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1. Premessa
Parlare di gestione del personale in
questi anni è diventato un tema diffuso e assai spesso banalizzato.
Dichiarazioni massimaliste, in cui la "risorsa uomo" diventa il
reale fulcro del vantaggio competitivo delle organizzazioni, si
sprecano: le pubblicazioni di management in cui le persone e le
loro competenze vengono presentate come principale elemento
costitutivo del vantaggio competitivo sono all'ordine del giorno;
la capacità dell'organizzazione di acquisire informazioni e
competenze, connetterle, immagazzinarle e diffonderle al suo
interno, il cosiddetto knowledge management, è al centro del
dibattito dei principali istituti di consulenza aziendale.
Eppure, l'esperienza quotidiana di
molte persone, e forse anche dei lettori di queste note, spesso
contrasta con quanto appena detto.
Le organizzazioni, nell'esperienza di molti, sono gruppi in cui si
entra pieni di entusiasmo, interessi e motivazioni, ma che in pochi
anni portano al conformismo più completo.
Luoghi in cui domina la non azione, l'inefficienza, il procedere
per regolamenti inutili, il prevalere dell'interesse degli attori
dell'organizzazione invece che quello dei "clienti", luoghi di
frustrazione della soggettività e di scarsa valorizzazione della
stessa.
Contemporaneamente le maggiori società di consulenza mondiale non
hanno dubbi: attrarre e trattenere le migliori persone è la chiave
del successo nell'attuale contesto basato sulla conoscenza.
Chi vincerà la "guerra per i
talenti", e saprà mantenerli nel tempo nella propria
organizzazione, avrà un vantaggio competitivo inimitabile e vincerà
la competizione globale. Da qui l'invito ad individuare corretti
processi di ricerca, selezione, ed incentivazione di breve, medio e
lungo periodo per i talenti all'interno dell'organizzazione. Come
se il problema non fosse avere una cultura degli strumenti di
gestione delle persone.
Quale deve essere, quindi, l'oggetto di lavoro nella gestione delle
persone: le regole del gioco o i giocatori? Focus sulla
valorizzazione delle risorse umane, sul cosiddetto invisible asset
dell'organizzazione, dal valore difficilmente rilevabile e
quantificabile e, soprattutto, non trasferibile diventando così una
componente primaria del vantaggio competitivo? O sui sistemi di
gestione? La velocità del cambiamento attuale impone a tutte le
organizzazioni di innestare una marcia in più per non rimanere
indietro rispetto ai tempi: non sembra più essere, quindi, come
negli anni sessanta, una questione di scelte, ma di gestione
integrata, coordinata e coerente. Qualunque sia la posizione in
merito, una dato resta inconfutabile: ogni organizzazione deve
assolutamente essere capace di "misurare" la risorsa uomo.
2. La gestione
delle risorse umane
Una prima considerazione di base è
che per avere un corretto sistema di gestione del personale è
necessario avere una congruenza tra decisioni gestionali sulle
persone e decisioni sulle regole del gioco (sistema), e fra queste
ed i principi di gestione delle persone che il sistema ci offre. Là
dove non vi è una effettiva, sostanziale coerenza fra questi tre
livelli (principi, regole, scelte operative) il sistema di gestione
tenderebbe a divenire sempre meno credibile.
Non solo la capacità di ridurre la distanza tra il dire ed il fare,
ma anche la ricerca di una coerenza tendenziale devono essere al
primo posto tra i compiti del vertice dell'organizzazione. Ricerca
che può essere condotta solo attraverso una serie coordinata di
interventi capaci di incidere sull'intero settore. Dobbiamo
immaginare i diversi strumenti di gestione delle persone come delle
biglie collegate con un elastico: non sarà, quindi, possibile
intervenire solamente su uno di questi senza prendere in
considerazione la ricaduta sugli altri.
La pianificazione e lo sviluppo
delle risorse umane deve essere, dunque, quell'insieme integrato di
attività messe in atto per assicurare all'organizzazione la
disponibilità nel tempo di personale quantitativamente e
qualitativamente adeguato alle strategie perseguite. L'aspetto
della valutazione è solo uno, quindi, degli aspetti del sistema. Ma
è l'aspetto più critico ed è quello che esamineremo. Perché è
quello dove più facilmente prevale la legge del più forte o del più
furbo, rispetto alla forza della legge, delle regole e dell'equità.
