|
1. Premessa
Sicurezza, ambiente e fame nel mondo
possono considerarsi le principali emergenze che affliggono l'uomo
d'oggi e ne minacciano, nel suo complesso, gli spazi più vitali.
Tre entità che interagiscono tra loro in un mondo che, nelle sue
diversità e contraddizioni, diviene sempre più un villaggio
globale, dove la popolazione si moltiplica a dismisura e con essa
crescono vecchi e nuovi bisogni da soddisfare. Inoltre, la ricerca
scientifica e lo sviluppo tecnologico procedono sulla via di un
processo evolutivo, che sembra essere senza fine, per soddisfare le
crescenti e mutevoli esigenze di vita.
In tale divenire gli spazi di questo
villaggio globale si avvicinano, i processi produttivi si
velocizzano e l'ambiente nel suo insieme subisce una costante
alterazione. Nonostante ciò, il divario tra società ricche e
società povere rimane enormemente incolmabile e preoccupante (il
20% della popolazione mondiale detiene l'80% delle risorse e,
conseguentemente, l'80% della rimanente popolazione detiene il 20%
delle rimanenti risorse). Questa sperequazione crea, tra l'altro,
stravolgenti fenomeni migratori con pressioni verso i confini dei
paesi ad economia avanzata, squilibri ambientali, frizioni sociali
e fenomeni criminogeni.
Tale stato di cose non è certamente
causa diretta dello sviluppo, semmai effetto di uno sviluppo non
armonico, non completo, che è sfruttato più per logiche edonistiche
che per incontrare le istanze del mondo dei bisogni insoddisfatti
dello stesso villaggio globale. Uno sviluppo che sembra utilizzato
più per il raggiungimento di effetti immediati che di quelli di più
ampie vedute, soprattutto con riferimento al degrado ambientale e
allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali; ma anche
con riflessi negativi sulla giustizia sociale e sulla sicurezza in
senso globale.
Con particolare riguardo a
quest'ultimo aspetto, nell'era della globalizzazione economica
anche i fenomeni connessi al crimine organizzato transnazionale
assumono connotati di globalizzazione ed interagiscono, seppur per
fini diversi, con le dinamiche socioeconomiche della vita legale.
In tale ottica, non c'è dubbio che il confine tra lecito ed
illecito, tra legale ed illegale è spesso labile ed indefinibile;
comporta scelte politiche in un sistema giuridico, che assume
sempre più sofisticate linee di garantismo delle libertà
individuali ed è anch'esso frutto di maturazione e sviluppo del suo
percorso storico. Ne consegue che la politica, regina di tutte le
discipline sociali e degli indirizzi comportamentali, è spesso in
balia delle altre dinamiche (scientifiche, tecnologiche, economiche
e criminologiche, ecc.) e prigioniera del suo stesso divenire.
2. La criminalità
organizzata transnazionale
L'attività delinquenziale, negli
ultimi trent'anni, ha subito radicali e costanti mutamenti: da un
carattere spontaneo degli impulsi delinquenziali, quasi una scelta
imposta dall'evoluzione di nuove esigenze di vita in un'Italia che,
sulla scia della ricostruzione postbellica, proiettava verso nuovi
orizzonti i propri assetti politici, economici e sociali, ad un
carattere sempre più diffuso e più professionale del
delinquere.
E' proprio in questo contesto
storico che la criminalità organizzata sa cogliere le prime
occasioni per adattare e conformare lucrose attività. Quest'aspetto
è presente nei delitti contro il patrimonio, come contro ogni altro
target delle diverse aree della vita sociale, civile e pubblica.
Negli anni a seguire, un'escalation di queste dinamiche
delinquenziali ha scosso profondamente l'opinione pubblica
nazionale creando tensione ed allarme sociale, nonché squilibri
nello sviluppo economico, specie nel Meridione d'Italia dove tale
sviluppo era ed è, tuttora, maggiormente necessario. Sono questi
gli aspetti e il carattere di una criminalità organizzata di prima
generazione.
Il vincolo associativo
internazionale e una crescente finalità di lucro delle attività
illecite costituiscono un decisivo passo avanti verso una
criminalità di seconda generazione, che, soprattutto, con l'avvento
della droga rivela maggiore efferatezza e professionalità,
chiamando in causa, spesso, i poteri dello Stato a reagire anche
con legislazione e provvedimenti d'emergenza. Questa nuova
criminalità organizzata, integrandosi nei sistemi di collegamenti
celeri, di mezzi tecnici e procedure innovative, stabilisce, con
crescente intensità di frequentazione e di interessi, sempre più
forti legami con gruppi delinquenziali di diversa nazionalità.
