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Dall'uniforme alla muta

Li chiamano i "detective subacquei", e sono gli uomini dell'Arma che investigano nelle acque: da quelle limpide del mare a quelle più torbide di fiumi e laghi. Una storia di sacrifici e successi nata quasi sessant'anni fa

Due passioni insieme: quella per l'Arma dei Carabinieri e quella per le attività subacquee. È questa la carta vincente che accomuna gli uomini in muta nera, maschera e pinne, pronti ad immergersi ovunque per svolgere indagini impossibili. Dalle limpide acque di superficie al buio più profondo dei fondali, siano essi di mare, di lago o, molto frequentemente, di torbidi fiumi e torrenti, dove anche la torcia diventa inutile. Si lavora allora anche a tastoni, in una continua lotta contro il gelo e le mille insidie del mondo sommerso.

Li chiamano i "detective subacquei", silenziosi e perseveranti, una specialità a cui si arriva dopo una selezione durissima - in media solo uno su venti aspiranti ce la fa -, che non lascia scampo a improvvisazioni. Una disciplina nella quale è indispensabile abituarsi alla "fame d'aria" e in cui, tra i primi esercizi base, c'è quello di immergersi con la maschera oscurata. Per convivere con le criticità e dominarle.

Siamo andati a trovarli al Centro Carabinieri Subacquei di Genova, il Comando che ha competenza su tutta l'Italia settentrionale e sulla Toscana, dove è ospitata anche la sezione Addestramento, che organizza corsi di specializzazione e aggiornamento per tutti gli operatori a livello nazionale. A questa unità si aggiungono i nuclei subacquei di Roma, Napoli, Bari, Messina e Cagliari, ciascuno con una specifica area d'intervento.

Carabinieri subacquei in azione presso il relitto della Costa Concordia Gli operatori di Genova sono da poco rientrati dall'Isola del Giglio, dove sono stati impegnati, su richiesta della Procura della Repubblica di Grosseto, nelle ricerche all'interno del relitto della Nave Costa Concordia, semi-affondata davanti al piccolo porto del capoluogo la notte del 13 gennaio scorso, dopo aver impattato violentemente contro la scogliera. Una vera e propria attività di polizia giudiziaria sottomarina che ha portato al recupero di reperti determinanti per le indagini sul disastro: casseforti di bordo, carte nautiche e materiale informatico nella plancia comando, effetti personali nella cabina del Comandante.

Il capitano Luca Falcone, Vice Comandante del Centro Subacquei, ha guidato i suoi uomini all'interno della nave piegata su un fianco, con i pavimenti trasformati in pareti e i corridoi in pozzi profondi e insidiosi. Minuziosi i sopralluoghi anche presso le ancore sul fondale, come lungo tutta la parte esterna dello scafo, lungo quasi 300 metri, nonché sul luogo dell'impatto del gigante del mare contro gli scogli del Giglio, alcuni dei quali sono rimasti attaccati alla chiglia e trascinati via. Tutto fotografato e ripreso con telecamere, un materiale prezioso per le indagini della magistratura.

Una storia che parte da lontano, quella dei Carabinieri sommozzatori. Quasi sessant'anni fa, nel 1953, furono costituiti i primi due "Nuclei di militari dell'Arma Sommozzatori" inquadrati nei Battaglioni Mobili di Genova e Napoli. Determinante fu il contributo di Duilio Marcante e Luigi Ferraro, due pionieri delle attività subacquee italiane. Nel 1971 cambia il nome degli operatori, che da "sommozzatori" diventano "subacquei", ma l'impegno e soprattutto lo spirito che animano gli operatori restano immutati.

