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1. Lo scenario
Recentemente ho assistito ad una
conferenza in cui il relatore ha esordito con una precisazione, per
me molto significativa.
Non si è trattato di una "rivelazione" ma di un qualche cosa che,
come spesso accade per le cose importanti, appare piuttosto
semplice, sfiorando addirittura l'ovvietà, ma… solo, appunto, dopo
che qualcuno l'ha detto!
In sintesi il conferenziere ha ricondotto a tre i motivi per cui
qualcuno decide di trattare un argomento. Il primo è quello di dar
sfogo al desiderio di autoaffermazione e trova la sua più diffusa
degenerazione in colui che si "parla addosso", che in caso di
intervento altrui riprende il discorso esattamente da dove l'aveva
interrotto, senza tener conto di quanto ha detto l'interlocutore.
Il secondo motivo è quello di riversare sugli altri una propria
conoscenza per acculturarli: è proprio degli insegnanti e degli
istruttori in genere. L'ultimo motivo è quello di porre
all'attenzione un tema, a cui si annette una certa importanza, al
fine di provocare una riflessione in chi "riceve il messaggio".
Pur senza escludere un'inconscia
pulsione riconducibile al primo motivo, è quest'ultima ragione che
mi spinge, dopo circa quattro anni, a chiedere nuovamente
ospitalità a questa rivista, per tornare a trattare il tema della
comunicazione interna(1).
Considero questo argomento molto importante perché con la
comunicazione interna si possono veicolare nuovi modelli
organizzativi, paradigmi culturali innovativi ed altre elaborazioni
necessarie per affrontare la complessità del mondo in cui
viviamo.
E questo vale sia per le organizzazioni private - in cui la
comunicazione interna è nata e dove ha ormai raggiunto un elevato
grado di elaborazione - sia per quelle pubbliche, in cui si è da
tempo avviato un ampio e stimolante dibattito, che le riflessioni
che seguono intendono contribuire ad alimentare.
Questo lavoro si svilupperà in tre parti:
- la prima è costituita da un inquadramento generale sulla
comunicazione interna, e cioè sui dati normativi che la riguardano,
sulle finalità e sulle principali difficoltà che occorre
superare;
- la seconda parte è quella centrale. In essa intendo
sottolineare l'esigenza di un serio approccio metodologico e, allo
scopo, proporrò un modello teorico;
- l'ultima parte avrà come oggetto l'uso della comunicazione
digitale, quale strumento innovativo per antonomasia della
comunicazione.
Prima di iniziare, però, è doverosa
una premessa.
La sfida più importante che la pubblica amministrazione sta
affrontando, a mio avviso, riguarda una trasformazione che è al
tempo stesso culturale e organizzativa. Mi riferisco al tentativo
di superare l'approccio formalistico che privilegia il mero
rispetto delle regole, non raramente fine a sé stesso, rispetto a
un'attività amministrativa orientata alla produzione di utilità o,
come si dice ora, di valore per il cittadino.
In realtà, questa impostazione
dovrebbe essere tutt'altro che innovativa se riflettiamo sul fatto
che l'attività pubblica, a prescindere dalla tipologia delle
strutture con cui opera - enti pubblici o società di natura
privatistica - ha da sempre avuto come principale concetto di
riferimento il "servizio" e, cioè, la fornitura al cittadino,
considerato uti singuli o in quanto appartenente alla collettività,
di un prodotto materiale o, come più spesso accade,
immateriale.
Perché allora questa "cultura del servizio", al di là delle
dichiarazioni di principio, non si è ancora realizzata e siamo qui
ancora a parlare di concetti che

figura 1: le sfide
dovrebbero essere ormai acquisiti?
Perché questioni, la cui risoluzione appare prodromica a un
qualunque approccio organizzativo serio e razionale, continuano a
rimanere irrisolte? Penso, ad esempio, al controllo di gestione
sulle varie unità organizzative di una qualsiasi pubblica
Amministrazione e, conseguentemente, alla valutazione dei
dirigenti, e cioè di coloro che di quelle unità sono i
responsabili(2).
A mio parere, riprendendo una delle
tesi maggiormente consolidate, le ragioni di questa inadeguatezza
dell'amministrazione pubblica hanno natura sia culturale che
operativa. Ma non è certo questa la sede per avviare
un'approfondita riflessione sull'argomento, che sarebbe senz'altro
stimolante ma che ci porterebbe lontano da ciò che stiamo
trattando. Quello che abbiamo detto serve piuttosto a delineare un
contesto di riferimento complessivo da cui partire per individuare
gli strumenti, le tecniche e gli approcci culturali che possano
risultare utili per vincere la formidabile sfida a cui ho fatto
riferimento all'inizio. Ebbene, la comunicazione interna
rappresenta una delle leve più potenti che abbiamo a disposizione
per questo compito.
Cerchiamo allora di vederla più da vicino.
2. La
comunicazione interna
Avendo deciso di utilizzare un punto
di vista che si focalizzi maggiormente sul settore "pubblico",
partirei da un dato normativo, quello della legge n. 150 del 2000,
la prima e finora unica legge sulla comunicazione pubblica(3), con
tre specifici riferimenti.