Perché è quello attraverso il quale viene bruciato - per dimissioni
o per disimpegno - una parte rilevante e difficilmente
quantificabile del capitale umano di un'azienda. Perché tale
distonia è tanto più marcata quanto più i vertici dell'azienda si
trovano ad essere - per difficoltà reali nel quantificare gli
obiettivi o, quasi sempre, per comode abitudini - irresponsabili di
fronte ai risultati dell'azienda: paradossale, ma proprio nelle
organizzazioni dove manca tale orientamento a produrre risultati
concreti e percepibili, dove non c'è questa tensione verso
obiettivi palpabili, dove tutto (capacità, competenze, impegno,
risultati) diventa opinabile, chi ha la responsabilità sa di non
aver bisogno di risorse umane di qualità perché la sua stessa
legittimazione non dipende dalla sua competenza e dalla sua
capacità, ma da altri aspetti che nulla hanno a che vedere con
l'efficienza dell'organizzazione.
3. Il sistema di
valutazione
L'assunzione di un ruolo di
responsabilità organizzativa è un momento cruciale nella vita e
nello sviluppo delle organizzazioni: la scelta delle persone da
collocare in tali ambiti riveste una speciale importanza. Da loro,
infatti, dipenderà il successo delle attività, il conseguimento dei
risultati e lo sviluppo del capitale umano, delle motivazioni e
delle intelligenze diffuse nelle unità operative. La selezione, se
la risorsa è cercata sul mercato, o la valutazione ed i percorsi di
carriera sono i processi attraverso cui l'organizzazione opera le
sue scelte.
La valutazione del personale viene
tradizionalmente riferita a due specifiche aree di interesse: la
prestazione ed il potenziale. La prima area risponde alla necessità
per l'organizzazione di accertare il contributo dei singoli al
raggiungimento degli obiettivi generali. L'angolo visuale guarda al
passato: si tratta di verificare periodicamente quanto e come un
individuo ha fatto fronte ai compiti ed alle responsabilità
assegnate. Ma l'azienda ha anche la necessità di guardare al
futuro, di verificare se le risorse umane di cui dispone abbiano le
caratteristiche e le qualità, il cosiddetto potenziale, per
crescere verso posizioni di più elevato livello in modo da
garantire la continuità stessa dell'organizzazione. Le due
prospettive di giudizio rispondono a precise esigenze e convergono
entrambe nei processi decisionali che riguardano la gestione delle
HR. Entrambe hanno, poi, alla loro base un elemento comune: la
posizione organizzativa. Le caratteristiche delle posizioni che gli
individui ricoprono, o ricopriranno, costituiscono il necessario
parametro di riferimento affinché le valutazioni siano ancorate
alla specifica realtà dell'organizzazione.
Solo così la dimensione valutativa
diventa fonte di informazioni preziose, ma non univoche, per dare
vita a corrette scelte gestionali nell'ambito dell'impiego del
personale. A margine, vi sono alcune problematiche di tipo
deontologico che ogni organizzazione ha risolto ovviamente in modo
diverso:
- Chi deve valutare, perché e che cosa è lecito valutare?
- Chi controlla chi valuta?
- Chi risponde e come degli abusi o degli errori?
- Quale coerenza vi è fra oggetto della valutazione e
strumentazione adottata?
a. elementi chiave del
processo di valutazione
L'architettura del sistema di valutazione vede quali elementi
chiave:
1. l'organizzazione (il dove
culturale): il processo di valutazione per essere efficace deve
essere condiviso e percepito da tutti come uno strumento utile al
raggiungimento dei risultati dell'azienda e non al tornaconto del
singolo o del gruppo di riferimento o della "cordata" cui è
associato ed organico il valutato.
Se il processo di valutazione serve per legittimare a posteriori
decisioni prese altrimenti e che non tengono in alcuna
considerazione i meriti ed il potenziale del valutato, non potrà
che essere percepito come estraneo e, soprattutto, verrà giudicato
risibile qualsiasi tentativo, anche se originato dalle migliori
intenzioni, di difendere la legittimità del sistema stesso: sarà
naturale un progressivo impoverimento dei valori aziendali e di
quel sentimento di appartenenza, di quello che i militari chiamano
"spirito di corpo", che è oggi uno dei principali fattori critici
del successo di una organizzazione;
2. i protagonisti, il
valutato e colui che valuta (il chi): se l'importanza del sistema
di valutazione non è condivisa sostanzialmente a tutti i livelli e
se l'organizzazione non riesce o non vuole assicurare in concreto
l'oggettività e l'imparzialità delle valutazioni, il disinteresse
anestetizzerà progressivamente l'ambiente e tutti si ritroveranno
ad inseguire il consenso del superiore piuttosto che il conforto
dei risultati, con le conseguenze che ognuno può facilmente
immaginare sulla produttività dell'azienda.