Anche la "materia" trattata assume
un carattere mutevole, in linea con le nuove esigenze di consumo
dei mercati d'abuso e con il continuo divenire dei traffici
illeciti, la maggior parte dei quali trae origine da diverse e
lontane aree geografiche. E' la delinquenza di tipo mafioso, nelle
sue varie denominazioni regionali, che prima si scontra e poi si
accorda con gruppi criminali di diversa estrazione territoriale:
dalla mafia turca ai "cartelli" colombiani, dalla "triade" cinese
alla criminalità organizzata russa, albanese, nigeriana e così
via.
A fronte di questa situazione,
l'azione di contrasto dei pubblici poteri degli Stati rivela molte
difficoltà di contenimento. La normativa, anche quella d'emergenza,
si mostra, spesso, inefficace o di modesta entità; anche un
rafforzato interesse alla collaborazione internazionale è
inadeguato a contenere il dilagare della criminalità
internazionale, che assume sempre più rilevanza transnazionale.
L'evoluzione dei fenomeni criminali,
soprattutto dopo l'abbattimento del muro di Berlino e lo
sgretolamento dell'Unione Sovietica, con il fenomeno migratorio di
immani masse di diverse etnie, che ne accompagna il susseguirsi
degli eventi socio-politici, evidenzia un aspetto di inarrestabile
pericolosità, che non può essere contrastato dal singolo Stato,
neanche attraverso una collaborazione fondata su occasionali
accordi bilaterali tra gli Stati interessati.
Occorre una più ampia e solida
politica internazionale con il concorso di tutti gli Stati,
accomunati da un unico intento strategico e medesimo desiderio di
creare uno spazio giuridico e giudiziario capace di contenere il
diffondersi senza limite del crimine organizzato transnazionale, in
un quadro di sicurezza, di libertà e di disciplinato progresso. Al
contrario, questa criminalità ultranazionale, che ha gettato le sue
basi già nel volgere del millennio appena trascorso, si qualifica
sempre più come una delle maggiori minacce che affliggono la
società civile, non solo del mondo occidentale, ad economia
avanzata, quanto quella del mondo povero, la società senza
speranza.
Non c'è dubbio che la
globalizzazione dei fenomeni economici, con i suoi meccanismi e
sinergie di un sistema integrato produttivo e di mercato, offre le
stesse possibilità di globalizzazione anche al crimine organizzato,
che, oltretutto, riesce a cogliere meglio gli effetti del liberismo
e del garantismo delle innovazioni legislative ed a percepire gli
spazi vuoti lasciati dagli accordi (talvolta dal disaccordo) tra
gli Stati, sfruttandone lo scoordinamento con lucrose attività.
La globalizzazione di per sé non è
una diretta causa, ma è certamente un'occasione che è offerta alla
criminalità organizzata, quella criminalità organizzata che ha come
unico fine l'arricchimento illecito, che è sempre riconducibile a
due fonti: quella delle attività illecite propriamente dette e
quella delle attività lecite del riciclaggio dei proventi. Il
denaro circola negli ambienti dei due settori, illecito e lecito,
con benefici sia nelle attività criminali, quelle dei
finanziamenti, sia in quelle dell'investimento, riducendo i rischi
al minimo, in termini di protezione dall'individuazione e confisca
dei proventi illegali, ed in termini di assicurazione dei profitti
reali. Il massimo di queste realizzazioni si ha, ovviamente,
attraverso gli investimenti nei "paradisi fiscali" (aree
off-shore).
L'eliminazione del controllo
doganale nell'Unione Europea con il Trattato di Schengen, di per sé
utile agli scambi economici e alla circolazione di persone e beni,
ha costituito anche un'opportunità per gli illeciti traffici; così
come la situazione politica nell'area balcanica è sfruttata molto
bene dal crimine organizzato.
