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Il racconto reca la firma illustre
dello storico Luigi Firpo. «La sera di quel tragico 24 giugno
giunse a Castiglione delle Stiviere una carrozza privata, che
trasportava un curioso personaggio: un finanziere svizzero
trentenne, impeccabilmente vestito di bianco per difendersi dalla
calura. Per tutto il giorno l'intrepido viaggiatore aveva sentito
il cannone rombare in lontananza, ma aveva continuato a spingersi
ad Oriente, come se nulla fosse, attraverso le caotiche retrovie di
un'armata in movimento, diretto con bella ostinazione alla sua
meta, che era il quartier generale di Napoleone III. All'Imperatore
dei Francesi, guerra o non guerra, Henry Dunant era venuto a
parlare d'affari».
Il 24 giugno 1859 era stata una giornata di battaglia - tra
Solferino e San Martino (in provincia di Mantova) -, che si era
risolta in un'orrenda carneficina. Francesi e piemontesi alleati
contro gli austriaci, nella Seconda Guerra d'Indipendenza. La sola
III Divisione sarda vide cadere 13 ufficiali e 171 soldati, ebbe
1.080 feriti e 377 dispersi; la V denunciò perdite anche maggiori;
l'Armata contò 42 ufficiali e 561 soldati uccisi, 2.918 feriti,
1.139 dispersi. Un francese superstite (il futuro generale Jean
Bourelly) descrisse «una pianura deserta, inanimata, senza echi.
Fucili, armi spezzate, brandelli di equipaggiamento, cadaveri di
cavalli che appestano l'aria, il tutto sparso fra macchie d'alberi
straziati e campi devastati come da un uragano». Qualche anno dopo
il futuro maresciallo Helmuth Karl Bernhard von Moltke condusse per
conto dello Stato maggiore prussiano una sistematica analisi
dell'intera campagna del 1859, giungendo alla conclusione che gli
austriaci persero 4 generali, 630 ufficiali, 19.311 soldati; i
piemontesi 216 ufficiali e 6.305 soldati; i francesi 720 ufficiali
e oltre 12mila soldati.
Dunant non incontrò l'Imperatore, dimenticando i propri affari.
«Visse quell'alba di orrore e ne serbò un ricordo indelebile»,
scrive Firpo. «Novemila feriti transitano per Castiglione: francesi
e tedeschi alla rinfusa, arabi e slavi; nelle cunette della via
principale scorre il sangue. Cinquecento ne vede ammucchiati nella
Chiesa Maggiore per consumarvi un'agonia senza speranza, con le
piaghe coperte di mosche e di vermi, tra il fetore delle deiezioni
e delle purulenze, gonfi di cancrena o squassati dalle convulsioni
tetaniche, senza letti né biancheria né bende né medicine, pazzi di
dolore e di disperazione. Il 27 Dunant scrive con infinita pietà:
«Da tre giorni, ogni quarto d'ora, vedo spirare un uomo».
Inesperto di medicina, solo mosso da un inorridito senso di
umanità, egli si prodiga allora con tutte le sue forze ad assistere
e confortare quei miseri, incoraggia la popolazione a dar soccorso,
anima donne e tenere giovinette a dissetare, a umettare le piaghe,
a dire parole di conforto; manda la sua carrozza a Brescia e ne
riporta bende e medicine, limoni, tabacco, barlumi di speranza. «A
Napoleone III non parlò, restò con i suoi morenti, scrisse per loro
le ultime lettere ai parenti lontani, ne raccolse le parole estreme
di rassegnazione o di accusa. Quella visione straziante si impresse
nell'animo suo con una crudezza indimenticabile e tutta la sua vita
ne sortì mutata nel profondo».
L'ARRIVO DELL'INFERMIERA INGLESE. Pochi anni
prima, un'altra guerra, in Crimea. Una donna inglese che aveva da
poco superato i trent'anni, Florence Nightingale, si conquistò la
stima e la riconoscenza dei soldati al fronte. Fino ad allora,
l'assistenza negli ospedali era assicurata - secondo la
testimonianza di un eminente clinico londinese - «da prostitute
alcolizzate, alle quali si offriva la scelta fra il carcere e il
servizio ospedaliero». Florence aveva studiato anatomia (contro il
parere della sua famiglia, che immaginava per lei un matrimonio
aristocratico e un avvenire scandito dai ricevimenti e dai salotti)
e aveva maturato idee molto chiare sull'organizzazione
dell'attività infermieristica. Il Ministro inglese della Guerra,
Sidney Herbert, la spedì in Crimea con l'incarico ufficiale di
provvedere alla cura dei feriti. Quando lei giunse sul posto, si
era già combattuta la prima battaglia sulle rive del fiume Alma.
L'euforia della vittoria si accompagnò sui giornali inglesi
all'amarezza per le condizioni disastrose nelle quali venivano
ricoverati e curati i feriti: «Non soltanto scarseggiano i
chirurghi, non soltanto scarseggiano le infermiere e i piantoni, ma
non c'è nemmeno tela per fare bende». Florence arrivò in Crimea
pochi giorni più tardi.