Solo l'accordo, l'armonia tra questi elementi fa delle valutazioni
non solo uno strumento di costante aggiornamento ed orientamento ai
risultati, ma anche un'arma strategica in mano all'organizzazione.
Per questo, i seguenti criteri ne sono una condizione
imprescindibile:
- la concretezza, perché deve basarsi su fatti e comportamenti
concretamente osservabili derivanti dalle attività svolte dal
valutato in relazione alla posizione;
- l'oggettività e, cioè, l'impiego di parametri conosciuti e comuni
al valutatore ed al valutato, tendendo quanto più è possibile ad
omogeneizzare i principi di valutazione dell'intera organizzazione
perché solo così potrà essere assicurata quell'equità che è un
elemento irrinunciabile del sistema;
- la completezza, con una valutazione che guardi gli aspetti
fondamentali dell'attività professionale;
- la contingenza, con una valutazione centrata sulle attese
connesse alla posizione ricoperta;
- la trasparenza;
- la capacità, al di là delle eventuali responsabilità dei singoli,
di rimediare agli errori compiuti.
b. L'evoluzione storica del
sistema di valutazione I primi metodi prendevano la
"persona" come oggetto della valutazione. Si valutava, cioè, il
dipendente non tanto e non solo per che cosa faceva, ma per
com'era. Al centro della valutazione venivano collocate le
caratteristiche personali e le manifestazioni comportamentali sul
lavoro.
I fattori di valutazione erano pertanto la disciplina, l'aspetto,
la fedeltà, la puntualità, l'ordine e così via.
È evidente che criteri di valutazione di questo tipo sono coerenti
con situazioni ambientali stabili, ove esistono ruoli aziendali
fortemente prescritti all'interno di una cultura organizzativa con
prevalenti accenti normativo-burocratici.
Un contesto sempre più instabile e la necessità di disporre di
risorse umane capaci di operare in contesti mutevoli, hanno dato
luogo ad un ripensamento dei metodi di valutazione della
prestazione. Così l'oggetto si è progressivamente trasferito dalla
persona alla prestazione, a ciò che l'individuo ha fatto ed a come
lo ha fatto: la valutazione viene indirizzata alla competenza ed
alla preparazione professionale, ma anche alle molteplici capacità
che si manifestano nell'esecuzione dei compiti. Naturalmente voci e
parametri cambiano da organizzazione ad organizzazione in funzione
del diverso contesto operativo, così come le scale di misura che,
comunque, devono essere costruite in modo da favorire comportamenti
sufficientemente omogenei da parte dei valutatori.
A partire dagli anni '60, la
filosofia di gestione per obiettivi (MBO) ha avuto importanti
riflessi sui sistemi di valutazione della prestazione che hanno
visto una sempre più diffusa adozione, a fianco delle tradizionali
sezioni a parametri fissi, di "campi" dedicati ai risultati
ottenuti a fronte di specifici obiettivi. Il MBO aiuta a combattere
una valutazione del personale legata al tempo dedicato al lavoro:
per alcuni capi il dipendente non lavora se non ha l'atteggiamento
"da lavoro", se non è curvo, se non fa fatica, se non va spesso a
chiedere istruzioni inutili, se non lavora da prima dell'arrivo del
superiore e non aspetta che lui lasci l'ufficio per augurargli la
buona notte perché, magari, l'ora di cena è ormai passata. È una
concezione del rapporto di lavoro che affonda nella notte dei
tempi. Questa mentalità arcaica porta i dipendenti ad usare con
parsimonia le loro energie: lavorano soltanto quando si sentono
osservati, rimandano i problemi, trovano continue scuse per i
ritardi, ostacolano i colleghi troppo intraprendenti cercando
costantemente di mantenersi al di sotto del livello di produttività
media (se la superano, il datore di lavoro potrebbe considerarla un
fatto acquisito e chiederla, così, anche in seguito).
Nella logica MBO, la valutazione
deve scaturire dal confronto con gli obiettivi pianificati e
assegnati dopo aver definito: il campo delle specifiche
responsabilità della posizione ricoperta, gli obiettivi individuali
(ma anche le modalità con cui il lavoro viene svolto sono oggetto
di valutazione), l'importanza relativa attribuita a ciascuno degli
obiettivi da perseguire, i criteri di misurazione dei risultati sui
singoli obiettivi. Per questo motivo difficilmente nella pratica si
incontreranno metodi e strumenti basati esclusivamente su obiettivi
di prestazione: il mero conseguimento dei risultati, rischierebbe
di dare un quadro parziale, seppure imprescindibile, del contributo
fornito dal dipendente.