Il primo è quello precisato nell'art. 1, comma 4, secondo il quale
la comunicazione pubblica si tripartisce nell'informazione ai mezzi
di comunicazione di massa, nella comunicazione esterna e, infine,
appunto nella comunicazione interna(4). Il secondo riferimento è
contenuto nel comma successivo che fissa le finalità della
comunicazione pubblica nel suo complesso. Esse possono essere
sintetizzate in tre tipologie:
- la prima: agevolare determinate conoscenze che possono
riguardare specifiche disposizioni normative al fine di facilitarne
l'applicazione, le istituzioni e il loro funzionamento, i servizi
pubblici per favorirne l'accesso, temi di rilevante interesse
pubblico e sociale, l'avvio e il percorso dei procedimenti
amministrativi, ecc.;
- la seconda: favorire processi interni di semplificazione delle
procedure e di modernizzazione degli apparati;
- la terza: promuovere l'immagine delle amministrazioni - e
dell'Italia - in Europa e nel mondo, conferendo conoscenza e
visibilità ad eventi d'importanza locale, regionale, nazionale ed
internazionale.
È chiaro che queste finalità,
seppure individuate per la comunicazione pubblica in generale,
costituiscono un'indicazione essenziale anche per la comunicazione
interna che, come abbiamo visto, è una delle sue tre
componenti.
Il terzo e ultimo riferimento normativo è quello dell'art. 8, comma
2, secondo il quale gli uffici relazioni con il pubblico, anche
attraverso la comunicazione interna, devono attuare processi di
verifica della qualità dei servizi e di gradimento degli stessi da
parte degli utenti.
Si tratta di disposizioni
importanti. Per la prima volta viene formalizzata la specificità
della comunicazione interna e poi vengono indicate alcune delle sue
principali funzioni e cioè la fornitura di conoscenza intesa come
fornitura di un vero e proprio servizio e la costruzione e
l'implementazione di processi organizzativi efficaci.
Ma oltre alle previsioni normative, ciò su cui intendo focalizzare
l'attenzione è il ruolo che la comunicazione interna deve oggi
rivestire nelle strutture pubbliche e quali sono gli strumenti che
al momento appaiono maggiormente strategici.
Soffermandoci quindi sul ruolo della comunicazione interna:
dobbiamo innanzitutto considerare che persone, modelli
organizzativi e tecnologie sono le tre direttrici su cui occorre
muoversi da protagonisti in qualsiasi contesto organizzato che, mai
come oggi, è caratterizzato da una turbolenza che non consente
quelle pause di assestamento che in passato seguivano ogni
sostanziale innovazione.
Si tratta di un quadro nel quale
l'intero contesto delle relazioni umane si trova ad essere
trasformato e la comunicazione interna dovrà farsi carico in misura
più consistente dell'esigenza di ricreare gli schemi concettuali e
procedurali in maniera collettiva. In questa accezione la
comunicazione interna deve essere considerata come un sistema di
strumenti che, nella sua dimensione dinamica, costituisce un
processo che attraversa l'intera organizzazione e che, a mio
avviso, si deve proporre essenzialmente di concorrere a dare
risposta a due ordini di problemi.
Il primo ha una natura prevalentemente "aziendalistica". In
particolare è rappresentato dalla ricerca, da un lato, di
un'adeguata efficacia, efficienza ed economicità - e cioè di quei
principi di buona amministrazione che a partire dalla legge n.
241/1990 vengono richiamati in ogni provvedimento normativo che
riguarda la pubblica amministrazione - e, dall'altro lato, di un
elevato grado di soddisfazione del cliente interno ed esterno. Il
secondo problema è legato alla "risorsa umana".
Essa, a parte le tanto enfatiche
dichiarazioni di principio, in realtà, in genere non occupa il
rilievo e l'attenzione che merita e solo oggi ogni organizzazione,
sia pubblica che privata, ha compreso la necessità di profondere il
massimo impegno per fidelizzare coloro che ne fanno parte. Questo
problema è legato a quello del coinvolgimento attivo del personale,
della sua motivazione, dell'empowerment e delle tecniche di
apprendimento e di crescita. La sua risoluzione incide sul successo
o sull'insuccesso dei cambiamenti organizzativi, risultando tanto
più essenziale quanto più i mutamenti sono radicali(5).
La soluzione a questo duplice ordine
di problemi incontra numerosi ostacoli. Io vorrei limitarmi a
richiamarne solo uno, proprio delle pubbliche
amministrazioni.
In sintesi ritengo che a fronte di un ricco ed intenso dibattito
giuridico, non vi sia stato un corrispondente approfondimento
operativo, come se quest'ultimo fosse un'attività "meno nobile" di
quella dottrinale.
A questo proposito, in un mio precedente lavoro - chiedo scusa per
l'autocitazione - ho parlato di "sindrome del giurista(6)",
intendendo per tale una visione legalistica della realtà, ancorata
soprattutto al rispetto formale della norma, che mette in risalto
essenzialmente la dicotomia liceità-illiceità rispetto ad altre
distinzioni - quali efficienza/inefficienza,
trasparenza/segretezza, partecipazione/ discriminazione, ecc. - che
appaiono invece rivolte al concreto soddisfacimento di bisogni dei
cittadini, intendendo ovviamente per tali anche coloro che operano
all'interno della pubblica amministrazione. Oggi occorre una
coerente modifica di mentalità, di procedure, di stili e di cultura
organizzativa. La logica burocratica deve fare i conti con una
riqualificazione manageriale, nuovi modelli organizzativi, notevoli
capacità programmatorie, professionalità multidisciplinari,
dimestichezza con il mondo del trattamento dell'informazione.