Non c'è dubbio che il traffico della
droga, che da un buon trentennio domina la scena della criminalità
internazionale, è un fenomeno delinquenziale e di devianza sociale
inarrestabile, l'asse portante di tutti gli altri, che, per suoi
intrecci tra la componente economico-delinquenziale che fa capo al
mondo dei traffici illeciti e quella socio-culturale che fa capo
alla tossicomania, costituisce ancora, nel suo insieme, il più
cospicuo male che minaccia la sicurezza della società civile. E,
per le sue dinamiche, può essere definito una sorta di
globalizzazione dell'economia illecita. Questo insanabile male
sociale sta per essere raggiunto - per intensità d'attività ed
efferatezza dei contenuti - dal traffico degli esseri umani con i
correlati fenomeni criminali di sfruttamento della prostituzione,
della pedopornofilia, mano d'opera minorile, traffico d'organi
umani ed altre forme di disumano sfruttamento di immani masse di
indifesi esseri umani sospinti in un inarrestabile cammino della
speranza. Un giro d'affari illeciti d'enorme volume che, oltre ad
inquinare al pari di quello della droga l'economia lecita,
sconvolge il tessuto sociale sia del mondo dei paesi poveri, da cui
il "materiale" umano è sradicato, sia di quello dei paesi ricchi,
dove tale "merce" è deportata e sfruttata. Un'umiliante forma di
riduzione a schiavitù che sembrava essere relegata ad un lontano
passato storico. Questa criminalità organizzata transnazionale può
definirsi, anche per le sue caratteristiche di campo e connessioni
via internet, una criminalità di terza generazione.
Di fronte a questa spregiudicata,
inarrestabile ed efferata criminalità, che non conosce limiti in
termini di mezzi, di territorio e di fantasia operativa, quale
azione di contrasto può essere messa in campo, se non quella che
vede il coinvolgimento coordinato di un corale impegno di tutti gli
Stati? Pertanto, è ineluttabile che le Nazioni Unite, l'Unione
Europea e la comunità mondiale, nel suo insieme, si facciano carico
di questa minaccia; perché, tra tutte le altre, come il degrado
ambientale e la povertà nel mondo, quella della criminalità
organizzata transnazionale è una minaccia immane che grava
sull'umanità intera e ne viola i diritti più elementari.
3. L'azione di
contrasto dell'Europol
È proprio dalla consapevolezza di
una siffatta fenomenologia criminale che, con il Trattato di
Maastricht del 7 febbraio 1992, Terzo Pilastro, i Paesi dell'Unione
Europea gettano le basi per istituire un ufficio europeo di
polizia, "allo scopo di migliorare, nel quadro della cooperazione
tra gli Stati membri, l'efficacia dei servizi competenti degli
Stati stessi al fine di prevenire e combattere le gravi forme di
criminalità organizzata internazionale".
La Convenzione dell'Europol, della
quale si fornisce un quadro d'insieme, è emanata il 26 luglio 1995
ed è entrata in piena attività il 1° luglio 1999. L'attuale sistema
vuole essere la risposta dell'Unione Europea al crimine organizzato
e, per quanto non possa qualificarsi come una polizia operativa del
tipo di quella federale degli Stati Uniti d'America (FBI), è
certamente la pietra miliare su cui si fondano convergenti sforzi
per una cooperazione d'intelligence in un'Europa senza frontiere.
Dunque, una polizia di scambio di informazioni, di analisi dei
fenomeni criminali e di supporto tecnico-operativo alle polizie
nazionali degli Stati membri, con possibilità di creare squadre
operative congiunte per far fronte a particolari esigenze
d'indagine.
Con l'istituzione dell'Europol si
realizza un nuovo concetto di cooperazione che vuole superare
quello degli accordi bilaterali ed occasionali tra le diverse forze
di polizia e della stessa cooperazione in ambito Interpol, in
ambito europeo.
L'area di competenza del mandato
Europol, all'inizio limitata alla sola droga (EDU-Europol),
comprende ora:
- il traffico illecito delle
sostanze stupefacenti;
- il traffico delle materie nucleari e radioattive;
- l'immigrazione clandestina;
- la tratta degli esseri umani;
- il traffico delle autovetture rubate;
- il terrorismo internazionale;
- il riciclaggio di denaro;
- la contraffazione monetaria.
Questa competenza, che nel criterio
di attivazione della collaborazione tra gli Stati membri prevede un
concreto indizio di coinvolgimento della criminalità organizzata e
l'interesse di due o più Stati membri a perseguirla, è suscettibile
di ulteriore estensione ad altre tipologie delinquenziali. Infatti,
dal 1° gennaio 2002, a seguito di Decisioni del Consiglio
dell'Unione Europea del 6 dicembre 2001, il mandato Europol è stato
estese a tutti i reati gravi commessi dalla criminalità organizzata
transnazionale.