Se la parte dedicata alla
valutazione del raggiungimento degli obiettivi mira a rilevare in
modo conciso ed essenziale il raggiungimento o meno degli obiettivi
assegnati, per gli aspetti qualitativi la scala adottata manifesta
l'intenzione di fornire al dipendente un feed back articolato sui
punti forti e deboli della sua prestazione in un'ottica di stimolo
al miglioramento.
Per questo il set di fattori nella sezione dedicata ai parametri
fissi, quelli abitualmente indicati come aspetti qualitativi, è
solo parzialmente univoco per tutti i dipendenti e la diversità fa
direttamente riferimento alla sfera di responsabilità inerenti
quella posizione.
c. La valutazione della
posizione
La valutazione della posizione intende valorizzare, in modo
comparato, i contributi relativi di questi aggregati di attività e
responsabilità, indipendentemente dalle competenze e dalla
prestazione del titolare della posizione. È, cioè, la metodologia
attraverso la quale si cerca di individuare le attività
fondamentali svolte dal ruolo.
È un'analisi che prescinde dalla persona che ricopre lo specifico
ruolo che si sta analizzando e che si può svolgere in cinque
passi:
- analisi (job analysis);
- descrizione (job description);
- requisiti (job specifications);
- valutazione (job evaluation) delle posizioni.
Nonostante le diverse critiche, la valutazione delle posizioni
basata sul valore loro riconosciuto mediamente sul mercato può
essere comunque utile per stabilire un limite inferiore alla
retribuzione per una posizione genericamente definita.
La descrizione della posizione è la base per disegnare e applicare
il sistema di valutazione delle prestazioni: solo così, infatti, si
potranno estrapolare quelle capacità e quei comportamenti che
rivestono significativa importanza ai fini della prestazione
lavorativa.
d. La valutazione della
prestazione
La valutazione della prestazione è finalizzata a consentire
un'efficace gestione dei dipendenti attraverso una metodologia di
sistematizzazione:
- della dichiarazione delle aspettative professionali verso i
collaboratori;
- della progettazione di modalità di controllo e verifica del
raggiungimento delle aspettative;
- di un monitoraggio continuo dell'andamento del collaboratore
rispetto al raggiungimento delle aspettative;
- di una valutazione periodica e della comunicazione della
valutazione stessa al collaboratore.
Può essere rivolta sia ai risultati raggiunti (guardando
all'output), sia alle modalità ed al comportamento professionale
avuto (che sono l'input dei processi produttivi) durante il periodo
oggetto di valutazione.
La scelta non è solo questione di
osservabilità e, quindi, di misurabilità, ma anche di conoscenza
della relazione causa - effetto e, cioè, di come un comportamento
può essere attribuito in modo deterministico al valutato,
specialmente in attività soggette ad incertezza quando,
solitamente, si allunga l'orizzonte temporale della valutazione
(quando vi è incertezza ambientale imputabile a fattori esogeni) o
si valutano anche i risultati collettivi ampliando il ventaglio dei
parametri di valutazione (se le difficoltà derivano dalla
interdipendenza con altri attori). Ma sono e restano rimedi: in
casi come questi la soluzione più efficace è nei sistemi misti e
compositi. Aspetto fondamentale, critico per il successo della
valutazione resta, in ogni caso, la capacità di scindere le persone
dalle loro risorse ed attività.
Obiettivi della valutazione della
prestazione sono:
- chiarire a fondo le aree di risultati attesi ed i mezzi
disponibili per raggiungerli;
- razionalizzare il processo di valutazione ed evitare di trattarle
in modo disomogeneo;
- promuovere il feed back tra capo e dipendente in modo chiaro e
collaborativo;
- rendere i collaboratori consapevoli della propria valutazione,
ponendo le basi per un continuo miglioramento;
- costituire le basi per un sistema di carriera e premiante.
Gli obiettivi quantitativi ("il cosa") devono derivare
principalmente dalle finalità di una posizione e devono riflettere
gli obiettivi strategici aziendali dell'anno in corso, ma devono
anche:
- essere bilanciati, non conflittuali e, in alcuni casi, condivisi
con quelli di altre posizioni;
- includere anche l'ordinaria amministrazione;
- essere specifici e realistici, coerenti con la delega e formulati
in maniera non equivoca;
- misurabili attraverso criteri semplici, univoci, collegati ai
risultati e facilmente verificabili.