Sono loro che si occupano, su richiesta del locale Comando territoriale dell'Arma ed in qualità di operatori di Polizia giudiziaria, della ricerca e del recupero nelle acque marine ed interne di corpi di reato, armi, munizioni, stupefacenti, cadaveri, relitti e qualsiasi altro materiale che possa essere stato perso o nascosto. Partecipano anche ai soccorsi in occasione di alluvioni e allagamenti, come nel caso dell'emergenza maltempo nelle province di Genova e La Spezia, tra l'ottobre e il novembre 2011. Il 4 marzo 2012 il comune dello spezzino Borghetto di Vara, per testimoniare la propria riconoscenza, ha intitolato una piazza del paese all'Arma dei Carabinieri. «È quella dove avevamo il nostro quartier generale e questo ci ha fatto particolarmente piacere», ricorda il tenente colonnello Francesco Schilardi, Comandante dei carabinieri del Centro Subacquei di Genova, accorsi tra i primi sul luogo del disastro.

La fotocronaca degli interventi dei sommozzatori dell'Arma è un pezzo d'Italia. Operazioni che per importanza finiscono sulle pagine dei giornali, dal recupero dei Bronzi di Riace nel mar Jonio nell'agosto 1972 all'intervento sulla petroliera Haven, in fiamme al largo del porto di Arenzano nell'aprile 1991. Come pure i tanti servizi di verifica del grado d'inquinamento delle acque, nonché la localizzazione e il recupero di materiale d'interesse archeologico. Più numerose, ma non di minore impegno, le operazioni "di tutti i giorni", che vedono intervenire i sub dell'Arma nel torrente melmoso vicino ad un gruppo di case, nel buio di un pozzo inaccessibile, sotto la superficie di un lago ghiacciato. Tutto per dare un nome e un perché a fatti altrimenti destinati a restare irrisolti.

Entrando negli uffici del Comando genovese, si trova anche un "fotomosaico" del relitto di Albenga. Si tratta di una nave romana del I secolo a.C. scoperta nel 2003 a cinquanta metri di profondità, con molte anfore e materiale da carico. Per poter rilevare tutta la zona e monitorare eventuali trafugamenti, sono state effettuate centinaia tra foto e riprese video. Uniti i fotogrammi uno accanto all'altro, ne è uscita una suggestiva mappa sottomarina.

Non conosce soste l'attività al Centro Subacquei. In ogni momento può arrivare una richiesta d'intervento e la risposta deve essere tempestiva. Tra le risorse del Centro, ci sono due "graduati" del tutto particolari. Si chiamano Pluto 63 e Pluto 95, due veicoli filoguidati indispensabili per il monitoraggio delle profondità marine. Un loro prototipo di nuova generazione ha scoperto, nell'ottobre 2011, al largo dell'isola di Bergeggi (Savona) e ad una profondità di 630 metri, il relitto del piroscafo inglese Transylvania, una nave passeggeri requisita dalla Royal Navy durante la Grande guerra e affondata nel 1917. Le operazioni di ricerca sono state portate a termine con successo da un team della Sezione Addestramento del Centro Subacquei guidato dal maresciallo ASuPS Duilio Lenzini.

Quella dei sommozzatori è una grande famiglia. Ne sa qualcosa il brigadiere Antonio Croce, il veterano del Centro di Genova, quarantatre anni ininterrotti di servizio, dal 1966 al 2009. Gli interventi che ha effettuato durante la sua carriera si contano con cifre a tre zeri. Tra questi, il recupero delle salme dei parà della Folgore precipitati in mare dentro un C130 della Raf inglese davanti all'isola della Meloria, a Livorno, nel 1971. Una ad una, i sommozzatori recuperarono cinquantuno vittime impigliate nei paracadute su un fondale di oltre 40 metri. Sicuramente è il ricordo peggiore, compensato da altri più sereni. Tra tanti quello legato all'assistenza prestata, nel 1973, al campione d'immersioni in apnea Jacques Mayol fino a -86 metri sui fondali dell'isola d'Elba.

Memorie e ricordi che non si cancellano. Come la muta nera che resta attaccata per sempre alla pelle. Come gli alamari sulla giacca dell'uniforme.
Sandro Addario