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1. Introduzione
La storia dell'umanità è stata un
ininterrotto susseguirsi di conflitti e di scontri, periodicamente
intervallati da fasi di pace e di distensione.
L'alternarsi ciclico fra i momenti di crisi e quelli di ordine trae
origine dal complesso delle interazioni esistenti all'interno del
sistema internazionale, rapporti che sono determinati
dall'esistenza di norme e regole tali da influenzare il
comportamento degli Stati e in grado di assicurare il regolare
svolgimento della vita di relazione con un minimo d'equilibrio e
stabilità.
Nelle fasi di scontro, e nei successivi momenti di conciliazione,
normalmente si viene ad innescare un meccanismo di rottura degli
equilibri, con la conseguente rideterminazione della gerarchia
delle potenze e la ridefinizione di un nuovo assetto di
potere.
Lo scontro militare, economico, politico, o semplicemente
diplomatico, in ogni caso accelera il riallineamento delle alleanze
internazionali, provocando sia mutamenti sistemici sia cambiamenti
nelle stesse élites dominanti, impegnate in un "gioco su due
livelli decisionali" di politica estera ed interna, comunque,
idoneo a modificare la struttura di potere dei vari Stati(1).
Al termine della Guerra dei Trent'anni, dopo le Guerre napoleoniche
e le due Guerre mondiali e, sebbene a distanza di un decennio, dopo
la caduta del Muro di Berlino, il sistema internazionale si è
sempre evoluto, sviluppandosi e trasformandosi con un ordine
diverso, in ogni caso precario; l'equilibrio della struttura
mondiale nei rapporti fra le parti, infatti, rappresenta una
condizione il cui mantenimento serve a garantire la momentanea
stabilità del consesso delle nazioni.
La ricerca dell'ordine e della stabilità internazionale
rappresenta, pertanto, un'imprescindibile esigenza soprattutto in
un periodo, come quello attuale, in cui si assiste al proliferare
di crisi locali e regionali.
Tutto il complesso delle operazioni di pacificazione(2) (specie
dopo la fine del bipolarismo e la caduta del Muro di Berlino), è
andato progressivamente aumentando; tutto l'assetto delle attuali
relazioni mondiali sarebbe vano e precario se non fosse incentrato
sul presupposto dell'esistenza di un ordine e di un equilibrio
internazionale.
Con il presente lavoro, quindi, cercheremo di esaminare,
teoricamente, l'evoluzione storica del sistema internazionale e di
proporre, alla fine, una definizione di ordine, individuandone le
componenti, nella convinzione che una corretta delimitazione del
significato sia un primo passo verso un sistema di rapporti fra
Stati, basato sulla ricerca del reciproco e migliore interesse e,
perciò, della pace.
In prima istanza andremo a vagliare il significato ed il contenuto
del termine "sistema internazionale", analizzandone le componenti e
la struttura; di seguito, considerando alcuni fra i momenti più
importanti di crisi e di cambiamento nella storia, moderna e
contemporanea, proveremo a stabilire un collegamento tra
l'evoluzione del sistema ed il relativo concetto di ordine,
traendone gli elementi definitori."
2. Il sistema
internazionale
a. Il sistema internazionale
ed i suoi attori
Il concetto di sistema internazionale appare frequentemente nella
letteratura scientifica delle relazioni mondiali e nella
trattazione storica contemporanea.
La spiegazione più esauriente del termine si può ottenere
dall'impianto dottrinale proposto della teoria generale dei sistemi
che rappresenta un complesso articolato di concetti, elaborato per
analizzare l'insieme dei comportamenti e dei processi di diversi
attori sociali in relazione ai rispettivi contesti
ambientali(3).
Il sistema è un complesso d'entità variamente collegate e tra loro
interdipendenti, le cui proprietà possono essere descritte da un
certo numero di variabili (grandezze misurabili).
Lo studio sistemico s'incentra sull'analisi delle leggi di
comportamento e sui fenomeni d'interazione delle parti, in cui il
tutto è articolato, mediante la realizzazione di un modello che
schematizzi, entro certi limiti d'approssimazione, le relazioni che
intercorrono tra le variabili(4).
Nel mondo della teoria sistemica, quindi, s'individua un qualcosa
che è dentro il sistema (in senso proprio) ed un qualcosa che è
fuori (ambiente), esterno al campo d'osservazione ma potenzialmente
rilebante (5)
A ben vedere, quindi, il concetto di sistema è interpretabile alla
maniera di uno strumento teorico, utilizzabile nell'attività di
studio dei fenomeni sociali e quindi delle interazioni fra le
nazioni.
L'assunto di base dell'indagine sistemica è rappresentato dal fatto
che l'insieme interattivo delle politiche estere degli Stati, e dei
comportamenti degli altri attori del contesto relazionale, non è
riconducibile alla mera somma aritmetica degli atteggiamenti dei
singoli paesi, ma rappresenta un "tutto" con proprie
caratteristiche distintive (6).
La nascita e l'evoluzione della struttura avviene per il formarsi
d'interazioni, pacifiche o meno, fra le componenti; alcuni
autori(7), hanno osservato come il sistema sia rappresentato
dall'insieme degli attori e delle loro norme di convivenza,
definibili attraverso l'analisi dei risultati del conflitto
costituente, che ha distinto le parti del sistema stesso e definiti
gli obblighi derivanti dall'esito della contesa; in tale maniera,
si è ancorata la formazione della struttura internazionale alle
dispute fra gli Stati e, quindi, al ciclico ripetersi di conflitti
e di pace.
In definitiva, il sistema politico internazionale può considerarsi
come un insieme di centri di potere e di élites indipendenti,
portatrici d'interessi politici (la classe governante, il governo
ed i gruppi di pressioni operanti nei suoi confronti), che
interagiscono con una certa frequenza e regolarità.
Il carattere di frequenza e regolarità nell'interazione, risulta
fondamentale; senza la presenza dei due elementi non si potrà
parlare di sistema, giacché verrebbe a mancare un "tutto", con le
proprie caratteristiche distintive, diverso dalla mera somma
aritmetica dei comportamenti dei singoli attori, delle singole
interazioni non riferibili al complesso.
In teoria i sistemi possono essere distinti tra loro; tuttavia,
nella realtà dei rapporti internazionali, si fa riferimento ad un
unico sistema standard, le cui caratteristiche ed il cui
funzionamento sono emersi, nelle loro linee essenziali, dal 1648
(dalla Pace di Westfalia), nel momento in cui si è venuta a formare
la moderna comunità internazionale basata sul principio,
formalmente condiviso da tutti i suoi membri, dell'uguaglianza
sovrana fra gli Stati.
Gli attori, componenti e parti della struttura, sono perciò tutti
quegli elementi, quelle istituzioni, gruppi di potere, capaci di
svolgere un ruolo sulla scena internazionale, interagendo fra loro
con frequenza e regolarità.
Il sistema, formato da diverse parti, esiste, in ogni caso,
indipendentemente dalla volontà dei suoi membri; lo spazio
terrestre, infatti, è occupato da più Stati sovrani che, di
conseguenza, danno luogo ad una diversità di rapporti e di
interazioni reciproche (8).
Di norma, si suole considerare come attori del complesso
relazionale: gli Stati ed i quasi Stati, gli organismi
sopranazionali, (i cosiddetti "QUANGO" dall'acronimo inglese
Quasi-Autonomous Non- Governmental
Organizations ), le forze transnazionali, i popoli ed i
movimenti di liberazione(9).
Lo Stato-nazione, formato da un popolo organizzato in modo sovrano
su un territorio ben definito(10), rappresenta l'elemento di base;
la sua funzione fondamentale è orientata, principalmente, alla
difesa dalle minacce esterne ed al mantenimento dell'ordine
interno, attraverso un governo che detiene il monopolio della forza
ed il cui compito risulta allargato al soddisfacimento dei bisogni
primari dei cittadini e dei gruppi sociali che compongono il
popolo(11).
Lo Stato moderno, così come inteso in precedenza, trova i suoi
punti cardine di evoluzione e di sviluppo in tre momenti storici
distinti ed individuabili: il 1648, il 1789 ed il 1989(12).
Il 1648 è l'anno della Pace di Westfalia, in cui fu sancita la
nascita ufficiale del modello politico moderno, riconoscendosi, nel
consesso delle nazioni, l'idea della sovranità originaria di uno
Stato sul proprio territorio. Una volta tracciati i limiti
geografici d'estensione del potere sovrano, nel modello di stato
"westfaliano", tutto quello che avveniva all'interno di un paese
era un problema che non interessava gli altri.
Il 1789 è l'anno della Rivoluzione francese, data dalla quale si
perfezionano le basi del fondamento statale moderno ed in cui si
pongono i prodromi dello stato totalitario e totalizzante del XX
Secolo.
Lo stato diviene un tutt'uno con la nazione; di conseguenza nasce
la politica intesa in senso di nazionalità, sangue e lingua.
Nel 1989 crolla il Muro di Berlino, cessa la contrapposizione fra i
blocchi, motivata da visioni ideologiche opposte; inizia l'era
della geoeconomia e si avvia la crisi del modello di Stato sin qui
determinatosi. Mentre il 1789, infatti, rappresentava il periodo
delle rivoluzioni parlamentari, il 1989 ha dato l'avvio ad una
rivoluzione al di fuori delle strutture politiche stesse, una
rivoluzione che trova nella globalizzazione il suo fattore
scatenante(13).
