire il quadrato di
"a" + "b". Ottengono così: a2 + b2 + 2ab. I risultato è lo stesso.
La differenza è che chi apprende solo la soluzione non capisce il
perché e tende a dimenticarla facilmente. Chi apprende per mappe
capisce il perché, non lo dimentica e soprattutto riesce a
trasferire questa logica anche in altri problemi algebrici.
3. I manager
e/o formatori
Spesso un
manager diventa, per scelta autonoma o imposta, docente/formatore.
In altri casi un docente/formatore, un professional, diventa, anche
lui per scelta autonoma o imposta, un manager, nel senso che assume
la responsabilità gestionale della formazione. Entrambi possiedono
logiche, coerenze, strumenti. Altrettanto spesso entrambi ritengono
di poter presidiare la funzione formazione sia sul versante
organizzativo sia su quello operativo della docenza. A queste
condizioni il manager e il formatore generano cambiamenti formativi
poco duraturi, instabili, casuali. Presidiare una competenza
gestionale sulla formazione vuol dire saper definire da dove si
parte, dove si vuole arrivare e come si fa per arrivarci. Solo così
è possibile produrre un "consapevole avanzamento". Pertanto, per
costruire un sentiero formativo globale ed integrato è necessaria
la presenza di forte sinergia tra:
- la componente manageriale che, sul versante strategico e
decisionale, definisce obiettivi, vincoli, criteri generali in
rapporto ad un contesto che include l'ambiente esterno-interno, il
ciclo di vita che si sta attraversando, la cultura, i valori, la
mission e la vision istituzionale. Tale ruolo consente di
rispettare le coerenze gestionali;
- la componente didattica che, in funzione di scelte manageriali,
realizza un percorso formativo. In questo ambito il formatore deve
ottimizzare le coerenze didattiche in rapporto al programma, ai
docenti, ai tempi, ai metodi, agli strumenti di
verifica.
In altre
parole, il manager conosce la realtà istituzionale/aziendale ed il
gap fra situazione attuale e situazione futura/desiderata. Non
conosce gli strumenti idonei per colmare tale divario e, pertanto,
senza la stretta collaborazione con un formatore, corre il rischio
di progettare una "formazione vuota". Il formatore conosce bene
strumenti, metodi, logiche didattiche ma non è pienamente
consapevole della complessità sistemico-gestionale
dell'istituzione/azienda, con particolare riferimento alle
strategie attuali e alla vision futura. In questo caso, in assenza
della collaborazione del manager, c'è il rischio di fare una
"formazione cieca", didatticamente perfetta, ma non utile e non
coerente con le esigenze e le finalità generali. Va sottolineato
come la presenza di un modesto 10% di Risorse Umane, non
adeguatamente preparate e formate, generi, in tempi brevi, pesanti
deprivazioni a tutti i livelli: da quelli economici a quelli
psicologici, da quelli gestionali a quelli operativi. È stato
dimostrato che carenze formative sul sapere, saper fare e saper
essere, protrattesi per un biennio, generano ripercussioni negative
sul 60% del personale. Per tale motivo la formazione, avendo una
rilevanza strategicamente decisiva nel presidio del successo, va
pianificata e condotta in stretta sinergia fra le due componenti:
quella manageriale e quella specialistica.
8. La valutazione dei
risultati
Il nodo
veramente cruciale di ogni esperienza didattica si posiziona alla
fine del percorso e coincide con la valutazione dei risultati
conseguiti. Spesso questa specifica fase viene trascurata, con il
rischio di concludere il processo nell'ottica di una "formazione
cieca" (non so se ho raggiunto l'obiettivo). Ma chi non fa verifica
non apprende. O non sa di aver appreso e non ha quindi la
possibilità di correggersi.