«Sir Alexander Moore», racconta Mary Raymond Shipman Andrews,
biografa della Nightingale, «giaceva ferito nell'Ospedale Militare
di Scutari, sulla riva del Bosforo. C'era stata la battaglia di
Balaklava, con la carica della cavalleria inglese, e i feriti
trasportati per nave attraverso il Mar Nero erano stati appena
sbarcati. Moore aveva la branda presso una finestra, e di là vedeva
il cortile centrale dell'ospedale: una vista che non avrebbe mai
più dimenticato per tutta la vita. La sala operatoria era di
fronte, e da quella finestra volavano nel cortile gambe e braccia
amputate che andavano a ingrossare il mucchio già alto sul
lastricato. L'ufficiale della branda accanto lo chiamò: "Moore,
credo che sia arrivata quell'infermiera inglese". Sir Alexander si
sollevò e guardò fuori. Un carretto dell'esercito tirato da un mulo
stava portando via quella massa lasciata fino allora ad
imputridire. L'infermiera inglese era arrivata davvero! Florence
Nightingale era sbarcata il pomeriggio precedente con 38
infermiere, senza chiasso e senza cerimonie: ma già la sua capacità
organizzativa cominciava a farsi sentire». Eccome.
Prima del suo arrivo, scrisse un soldato in una lettera alla
famiglia, «non si sentivano altro che imprecazioni e bestemmie, ma
dopo questo ci fu una pace che pareva d'essere in chiesa». In una
decina di giorni, Florence organizzò tre cucine per le diete
speciali, che preparavano e servivano pietanze leggere e digeribili
ai malati così gravi da non sopportare il cibo comune. Istruì i
portantini, creò un magazzino dal quale i chirurghi potevano
ottenere il necessario. I feriti indossavano le uniformi
insanguinate, mentre tre balle con la dicitura "Biancheria
d'ospedale" erano ferme in città, in attesa di ordini. Florence
saltò le procedure, abolì le formalità, e divenne per tutti
"l'angelo con la lanterna", che continuava a ispezionare le corsie
per tutta la notte, infaticabile, e sempre pronta a dare aiuto. E a
dare l'esempio alle sue sottoposte.
VITE PARALLELE. Henry Dunant era nato a Ginevra
nel 1928, Florence Nightingale - di otto anni più vecchia - era
nata a Firenze (e per questo ebbe quel nome: la sorella minore, più
sfortunata dal punto di vista anagrafico, essendo nata a Napoli, fu
chiamata Parthenope), ma aveva vissuto soprattutto nel
Buckinghamshire. Le loro furono vite parallele. Maggiore fama per
lei (venerata in Inghilterra come una santa laica); maggiori
riconoscimenti ufficiali per lui, che - nel 1901 - fu il primo uomo
insignito del Nobel per la Pace. Destino volle che morissero a
poche settimane di distanza l'una dall'altro. Lei il 13 agosto
1910, lui il 30 ottobre. Cent'anni fa, tutti e due.
Le donne svolsero un ruolo importante anche nella vicenda di
Dunant, colpito dal comportamento delle abitanti di Castiglione
delle Stiviere (un paese vicinissimo a Solferino) che - dopo la
battaglia - prestarono soccorso ai feriti, senza fare distinzioni
fra i soldati piemontesi e francesi e quelli austriaci, fra amici e
nemici.
Quell'esperienza fece maturare nell'animo di Dunant un'idea che
riuscì a realizzare qualche anno più tardi, con la creazione della
Croce Rossa Internazionale, e che gli fruttò quaranta anni più
tardi (nel 1901), come dicevamo, il Nobel per la Pace, alla sua
prima edizione. La sua organizzazione si è aggiudicata tre volte lo
stesso riconoscimento: nel 1917 e nel 1944 (nel pieno dei due
conflitti mondiali) e nel 1963, centenario della sua
ideazione.
Nel 1862 Henry Dunant pubblicò, a proprie spese, Un souvenir de
Solferino, un libro nel quale denunciava «la disumana tragedia dei
feriti» quale gli era apparsa tre anni prima nella più cruenta
delle battaglie della Seconda Guerra d'Indipendenza. Il libro fu
inviato a sovrani, statisti, personaggi eminenti di vari Paesi, e
fu accolto con unanime commozione. I fratelli Goncourt osservarono:
«Si lascia questo libro maledicendo la guerra». Le donne di
Castiglione, raccontava Dunant, «ripetevano commosse: "Tutti
fratelli"». E aggiungeva: «Onore a queste creature caritatevoli,
onore alle donne di Castiglione! Niente le ha fatte arretrare,
niente le ha stancate o scoraggiate, e la loro dedizione modesta
non ha tenuto conto alcuno né di fatiche, né di fastidi, né di
sacrifici».