I quasi-stati possono essere considerati i movimenti di liberazione
e le regioni; i primi sono gruppi politici, su base territoriale,
che traggono origine e ragion d'essere da un ideale nazionale
(ancora non resosi concreto ed istituzionalizzato in Stato) e
considerano il governo legittimo (intendendo la legittimità
giuridica non ideologica e politica) come un potere usurpatore dei
diritti "nazionali" e dell'aspirazione
all'autodeterminazione.
Le regioni sono aree specifiche all'interno dello stato, che
possono essere considerate quasi come entità autonome (se non
sostanzialmente indipendenti) per ragioni geografiche, etniche e/o
linguistiche.
Regioni, movimenti politici di liberazione ed indipendenza
nazionale, tuttavia, pur potendosi richiamare al principio di
autodeterminazione dei popoli, abbisognano, per essere considerati
organismi sovrani, del formale riconoscimento internazionale che,
oltre a derivare da un atto diplomatico, trae origine dal principio
d'effettività, dall'attitudine a garantire all'interno dei
territori oggetto di contesa l'esercizio di un governo, la capacità
di dispiegare un potere concreto, attuale, con un chiaro monopolio
esclusivo della forza, fondamentale per l'estensione della
sovranità.
Le organizzazioni sovranazionali od internazionali sono
associazioni stabilite fra Stati membri (i loro governi), formate
da organismi propri ed autonomi, aventi il compito di perseguire il
raggiungimento degli obiettivi e degli scopi comuni ai paesi
affiliati, attraverso la reciproca collaborazione.
L'azione di tali organizzazioni si estende su un livello
territoriale diverso, mondiale o regionale; avremo, pertanto, uno
spettro di possibilità d'interazione differenti, secondo le
capacità dei singoli organismi di operare sul sistema
internazionale.
Per esempio, organizzazioni internazionali quali l'ONU, la Banca
Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, hanno assunto una
notevole influenza sullo scenario mondiale, con un impatto di
considerevole livello politico ed economico.
Il fenomeno della globalizzazione ha determinato il moltiplicarsi
degli organismi, politici ed economici, agenti a livello
transnazionale; l'insieme dei movimenti non governativi e privati è
portatore d'interessi, perseguiti indipendentemente dalle politiche
degli Stati ed oltre il loro confine nazionale.
Organizzazioni non governative e, soprattutto, le imprese
multinazionali(14), determinano effetti rilevanti sullo svolgimento
della vita relazionale fra gli Stati: infatti, sono in grado di
orientare o condizionare le scelte politiche dei paesi, per il
notevole peso economico della loro presenza o meno in un'area
rispetto ad un'altra(15).
La presenza di attori diversi dagli Stati, tuttavia, non è tale da
togliere alle nazioni sovrane il ruolo centrale nell'ambito del
sistema internazionale: anche se in quest'inizio di millennio
paiono giungere segnali contrastanti indicanti un progressivo
svuotamento del potere statale a favore di entità sovraordinate il
monopolio della forza (interno ed esterno), la capacità di
adeguarsi al mutare dei tempi, rendono gli Stati ancora
fondamentali nelle relazioni mondiali.
3. La gerarchia
di potenza
Gli Stati, come parti del sistema
internazionale, pur uguali nello status (conseguentemente alla pace
westfaliana), differiscono fra loro nella capacità di incidere sui
rapporti di forza, data l'implicita gerarchia di potenza che si
viene a creare tra i vari membri. Avremo Stati che sono
superpotenze, grandi e medie potenze, potenze regionali e piccole
potenze, secondo un continuum che tiene conto di un'ampia sequenza
di fattori geopolitici, militari ed economici.
Per superpotenza intendiamo quello Stato che svolge un ruolo
mondiale, con una strategia globale, chiara e manifesta nelle sue
aspirazioni, con interessi coinvolgenti tutto il globo e capacità
d'intervento totali. Attualmente, col crollo dell'Unione Sovietica,
l'unica superpotenza rimasta sono gli Stati Uniti, poiché la Russia
è stata declassata al ruolo di grande potenza, ancorché con
interessi quasi globali, ma capacità ridotte d'intervento.
Le medie potenze sono tutti quei Paesi che esercitano un'influenza
mondiale ed hanno interessi limitati, pur avendo ambizioni di
caratura totale; le capacità d'intervento ed il peso
politico-economico - pur essendo di rilievo - sono parziali,
rilevandosi insufficienti per lo svolgimento di una politica di
potenza mondiale, potendo intervenire, eventualmente, anche in aree
diverse dalla propria, ma sempre con limitazioni e restrizioni. Il
classico esempio di tali potenze è dato dalla Francia e dalla Gran
Bretagna.
Diversa appare la posizione della Germania: economicamente la
Repubblica Federale si trova in una zona di confine fra grande e
media potenza; dal punto di vista delle capacità politiche e
militari, invece, è ancora confinata ad un ruolo d'importanza
regionale, sebbene egemone nella sfera europea.
Le potenze regionali sono, invece, quelle nazioni che esercitano la
loro influenza, economica e politica, solamente in una determinata
regione, poiché il loro potere è limitato.
L'azione di tali Stati si manifesta in un'area geografica ben
precisa, anche se "teoricamente" le possibilità d'intervento
potrebbero manifestarsi su uno scacchiere ben più ampio.
Esemplificano tale categoria Stati come la Turchia, l'Iran oppure
l'Egitto.
Le piccole potenze sono Stati con una modesta influenza sulla scena
internazionale, non presentando significative capacità
d'intervento. Il loro potere è funzionale. In altre parole, a causa
di fattori geografici e della loro posizione politica,
rappresentano elementi di cui la superpotenza o le grandi potenze
si servono per la proiezione ed influenza, traendo da tale
situazione termini di relativa forza.
Nella classificazione sopra proposta, tuttavia, vi sono dei casi
limite: oltre a quanto detto per la Repubblica Federale Tedesca,
infatti, Stati come la Cina e l'Italia assumono una posizione
cosiddetta di border line, di linea di
confine.
La Repubblica Popolare Cinese, per popolazione, armamenti e trend
di sviluppo a medio termine, rappresenta una grande potenza; ciò
nonostante il suo ruolo attuale risulta quello di media potenza con
una proiezione egemonica per ora limitata all'Asia del Pacifico e
all'Asia meridionale.
Per quanto attiene al nostro Paese il discorso da fare è diverso:
siamo una potenza regionale, con un ruolo di media potenza ed
interessi quasi globali, in ragione della struttura economica e
della presenza di cittadini nostri, o italiani d'origine, in quasi
tutto il mondo.rigata.
4.
Classificazione e struttura dei sistemi
internazionali
La modellistica dei sistemi
rappresenta il tentativo di classificare e studiare la struttura e
l'evoluzione del complesso assetto internazionale. Dal punto di
vista scientifico, la prima classificazione organica e analitica è
stata fatta da M.A. Kaplan(16), il quale ha elaborato una serie di
modelli, attraverso i quali studiare e riconoscere le evoluzioni
della struttura delle relazioni internazionali.
Tramite le sue osservazioni, lo studioso ha costruito sei tipi di
modelli di sistemi(17):
La classificazione proposta
riteniamo sia la più idonea ad evidenziare i vari sistemi
succedutisi nel tempo, dimostrandosi adatta ad una loro concreta
identificazione pur, ovviamente, con le limitazioni di una
classificazione esposta alla luce delle caratteristiche politiche
delle potenze del XX secolo.
a. Bilancia di potere
È un sistema composto essenzialmente da stati-nazione, con un
gruppo di attori essenziali, il cui numero non deve essere
inferiore a cinque, al fine di garantire l'elasticità delle
alleanze fra le componenti sistemiche. Vi è, quindi, una potenza
principale che rappresenta l'ago della bilancia ed altri componenti
essenziali.
Il sistema è tale che le alleanze non sono basate sulla comunanza
ideologica, ma sulla ricerca dell'equilibrio complessivo, e mirano
ad essere alleanze di breve termine.
I conflitti sono tendenzialmente limitati e, comunque, non tendono
all'eliminazione degli attori principali, quanto, piuttosto, a
contrastare la formazione di un blocco egemonico e a garantire il
mantenimento dell'equilibrio complessivo.
Storicamente, l'assetto politico appena descritto trova la sua più
lampante conferma nell'insieme degli Stati europei del XVIII e XIX
secolo, rinvenendo i suoi prodromi nella struttura mondiale
delineatasi dopo la Pace di Westfalia, sino alla Rivoluzione
francese e alle successive Guerre napoleoniche.
b. Bipolare elastico
Gli elementi specifici del bipolarismo detto "elastico", complesso
oramai storico che ha caratterizzato prepotentemente lo scenario
delle relazioni internazionali post II Guerra mondiale, sono
essenzialmente la presenza di due blocchi contrapposti, controllati
rispettivamente da una superpotenza, e di stati-nazione in
posizione subalterna, con funzioni di satelliti.
Nel bipolarismo di siffatta maniera vi è la presenza, oltre ai due
poli, di organizzazioni sovranazionali e transnazionali (unitamente
a Stati che non appartengono ai due sottosistemi - il blocco dei
paesi non allineati) partecipanti al complesso di rapporti
internazionali ed in grado, comunque, di influenzare le relazioni
fra i poli antagonisti.
L'armamento dei contendenti, di tipo termonucleare, impone e crea
connessioni dirette fra le percezioni e le reazioni delle
componenti sistemiche giacché, in presenza di una qualsiasi
variazione del potenziale bellico di una parte, immediatamente si
hanno dei riflessi e delle ripercussioni sull'altra e sull'intero
complesso (quella che per anni è stata la corsa agli armamenti
).