La capacità d'intelligence di
Europol, la rende duttile soprattutto nel condurre studi sui
fenomeni criminali in Europa. Essa è alimentata dagli elementi
informativi attinti dal bagaglio di conoscenza dei servizi
nazionali, oltre a proprie attività di ricerca. Occorre, tuttavia,
far crescere la coscienza di un'Europa più unita, vincendo
incrostazioni culturali, psicologiche e normative (spesso assai
diverse) che si frappongono nelle procedure, per una matura,
completa ed efficace attività d'intelligence. Il superamento di
tale carenza è necessario e potrà avvenire attraverso una più
diffusa conoscenza delle potenzialità di Europol e dei sistemi di
attivazione. Una soluzione efficace, che troverebbe conforto nella
più ampia funzione di un coordinamento investigativo, potrà essere
raggiunta quando sarà concretizzato il pendant giudiziario
(Eurojust) attraverso un'armonizzazione degli ordinamenti giuridici
ed un allargamento al campo più strettamente operativo, come
prefigurato dal Trattato di Amsterdam del 1997 e ribadito dalle
conclusioni del Consiglio straordinario di Tampere del 1999.
Uno spazio di arricchimento
funzionale di grande importanza è costituito dalla centralizzazione
dei dati costituenti il sistema informatico per l'elaborazione
delle informazioni (TECS), che avrebbe dovuto essere perfezionato
per la raccolta di tutti i dati d'archivio, specie sul monitoraggio
dell'Euro, entro dicembre 2001, ma, per motivi tecnici ed
organizzativi, entrerà in funzione entro l'anno in corso.
L'Europol, inoltre, si rende capace
di interagire nel settore della ricerca scientifica e giuridica:
laboratori d'analisi chimico-fisiche e biologiche; pareri legali,
tecnici, scientifici applicati alle indagini di polizia
giudiziaria; studi ed analisi dei fenomeni criminogeni e dei gruppi
criminali.
La sede dell'Europol è a L'Aia ed il
suo attuale organico è di circa 300 elementi, articolato su cinque
dipartimenti e vari uffici subordinati.
L'articolazione - per così dire -
periferica è costituita dall'Unità Nazionale Europol, dislocata in
ciascuno degli Stati membri, come prevede la Convenzione
stessa.
Quella italiana è strutturata sulla
base della compartecipazione interforze, Carabinieri, Polizia di
Stato e Guardia di Finanza. Il suo organico, tuttora in fase di
ripianamento, comprende una segreteria, un'unità informatica e tre
Sezioni operative (ciascuna diretta da un funzionario/ufficiale
appartenente alle tre componenti istituzionali), per la trattazione
delle materie di competenza del mandato Europol con gli organi di
polizia sul territorio, i così detti "referenti", che svolgono le
indagini.
L'Unità Nazionale Europol italiana è
stata istituita con Decreto Interministeriale del 21 febbraio 1996.
Sul piano ordinativo è inserita nella Direzione Centrale della
Polizia Criminale. E' diretta, con il principio della rotazione ed
alternanza triennale, da un Primo dirigente della Polizia di Stato,
un Colonnello dei Carabinieri o della Guardia di Finanza.
Essa è l'unico organo competente ad
assicurare il collegamento tra Europol ed i servizi italiani di
polizia per la gestione dei flussi informativi. E' responsabile
della validazione dei dati forniti e, come tale, è assoggettata a
vari controlli: dal Garante per la tutela dei dati personali
all'Autorità per la tutela del segreto di Stato, al Comitato
parlamentare di controllo Schengen-Europol, oltre che a quelli
gerarchici e funzionali.
Dall'Unità Nazionale Europol
dipendono gli ufficiali di collegamento distaccati presso la
direzione di Europol a L'Aia, che costituiscono il desk italiano e
dialogano con i desk degli altri Stati membri, e con la direzione
stessa di Europol. Anch'essi sono a composizione interforze.
Il decreto interministeriale (20
ottobre 2000) di riordino della Direzione Centrale della Polizia
Criminale ha istituito nell'ambito di tale direzione un Servizio di
Coordinamento Internazionale che comprenderà Interpol, Europol e
Si.Re.Ne, ferme restanti le proprie autonomie funzionali.
Il modello organizzativo
(Intelligence Model) dell'Europol, vero e proprio centro motore di
tutte le attività del suo mandato, è la base su cui è strutturata
l'intera organizzazione di Europol, per il raggiungimento degli
obiettivi previsti dalla Convenzione e nello spirito della politica
europeistica per la creazione di uno spazio di libertà, di
sicurezza e di giustizia. Esso si basa sulla struttura del "Sistema
informatizzato" (Computer System), per la cui architettura un
apposito gruppo di lavoro (Project Board), costituito da
rappresentanti di tutti i Paesi dell'Unione Europea, è al lavoro da
diverso tempo. La rete è stata progettata su più sottosistemi, tra
loro in qualche misura interconnessi:
- Sistema di Collegamento
Informatico (Info-Exchange System), che è utilizzato per i
collegamenti tra le Unità Nazionali Europol e la direzione
dell'Europol, tramite i suoi ufficiali di collegamento all'Aia, per
lo sviluppo dello scambio informativo. È un intranet già in
funzione;
- Sistema di Informazione
(Information System), che andrà a costituire una sorta di CED
europeo, ma separato da quello nazionale (è interconnesso con
quest'ultimo dall'Unità Nazionale Europol);
- Archivio operativo ai fini di
analisi (AWF), che è utilizzato per l'attività di scambio
info-operativo, di supporto e coordinamento tra le varie aree del
crimine organizzato;
- Sistema Indice (Index System), una
sorta di schedario di limitata utilizzazione.
