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Il sorriso di Maria

Torna al suo antico splendore, dopo un delicato intervento di restauro, uno dei gioielli più preziosi della collezione di sculture lignee di Palazzo Venezia, a Roma: la trecentesca Madonna col bambino

Ci sono dei mestieri antichi che, a dispetto della tecnologia sempre più invasiva nella nostra epoca e soprattutto in momenti di difficoltà come quello attuale, in cui poco spazio è lasciato alla cultura della bellezza, danno una soddisfazione immensa per chi li fa e per chi ne è testimone. Uno di questi è quello che dà la possibilità a un'opera d'arte che ha resistito miracolosamente all'inesorabile trascorrere del tempo di rinascere e di ritrovare il suo perduto splendore: si tratta del mestiere del restauratore. Se poi questo mestiere viene svolto con immensa passione da due giovani studentesse che hanno vinto una borsa di studio e che si sono viste per la prima volta affidare un'opera tanto rara e preziosa, la soddisfazione è decisamente raddoppiata.

La 'Madonna col Bambino' (Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia) È il caso delle due restauratrici, neodiplomate presso l'Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro - Laboratorio Scultura Lignea Policroma e Manufatti Lignei alle quali è stato affidato il compito d'infondere nuova vita a un'opera come la Madonna col bambino, capolavoro inedito che fa parte della ricca collezione di sculture in legno del Museo di Palazzo Venezia, a Roma.

L'opera di restauro di questo meraviglioso pezzo di arte del Trecento è stata svolta dall'Istituto grazie al sostegno della Fondazione Paola Droghetti: è stata quest'ultima ad assegnare le due borse di studio alle giovani restauratrici, che certo non hanno tradito le aspettative sul loro lavoro. Un lavoro che è stato estremamente delicato, dato lo stato di forte deterioramento in cui versava l'opera e considerata anche la ricchezza dei colori che le abili mani delle restauratrici hanno avuto il compito di liberare dalla patina del tempo.

Della scultura tornata al suo originario splendore non si sa molto, come accade per molte delle sculture lignee della sua epoca, che proprio per la mancanza di documenti che le riguardino sono poco studiate dagli storici dell'arte. Di certo è stata realizzata nella seconda metà del Trecento in una zona dell'Italia centrale compresa tra Marche, Umbria e Abruzzo e che è stata custodita fino al 1920 a Castel Sant'Angelo.

Ciò che colpisce immediatamente anche l'occhio più inesperto, in quest'opera, è il volto dolce, rassicurante della Madonna, e in particolare il suo sorriso: appena accennato, vagamente malinconico, gareggia per grazia ed eleganza con quello, celeberrimo, della leonardesca Monna Lisa. Maria, seduta su di un trono sontuosamente decorato, a pianta poligonale, sostiene con la mano sinistra il Bambino in piedi e, con la destra, tiene un libro aperto, che in origine doveva essere rosso e dorato.

Al di là della sua indubbia bellezza, il valore dell'opera risiede nei significati simbolici di cui è portatrice. Significati legati ovviamente al tema liturgico della Natività e dell'Incarnazione di Cristo, e che l'artista ha voluto veicolare non solo attraverso elementi come il Bambino calzato e l'elaborato trono, che il restauro ha reso nuovamente leggibili, ma anche attraverso l'uso dei colori. A cominciare dal rosso del manto della Madonna, che certo non è stato scelto unicamente per la sua luminosità e intensità, ma in quanto simbolo dell'amore e della presenza di Dio.

Il tema della Madonna in trono con Bambino è il più antico di tutta l'arte cristiana - la prima scultura conosciuta che lo rappresenta risale all'epoca bizantina - e nei secoli ha avuto diverse rivisitazioni, venendo interpretato con sempre maggiore libertà tra Duecento e Trecento. La svolta più significativa di questo tipo di raffigurazione avviene tuttavia tra Quattrocento e Seicento, quando la Madonna con in braccio il bambino assume tratti più umani, gli stessi che ritroviamo anche in quest'opera. Il carattere morbido del modellato, lo stile dell'abito della Madonna con il corpetto alto ricamato, i capelli avvolti dal velo, ci riportano alle opere di Piero della Francesca e alla sua Pala di Brera.

Ma quale è stato, nello specifico, il lavoro intrapreso dalle due giovani restauratrici per far tornare a brillare il sorriso di Maria? Innanzitutto, per renderne più comprensibile la policromia, è stato necessario rimuovere gli strati di polvere scura aderente alla superficie e in parte inglobata dai colori della scultura stessa. Dopo un'attenta analisi dei materiali, è stato poi possibile rimuovere degli strati di colore più recenti, utilizzando solventi chimici ed escludendo elementi acquosi o aggressivi che rischiavano di danneggiarne la fattura originaria. Un restauro efficace deve essere assolutamente rispettoso della materia prescelta e le giovani allieve dell'Iscr hanno lavorato proprio con questo obiettivo, utilizzando un sistema di pulitura che soddisfacesse il più possibile il criterio del minimo intervento.

Caratteristica di questo restauro è stata inoltre l'interdisciplinarietà, ovvero il coinvolgimento di diverse figure professionali. Il risultato si è rivelato straordinario: l'utilizzo delle tecniche più moderne e dei materiali più all'avanguardia non ha sottratto alla Madonna col bambino di Palazzo Venezia nulla del suo fascino antico. Una dolcezza nell'espressione che, infusa in un sorriso da un misterioso artista umbro-marchigiano circa settecento anni fa e poi "attaccata" dal trascorrere dei secoli, è stata ora ripristinata in ogni suo dettaglio, come se fosse appena uscita dalla bottega del suo Maestro.
Margherita Basso