Il possesso di apparati nucleari, tuttavia, assicura la reciproca
deterrenza e quindi le esigenze di stabilità e controllo
interno(18). Nessuno dei raggruppamenti può vincere quello che è un
gioco a somma zero(19).
Dall'analisi di Kaplan, inoltre, si delineano altri caratteri del
bipolarismo poiché gli attori minori, appartenenti ai due sistemi,
devono negoziare piuttosto che combattere o, al limite, combattere
guerre minori, astenendosi dall'intraprendere conflitti di vasta
portata per prepararsi solamente ad eventi bellici, di livello
globale, nel caso di crisi e confronto fra le due super potenze,
leader del rispettivo schieramento.
Nel caso in disamina, ripeto oramai storico, le alleanze sono a
lungo termine, basate su interessi permanenti e ragioni di tipo
ideologico, con un reciproco contenimento fra parti contrapposte
alla luce delle capacità nucleari di MAD (Mutual assured
destruction - distruzione reciproca assicurata).
Il sistema, nella sua realizzazione storica post II Guerra
mondiale, aveva alterato la dimensione e la proiezione
internazionale dei vari stati appartenenti ai due gruppi politici
antitetici(20); le diverse esigenze nazionali erano subordinate e
finalizzate al conflitto maggiore in atto, limitandosi le
iniziative politiche e gli specifici interessi nazionali alle
esigenze complessive.
Dal punto di vista geopolitico il mondo bipolare ha rappresentato
un periodo di decadenza; quella che era la concezione classica che
traeva le sue mosse da Ratzel ed Haushofer(21), trovava un limite
nelle superiori necessità dell'alleato maggiore.
c. Bipolare rigido
Il modello in trattazione presenta molte analogie col precedente;
in questo, però, non esistono organizzazioni sopranazionali in
grado di influire sui rapporti sistemici ed i due blocchi devono
avere una struttura interna gerarchica.
d. Gerarchico
È un sistema organizzato e centralizzato, con un'autorità
sovraordinata rispetto ai vari livelli decisionali interagenti, che
può derivare dalla trasformazione di un sistema bipolare rigido (ad
esempio nel caso di un conflitto risoltosi con la vittoria di uno
schieramento sull'altro) oppure dal mutamento avvenuto in seno ad
un sistema di tipo universale.
e. Universale
In questo modello vi è un'autorità sovraordinata, con compiti di
ordine sistemico (quali il dirimere lo stato di conflitto fra gli
attori politici nazionali) ed un certo numero di stati sovrani (con
un certo grado d'autonomia politica). Il sistema deriva dalla
trasformazione di un sistema bipolare elastico, ove la
preponderanza della superpotenza dominante risulta schiacciante
rispetto alle potenzialità dei vari stati.
Il modello in questione potrebbe trovare una similitudine
nell'attuale situazione mondiale; infatti, più che esser di fronte
ad un multipolarismo internazionale, è opinione diffusa che
l'attuale epoca sia unipolare (non ancora completamente però!), con
un'unica potenza (super) dominante: gli Stati Uniti.
f. Unità del veto
È un sistema di tipo decentralizzato e non organizzato; gli attori
sono Stati, alcuni dei quali dotati d'armamento nucleare e capacità
limitate al primo colpo.
Nella struttura mancano organizzazioni internazionali aventi
finalità politiche, mentre l'ordine sistemico è garantito dal
pericolo di rappresaglia e dall'incapacità di "secondo colpo
nucleare".
La prospettiva storica di tale sistema è di una progressiva
diffusione dell'armamento nucleare, accompagnata dalla perdita di
potere della superpotenza e delle grandi potenze, a scapito di
nuovi attori, prima potenze di tipo regionale (aventi politiche
aggressive ed analoghe ideologie di sostegno).
Tale eventualità non appare per nulla peregrina: l'evoluzione dello
scenario mondiale attuale, sistema quasi unipolare, verso una
struttura più anarchica e meno istituzionalizzata, dipenderà molto
dalle trasformazioni politiche della superpotenza dominante e delle
grandi e medie potenze, dalle loro capacità negoziali e
dall'accordo con gli Stati emergenti del Terzo mondo.
5. L'ordine
internazionale - esempi storici
La prima forma strutturata di
organizzazione dei rapporti internazionali, ancorché intesa come
semplice assetto del territorio, si ebbe nell'antichità col fiorire
della civiltà di Roma; l'estensione del potere militare e
dell'ordinamento giuridico romano, col monopolio dell'utilizzo
della forza, rese possibile un sistema di tipo universale, ove vi
era un'autorità sovrana e sovraordinata che garantiva l'ordine
sistemico (dirimendo i conflitti interni), assicurava lo sviluppo
economico e salvaguardava i confini, nonché diverse entità sovrane,
regni, stati foederati ed alleati, gravitanti nell'orbita di
Roma.
Le legioni, la lingua e l'ordinamento giuridico uniforme, la
progressiva assimilazione ed estensione della cittadinanza,
determinarono un progressivo svuotamento del sistema universale a
favore di un sistema gerarchico, con al centro l'autorità imperiale
ed i suoi delegati.
Il passaggio da una forma sistemica all'altra, storicamente, si può
far coincidere con la trasformazione della repubblica in
principato, in particolare con le modifiche costituzionali
introdotte da Augusto e dai suoi successori (23).
L'ordine internazionale dell'epoca consisteva, essenzialmente, in
un equilibrio instabile, derivante dalla spinta espansiva
territoriale romana (nel tempo, specie dopo Traiano, in progressivo
affievolimento) e l'onnipresente pressione sui confini da parte dei
popoli barbari germanici e slavi. La preponderanza dell'una o
dell'altra determinava l'alternarsi fra momenti di stabilità e
periodi di conflitto.
Il progressivo evolversi del sistema da universale a gerarchico,
sino a giungere alla caduta della struttura politica romana,
determinò, inoltre, la trasformazione delle dottrine militari, con
una progressiva evoluzione da una proiezione di potenza sugli Stati
federati (con le legioni accentrate nell'area italica),
all'intervento diretto sui confini (con le legioni spostate verso
il limes per attenuare la pressione barbarica) sino alla difesa
territoriale stratificata, con fortificazioni sulle vie imperiali
ed unità mobili di copertura, verso la fase finale del tardo
impero.
Con la caduta dell'Impero romano, trascorsi i secoli bui dei regni
barbarici, l'evoluzione dello scenario politico internazionale mutò
verso un sistema di tipo bipolare-gerarchico.
I centri di potere mondiali diventarono due, l'Imperatore ed il
Papa, ognuno dei quali esercitava il proprio potere su aspetti
diversi della vita della società.
L'elemento gerarchico era insito nel polo imperiale ove, accanto
all'autorità dell'imperatore, esistevano diverse forze
sott'ordinate, legate da un rapporto fiduciario personale con il
potere immediatamente superiore; il sistema feudale realizzava una
serie di centri di potere, disposti secondo gerarchia, interagenti
fra di loro ma in continua attitudine allo scontro.
Fra i due poteri forti, tuttavia, tendeva ad emergere (sino alla
riforma di Lutero ed alla Pace di Westfalia) ed avere,
statisticamente, la meglio, il papato.
Nella comunità degli Stati cristiani, la repubblica cristiana, il
Papa esercitava una vera e propria funzione direttiva sulle nazioni
e sui regnanti; la Chiesa agiva sia all'interno dei regni, dei
feudi e delle città libere, sia a livello internazionale.
Accanto alla cura delle anime dei fedeli (e dei sovrani), infatti,
la struttura ecclesiastica disponeva di formidabili sanzioni, tra
le quali la scomunica e l'interdetto, che efficacemente sostenute
da una fede diffusa e radicata, risultavano veri e propri elementi
di pressione sull'impero e gli altri regni, principati e
repubbliche.
La Riforma e la conseguente divisione della Cristianità e dello
spazio politico europeo tra Stati sovrani, unita alla perdita di
potere temporale e spirituale della Santa Sede, determinarono la
formazione di diversi nuclei d'influenza, realizzando il moderno
sistema internazionale(24).
La necessità di un nuovo ordinamento dei rapporti di forza fra gli
Stati, unita al fatto che sempre maggiore era la presa di coscienza
degli effetti deleteri della guerra, portò a livello teorico ad una
rivalutazione dell'idea della forza della ragione (il diritto
bellico nasce in tale prospettiva) più che della ragione della
forza.
Nella pratica delle relazioni internazionali, tuttavia, il potere,
gli interessi dinastici degli Stati e la forza delle armi,
rappresentarono ancora il metro su cui fondare l'ordine
sistemico.
La necessità di pacifica convivenza fra le nazioni aumentò con la
scoperta di nuove terre ed il bisogno di organizzare lo scenario
mondiale.
Con la bolla del Papa Alessandro VI, Inter Cetera(25) (1493), ed il
trattato di Tordesillas, siglato tra Ferdinando ed Isabella di
Castiglia col Re di Portogallo Giovanni II nel 1494(26), furono
delimitate le sfere d'influenza spagnole e portoghesi, giungendo ad
una prima definizione di un ordinamento mondiale, seppur
provvisorio e parziale, in due grandi blocchi d'influenza. Infatti,
preso come riferimento il meridiano passante a 100 miglia ad ovest
dell'Isola di Capo Verde, tutte le nuove terre scoperte, ubicate ad
est di tale linea risultavano nell'area d'influenza portoghese,
mentre quelle situate ad ovest di tale tracciato appartenevano alla
Spagna.