Alla fine dello stesso anno, Dunant convocò a Ginevra una
conferenza internazionale allo scopo di impegnare i governi a
patrocinare Comitati Nazionali di soccorso ai feriti, riconoscendo
la neutralità del personale medico militare e di tutti i
soccorritori volontari. Nel 1864 nacque ufficialmente - sempre a
Ginevra - la Croce Rossa: l'atto costitutivo fu firmato dai governi
di nove Paesi, fra i quali l'Italia. Dunant scelse personalmente la
bandiera dell'istituzione (la croce rossa in campo bianco, che è il
negativo della bandiera elvetica) e il motto "Tutti fratelli", che
gli risuonava nelle orecchie da quando aveva sentito ripetere
questa frase dalle donne di Castiglione.
Oggi ci sono nel mondo società di Croce Rossa (o Mezzaluna Rossa,
nei Paesi musulmani) in quasi duecento Stati diversi. La Croce
Rossa ha ovunque esteso le proprie competenze all'assistenza delle
vittime di calamità naturali e ai servizi di pronto
soccorso.
RIENTRO IN INCOGNITO. Florence Nightingale -
raccontarono i corrispondenti di guerra dalla Crimea - era capace
di coprire turni di venti ore consecutive, dirigendo il lavoro,
assistendo agli interventi chirurgici, confortando i feriti. «Più
un caso è raccapricciante», si legge in un rapporto ministeriale,
«più si può essere sicuri di vedere la sua esile figura curva
sull'agonizzante, senza staccarsi dal capezzale fino a quando non
sopraggiunge la morte». Dopo la firma del Trattato di pace che pose
fine alla guerra, tutta l'Inghilterra attese con entusiasmo il
rientro in patria "dell'angelo con la lanterna". Il Governo mise a
disposizione una corazzata, ma Florence rifiutò. Un giorno, ai
primi di agosto del 1856, la "signorina Smith" giunse a Londra nel
più stretto incognito, «sottraendosi alla banda, agli archi di
trionfo e ai discorsi che erano stati preparati in suo onore: era
esausta. Ma la sua salute era minata da qualcosa di più grave della
stanchezza», racconta Mary Shipman. Una grave malattia la condannò
presto all'immobilità.
Nel 1859 (lo stesso anno della battaglia di Solferino), grazie a
una raccolta di fondi che fruttò la cospicua somma di 40mila
sterline, Florence inaugurò, nell'ospedale St. Thomas, la prima
scuola per infermiere professionali. Due anni dopo ne uscirono le
prime dieci diplomate. Alla Camera dei Lord ci fu chi sottolineò
come la Nightingale avesse contribuito all'emancipazione delle
donne, «sconfiggendo pregiudizi e tradizioni», affrancando i malati
dall'assistenza delle infermiere ubriacone e di dubbia moralità. In
un Paese in cui le donne erano considerate meno di niente, lei fu
chiamata ad esprimere la propria opinione su questioni di grande
importanza.
Il suo prestigio si diffuse oltre confine: fu consultata in materia
di amministrazione ospedaliera negli Stati Uniti, durante la Guerra
Civile, e in Francia mentre infuriava quella con la Prussia.
LA BANCAROTTA. Dunant fu vittima della propria
grande idea. Dedicò tutte le proprie energie agli ideali, e
trascurò gli affari, avviandosi al dissesto finanziario. Colto dal
panico, tentò alcune speculazioni arrischiate per coprire i buchi.
Nel 1867, racconta Luigi Firpo, «il Credito Ginevrino, di cui era
amministratore, venne dichiarato fallito e l'anno dopo il tribunale
sentenziò che egli eveva "scientemente ingannato" i suoi soci».
Bancarotta fraudolenta, per un milione di franchi svizzeri. Dunant
- che si trovava allora a Parigi, come relatore alla prima
Conferenza Internazionale della Croce Rossa sui soccorsi ai feriti
di guerra - non tornò mai più nella sua città natale. Presentò le
proprie dimissioni dalla Commissione di cui era segretario.
Il presidente Gustave Moynier, nella pubblicazione dedicata ai
primi dieci anni dell'istituzione, non menzionò il nome di Dunant,
che era divenuto simbolo di vergogna e di scandalo. Umiliato e
ridotto in miseria, Henry continuò a coltivare i suoi sogni. Nel
1872 diede vita a un'Alleanza universale dell'ordine e della
civiltà che, tre anni dopo, indisse un congresso per l'abolizione
della tratta dei negri e del commercio degli schiavi;
contemporaneamente propose di fissare alcune norme per garantire il
trattamento umanitario dei prigionieri di guerra (un obiettivo che
fu raggiunto nella Convenzione di Ginevra del 1929).
Nel corso di una conferenza internazionale, in Inghilterra, cadde a
terra svenuto. Fu costretto a confessare che non mangiava da alcuni
giorni, per mancanza di denaro. Si ridusse a dormire sulle panchine
o sotto i ponti, vivendo di carità, come un vagabondo. Nel 1887
rientrò in Svizzera, e si rifugiò in un villaggio sopra il lago di
Costanza. Trascorse gli ultimi diciott'anni di vita in una
stanzetta d'ospedale. Un giovane giornalista scoprì il suo rifugio
e raccontò la sua storia, che produsse una straordinaria emozione
in tutto il mondo. Quando nel 1901 gli fu conferito il Nobel,
Dunant destinò tutta la somma del premio a opere
umanitarie. |