Figura 2: la
comunicazione
In questo ambito la comunicazione
interna rafforza la propria funzione di veicolo di innovazione, di
coesione interna e di cultura organizzativa.
Di conseguenza occorre un sistema di comunicazione interna
altamente sofisticato, in grado di fronteggiare adeguatamente la
complessità.
E quindi proviamo ad entrare più nel dettaglio.
3. Un approccio
metodologico
a. Genralità
Com'è noto, una qualsiasi
organizzazione - e quindi ci riferiamo anche a quelle pubbliche -
deve porsi degli obiettivi, e cioè stabilire dove vuole andare.
Inoltre deve fissare delle strategie, e cioè stabilire come intende
andarci.
Ebbene, per quanto attiene agli obiettivi, a mio avviso ve ne sono
due comuni ad ogni tipo di organizzazione. Il primo è quello di
soddisfare il cliente, sia interno che esterno, e cioè creare
valore per lui. Si tratta in sostanza della finalità sottesa al
concetto di customer satisfaction o, secondo altri studiosi, del
paradigma dell'efficacia. Il secondo obiettivo è quello di
conseguire lo scopo precedente in modo efficiente. E cioè il valore
attribuito ai benefici ricevuti dai clienti deve superare il costo
sostenuto per produrli.
Per conseguire questi obiettivi
occorre ribaltare logiche diffuse e condivise. Infatti non sempre è
sufficiente modificare l'esistente con miglioramenti incrementali.
È spesso necessaria una discontinuità con quello che è stato fatto,
e cioè innovare radicalmente. E questa innovazione deve essere
perseguita con il coinvolgimento di tutte le risorse in quanto essa
- riprendendo un'affermazione contenuta in un testo di management -
"può sgorgare dalla mente di un'anima insoddisfatta, sognatrice,
intelligente anziché da quella di un occhialuto esperto o di un
grigio pianificatore".
Insieme agli obiettivi, di cui ho appena parlato, ho prima fatto
cenno alle strategie, e cioè "al come conseguirli". Su di esse,
però, invece di procedere con un'elencazione - che comunque
risulterebbe incompleta e sommaria - ritengo più utile proporre un
approccio metodologico da utilizzare per la loro elaborazione, che
utilizzi paradigmi culturali ed organizzativi innovativi. Per far
questo mi ispirerò, con molta libertà, al modello proposto da Gary
Hamel nel suo recentissimo saggio Leading the rivolution(7).
In sintesi farò riferimento a un
modello teorico, utilizzabile per analizzare qualsiasi attività
organizzata destinata a produrre beni e servizi, che individua
quattro componenti essenziali, a loro volta suddivisi in
sottocomponenti.
E in questa analisi intendo evidenziare come un sistema di
comunicazione interna costituisca un strumento indispensabile per
tradurre ed implementare le diverse strategie che questo modello è
in grado di suggerire (si veda la figura 3).

Figura 3: approccio
metodologico
Le quattro componenti essenziali del modello sono: l'identità, le
risorse strategiche, l'interfaccia con il cliente e la rete di
valore.
b. L'indennità
La prima componente, l'identità,
rappresenta cosa l'organizzazione intende essere e cosa intende
fare e come intende farlo. Suoi elementi costitutivi sono la
mission, lo scopo del prodotto e la differenziazione.
La mission è lo scopo dell'organizzazione, l'obiettivo e la
strategia nel senso che prima abbiamo descritto, e cioè dove si
vuole andare e come si intende arrivarci. Si tratta di un elemento
che va continuamente verificato al fine di cogliere eventuali
scostamenti. Ai nostri fini va sottolineato che la mission deve
essere partecipata e condivisa all'interno dell'intera
organizzazione. Risulta quindi evidente come la comunicazione
interna, sia quella di coinvolgimento (ad esempio gli eventi e le
convention) che quella che agisce a livello logico razionale (ad
esempio gli house organ e le news letter), costituisca lo strumento
indispensabile per poterlo fare. E questo appare ancora più
necessario oggi in quanto nelle organizzazioni si tende a
depotenziare le strutture di controllo che non aggiungono valore al
servizio e a favorire una maggiore consapevolezza da parte dei
dipendenti.
Ciò, tra l'altro, fa emergere anche
l'esigenza di veicolare un solido sistema di valori perché sempre
di più è necessario poter fare affidamento sullo 'spirito di corpo'
delle persone.
Il secondo elemento, lo scopo del prodotto - intendendo con questo
termine anche il servizio - si definisce dando risposta a una serie
di domande: a chi mi sto rivolgendo, per fornire cosa, quale bacino
di utenza intendo servire, quali sono i bisogni espressi che si
intendono soddisfare, a quale tipo di segmentazione voglio
procedere, ecc. Anche in questo caso, lo scopo del prodotto va
costantemente verificato mediante un semplice interrogativo:
possiamo individuare un prodotto/servizio in grado di fornire
maggiore soddisfazione al cliente/utente?
Il terzo elemento, la differenziazione, consiste nel ricercare
soluzioni che non siano un abbellimento o una versione
semplicemente più efficiente di quanto già esiste. Facciamo un
esempio: accesso alla documentazione amministrativa, in base alla
legge n. 241/1990, al fine di verificare lo stato di una pratica
che ci riguarda. È un problema di URP o di modalità di impianto,
gestione e archiviazione delle pratiche? Il servizio URP può solo
garantire maggior cortesia, razionalità ed imparzialità nel fornire
notizie che in precedenza erano talvolta accessibili con rapidità
solo mediante "particolari sollecitazioni". Ma ciò, a mio avviso, è
insufficiente. Il servizio dovrebbe avere un altro scopo: quello di
farmi accedere in modalità friendly - magari anche da casa, in
qualsiasi ora, con il PC - collegandomi a determinati data base.