La spartizione, sebbene teorica (anche se sino alla metà del 1500
effettiva), creava sulla carta una tipica situazione bipolare di
spartizione territoriale, rappresentando nelle sue linee principali
un tentativo di definire un sistema internazionale diverso; il
contesto, tuttavia, non teneva conto della situazione in via di
progressiva evoluzione. Altre potenze quali l'Inghilterra, la
Francia e, poco dopo, la ribelle Olanda, infatti, erano pronte ad
irrompere sulla scena, sconvolgendo la situazione prima
delineata.
La corsa all'acquisizione di nuovi territori e colonie rappresentò
uno dei fattori di tensione e conflitto fra le potenze
europee.
La necessità di controllare l'Europa (guerre continentali degli
Asburgo), si saldava alla guerra sui mari per il controllo delle
rotte marittime, che portavano dalle Indie orientali ed
occidentali, materie prime (spezie, oro, argento e preziosi) sempre
più richieste nel Vecchio continente.
L'avvio delle prime dispute commerciali e sulla libertà di
navigazione, unitamente al processo d'autonomizzazione degli Stati
dalla Chiesa, scardinarono a breve tutto il sistema.
In questa fase iniziale si definisce e si estende il sistema ed il
relativo ordine; già, comunque, si possono rilevare tratti della
struttura internazionale futura, la ricerca dell'equilibrio sul
continente europeo (concetto ancora in elaborazione) e la
progressiva uguaglianza di status internazionale fra le
nazioni.
La struttura mondiale, seppur in via di formazione, poteva
assimilarsi al modello teorico della bilancia dei poteri;
realizzava, infatti, un ordine incentrato sulla gerarchia della
potenze e sulla ricerca dell'equilibrio(27), sempre instabile ma
possibile.
Il sistema era formato in maniera tale che le alleanze non erano
basate, solamente, sulla comunanza ideologica, ma vertevano sulla
ricerca dell'equilibrio complessivo, con intese fra le parti di
breve periodo, finalizzate ad impedire la formazione di un blocco
egemone (guerre contro gli Asburgo).
I conflitti, tendenzialmente limitati (le guerre durano nel tempo
ma gli episodi bellici avvengono con soluzione di continuità,
inframmezzati da trattati, cambi d'alleanze, a rompere il ritmo e
la scansione dei combattimenti), non tendevano all'eliminazione
degli attori principali.
a. Il Trattato di Westfalia
Il Trattato di Westfalia rappresentò il punto culminante del
processo prima delineato; si giunse al progressivo perfezionamento
dell'ordine internazionale, precedentemente in fase di
formazione.
La Guerra dei Trent'anni determinò la fine dell'unità della
cristianità in Europa, sancendo il principio dell'uguaglianza
giuridica fra tutti gli Stati.
I trattati, firmati a Westfalia il 24 Ottobre 1648, definirono un
nuovo ordine incentrato sull'uguaglianza sovrana, sul principio
dell'equivalenza nei rapporti internazionali e sull'indipendenza
degli Stati da qualsiasi interferenza nella loro sfera
interna.
Il negoziato del 1648 portò in sé due grandi mutamenti; il primo
dei quali, identificato nel principio cuius regio eius religio,
affermò, specie nei paesi protestanti, il dominio dello Stato in
campo religioso, consacrando la fine della supremazia del potere
spirituale su quello temporale e, soprattutto, offrendo l'impulso
iniziale alla divisione fra Stato e Chiesa.
Il secondo grande cambiamento, invece, individuò nella gestione del
trattato sotto forma di negoziato congressuale, con la presenza di
tutte le potenze europee, il modello per la creazione
dell'equilibrio politico europeo, tale da garantire la stabilità
generale, derivante dal contemperamento degli interessi dei singoli
Stati.
Dalla Pace di Westfalia, comunque, emerse la necessità di un mutuo
controllo fra gli Stati, per assicurare il bilanciamento delle
forze in campo, dato che la guerra, pericolo immanente, poteva
essere evitata solo mediante un efficace sistema di
contrappesi.
L'equilibrio delle potenze sostituiva la consapevolezza
dell'appartenenza ad un'unica comunità; l'interesse dello Stato o
della dinastia, cui si identificava la nazione, diventava il metro
d'ogni iniziativa; la forza continuava ad essere l'elemento
regolatore dei rapporti fra gli Stati.
b. La Rivoluzione francese
Se il 1648 aveva significato il culmine di un processo secolare di
separazione fra Stato e Chiesa, stabilendo il principio del
predominio statale e dell'uguaglianza internazionale, la
Rivoluzione francese rappresentava il punto di partenza per il
dissolvimento dell'ordine westfaliano, proponendo, infatti, una
visione di Stato perfezionata, più totalitaria e
totalizzante.
Lo stato francese diveniva il rappresentante della nazione, i
cittadini si accomunavano per uguaglianza di diritti e doveri
nonché per l'appartenenza alla stessa nazionalità e lingua.
Il modello proposto dalla Francia esaltava lo spirito delle masse
nella partecipazione alla vita politica attiva di tutti gli strati
sociali.
Lo Stato contemporaneo, la stessa visione della politica, come
partecipazione di massa, trae origine dagli avvenimenti del
1789.
I germi della rivoluzione, sparsi per tutta l'Europa, oltre a
sovvertire le basi dello Stato dinastico e di polizia, minarono le
fondamenta dell'ordine internazionale; l'equilibrio delle potenze
era scosso dalla formazione di un esercito nazionale popolare,
capace, in virtù dell'anelito rivoluzionario e della spinta
ideologica, di sconfiggere le armate mercenarie delle vecchie
dinastie regnanti.
Lo Stato francese, sotto Napoleone divenuto impero, espandendosi
sconvolse la carta geografica europea; la possibilità
dell'unificazione continentale sotto un unico potere sovrano
diveniva possibile.
Il sistema internazionale assomigliava sempre più ad una struttura
gerarchica, in cui solo la presenza di una potenza dominante era in
grado di garantire, per brevi periodi, ordine e stabilità.
Nel complesso dei rapporti fra gli Stati, basato sul predominio
militare francese, non vi era comunanza ideologica alcuna; le idee
propugnate dall'Impero erano antitetiche a quanto professato dai
sovrani sconfitti.
Il disegno napoleonico ad un certo punto fallì; l'emergere delle
contraddizioni esistenti fra l'anelito rivoluzionario di
rigenerazione nazionale (di molti europei collaboratori dei
francesi) e gli evidenti interessi nazionali transalpini, da un
lato, attenuarono l'appoggio nei paesi occupati; dall'altro, i
fattori geopolitici ed economici, si dimostrarono prevalenti
rispetto al genio militare di Napoleone.
La fine dell'Impero, nonostante tutto, lasciò intravedere la crisi
sistemica dell'ordine westfaliano, incapace di sostenere le
divergenze fra gli interessi dinastici e di affrontare le questioni
nazionali di paesi multinazionali, legati solo dall'appartenenza a
possedimenti dello stesso Sovrano.
c. Il Congresso di Vienna
La pace scaturita dal Congresso di Vienna sostituì ad un sistema
basato sui rapporti di forza una struttura incentrata sulla
contrattazione, tesa al raggiungimento dell'interesse generale;
l'accordo fra le potenze restauratrici ristabilì ed
istituzionalizzò l'ordine internazionale, attraverso il legame
ideologico fra i sovrani ed il mantenimento dei domini dinastici
nelle monarchie restaurate.
Lo scopo principale dell'assise viennese fu quello di modificare
l'ordine europeo, al fine di prevenire il ripetersi di un ulteriore
contagio rivoluzionario, giacobino e repubblicano.
La soluzione offerta da Metternich, Tayllerand e dagli altri
plenipotenziari era di rimpiazzare il vecchio equilibrio di potere,
immutabile e creatore di una sicurezza assoluta (che inutilmente si
era cercato di raggiungere nei decenni precedenti) con un ordine
stabile basato sul principio della sicurezza relativa.
La restaurazione, pertanto, non proponeva un nuovo sistema di
rapporti d'assoluto equilibrio; piuttosto cercava una forma di
reciproca sicurezza, assicurata dal principio di legittimità e
dalla restaurazione dei troni e delle dinastie, dalla rettifica dei
confini, spostati alle posizioni prenapoleoniche.
Il sistema internazionale proposto a Vienna era, dunque, un sistema
omogeneo, cioè un sistema in cui tutti gli stati possedevano le
stesse concezioni politiche e dove la gerarchia delle potenze si
evolveva verso un principio di direttorio, il cosiddetto "concerto
europeo".
Ci troviamo di fronte ad un sistema al limite fra quello
dell'equilibrio dei poteri e dell'unità del veto.
L'ordine internazionale, oramai formato, diventò il problema
principale nei rapporti internazionali; la difficoltà maggiore
sussisteva nel conciliare la legittima e logica ricerca
dell'interesse nazionale, con la necessità di stabilire e mantenere
la pace fra gli Stati, o meglio, fra le dinastie regnanti,
accomunate dallo stesso principio dinastico ed ideologico.
L'ordine strutturale, in un ambiente esterno sempre più
competitivo, fu il risultato di lungo respiro del Congresso di
Vienna; proprio nel perfezionamento dell'ordine si trovano le
ragioni del più lungo periodo di stabilità internazionale, in cui i
conflitti sorti non erano tali da porre in discussione l'integrità
e l'identità sistemica.