Le capacità, l'aspetto qualitativo ("il come") che può essere
misurato con diverse modalità, devono comunque:
- essere strettamente collegate alla tipologia della posizione ed
all'ambiente organizzativo di riferimento;
- riferirsi a comportamenti osservabili;
- essere distinte in essenziali e di eccellenza;
- riferirsi a capacità acquisibili, ma anche a capacità intrinseche
della personalità.
e. Il colloquio di
valutazione
Il colloquio di valutazione è un momento fondamentale poiché mentre
si identificano i risultati raggiunti e le aree di miglioramento,
si gettano anche le basi per lo sviluppo professionale del
valutato. Infatti, la valutazione si conclude con una parte
dedicata alle azioni di miglioramento e/o formative suggerite, da
verificarsi con il valutato ed il superiore del valutatore,
coerentemente con un approccio della valutazione intesa come parte
di un processo più ampio di pianificazione delle risorse
umane.
Il colloquio consente di affrontare tutti gli elementi
significativi della prestazione con lucidità ed obiettività e per
questo è necessario che si svolga avendo presente che oggetto della
valutazione sono i risultati ed i comportamenti, non gli
individui.
Non è una formale comunicazione di valutazione, ma un atto di un
processo che si sviluppa secondo un flusso armonico e coerente:
solo così può perdere i connotati di momento burocratico per
divenire occasione di approfondimento e di crescita
professionale.
f. La valutazione del
potenziale
La valutazione del potenziale è volta ad apprezzare le capacità di
sviluppo e di prestazione futura delle risorse umane in attività
nuove rispetto agli impieghi passati. Essa costituisce un input
informativo fondamentale per la progettazione dei sistemi di
selezione e di carriera. Lo sguardo è rivolto alle energie non
impiegate, alle capacità latenti: un tale approccio rischia di
perdere concretezza se non è correlato a posizioni specifiche ed
alle competenze e capacità di tipo gestionale, relazionale,
realizzativo necessarie per ricoprirle. La difficoltà di effettuare
valutazioni affidabili aumenta, infatti, in funzione del grado di
complessità e di specificità del lavoro.
4. L'equità:
fattore critico nella gestione delle risorse umane
Le funzioni di utilità personali sono diverse e conseguentemente
sono differenti i fini e gli obiettivi perseguiti dai membri
dell'organizzazione. Per poter ottenere comportamenti coordinati è
utile che i dipendenti percepiscano di ottenere dei benefici a
fronte degli sforzi richiesti. Le definizioni di motivazione
apparse in letteratura sono varie e numerose. Alcune scettiche,
altre enfatiche, hanno in comune i seguenti elementi: inizio,
direzione, persistenza, intensità e fine. Etimologicamente la
parola deriva dal latino (movere) e, quindi, incorpora un senso di
movimento che porta ad agire. A noi qui interessa se legata a
comportamenti modellizzabili inerenti le relazioni di lavoro: solo
così il processo cognitivo ed emotivo può essere compreso ed avere
effetti sistematici e non casuali sui compiti. La motivazione è,
insieme alle capacità, un ingrediente fondamentale della
prestazione: sono condizioni necessarie, ma non sufficienti, al
raggiungimento del livello di prestazione desiderato.
La relazione tra individuo e
organizzazione può essere vista come una transazione di scambio.
Questa relazione tende ad essere longeva nel corso del tempo, nella
misura in cui consente reciproca soddisfazione: questo accade
quando lo scambio tra contributi ed incentivi è percepito come
equo. Gli individui tenderanno, quindi, a contribuire con maggior
intensità ed a confermare il proprio impegno nella misura in cui
percepiscono come equa la relazione di scambio. L'individuo, nel
definire il giudizio d'equità, utilizza la dimensione distributiva
e procedurale: la prima fa riferimento al rapporto tra ricompense
ricevute e contributi richiesti dal sistema organizzativo (il
"quanto"), la seconda alle modalità con cui il sistema organizza la
relazione (il "come").