Tra una risposta cortese ma che mi soddisfa parzialmente e una
risposta tecnologica che mi soddisfa pienamente, anche senza
l'intervento di un gentile operatore, è preferibile
quest'ultima.
È agevole constatare che anche con
riferimento al secondo e terzo elemento, e cioè per la costruzione
di prodotti che abbiano scopi congrui e siano intelligentemente
differenziati, non si può prescindere da un efficace flusso di
comunicazione interna che colleghi il back office con il front
office, i tecnici con i giuristi, gli informatici con gli esperti
del contenzioso.
c. Le risorse
strategiche
La seconda componente del modello,
le risorse strategiche, sono costituite dalle competenze
essenziali, dagli asset strategici e dai processi fondamentali
presenti nell'organizzazione. Le competenze essenziali
rappresentano ciò che l'organizzazione sa. La conoscenza è un
elemento strategico che un'organizzazione accumula, anche perché
gli consente di imparare più rapidamente. È chiaro che deve essere
veicolata al suo interno e che deve coniugarsi con l'esperienza in
virtù del principio secondo il quale "l'applicazione di conoscenza
genera nuova conoscenza". Questa affermazione è tanto più vera
quanto più si tratta di conoscenza "complessa", e cioè di
conoscenza che rappresenta la fusione di diversi tipi di
conoscenza, e "tacita", ossia non codificata. Con riferimento a
questi concetti si sono sviluppate tecniche e metodi - mi
riferisco, ad esempio, alla learning organization, all'empowerment,
al coaching - che hanno in comune la scelta di far assumere
rilevanza strategica alla conoscenza e alla competenza nonché di
favorire la loro condivisione quale fattore di sviluppo individuale
e organizzativo. L'organizzazione sa in quanto i suoi componenti
sanno. Un'organizzazione funziona bene quando tutti i suoi elementi
si sostengono reciprocamente e ciò accade quando tutte le parti
collaborano in vista di uno stesso scopo che, quindi, deve esser
loro partecipato.
Gli asset sono invece ciò che l'organizzazione ha. A differenza
dell'elemento precedente, si tratta di cose e non di conoscenze:
marchi, brevetti, standard, infrastrutture, ecc.
I processi fondamentali, infine,
sono ciò che l'organizzazione fa. Sono costituiti da metodologie,
tecniche, algoritmi. Sono la scatola nera che trasforma gli input
in output, producendo valore per il cliente. Soprattutto in ambito
pubblico i processi (leggasi procedure), purtroppo, sono spesso
caratterizzati da due elementi negativi: il loro rispetto acritico
- e cioè indipendente dalla loro idoneità a risolvere le esigenze
concrete per le quali sono state poste in essere - e la scarsa
propensione alla loro modifica. In realtà i processi sono
l'elemento software, da cui dipende maggiormente l'efficacia,
l'efficienza e l'economicità dell'azione organizzativa, nel senso
che la loro reingegnerizzazione (leggasi riformulazione) consente
di conseguire quegli obiettivi che sembravano irraggiungibili.
Certamente rappresentano la soluzione alternativa a quella effimera
di chiedere più personale!
Vorrei anche evidenziare come intorno ai processi vengano costruiti
i vari modelli organizzativi che oggi - mi riferisco, ad esempio,
all'organizzazione piatta, a rete, ecc. - sempre più spesso
costituiscono una sorta di risposta alla mancanza di comunicazione
interna che caratterizza l'organizzazione funzionale, in cui ogni
soggetto interagisce con la propria line, con scambi insufficienti,
o addirittura assenti, con le altre funzioni interessate. Anche per
questa seconda componente, le risorse strategiche, è appena il caso
di sottolineare come la comunicazione interna sia essenziale,
rientrando tra i suoi 'compiti' istituzionali la condivisione di
conoscenza, di competenze, di procedure, di organigrammi e di know
how in genere.
d. L'interfaccia con il cliente
La terza componente del modello è
l'interfaccia con il cliente. Qui la comunicazione, sia interna che
esterna, in generale, riveste maggiormente un ruolo da protagonista
e addirittura quasi coincide con la componente stessa. Gli elementi
che assumono rilievo sono tre: l'assistenza e la soddisfazione del
cliente, l'informazione e i suggerimenti e, infine, le dinamiche
relazionali.
L'assistenza e la soddisfazione del cliente è l'elemento che
riguarda il modo con cui l'organizzazione raggiunge l'utenza, quali
canali usa e quale tipo di assistenza offre. Si tratta di
rispondere alle seguenti domande: in che misura è stata agevolata
la fruizione del servizio? sono stati eliminati tutti gli oneri
inutili che gravano sull'utente?