Le capacità di regolazione e dunque, in ultima analisi, d'ordine
derivavano dall'intelligente equilibrio creatosi, reso possibile
dal comune sentimento legittimistico rispecchiato dalla Santa
Alleanza, in cui "la legittimità diventava il cemento dell'ordine
internazionale"(28).
d. Il Trattato di Versailles
Le tensioni della fine del XIX Secolo - da alcuni autori ricondotte
al passaggio epocale fra la fine dell'800 ed i primi del '900(29),
da altri all'evoluzione delle forme di produzione ed alle spinte
espansionistiche insite nello sviluppo capitalistico(30) -,
provocarono un forte scossone all'edificio sorto all'indomani del
Congresso di Vienna.
Il crollo definitivo dell'ordine mondiale (oramai non più
eurocentrico) avvenne con la Prima Guerra mondiale; dal punto di
vista delle relazioni internazionali, la Grande Guerra rappresentò
la pietra tombale dell'equilibrio delle potenze, sancendo la fine
dell'egemonia europea sul mondo, artificialmente protrattasi anche
dopo il 1919, col dominio di Francia e Regno Unito sulla
costituenda Società delle Nazioni(31).
Gli accordi di pace post conflitto ridisegnarono la cartina
d'Europa, spostando confini, popoli e cancellando secolari
dinastie.
Le conferenze di pace, ed i relativi congressi, apposero il sigillo
definitivo della fine dell'ordine internazionale; in particolare,
il Trattato di Versailles e le disposizioni conseguenti alla sua
applicazione furono elementi condizionanti tutto il XX Secolo,
perché davano inizio ad un periodo d'instabilità, ad una tregua fra
le due guerre mondiali, fasi diverse della stessa contesa.
La "pace" imposta col trattato di Versailles aprì lo scenario delle
relazioni internazionali a nuovi attori mondiali ed a nuove
concezioni.
Gli Stati Uniti, entrati nel conflitto durante il 1917, portarono
il loro retaggio ideologico democratico; l'amministrazione
americana, disdegnosa delle concezioni classiche d'equilibrio dei
poteri, considerava immorale la stessa concezione di realpolitik di
cui erano imbevuti gli europei.
Principi come quello della democrazia, della sicurezza collettiva e
dell'autodeterminazione, entrarono nel vocabolario politico
mondiale e rappresentarono dei concetti rivoluzionari per la
vecchia e classica diplomazia europea di potenza.
Il Presidente Wilson, dettando i suoi quattordici punti, fornì le
basi teoriche per la futura creazione della Società delle Nazioni,
proponendo un ordine mondiale basato più su giudizi morali che
sull'equilibrio di potere, dettato dalla geopolitica(32); le sue
asserzioni determinarono, altresì, tutta una serie d'attese,
inconciliabili con la situazione politica ed economica del Vecchio
Continente, tali da aumentare l'equivoco e la confusione di
fondo.
Le riparazioni imposte alla Germania furono un autentico
controsenso, troppo blande affinché potessero inibire la rinascita
della potenza tedesca, troppo dure per non creare il risentimento
degli sconfitti, troppo umilianti per consentire una vera
conciliazione con la Germania e, in ogni modo, tali da innescare la
successiva tragedia del revanscismo nazista.
L'ordine del 1815, sorto dal Congresso di Vienna, aveva cercato la
rappacificazione con la Francia, secondo i canoni peculiari della
struttura tipica dell'equilibrio dei poteri in cui i conflitti
vengono tendenzialmente limitati e non puntano all'eliminazione
totale delle controparti.
L'equilibrio di poteri garantito dalla Santa Alleanza era basato su
un comune sentire dei governi e delle dinastie dei vari paesi; con
il Trattato di Versailles, invece, tutto cambiò.
Mancò un qualsiasi tentativo rivolto a stabilire una legittimità
internazionale; non vi era la ricerca d'elementi e di valori comuni
tra i vari Stati, idonei a frenare gli asti e gli odi conseguenti
alla guerra.
Nel testo dell'accordo di pace, e nelle politiche successive delle
potenze vincitrici, era assente qualsiasi forma di compromesso che
potesse garantire un minimo di ordine e di equilibrio; il trattato
appena stilato era inapplicabile giacché completamente estraneo al
sistema vigente in Europa.
Il primo conflitto mondiale, quindi, non fu risolutivo delle
tensioni precedenti che l'avevano innescato; in realtà introduceva
nella situazione internazionale dell'epoca ulteriori elementi di
disaccordo in grado di catalizzare un nuovo scontro, ben più
grave.
La pace faticosamente raggiunta era, purtroppo, solo una tregua
nella guerra civile europea; serviva solo a ritardare il
regolamento politico e geopolitico del Vecchio Continente.
e. Jalta e la guerra fredda
Gli accordi di Jalta e Potsdam, conclusisi durante il Secondo
conflitto mondiale, suddivisero l'Europa, stabilendo le aree
d'influenza e di competenza delle potenze alleate, coalizzate
contro il comune nemico nazista.
A Jalta, sovietici, statunitensi e, sebbene in misura minore,
inglesi si accordarono per ridefinire i confini europei, stabilendo
quella profonda divisione continentale, detta Cortina di
ferro.
La successiva Conferenza di Potsdam definì, invece, l'insieme delle
norme e dei principi d'ordine politico ed economico, attraverso i
quali doveva essere riorganizzata la Germania nel periodo del
dopoguerra.
L'accordo concluso nella cittadina del Brandeburgo, all'epoca,
sembrò un successo diplomatico; alla lunga, invece, dimostrò tutti
i limiti della negoziazione, giacché i risultati della trattativa
furono subito rimessi in discussione, a conflitto terminato.
La questione della pace con la Germania e l'occupazione del suo
territorio, infatti, scatenarono un contenzioso, nel cuore
dell'Europa, che durò circa 40 anni, tale da evidenziare subito le
prime crepe sugli accordi di pace, da poco faticosamente
siglati.
La Conferenza di Parigi, con la relativa discussione dei trattati
di pace con la Romania, l'Italia, la Bulgaria e la Finlandia,
dimostrò poi la profonda spaccatura fra le nazioni europee, con il
pedissequo e rigido allineamento dei paesi dell'Est sulle posizioni
sovietiche.
L'epoca di pace, che sembrava doversi scorgere nell'immediato
dopoguerra, durò pochissimo: le tensioni esistenti fra gli Stati
Uniti e l'Unione Sovietica, anche se sopite durante il conflitto,
riemersero quasi subito, dando luogo ad una bipartizione del Mondo
in due sfere d'influenza(33), politica, militare e, soprattutto
ideologica.
L'alleanza del tempo di guerra era stata un accordo innaturale: da
una parte la visione idealistica del mondo, tipica di molti
democratici americani, dall'altra l'ideologia ferrea di un uomo
privo di scrupoli e votato al potere, Stalin.
In tale situazione, non appena il conflitto ebbe termine e si diede
corso alle decisioni concordate a Jalta e Potsdam, l'Europa ed il
mondo intero furono spaccati in due. Iniziava la cosiddetta Guerra
Fredda.
Con essa, il cui primo episodio ufficiale può essere considerato il
discorso sulla "cortina di ferro" pronunciato il 5 marzo del 1946
da Winston Churchill presso l'Università di Fulton, si avvia un
processo di crisi caratterizzato da una guerra non combattuta
direttamente fra le due potenze.
Dal punto di vista delle relazioni internazionali si elimina
l'equilibrio delle potenze e cessa completamente il controllo
europeo sul mondo.
Tutta la politica mondiale, dalla fine delle guerra, ruoterà
attorno ai due Paesi veri vincitori del conflitto, potenze
extraeuropee dalle dimensioni continentali. Il panorama mondiale,
pertanto, si modellerà secondo un sistema bipolare elastico, con la
presenza in entrambi gli schieramenti, di un paese leader e della
sua schiera di satelliti.
Le piccole e medie potenze europee diventeranno Stati a sovranità
limitata e i paesi dell'area comunista, a sovranità pressoché
figurativa, governati da politici obbedienti e ligi alle direttive
di Mosca.
La contrapposizione fra i blocchi si consolidò nei primi anni, per
due ordini di motivi: il primo era dato dal possesso degli
armamenti nucleari(34), che erano fattore d'impedimento all'avvio
di una guerra, per le tremende conseguenze di una tale decisione.
In secondo luogo gli Stati Uniti erano ancora fiduciosi della
volontà di pace russa ed i sovietici, stremati dalla Grande Guerra
patriottica(35), non erano in grado di poter sostenere un
conflitto.
La prima svolta alle relazioni coi russi, ed il primo tentativo di
forzare l'ordine bipolare, avvenne con l'elaborazione della
"Dottrina Truman", documento attraverso il quale l'America, a
distanza di due anni dalla fine della guerra, giungeva a sostenere
"i popoli liberi quando resistono a minoranze armate e pressioni
esterne che cercano di sottometterli"(36), varando una politica
d'assistenza militare alle nazioni europee, con un piano
d'assistenza e ricostruzione economica denominato "Piano
Marshall"(37), ed adottando, dal punto di vista strategico, la
dottrina del containment.
Nell'ambito dei rapporti fra le due superpotenze, la dottrina del
containment rappresentò la prima elaborazione teorica, ed anche
strategico-militare, successiva alla IIa Guerra mondiale.