La dimensione distributiva
dell'equità percepita è un rapporto tra contributi offerti
dall'individuo (in termini di tempo, esperienza, abilità,
competenze, creatività, anzianità, fedeltà all'organizzazione,
impegno profuso, flessibilità, identificazione) e ricompense
erogate dall'organizzazione, in una prospettiva di confronto con
altri appartenenti alla stessa organizzazione o al di fuori di
essa: solo quando questo rapporto è in equilibrio, l'individuo non
si trova in uno stato di tensione emotiva. La percezione
individuale dello squilibrio determina, poi, reazioni
comportamentali (aumentare o ridurre il contributo fornito,
rinuncia e cambio del lavoro, …) e psicologiche (razionalizzare
convincendosi che il proprio impegno è sufficiente, cambiare il
termine di paragone e cioè il collega con cui ci si confronta,
…).
La dimensione procedurale prende in considerazione l'equità dei
processi organizzativi, in particolare l'insieme delle regole che
definiscono i sistemi operativi di gestione delle risorse umane
(reclutamento e selezione, valutazione, incentivazione, carriera…)
e dei sistemi di controllo (budget, rendimenti, presenza…).
Contribuiscono a rafforzare la percezione di equità:
- la trasparenza dei criteri che influenzano le scelte: le
procedure non devono variare in funzione del tempo o delle persone
che le applicano o nei cui confronti vengono applicate;
- l'assenza di distorsioni e, quindi, della possibilità di agire
per interesse personale;
- la completezza delle informazioni su cui si basano le
decisioni;
- la possibilità di correzione di eventuali errori;
- la rappresentatività, nelle procedure utilizzate, degli interessi
di tutti i soggetti coinvolti;
- lo spessore etico: il processo deve essere fondato su standard
morali ed etici.
a. L'equità del sistema di
valutazione
Un sistema di valutazione che funzioni deve essere in grado,
attraverso il riconoscimento esatto dei meriti di ciascuno, di
motivare ulteriormente a migliorare la propria performance. Una
valutazione oggettiva elimina alcuni pericoli per l'azienda, ma
soprattutto per il clima aziendale. Quello:
- di coloro che non valgono, che non riescono a tradurre i progetti
in attività concrete o a portare a compimento i compiti assegnati,
ma che non si rendono conto di non essere all'altezza;
- di chi, si rende conto di essere in difficoltà soltanto quando si
accorge che gli altri hanno dei risultati e lui no: incapace di
guardare dentro di sé, oggettivizza il suo insuccesso e la sua
reazione è di invidia verso gli altri che riescono, che
vincono;
- di chi ossessionato dai risultati altrui, dimentica i suoi
obiettivi e si fa assorbire completamente dalle chiacchiere,
facendosi invischiare dalle maldicenze: pieno di risentimento,
cerca dei complici che siano d'accordo con le sue critiche ed
incomincia ad ostacolare chi riesce, elaborando una giustificazione
ideologica del suo insuccesso.
b. L'equità nel sistema di
carriera
Analogamente, sistemi di carriera non equi portano gravi
conseguenze: dal punto di vista dell'efficienza, un processo di
promozioni basato su criteri poco chiari e non espliciti è
estremamente costoso in termini di costi di influenza e di
negoziazione.
È vero che, sotto l'aspetto procedurale, la dinamica delle carriere
è uno dei processi organizzativi più influenzati da norme e
consuetudini non scritte e da contratti di tipo implicito, così
come, per il profilo distributivo, è rilevante la capacità dei
manager di costituire e gestire in modo strategico il proprio
capitale sociale di relazioni e contatti. Ma questo non dà alcuna
giustificazione.
Un sistema di carriera che elimini o
contenga la discrezionalità evita che persone mediocri o
addirittura squallide procedano nella carriera senza alcun merito
se non quello del servilismo. Le persone di ridotte qualità, ma
ossequiose e servili, le persone che dicono sempre di sì non
servono a nessuna organizzazione efficiente: di due persone, una
alle dipendenze dell'altra, che pensano sempre allo stesso modo,
una delle due è, infatti, inutile. Chi ha il potere si abitua a
vedersi attorno questi figuri, inizia ad assegnar loro tutte le
incombenze più sgradevoli che vengono accettate senza battere
ciglio e, a poco a poco, non riesce più a farne a meno. Ma non
solo. Ci sono uomini potenti che hanno paura di chiamare nella loro
cerchia interna persone troppo intelligenti o troppe autonome.