Se questo è il quadro d'insieme di
Europol, le sue potenzialità e le sue prospettive di sviluppo,
molto ancora bisogna fare per contrastare con efficacia la
recrudescenza delinquenziale del crimine organizzato
transnazionale.
4.
Conclusioni
Come osservato innanzi, gli aspetti
che caratterizzano il problema della sicurezza sono molteplici ed
interconnessi con le dinamiche di buona parte degli altri fenomeni
della vita sociale, politica ed economica e, nel suo complesso,
correlate allo sviluppo nei paesi del mondo occidentale. Quanto più
avanzato diviene lo sviluppo tanto più i fenomeni criminogeni si
adattano ad esso e, quindi, si evolvono. Essi hanno implicazioni
che si annidano nelle ansie, nei desideri e nelle debolezze della
natura umana, per cui le soluzioni più produttive vanno trovate nel
sociale, attraverso un rinnovamento culturale e scelte appropriate
nei vari settori di sviluppo che tengano conto non solo degli
aspetti materiali e di parte, ma di quelli che si sostanzino di
contenuto etico, fondati su una sana giustizia sociale e radicata
cultura della solidarietà. Questo tentativo è, in verità, nell'idea
di costruzione dello spazio di sicurezza, di libertà e di giustizia
che caratterizza il terzo pilastro del trattato dell'Unione
Europea.
Ma la parte più importante - si
ritiene- la deve recitare la società civile, nel suo complesso,
che, in questo processo di cause-effetti, è indubbiamente
l'artefice e, al tempo stesso, la vittima delle delinquenza
organizzata. Occorre comprendere che non c'è nessuna formula magica
che riesca a sradicare la mala pianta della criminalità organizzata
e dare sicurezza ad una società che vive, sulla scia della
globalizzazione e dello sviluppo, le contraddizioni del suo tempo;
occorre, pertanto, senza frenare lo sviluppo affievolire la
pigrizia che ostacola la cultura della legalità e della
solidarietà, cedendo parte degli interessi egoistici per incontrare
gli altrui bisogni che appartengono allo stesso villaggio globale,
cui si è fatto cenno in premessa.
Per questo è buona idea quella di
affrontare questi problemi (della sicurezza, dell'ambiente e della
fame nel mondo), soprattutto, con i giovani che si affacciano alla
vita e saranno gli eredi di questo progresso; ma non si discuta
solo in termini di critica disfattista o di mera condanna degli
eventi, come se cadessero dal cielo, ma in termini costruttivi, se
necessario autocritici, analizzando, per prima, le proprie
coscienze, le proprie responsabilità e le proprie aspettative.
Tuttavia, non basta la mera
conoscenza delle cose, occorre passare ad analizzare le cause per
rimuoverle ed agire per prevenire gli effetti. Occorre creare la
consapevolezza per passare all'azione attraverso un salto di
qualità in termini di responsabilità e di impegno nella famiglia,
nella scuola, nei comportamenti dei singoli, oltre che nella
politica, per costruire una società più sicura, più giusta,
realmente libera e capace di progredire sulla via del progresso
sociale, economico e civile, in un mondo sempre più pluralistico,
multietnico e di pari dignità.
L'uomo d'oggi si chiede sovente il
perché delle atrocità di una sì descritta criminalità e di tanta
confusione di valori e non sa darsi una risposta, come non sa
andare oltre il suo dubbio di quale eredità sarà lasciata alle
future generazioni.
Un saggio detto di pastori nomadi
kenyoti recita: "La terra non ci è stata regalata dai nostri padri,
ci è stata prestata dai nostri figli". Pertanto, se riuscissimo a
tradurre in pratica questa verità e a comportarci di conseguenza
nel rispetto degli altri e dell'ambiente che ci ospita, potremmo
dare un senso diverso non solo al concetto di sicurezza globale e
alla nostra stessa vita, ma soprattutto restituire ai nostri figli
la terra che ci è stata data in
prestito. |