Nei suoi termini più ampi il contenimento nasceva dal famoso
long telegram del 22 febbraio del 1946,
redatto da George Kennan(38), successivamente apparso sul numero di
luglio della rivista "Foreign Affairs", nel quale l'autore, gran
conoscitore della realtà sovietica, individuava i punti salienti
dei rapporti fra gli USA e gli URSS(39):
-
nell'inevitabile espansione
sovietica, che nasceva dall'ossessione russa della sicurezza e
dalla logica del potere comunista;
-
nella necessità che la reazione
statunitense fosse ferma, non imprudente, giacché il contenimento
dell'avanzata sovietica ad ovest, sarebbe servito nell'attesa del
crollo del sistema sovietico sotto il peso delle proprie
contraddizioni interne.
La dottrina del contenimento, unita
al possesso indiscusso della supremazia nucleare, servì agli Stati
Uniti per iniziare ad imbastire una serie di alleanze regionali nel
mondo, intervenendo ovunque le situazioni del momento indicassero
l'utilità.
Il containment, così come delineato da Kennan, tuttavia, venne in
parte stravolto dagli avvenimenti successivi.
Venendo a mancare il monopolio atomico, gli statunitensi si
sentirono più vulnerabili nei confronti di una potenza che, già in
quel momento, aveva la superiorità nell'armamento convenzionale;
incominciarono a ragionare alla stregua di una potenza europea
"classica" (per il possesso sovietico dell'arma atomica) e quindi,
ritornavano a "pensare il mondo" in termini geopolitici di
equilibri di potere, concetti prima affatto valutati.
Il tentativo di scardinare il bipolarismo col containment, durò poco; l'amministrazione Eisenhower,
conscia dei limiti del sistema, essendo impossibile per gli Usa
intervenire ovunque, propose la dottrina militare della massive
retaliation (de relato dottrina divenuta ufficialmente della Nato)
come la risposta massiccia, tipica delle interazioni sistemiche
previste dal modello bipolare; quindi ad ogni offensiva sovietica,
condotta anche con armi convenzionali, vi sarebbe stata la risposta
nucleare statunitense(40).
Eisenhower bloccò ogni azione od ipotesi d'intervento connessi con
il contenimento; l'accettazione dello status quo esistente in
Europa era, oramai, un fatto assodato, così come era acclarata la
fine di qualsiasi aspirazione a modificare i contenuti di Jalta e
Potsdam.
La rivolta ungherese del 1956, infatti, al di là dell'effetto
dirompente sui partiti e le organizzazioni comuniste mondiali(41),
chiarì al mondo intero i contenuti dello scenario internazionale:
ogni super potenza aveva il comando all'interno del proprio
schieramento; l'altra, di norma, si doveva astenere dall'intervento
(per gli USA prima imposto dal containment
), siccome l'equilibrio imposto dalle armi nucleari, il cosiddetto
"equilibrio del terrore", non consentiva agli alleati minori di
turbare la situazione di simmetria, con conflitti locali o
tentativi di rivolta.
Durante tutto questo periodo di ordine bipolare, pertanto, il
sistema internazionale funzionò in maniera stabile; gli attori
presenti, avendo una posizione definita nel complesso sistemico,
dovevano operare secondo i vincoli posti dall'alleato maggiore, non
potendoli superare. Il sistema presentava, quindi, un carattere di
prevedibilità e di autoregolazione automatica (autopoiesi).
6. Il Nuovo
Ordine
Gli avvenimenti occorsi tra il 1989
ed il 1991 hanno modificato sensibilmente quello che era lo
scenario di riferimento internazionale; in tale situazione,
infatti, l'insieme degli interessi nazionali, delle minacce e dei
fattori di rischio interagenti sulla sicurezza di uno Stato sono
stati trasformati dal passaggio, da una situazione d'interazioni
tipiche di un sistema bipolare "elastico", ad un complesso di
rapporti prettamente multipolari.
La scomparsa del Patto di Varsavia e dell'Unione Sovietica, innanzi
tutto, ha privato l'Occidente della principale minaccia militare
diretta e del principale avversario ideologico(42).
Contemporaneamente, le piccole e medie potenze hanno visto
restituita parte della loro sovranità, in precedenza limitata,
trovandosi coinvolte nella ristrutturazione geopolitica mondiale e
nei relativi problemi di difesa e di sicurezza, sia nell'Europa
centrale ed orientale, sia nei Balcani che nel Medio ed Estremo
Oriente.
Accanto alla lotta politica incentrata sull'acquisizione e sul
controllo territoriale, tipica della geopolitica classica, basata
sul dominio territoriale diretto e sui mezzi militari (ci possiamo
riferire allo stato di conflitto sino al 1945), è emerso, sempre
più, uno stato di conflitto di tipo verticale, in cui gli aspetti
geoeconomici sono prevalenti e dove la posta in gioco non è,
oramai, incentrata solamente sul territorio ma anche, e
principalmente, sul controllo indiretto degli spazi
economici(43).
La riconfigurazione della gerarchia di potenza e degli assetti
normativi internazionali sugli scambi ed i commerci globali è
diventata la nuova area di confronto e scontro, le cui conseguenze,
talvolta intuibili, si proporranno più gravemente ed in modo
rilevante di un episodio bellico.
Il dissolvimento della gerarchia bipolare ha dato nuova vita a
medie potenze e potenze regionali, la Germania, la Turchia, oppure
l'outsider, grande potenza regionale, la Repubblica Popolare
Cinese, Stati in grado di influenzare la vita delle reciproche aree
d'influenza e di proporsi come poli d'aggregazione politica,
economica e culturale(44).
La fine del bipolarismo ha determinato, altresì, effetti ancor più
rilevanti e di più lungo periodo; la comunità internazionale è
stata privata di una delle parti della struttura duale, l'Unione
Sovietica, la quale, oltre ad avere un ruolo di potenza, era un
fattore di stabilizzazione e di ordine del sistema.
Mancando una delle parti, quindi, sono state indebolite le capacità
sistemiche di controllo e di autoregolazione delle conflittualità
latenti all'interno, determinandosi, quindi, l'aumento dei
conflitti di tipo limitato, a carattere regionale o locale.
I classici fattori d'instabilità e di potenza erano contemperati e
bloccati dall'appartenenza ad uno dei complessi politici e
militari(45).
Venendo a mancare uno dei due contendenti il sistema, pertanto, ha
perso di capacità di autoregolazione; le singole componenti hanno
iniziato a ragionare in termini d'interessi nazionali, di
geopolitica e di potenza.
Nel passaggio al multipolarismo, al di là delle enumerazioni dei
poli di potenza fatta da Kissinger(46) o delle aree di suddivisione
e conflitto culturale, etnico e religioso, proposte da Huntington,
nella sua teoria circa lo scontro fra civiltà(47), lo scenario
materializzatosi appare più complesso, insicuro e, certamente,
dinamico del precedente rigido sistema, fatto di reciproche
contrapposizioni e staticità(48).
L'instabilità è aumentata, è cresciuto il disordine internazionale
e, conseguentemente, sia per i forti dislivelli di reddito fra le
diverse aree del pianeta sia per la globalizzazione dell'economia
dei flussi di denaro e dell'informazione, si è ampliata la
precarietà dei sistemi politici, sociali ed economici.
La sicurezza degli Stati è scossa da diversi ordini di minacce, non
più solamente militari ma multidimensionali, con una decisa
accentuazione degli aspetti economici e tecnologici rispetto al
passato.
Alla geopolitica della guerra fredda basata sulla geostrategia del
contenimento e della deterrenza nucleare si sono sostituite la
geoeconomia(49), la geofinanza e la geoinformazione(50).
L'ordine mondiale sta diventando sempre più complicato; non risente
solo degli aspetti politici e militari, ma anche dei fattori di
natura economica, finanziaria, scientifico-tecnologica.
Il territorio perde di valore, cresce l'importanza della ricchezza
immateriale; al lebensraum hitleriano fa da contraltare il
cyberspazio(51).
La difficoltà a caratterizzare il nuovo ordine internazionale si
deve alla sua genesi; il crollo dell'Unione Sovietica non ha
trovato il sistema pronto e reattivo.
Il nuovo ordine mondiale, quindi, risulta precario ed alla ricerca
di un suo equilibrio; inoltre, la Storia ha sempre mostrato come i
periodi di ordine siano nati da soluzioni politico-diplomatiche
successive ad un conflitto bellico; il nuovo ordine non nasce da
una guerra, deriva da un periodo di pace armata, la guerra fredda,
che corrispondeva all'assenza di conflitti globali, periodo di
tregua di cui nessuno prevedeva un dissolvimento così veloce.
In un mondo costituito da diverse grandi e medie potenze, nonché da
una molteplicità di stati emergenti e potenze regionali, l'ordine
risulta, ancor più di prima, più che dalle interazioni sistemiche
reciproche, dall'equilibrio degli interessi nazionali
caratteristici di un assetto che tende al multipolarismo imperfetto
(od unipolarismo statunitense), una via di mezzo fra un sistema
universale e dell'unità del veto.
La situazione attuale sembra ricalcare, storicamente, quella
dell'Impero romano, il quale irradiava la sua potenza lungo le
strade imperiali, così come l'impero americano irradia la sua
potenza lungo i circuiti della rete Internet, giacché la lingua
inglese-americana, la tecnologia ed il dollaro (la moneta degli
scambi) sono un segno tangibile della forza statunitense nel
mondo.
In un mondo come quello attuale, quindi, il nuovo ordine risulterà
formato dal concreto equilibrio fra gli interessi delle Nazioni,
raggiunto attraverso la maggiore cooperazione possibile ed il
dialogo, secondo un concetto esteso di sicurezza, riguardante non
solo gli aspetti militari ma anche fattori politici, sociali ed
economici.