Alcuni perché sono autoritari e non amano venir contraddetti. Altri
perché sono megalomani e desiderano sentirsi ammirati. Altri perché
sono molto prudenti e sanno che le persone di grande valore
finirebbero per influenzarli, condizionarli e non vogliono
rinunciare a nulla del loro potere. Altri semplicemente per
pigrizia: è più riposante, più comodo avere abitualmente attorno
dei mediocri. E così si formano le corti: dove i cortigiani hanno
rinunciato a pensare, ammesso che sapessero farlo, interessati solo
alla loro posizione ed alla loro tranquilla sinecura.
c. Sistema premiale: gli
incentivi
Intimamente connesso al tema della valutazione vi è quello della
retribuzione variabile, dei cd. incentivi o bonus o premi di
produttività. L'incentivo dovrebbe essere uno stimolo o situazione
stimolo che serve a dirigere e potenziare i comportamenti. I
numerosi sistemi di premi impostati dalle diverse organizzazioni
non costituiscono esclusivamente una forma alternativa per
remunerare il personale, ma sono tesi ad orientare e controllare i
comportamenti degli interessati ed a fornire continui stimoli per
sollecitarne le prestazioni. Infatti, è ormai universalmente
accertato che la motivazione derivante da riconoscimenti in
retribuzione base (fissa) perde velocemente di efficacia in quanto
l'incremento ricevuto diventa patrimonio stabilmente acquisito dal
dipendente e non costituisce direttamente spinta a migliorare le
prestazioni individuali. In termini aziendali il concetto di
incentivo si collega alla nozione di produttività e di efficacia /
efficienza dell'attività: i piani di incentivi, nelle varie forme
ipotizzabili, hanno, infatti, costituito la base principale per il
perseguimento della politica di pay for performance e oggi di pay
for quality.
In questi termini la retribuzione
base costituisce essenzialmente lo zoccolo per il soddisfacimento
dei bisogni primari e per il riconoscimento delle abilità
fondamentali, lasciando agli incentivi lo scopo di remunerare
abilità incrementali, comportamenti in linea con gli obiettivi
dell'organizzazione e risultati sempre migliori. La quota di
retribuzione variabile sul totale, la quota degli incentivi
sull'ammontare del percepito dovrebbe, quindi, aumentare con il
livello di responsabilità ricoperto: l'incentivo deve essere il
ritorno finanziario guadagnato in più da chi è disposto ad assumere
dei rischi, in pratica ad assumere la responsabilità per i
risultati attesi.
5. Le ultime
"novita" nella gestione hr
a. I dipendenti migliori hanno
bisogno dei capi migliori: il dipendente di talento può anche
lavorare per una azienda, per il suo leader carismatico, per il
forte brand, per i valori che la contraddistinguono nella società o
per i suoi ricchi benefit, ma la sua permanenza e la sua
produttività dipenderanno dalla relazione che avrà con il suo
superiore diretto. La gente abbandona i dirigenti, non le aziende.
Ci sono manager che prosciugano l'azienda del suo potere e del suo
valore, ma nessuno sembra accorgersene.
b. Migliorare l'esistente: il buon
senso comune ci dice che ogni dipendente ha un potenziale
illimitato o che il modo migliore per aiutare un dipendente è
quello di sostenerlo a combattere le sue debolezze: il buon senso
comune è confortante ed attraente proprio perché è facile. Ma,
contrariamente a quanto afferma il facile "buon senso comune", la
cosa da fare è, invece, quella di far sentire ciascuno a proprio
agio, di farlo sentire se stesso. Senza cercare di uniformare,
senza cercare di rendere tutti i dipendenti uno il clone
dell'altro, ma tentando di creare un ambiente dove tutti si sentano
incoraggiati ad essere il meglio di ciò che già erano. Trattare in
modo diverso le persone, contribuisce a farle sentire uniche; e,
poi, cercare di tirar fuori quello che già c'è dalle persone è già
abbastanza difficile.
c. Imparare dagli uomini migliori:
il buon senso comune ci dice che il bene è l'opposto del male e
che, quindi, se si vuole capire l'eccellenza, bisogna analizzare
l'incapacità e, quindi, fare il contrario. È il fascino della
patologia: è più facile descrivere l'incapacità, che la capacità a
fare bene un lavoro. Ma eccellenza ed incapacità sono spesso
sorprendentemente simili: è la media la vera anomalia.
d. Mantenere il beneficio del dubbio
da parte dei propri dipendenti: se è così, essi daranno sempre una
possibilità ad ogni nuova iniziativa, non importa quanto delicata o
controversa possa essere.
e. Solo la presenza del talento
giusto è responsabile di quella diversità che porta al successo
delle imprese: l'esperienza o l'intelligenza o la forza di volontà
hanno tutte un effetto significativo sulla prestazione, ma non sono
determinanti. E il talento, nonostante magari si cerchi di far
diventare affabile, seminario dopo seminario, un venditore
caratterialmente introverso, non si può insegnare. Per questo è
importante selezionare le persone con il talento giusto per
l'incarico che dovranno ricoprire.