La valutazione dei risultati (come schematizzato in fig. 9) può
prendere in esame diversi livelli:
|
TIPO DI VERIFICA |
A CHI SERVE |
STRUMENTI |
|
INDICE DI
GRADIMENTO |
Formatori:
- per leggittimare il loro lavoro/ruolo
- per aggiustare il tiro su modelli, contenuti, stili |
- Questionari |
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VERIFICA DELL'APPRENDIMENTO IN
AULA |
Formatori:
- per capire se sono riusciti a trasferire
Partecipanti:
- per aggiustare il tiro su modelli, contenuti, stili |
- Certificazione
- Esame |
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VERIFICA DEL TRASFERIMENTO IN
ATTIVITA' LAVORATIVA |
Committente:
- verifica se i singoli corsi "ci hanno preso" |
- Affiancamento sul lavoro
- Counseling da parte dei formatori |
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VERIFICA DELLA QUALITA' DEL
PROCESSO |
Committente:
- per verificare ad es. se il centro di formazione funziona bene
rispetto alle sue richieste o fa solo corsi di routine
- è coerente la formazione rispetto allo sviluppo
organizzativo? |
- Analisi di tutto il processo (ad es. ISO
9000) |
- la valutazione dell'indice di gradimento, che misura la
gradevolezza-disagio dell'attività di formazione nei confronti di
alcuni aspetti particolari (aspetti logistici, metodologia
applicata, stile di conduzione adottato, clima d'aula) e viene
effettuata attraverso scale di reazione durante l'attività,
questionari fine corso, analisi dello scostamento
aspettative/risposte formative, valutazione a distanza con
questionari o interviste;
- la valutazione dell'apprendimento (dei modelli cognitivi
acquisiti), che poggia sulla chiara definizione degli obiettivi
didattici e viene effettuata attraverso i compiti in classe, i casi
chiusi, le simulazioni-esame;
- la valutazione dell'esportazione dell'apprendimento in ambito
lavorativo; qui si tratta di cogliere quanto dell'attività di
apprendimento si è tramutata, o ha avuto la possibilità di
trasformarsi, in termini di prestazione organizzativa e lavorativa.
Gli strumenti da adoperare non sono altro che l'applicazione degli
indicatori di verifica dei risultati specifici precedentemente
definiti;
- la valutazione della qualità del processo, che è un'analisi
dell'intero processo di formazione (analisi dei bisogni,
progettazione, attuazione) per verificare che cosa è stato fatto,
come è stato fatto, che cosa ha effettivamente funzionato e che
cosa non ha funzionato. Questa valutazione serve fondamentalmente
al committente per controllare se le sue richieste sono state
infine soddisfatte.
9.
Riflessioni conclusive
In definitiva
ci sembra di poter concludere dicendo che mentre ormai è un dato
acquisito che per le organizzazioni la formazione ha una valenza
strategica, il problema di fondo che rimane è capire quando va
veramente utilizzata, saperla utilizzare in maniera integrata (non
deve limitarsi a dare solo informazioni, o a trasmettere "saper
fare", ma deve contenere anche "saper essere"), distinguere
chiaramente gli interventi che possono essere delegati (anche ad
istituti formativi esterni) da quelli che debbono essere
necessariamente progettati e condotti in linea di comando, mediante
ufficiali in possesso di competenza didattica integrata, capaci
cioè di far capire, far apprendere e soprattutto interessare,
motivare, coinvolgere e diffondere l'identità, i valori, i
significati, la pregnanza, l'unicità della propria professione. Per
fare questo bisogna puntare su una più precisa, puntuale ed attenta
analisi dei bisogni e su una valutazione dei risultati che non si
limiti solo ad esaminare le reazioni dei frequentatori e ad
accertare l'avvenuto apprendimento in aula, ma verifichi la
ricaduta dell'attività formativa, in termini di prestazioni
lavorative, nella realtà organizzativa e proceda ad una valutazione
complessiva, qualitativa, di tutto il processo di formazione in
modo da verificare se le esigenze dell'organizzazione sono state
alla fine veramente soddisfatte.
Approfondimenti:
(*)
- Tenente Colonnello dell'Esercito in servizio presso il Reparto
Affari Generali dello SME;
(**) - Capitano dei Carabinieri in servizio presso l'ISPGM della
Scuola Ufficiali Carabinieri. |