Così come nel passato, l'ordine dovrà esser basato sull'equilibrio
dei poteri e, per mantenere la sua stabilità, dovrà essere
legittimato da una serie di valori comuni che, in questo momento,
riteniamo essere solamente la cooperazione politica ed economica
fra gli Stati, più che l'auspicabile democrazia ed i diritti
dell'uomo, ancora oggi considerati, al di fuori dell'Occidente,
strumenti di penetrazione e colonizzazione, ai danni dei paesi in
via di sviluppo.
7. Il concetto di
ordine
Per ricercare
una definizione di ordine, abbiamo analizzato, in maniera
sintetica, quattro periodi importanti della storia: il 1648, col
Trattato di Westfalia che mette fine alla Guerra dei Trent'anni; il
1815 con il Congresso di Vienna che riorganizza l'Europa dopo le
guerre napoleoniche; il 1919, dopo il Trattato di Versailles che
mette fine al primo conflitto mondiale ed il 1944, dopo la
Conferenza di Jalta, atto politico finale della IIa Guerra
mondiale.
L'analisi ci ha permesso d'evidenziare come il periodo
intercorrente tra il Trattato di Versailles e lo scoppio del
Secondo conflitto mondiale sia stato l'unico in cui stabilità ed
ordine sono risultati del tutto inefficienti, risultando un
intervallo tra due guerre conseguenti, combattute a distanza
ravvicinata di anni.
Dopo il 1648, infatti, lo scenario internazionale vide il primo
scontro fra potenze quasi un secolo dopo, con la guerra di
successione austriaca (1740-1748)(52); il Congresso di Vienna,
altresì, garantì un periodo di pace altrettanto lungo,
inframmezzato dal conflitto franco-prussiano e, prima ancora, dalle
microconflittualità fra nazioni che diedero luogo alla Guerra di
Crimea ed alle guerre d'indipendenza italiane, eventi che, per la
loro circoscritta rilevanza, erano inidonei a scardinare il
sistema.
Il Trattato di Jalta consentì, in uno scenario di confronto
ideologico, sostenuto da armi nucleari, di limitare la
conflittualità a guerre limitate e regionali.
In tutti e tre i cicli storici considerati vi è l'evidente
formazione di un equilibrio, ancorché non sempre stabile, fra le
nazioni.
Dopo il Trattato di Versailles, invece, il sistema entrò in una
fase di progressivo disordine ed instabilità, ben più grave di
quanto le crisi precedenti lo scoppio del secondo conflitto
mondiale potessero far rilevare.
La gerarchia delle potenze, infatti, non rifletté la reale forza,
lo scenario complessivo vide le artificiose posizioni di forza di
Inghilterra e Francia; contemporaneamente, la Nazione vera
vincitrice, gli Stati Uniti, evidenziava il suo totale disinteresse
al mantenimento dell'equilibrio mondiale, rifiutando di assumere il
ruolo di cardine della stabilità, con la creazione di alleanze
stabilizzatrici.
Ad aggiungere altra instabilità vi era l'esclusione, o
l'autoesclusione, di Russia e Germania dal sistema decisionale e
delle alleanze, che minò l'ordine generale della struttura, cui
venivano a mancare due componenti fondamentali, lasciate alla
deriva ed in balia dell'imprevedibilità rivoluzionaria
interna.
Gli elementi costitutivi necessari al mantenimento di un minimo
d'ordine internazionale erano proprio quei fattori che a Versailles
vennero a mancare.
In primo luogo fu insufficiente la stabilità definita dagli accordi
di pace, in quanto le decisioni dei trattati non erano per nulla
fattibili ed idonee alla solidità delle relazioni politiche; le
disposizioni relative all'integrazione ed allo spostamento di
popolazioni in nuovi Stati, la modifica artificiosa dei confini
nazionali, conseguenti alle disposizioni parigine, infatti, unite
al progressivo disinteresse delle grandi potenze tutelari(53),
impedivano la reale costruzione di un concreto equilibrio.
Da un lato, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna rifiutavano il
coinvolgimento in alleanze difensive con la Francia, capaci di
tranquillizzare e porre un freno alle paure transalpine ed alle
conseguenti imposizioni sui vinti, dall'altro Russia e Germania,
potenze fondamentali del sistema europeo, non partecipavano
materialmente alla costruzione dell'equilibrio europeo, per
emarginazione ideologica ed i problemi connessi alle riparazioni di
guerra; le due potenze vennero sempre più sospinte ai margini del
sistema, con un'evidente estremizzazione delle loro posizioni, in
modo che la necessaria prevedibilità e razionalità delle loro
azioni, nonché di quelle francesi ed italiane, vennero a mancare, a
causa delle crescenti problematiche politiche interne e della
polarizzazione ideologica, proprio nel momento di maggior bisogno
di cooperazione.
La legittimità del sistema fu insufficiente; l'assenza di valori
condivisi, la convinzione, da parte della maggioranza degli Stati,
dell'ingiustizia dei trattati, sbarrarono il passo alla costruzione
di un legame, di un cemento fra i vari paesi, in grado di dare
effettività alle decisioni internazionali.
Se estendessimo, per un attimo, l'osservazione ad un altro periodo
di crisi, quello conseguente agli sviluppi storici derivanti dalla
Rivoluzione francese, noteremmo come l'equilibrio delle potenze fu
sconvolto dalle vittorie, nate dalla forza di un esercito nazionale
di massa, ben organizzato e spinto da un'ideologia nazionale
condivisa ed aggregante.
La razionalità e la prevedibilità delle azioni francesi, coerenti
col disegno strategico napoleonico, non erano, tuttavia, misurabili
col diverso metro di valutazione dei rapporti personali fra sovrani
e dinastie.
La stabilità del sistema era scossa dall'apparire di un blocco
egemonico, che si basava sul predominio militare; la Francia non
aveva alcuna comunione ideologica con le elaborazioni dottrinali,
talvolta illuminate, imperniate sul particolarismo dinastico, sulla
concezione patrimoniale dello Stato e sulla divisione della società
in "stati" diversi, propugnate dai sovrani sconfitti, per questo
motivo veniva a mancare una legittimità effettiva all'insieme dei
rapporti internazionali, "viziati" all'origine dal moto
rivoluzionario.
La stabilità, la prevedibilità e la legittimità rappresentano,
pertanto, gli elementi necessari a costituire e mantenere l'ordine
internazionale; stabilità che può essere garantita o
dall'equilibrio dei poteri fra le Nazioni, o, come visto nel
bipolarismo, con l'equilibrio di poteri fra blocchi.
La razionalità si associa alla prevedibilità e permette ad ogni
attore internazionale di calcolare gli effetti delle sue azioni e
le reazioni degli altri, in connessione con un sistema valoriale
comune, idoneo a dare un fondamento morale, posto come base della
legittimità internazionale.
Come la legittimità monarchica della Pace di Vienna, consentì
l'equilibrio fra le potenze, durato quasi un secolo, la percezione
comune del pericolo nucleare, nonché del ruolo politico di tali
armi, comunque garantì l'equilibrio della Guerra Fredda.
8.
Conclusioni
Per I rapporti internazionali
traggono origine dall'esistenza di un sistema le cui componenti,
ineluttabilmente, entrano in una serie di correlazioni reciproche,
derivanti dai singoli livelli di potere (politico od economico che
sia) e dalla conseguente gerarchia valoriale sistemica.
Spinte ulteriori allo svolgimento di relazioni sistemiche, poi,
nascono dalla continua ricerca dell'interesse nazionale da parte
degli attori, nonché dalle esigenze di stabilità della struttura
internazionale.
Il concetto di ordine rimane ancorato agli elementi fondamentali
della stabilità, della prevedibilità e razionalità e della
legittimità, e rappresenta il limite cui tendono i comportamenti
relazionali degli attori del sistema, utili al mantenimento
dell'equilibrio e della pace.
L'ordine può essere riassunto dall'insieme di regole, tacite o
esplicitate in trattati e convenzioni, che debbono essere
necessariamente condivise da tutti e che sono utili al
raggiungimento della stabilità e della pace.
Il complesso di tali regole, comunque, al di là dei tentativi per
ora ancora vani di creare un ordine diretto secondo i canoni
giuridici del diritto internazionale, rimane ancora impostato sui
rapporti di forza tra gli attori internazionali (principalmente gli
Stati con la loro ricerca della soddisfazione degli interessi
nazionali), che sono le parti determinanti l'equilibrio di potenza,
vigente in un dato momento storico e politico.
Solo la corretta applicazione di un complesso di valori e di
principi comuni ai vari Stati, ed alle forze interagenti sulla
scena mondiale, appare idonea a garantire un sereno svolgimento dei
rapporti fra le parti sistemiche della struttura
internazionale.
La stabilità dell'assetto e, quindi, la ricerca di un equilibrio
(per altro sempre precario) fra le potenze mondiali, la legittimità
derivante dalla condivisione fra i vari Paesi di una base comune
d'idee e sentimenti, la prevedibilità e la razionalità che traggono
origine dall'appartenenza alla stessa struttura e dall'adesione a
similari sistemi etici e morali, rappresentano i fattori che
possono influire positivamente nel campo delle relazioni
internazionali.
In tale contesto riaffiora l'esigenza di un maggior dinamismo ed
incisività nell'azione delle organizzazioni internazionali;
l'importanza dello Stato-nazione non può far sottacere la necessità
di una valorizzazione della sfera del "sovranazionale", ove
l'elemento aggregante non è solo la ricerca dell'interesse
nazionale, ma la convinzione di un futuro ed un destino
comune.