In questo settore molto è stato
fatto in questi ultimi anni ma si tratta di una competizione in cui
la posta in gioco è troppo importante per potersi riposare sugli
allori. Facciamo un esempio. Molte amministrazioni ritengono di
fornire servizi avanzati perché recapitano la gran parte dei
certificati a domicilio. Ma hanno mai pensato ad entrare nelle
logiche di tutti quei servizi commerciali che si realizzano
semplicemente tramite SMS? Oppure pensiamo ai siti di molti enti
pubblici. In genere sono belli e fantasiosi ma quanta navigazione è
necessaria per trovare ciò che ci serve! Non sarebbe utile una
sorta di menabò standardizzato? E a parte le informazioni, quanti
servizi e transazioni questi siti sono in grado di fornire
effettivamente? A volte sembra che per l'amministrazione pubblica
il cittadino sia ciò che per la maggior parte delle banche è un
cliente: una persona con varie identità a seconda che lo si
consideri titolare rispettivamente di un conto corrente o di una
carta di credito oppure di un mutuo. Si pensi infatti alla quantità
di distinte e di estratti conto inviati al medesimo soggetto ma,
inesorabilmente, ognuna con CAP e numero civico diverso. Come
responsabile viene indicato il famoso disallineamento dei data base
che, comunque, non fa distinzioni tra pubblico e privato. E infatti
non è raro il caso in cui un Comune insista nel voler comunicare -
"in esito alla pratica prodotta dalla SV in data X" - con soggetti
che agli atti del suo stesso ufficio di stato civile risultano
defunti da tempo.
Anche nella customer satisfaction
molto si sta facendo ma bisogna sempre chiedersi se è sufficiente.
Facciamo l'esempio delle code. Il problema oggi viene
sostanzialmente risolto con la distribuzione del c.d. "numerino",
sale d'attesa con divani confortevoli e televisione, display che
indicano il numero dell'utente che in quel momento sta fruendo del
servizio e, spesso, la stima del tempo che manca al proprio turno.
È un sistema efficace? A me sembra che si limiti a rendere il più
confortevole possibile le file ma non a ridurle. Non mi pare che si
sia ancora individuata una logica come quella che ha ispirato la
soluzione fornita dagli ipermercati che, indipendentemente
dall'ordine di arrivo, prevedono una corsia dedicata a coloro che
hanno acquistato meno di un certo numero di articoli. In sostanza
si è ribaltato un criterio "sacro", quello cronologico, a favore di
un altro più congruo: quello del tempo necessario a soddisfare una
certa prestazione.
Altro esempio. Penso ai totem
tecnologici in grado di fornire informazioni, certificati,
biglietti ferroviari, piani di studio universitari, ecc.. È proprio
necessario che quelli preposti a servizi ferroviari siano collocati
solo presso le stazioni, quelli preposti ai servizi universitari
solo presso le università, ecc. È vero che esistono gli sportelli
polifunzionali ma mi riferisco a qualcosa di diverso. Se presso le
librerie Feltrinelli o Rizzoli o da Benetton o nella catena IKEA -
nomi citati solo per esemplificare - trovo comodi divanetti,
musica, bar, telefoni pubblici, ecc., perché non devo poter trovare
anche questi totem? Per esempio, pensando all'attività di
reclutamento nell'Arma dei Carabinieri, non sarebbe utile collocare
strumenti multimediali informativi per l'arruolamento presso gli
istituti di istruzione e le università, integrati con le altre
informazioni utili per gli studenti?
Veniamo al secondo elemento,
l'informazione e i suggerimenti. Intendo riferirmi a un processo
composto da tre fasi: la raccolta di tutte quelle informazioni che
l'interfaccia con il cliente consente di acquisire, l'utilizzazione
di tali informazioni con riferimento alla soddisfazione dei suoi
bisogni, l'erogazione al cliente di contenuti informativi in grado
di agevolare una fruizione più consapevole e corretta del servizio
ed anche di agire sulla qualità attesa e percepita del servizio
stesso. Anche in questo caso un esempio può illustrare meglio
questo processo. Pensiamo al trasferimento di residenza in un altro
comune. In certi momenti si traduce in una babele di numeri verdi,
voci preregistrate con sottofondi musicali che invitano per tempi
non sempre brevi ad attendere, carte dei servizi, ecc. Non sarebbe
utile un unico servizio che si occupasse dei certificati
amministrativi, del contratto di fornitura dell'elettricità e del
riscaldamento, dell'abbonamento radiotelevisivo e, magari,
dell'iscrizione alle scuole materne o elementari? Qualcosa di
simile, comunque, si è già iniziato a fare (per esperienza diretta,
nel comune di Roma, a seguito della variazione anagrafica vengono
inviate a domicilio le variazioni della patente di guida e dei
documenti di circolazione dei veicoli).
Il terzo elemento, la dinamica
relazionale, riguarda le caratteristiche del rapporto che
intercorre tra l'organizzazione e il cliente. Si tratta di
modalità: frequenza dei contatti, tasso di formalità, livello di
interazione, segmentazione, personalizzazione del rapporto,
politica dei prezzi (c'è differenza tra il costo di un servizio ed
il valore che quel servizio riveste per il cliente).
Da quanto abbiamo detto sul terzo componente, l'interfaccia con il
cliente, non c'è dubbio che un presupposto necessario sia
costituito dalla costante attivazione di una serie di sensori
interni interconnessi, mediante appositi strumenti di comunicazione
interna, in forma strutturata e non.
e. La rete di
valore
Vediamo ora la quarta ed ultima
componente: la rete di valore. Essa rappresenta un insieme
eterogeneo di elementi che valorizzano le risorse esistenti. Tra
essi ricordiamo i fornitori, i partner, le associazioni tra enti
pubblici. Un primo riferimento dovrebbe farsi al ricorso
all'outsourcing da vedere sempre meno come una concessione
amministrativa e più come un'opportunità di de-verticalizzazione,
in base alla considerazione che una funzione verticalmente
integrata non potrebbe reggere il passo con le innovazioni di quel
dato settore. Un altro riferimento potrebbe essere quello delle
sinergie. Ad esempio, precedentemente ho parlato dell'utilità di
tendere a uno standard per i siti web di enti pubblici: l'ANCI
potrebbe assumere l'iniziativa di sviluppare questo progetto almeno
per i Comuni .