f. La vera sfida è concentrare le
persone sulla performance, sugli obiettivi dell'azienda: nel mondo
attuale è, infatti, impossibile controllare l'attività di tutti i
dipendenti, mentre l'importanza dei loro comportamenti per il
successo dell'azienda aumenta quanto più sono lontani dal vertice
aziendale e tanto più sono vicini al cliente finale. Un manager non
può far succedere nulla: è il dipendente che decide cosa fare e che
cosa non fare; che sceglie come, quando e con chi, nel bene e nel
male, le cose succedono. La soluzione sta nel definire i risultati
giusti e lasciare che ognuno trovi la propria strada per arrivarci:
questo incoraggia ciascuno a prendersi le proprie responsabilità e
stimola le persone di talento. Non servono più manager poliziotti
che controllano che le cose vengano fatte nel modo previsto
dall'azienda.
g. La fiducia è l'arma vincente: se
dalla gente ti aspetti il meglio, ti darà il meglio. Regole e
regolamenti non possono calmare ansie e sospetti: contribuiscono a
creare una cultura della compiacenza, che lentamente toglie
all'organizzazione flessibilità, prontezza di reazione e, cosa
forse ancora più importante, buona disposizione d'animo. Per le
persone mediocri la fiducia deve essere meritata, ma la loro
diffidenza riguarda il futuro ed è, quindi, una condizione
permanente.
h. Si può cambiare solo attraverso
il coinvolgimento: si investono tantissime energie nel tentativo di
modificare le organizzazioni, ma il processo si rivela sempre più
lungo e difficile di quanto si era immaginato. Ciò si deve in gran
parte alla natura del cambiamento ed alla tipica resistenza degli
esseri umani, restii a rinunciare ad un presente noto, anche se
sgradevole, per un futuro ignoto, anche se promettente. Ma il
grosso della resistenza al cambiamento nasce proprio dal modo in
cui cerchiamo di realizzarlo. Il coinvolgimento ci dà una chance
per trasformarlo da fattore di resistenza ad uno di motivazione di
tutte le persone interessate: tutti hanno conoscenza del disegno
generale, di quanto ci si propone di realizzare e condividono un
progetto comune; le responsabilità sono distribuite in modo che
tutti possano avere una piena conoscenza dell'intero sistema; la
creatività è stimolata in modo che tutti contribuiscano.
6.
Conclusioni
Mi piace concludere con la frase che
domina la "Carta dei valori" di un'azienda americana oggi leader
nel suo settore dopo una paurosa crisi aziendale: "dreams made real
".
Nulla di nuovo, dirà qualcuno: senza un sogno non c'è inizio. Ma
questa frase ci dice qualcosa in più. Ci dice che il nostro
presente dipende dal nostro futuro e che senza la volontà di
migliorare, senza l'individuazione e la valutazione dei punti di
forza e di debolezza, senza lo studio delle esigenze del cliente
(cittadino nel nostro caso) che si dovranno soddisfare e magari
anticipare nel prossimo futuro, senza chiedersi che cosa si
dovrebbe fare oggi per cogliere le grandi opportunità del domani,
non c'è un gran futuro.
E possiamo farlo solo legando
vecchio e nuovo, per creare competenze capaci di aiutare nel
decidere che cosa fare e come farlo attraverso l'impiego di
soluzioni innovative, ad alto valore aggiunto, in grado di far
fronte, naturalmente in tempi estremamente rapidi, a qualsiasi
sfida anche complessa o rischiosa.
Fornire servizi di qualità e creare valore per il cliente non è
prerogativa delle sole organizzazioni private, ma anche finalità
prioritaria di quelle pubbliche. Alla necessità delle aziende
private di perseguire il profitto fa riscontro quella della
Pubblica Amministrazione di realizzare cambiamenti generativi di
valore per il Sistema Paese. Al positivo e corretto impatto
sull'ambiente e sul contesto socio-economico che l'impresa deve
realizzare oltre al profitto, si deve affiancare l'impatto esteso e
pervasivo della P.A. sull'intero contesto di riferimento comprese
tutte le organizzazioni economiche che operano sul mercato. Fornire
servizi di qualità e creare valore per i cittadini/clienti è
l'imperativo che dovrebbe guidare il futuro della Pubblica
Amministrazione. |