Deve aumentare l'importanza e l'attivismo dell'ONU nella
costruzione di uno scenario di sicurezza complessivo, attraverso il
fattivo contributo delle organizzazioni regionali e di difesa
esistenti, ovvero un complesso d'istituzioni aventi la funzione di
costituire il futuro assetto mondiale in un quadro di stabilità e
sicurezza.
(*) - Maggiore dei Carabinieri,
comandante Reparto Comando - Comando Regione Carabinieri
"Trentino-Alto Adige".
(1) - La diplomazia tende, infatti, a diventare un processo
d'interazione strategica in cui gli attori cercano simultaneamente
di tener conto e, se possibile, manipolare ed influenzare le
reazioni attese dagli altri attori, esterni ed interni. M. Cotta -
P. Isernia (a cura), Il Gigante dai piedi di argilla, Bologna, Il
Mulino, 1996.
(2) - Le operazioni di peacekeeping sono a loro volta distinte
dalle attività di: peacemaking (pacificazione), rivolte alla
ricerca di un'intesa tra parti avverse, mediante mezzi pacifici, in
ossequio al Cap. VI della Carta delle Nazioni Unite; di
peace-enforcing (imposizione della pace), essenzialmente di
carattere militare, concernenti situazioni ambientali e politiche
di grave conflittualità (condotte sotto la copertura del Cap. VII
della citata carta delle N.U.) e da quelle di peace-building
(consolidamento della pace) tese alla ricostruzione delle strutture
fondamentali della comunità statale e a favorire il ritorno della
vita di relazionale tramite il disarmo delle parti, il controllo
del rispetto dei diritti civili, l'assistenza sanitaria ed il
sostegno alle istituzioni civili. Cfr. sul punto M. De Marchi, Il
ruolo delle nuove Forze Armate, in Rassegna dell'Esercito,
n.2/2000, p. 23, testo e nota a piè di pagina.
(3) - L.V. Bertalanffy, Teoria generale dei sistemi, Milano,
Istituto librario internazionale, 1971.
(4) - Voce Sistema in La nuova enciclopedia del diritto e
dell'economia, Milano, Garzanti, 1987.
(5) - Sul punto vedi V. Cesareo, Sociologia - Teoria e problemi,
Milano, ed. Vita e Pensiero, 1993.
(6) - A. Papisca - M. Mascia, Le relazioni internazionali nell'era
dell'interdipendenza e dei diritti umani, Padova, Cedam, 1997 p.
148.
(7) - L. Bonanante - C.M. Santoro, Teoria ed analisi nelle
relazioni internazionali, Bologna, Il Mulino, 1990.
(8) - D.V. Easton, A System of analysis of Political Life, New
York, J. Wiley, 1965, in A. Papisca - M. Mascia, op cit. pp.
159-161.
(9) - A. Papisca, Introduzione alle relazioni internazionali,
Torino, Giappichelli Editore, 1973, pp. 154 ss.
(10) - C. Mortati, Le forme di governo, Padova, CEDAM, 1973.
(11) - Che presenta, di norma, elementi culturali comuni, quali la
lingua, il senso di nazionalità o l'identificazione storica.
(12) - G. Tremonti, La Guerra "civile". La competizione al posto
della guerra, in Per Asperam ad Veritatem, anno V, n. 14,
maggio-agosto 1999, pp. 571-585.
(13) - Ibidem, p.577.
(14) - Per multinazionali intendiamo imprese di rilevanti
dimensioni, per capitale, fatturato, numero di dipendenti e
tecnologie avanzate impiegate, con centro direzionale fissato nel
paese d'origine e produzioni delocalizzate nel resto del pianeta,
la cui presenza ramificata consente l'ottimizzazione del ciclo
produttivo, lo sfruttamento massimo delle nazioni ospitanti nonché
normative fiscali e tributarie favorevoli. Sul punto cfr. A.
Grilli, Le principali minacce nel terzo millennio, Comando Generale
dell'Arma dei Carabinieri, Roma, 2000, p. 161.
(15) - G. Buccianti, La situazione internazionale agli albori del
III millennio, Centro Stampa Università, Siena, 1999.
(16) - Vedasi l'opera principale System and Process in
International Politics, New York, Wiley, 1967.
(17) - A. Papisca - M. Mascia, Le relazioni internazionali nell'era
dell'interdipendenza e dei diritti umani, Padova, Cedam, 1997 pp.
152 ss.
(18) - G. Buccianti, op. cit. p. 8.
(19) - Per gioco a somma zero, nell'ambito della teoria dei giochi,
s'intende una situazione in cui sono presenti due rivali con
interessi antitetici e dove l'unica situazione possibile in un
conflitto è data dalla vittoria dell'uno, che si traduce nella
sconfitta dell'altro e viceversa; il sistema d'interazioni
reciproche, pertanto, non offre soluzioni ed articolazioni diverse.
Sul punto cfr., V.K.W. Deutsch, Le relazioni internazionali,
Bologna, Il Mulino, 1970.
(20) - S. Romano (a cura di), AA.VV. Crisi del bipolarismo: vuoti
di potere e possibili conseguenze, CEMISS, 1994, Roma, p. 26.
(21) - Sul punto cfr. Moreau Defarges, Introduzione alla
Geopolitica, Il Mulino, Bologna, 1996.
(22) - M. Kaser, Storia del diritto romano, Goliardico - Cisalpino,
Milano, 1981.
(23) - E. Luttwak, La grande strategia dell'Impero romano, BUR,
Milano, 1995.
(24) - R. Palmer - J. Colton, Storia del mondo moderno, Editori
Riuniti, Milano, 1985, Voll. 1-2.
(25) - Grande Dizionario Enciclopedico, Cronologia universale,
UTET, Torino, 1995.
(26) - A. Tenenti, L'età moderna, XVI - XVIII secolo, Bologna, Il
Mulino, 1997.
(27) - Attraverso l'eliminazione delle posizioni egemoniche della
potenza al momento predominante.
(28) - H Kissinger, L'arte della diplomazia, Sperling & Kupfer,
Milano, 1996, p. 70.
(29) - Il cambiamento delle politiche interne degli Stati, col
passaggio da una gestione èlitaria della politica estera ad un
controllo parlamentare più ideologizzato, è riscontrabile
nell'evoluzione da forme monarchiche costituzionali o quasi a forme
di monarchie parlamentari.
(30) - S. Bartolini, M. Cotta, L. Morlino, A. Panebianco, G.
Pasquino, Manuale di scienza della politica, Bologna, Il Mulino,
1986.
(31) - Jean Baptiste Duroselle, Storia diplomatica dal 1919 ai
giorni nostri, Milano, Edizioni Led, 1998.
(32) - C. Jean, Geopolitica, Editori Laterza, 1995, Bari.
(33) - S. Romano, Cinquant'anni di storia mondiale, Longanesi,
Milano, 1995.
(34) - I primi a dotarsi delle nuove armi atomiche furono gli Stati
Uniti ed in seguito l'Unione Sovietica, con lo scoppio dell'atomica
avvenuto il 25 settembre del 1949 in Kazakistan.
(35) - Termine con cui in Unione Sovietica, ed attualmente in
Russia, si designava il Secondo conflitto mondiale.
(36) - S. Romano, op. cit, p. 30.
(37) - Il piano Marshall, trae il suo nome dal Generale George
Marshall, segretario di Stato che, nel giugno del 1944, in un
discorso all'università di Harvard, aveva anticipato che gli USA
sarebbero intervenuti, ove necessario, per restaurare la salute
economica del mondo. Ibidem, pp. 30-31.
(38) - Sul punto H. Kissinger, op. cit., p. 344.
(39) - S. Romano, op. cit. p. 31.
(40) - Jean Baptiste Duroselle, op cit., p. 502.
(41) - M.L. Salvadori, Corso di storia contemporanea. L'età
contemporanea, Vol. 3, Loescher, Milano, 1990.
(42) - Jean Baptiste Duroselle, op. cit, p.169.
(43) - P. Savona, op. cit., p. 454.
(44) - Sul punto cfr. S. Romano (a cura di), AA.VV. Crisi del
bipolarismo: vuoti di potere e possibili conseguenze, CEMISS, 1994,
Roma.
(45) - Ibid., p.26.
(46) - H. Kissinger, op. cit., ove l'autore considera poli
fondamentali della politica internazionale: Stati Uniti, Europa,
Giappone, Cina, Russia ed India.
(47) - S.P. Huntington, Lo scontro delle civiltà ed il nuovo ordine
mondiale, Garzanti, Milano, 1997, enumera fra le civiltà
quell'occidentale, latino americana, islamica, africana, sinica,
giapponese, indiana, ortodossa e buddista, introducendo il concetto
di faglia, in altre parole area di divisione-sovrapposizione fra
civiltà diverse.
(48) - M. De Marchi, op. cit, pp. 18-31.
(49) - Sul punto cfr, C. Jean,
Geopolitica-geostrategia-geoeconomia, in un mondo post-bipolare, in
Per Asperam ad Veritatem, anno I, n. 1, 1995 e S. Labonia,
Geoeconomia. Nuova politica economica o semplice protezionismo,
CeMIss, Roma, 1998.
(50) - C. Jean, Politica ed informazione, in Rivista Militare,
n.1/1997.
(51) - G. Tremonti, op. cit. p.579.
(52) - G.C. Kohn, Dizionario delle Guerre, Armenia Editore, Milano,
1989.
(53) - Kissinger, Henry, op. cit. p.
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