È chiaro che parlando di rete di
valore - come per tutte le reti - pensiamo a un flusso comunicativo
di natura operativa, culturale, emotiva. Ma questo flusso è
indirizzato solo all'interno delle organizzazioni, e quindi si
tratta di comunicazione interna, o anche all'esterno? Per me questo
è un falso problema. L'evoluzione del concetto di comunicazione
interna ha portato a ritenerne destinatari non solo i dipendenti ma
anche tutti quegli stakeholders che pur non stando dentro
un'organizzazione non ne stanno neanche fuori: mi riferisco, ad
esempio, agli autoconcessionari rispetto alle aziende
automobilistiche o al caso del personale che mantiene uno speciale
rapporto con la propria organizzazione anche quando va in
quiescenza.
4. Gli strumenti:
la tecnologia informatica
A questo punto, dopo la parte
dedicata all'approccio metodologico - e al modello teorico appena
esaminato - passerei ad affrontare la comunicazione interna sotto
un punto di vista più tecnico, entrando nell'ambito delle tematiche
che riguardano gli strumenti che essa utilizza. Si tratta di un
argomento talvolta trascurato in base al preconcetto secondo il
quale ciò che è "pratico" ha minor dignità scientifica di ciò che è
più "cerebrale". Ciò invece non è vero.
Se pensiamo, infatti, ai bisogni dell'uomo possiamo considerare che
da lungo tempo ben poco è cambiato. Ciò che invece è cambiato è il
modo di soddisfarli e l'innovazione ci offre strumenti sempre
migliori.
Pensiamo al bisogno di comunicare e agli strumenti che servono a
soddisfarlo. Chi avrebbe potuto immaginare che oggi, secondo una
recente ricerca, un dirigente intermedio avrebbe ricevuto circa 190
messaggi al giorno: 52 telefonate, 30 e-mail, 22 comunicazioni a
voce, 18 lettere, 15 fax, ecc.. Non credo che la soluzione di
questo problema non rivesta un'importanza analoga a quella di molte
questioni sui massimi sistemi…
In questa sede non mi pare opportuno
fare una carrellata sugli strumenti utilizzabili nella
comunicazione interna, già descritti in modo particolareggiato in
numerosi manuali. Mi vorrei invece soffermare sulla comunicazione
digitale, per il rilievo che ha assunto rispetto agli strumenti
tradizionali, non per questo comunque da sottovalutare.
La comunicazione digitale - e in particolare Internet ed Intranet -
costituisce la massima sintesi degli strumenti informatici i quali
hanno letteralmente rivoluzionato alcuni parametri su cui, da
sempre, si era basata la comunicazione tout court, e quindi anche
quella interna.
Penso soprattutto a tre parametri: il costo, lo spazio, la
quantità.
Per quanto riguarda il costo, vorrei sottolineare come la
trasmissione dell'informazione digitalizzata abbia sensibilmente
abbattuto i costi. Si sono aperte interessanti possibilità per
creare nuovi prodotti e servizi a bassissimo costo.
Il secondo parametro, lo spazio, riguarda la distanza tra i vari
soggetti. Questa dimensione viene a perdere quell'importanza che
l'ha finora connotata come uno dei maggiori vincoli a qualsiasi
attività comunicazionale. Ora essere fisicamente vicini o lontani è
quasi indifferente. Si trasmettono non solo le informazioni
tradizionali ma anche grafici, immagini, suoni, ecc. per cui, ad
esempio, tra le riunioni tradizionali e quelle virtuali la
differenza è sempre minore.
Il terzo parametro attiene alla
quantità di informazioni: essa non costituisce più un vincolo in
quanto sono stati creati supporti di pochi centimetri quadrati in
grado di contenere dati equivalenti a quelli di mastodontiche
biblioteche.
Di ciò non credo che ci sia ancora piena consapevolezza.
Ad esempio, quando si parla di Internet le affermazioni più
frequenti che si sentono sono frasi del tipo: "Noi siamo a posto:
abbiamo il sito web e stiamo perfezionando l'intranet per la
comunicazione interna".
Ciò, beninteso, va verso la direzione giusta a patto che vi sia a
monte un approccio serio. Alcuni indizi di questa serietà possono
identificarsi dal pieno recepimento di determinati principi, quali,
ad esempio:
il sistema digitale è talmente
diverso da tutti gli altri strumenti tradizionali che il ricorso
all'outsourcing deve essere la norma e non l'eccezione (si pensi a
tutti quei sistemi 'fai da te' in cui alla meritoria buona volontà
non corrisponde un'altrettanto elevata funzionalità);
- l'on-line è la regola, non un gadget, e deve trasformarsi da
prodotto in vero e proprio servizio;
- ogni cliente, sia interno che esterno, è un segmento;
- i link della conoscenza sono tendenzialmente illimitati;
- i dirigenti - che sono finora stati analisti delle decisioni e
si sono quindi impegnati a migliorare i sistemi esistenti - devono
trasformarsi ora in sperimentatori permanenti.
Ma prima di concludere queste
considerazioni sulla comunicazione digitale vorrei sottolineare la
necessità di avere di Internet la visione più corretta possibile.
Esso, a mio avviso, più che come una sofisticata tecnologia va
visto come un ambiente fatto di persone che comunicano, che
chiedono e forniscono informazioni. Per certi aspetti Internet non
può essere considerato un mero strumento della comunicazione: esso
"è la comunicazione" e mai come in questo ambito la demarcazione
tra interno ed esterno è estremamente labile. Le sue
caratteristiche più rivoluzionarie sono l'interattività - e cioè la
possibilità di dialogare - e la flessibilità, e cioè la possibilità
di adattarsi alle esigenze di ogni singolo utente. Essa ha superato
la logica del broadcasting generalista e si propone, da un lato,
segmentata in centinaia di offerte, come una serie di scaffali con
su esposte riviste di ogni tipo e, dall'altro, permeabile ad ogni
tipo di input esterno.
Può essere interessante confrontare
le caratteristiche di Internet con quelle degli altri due strumenti
più diffusi (si veda la figura 4) da cui possiamo osservare, ad
esempio, che la struttura del messaggio in rete è più simile a
quello della stampa e non a quello della televisione, come saremmo
portati istintivamente a pensare.

Figura 4: Caratteristiche dei
messaggi in rete, su stampa e in televisione
Internet è certamente uno strumento
che va governato ma, ai fini di una comunicazione efficace, si basa
sulla solita regoletta semplice semplice: mettersi nei panni
dell'altro. Se ci parliamo addosso, se parliamo per maiuscole o se
pensiamo che l'interlocutore sia la massa, qualsiasi tecnologia non
ci servirà a niente. Dopo queste considerazioni, vorrei provare ad
enumerare alcune delle attività che maggiormente si possono giovare
di Internet, chiaramente senza alcuna pretesa di esaustività:
- dare informazioni. Si tratta di un'attività comunicativa che ha
svariati scopi. Possiamo ricordare quello della comunicazione
istituzionale - che, ribadiamo, è indirizzata non solo al cliente
esterno ma anche a quello interno - tesa a promuovere la propria
identità sempre più spesso attraverso la conoscenza. Tra gli altri
scopi possiamo anche rammentare quello dell'orientamento sui
servizi offerti e su come fruirli oppure quello dell'accoglimento
dei neo assunti. Come modalità mi hanno molto colpito le FAQs
(frequently asked questions) - che com'è noto sono una lista di
domande con relative risposte sulle questioni e sugli aspetti di
maggiore interesse per gli utenti - in quanto coniugano semplicità
e utilità;
- raccogliere informazioni. È una sorta di funzione di "ricerca
& sviluppo". Essa consente, ad esempio, la creazione di canali
dedicati per suggerimenti e feedback da parte degli utenti oppure
il costante rilevamento delle modalità con cui analoghe
organizzazioni si presentano sulla rete - in sostanza si
tratterebbe di un vero e proprio benchmarking - ovvero la nascita
di specifici gruppi di discussione;
- assistenza personalizzata all'utente. Penso a una specie di
help desk - che vedo come la trasposizione informatica di alcune
fondamentali funzioni dell'URP - orientato alla customer
satisfaction;
- formazione. In questa attività le "tecnologie Internet" possono
fornire modalità innovative per attuare quel concetto di formazione
permanente che è divenuto sempre più strategico. E
l'alfabetizzazione? I rimedi sono molti. Ad esempio, sono sempre
più numerose le organizzazioni che hanno deciso di fornire di
computer portatili i propri dipendenti o di favorire, con un
contributo, il loro acquisto;
- gestione di servizi centralizzati. Mi riferisco a servizi che
possono essere consorziati e fruiti da più enti (recensioni stampa
tematiche o territoriali, uffici legali, consulenze per
l'acquisizione di contributi nazionali e comunitari, ecc.), ovvero
a progetti o altre attività che coinvolgano attori eterogenei
ubicati potenzialmente anche sull'altra faccia del pianeta
(università, enti locali e territoriali, comunità). È il paradigma
dell'integrazione(8).
È chiaro che vi sono numerosi altri
campi che possono essere radicalmente migliorati da Internet.
Spesso è la fantasia che si rileva come il miglior motore
innovativo. Se dovessi fare una battuta - in realtà battuta fino a
un certo punto - richiamerei alla mente quei piccoli paesi,
piuttosto isolati, con all'ingresso il pretenzioso cartello con la
dicitura "Comune d'Europa" per essersi gemellati con comuni
stranieri, spesso sconosciuti, dai nomi impronunciabili. Ora,
grazie a Internet, questo gemellaggio ha la possibilità di tradursi
in qualcosa di diverso da un cortese scambio di periodici educati
auguri…
Per chiudere questo argomento vorrei sottolineare come la maggior
parte delle ragioni che impediscono un uso ottimale di Internet
sono riconducibili al

Figura 5: la comunicazione
digitale
fatto che mentre la tecnologia si
sviluppa rapidamente il cambiamento culturale non ha la stessa
andatura. È questo il vero problema! La tecnologia agevola,
favorisce e arricchisce il rapporto umano: non lo sostituisce.
5.
Conclusioni
Vorrei concludere queste notazioni
citando una proposizione a mio parere molto significativa: "Chi si
focalizza su come fare meglio di ieri è destinato a perdere
rispetto a chi si focalizza su cosa fare di diverso […]. La chiave
di tutto è puntare su persone e organizzazioni più capaci di altre
di fare a meno dei vincoli del passato e di anticipare o adattarsi
alle opportunità del futuro".
Potremmo considerare questa frase una sorta di slogan che credo
riassuma quanto abbiamo fin qui sostenuto. Si afferma, infatti,
come sia indispensabile riuscire a creare una salutare
"discontinuità" con il passato.
Non si tratta di attribuire scarsa considerazione a quanto è stato
fatto né di sottostimare i meritori sforzi compiuti da chi ci ha
preceduto. Tutt'altro: il passato deve costituire la sintesi, fino
ad un dato momento, delle metodiche, delle tecniche, delle visioni
culturali che hanno caratterizzato un certo problema organizzativo.
Tanto più il passato sarà vissuto consapevolmente, tanto più solido
sarà il punto di partenza.
Tuttavia esso deve essere appunto un
punto di partenza.
Il futuro deve invece individuare nuovi percorsi, nuovi strumenti,
nuove abilità, che spesso non devono proporsi semplicemente di
migliorare in maniera incrementale ciò che esiste. Il futuro deve
invece porsi una diversa prospettiva e cioè stimolare
l'immaginazione e la creatività, inventare nuove logiche, nuove
visioni, nuovi modelli organizzativi.
Il futuro deve portare - sintetizzando in un solo termine, forse
già troppo abusato ma comunque appropriato - "innovazione",
innovazione culturale ed insieme tecnologica, in una dinamica
virtuosa in cui non si distingua quale delle due sia la causa e
quale l'effetto.
Mi rendo conto che si tratta di una competizione a tutto campo,
resa ancora più impegnativa dal fatto che l'area compresa tra il
passato e il futuro - e cioè il presente - sia sempre più
evanescente, e che quindi la zona franca su cui potevamo per un
certo tempo riposare vivendo anche di rendita, si stia erodendo
rapidamente. Non è più il tempo per fare le cose a metà. Usando un
detto non molto high tech ma che sicuramente rende l'idea: "due
ubriachi a braccetto non camminano come una persona che non ha
bevuto".
Ciò non deve costituire motivo di
ansietà. Al contrario, occorre una piena consapevolezza dello
scenario in cui operiamo per poter agire efficacemente in quanto,
come ci ricorda Paul Valery, «il futuro, purtroppo, non è più
quello che era una volta».
(*) - Tenente Colonnello dei Carabinieri,
Comandante Provinciale di Chieti (e-mail:
provchcte@carabinieri.it).
(1) - Si tratta di un personale percorso di approfondimento che ho
iniziato con il lavoro "Comunicazione interna e modelli
organizzativi", pubblicato su questa rivista (n. 3/1998) e che ha
trovato la sua ultima riflessione nel saggio "La comunicazione
interna nella pubblica amministrazione", pubblicato nel volume di
S. Rolando (a cura di), Teorie e tecniche della comunicazione
pubblica, Etas, 2001.
(2) - Cfr. il decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 286, "Riordino
e potenziamento dei meccanismi e strumenti di monitoraggio e
valutazione dei costi, dei rendimenti e dei risultati dell'attività
svolta dalle amministrazioni pubbliche, a norma dell'art. 11 della
legge 15 marzo 1997, n. 59" (G.U. n. 193 del 18 agosto 1999). Per
eventuali maggiori approfondimenti si rinvia a G. Nucci, "Il
sistema dei controlli interni nella pubblica amministrazione", su
Rivista di polizia (fascicolo X), 2000.
(3) - Cfr. la legge 7 giugno 2000, n. 150, "Disciplina delle
attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche
amministrazioni" (G.U. n. 136 del 13 giugno 2000). Per eventuali
maggiori approfondimenti si rinvia a G. Nucci, "Elementi portanti,
aree di intervento e finalità della legge sull'informazione e la
comunicazione pubblica", su Rivista italiana di comunicazione
pubblica, ed. Franco Angeli (n. 5), 2000.
(4) - la direttiva 7 febbraio 2002, del Ministro della funzione
pubblica, Franco Frattini, avente ad oggetto l'attività di
comunicazione delle pubbliche amministrazioni, definisce la
comunicazione interna come momento della stessa funzione di
formazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni.
(5) - La direttiva Frattini individua in una buona comunicazione
interna e nel pieno coinvolgimento del personale nei progetti di
cambiamento organizzativo i fattori principali che possono
consentire di costruire al meglio l'identità di un'amministrazione,
favorire la crescita di un senso di appartenenza positiva alla
dimensione del lavoro pubblico e contribuire a porre su nuove basi
l'immagine della sfera pubblica.
(6) - G. Nucci, "Lobbying", su Rivista italiana di comunicazione
pubblica, ed. Franco Angeli (n. 7), 2001.
(7) - Per la traduzione in italiano vedasi: Gary Hamel, Leader
della rivoluzione, Il Sole 24 ore, 2001.
(8) - La direttiva Frattini insiste molto sulla necessità di
integrare le attività di comunicazione e informazione e, tra le
funzioni degli organi a ciò preposti nelle pubbliche
amministrazioni, sottolinea efficacemente la possibilità da parte
degli URP di ricorrere a procedure di comunicazione interna
codificate per realizzare efficaci terminali di destinazione di
atti e documenti che consentano sollecite ed esaurienti risposte ai
cittadini. |