CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2010 > Agosto-Settembre > STORIA

Henry e Florence, la vita al servizio del prossimo

Cent'anni fa morirono - a poche settimane di distanza l'uno dall'altra - Dunant e la Nightingale, il fondatore della Croce Rossa e la prima infermiera "professionale". Per merito loro i feriti in guerra, così come le vittime delle calamità naturali, ricevono da allora un'assistenza molto più efficace

Il racconto reca la firma illustre dello storico Luigi Firpo. «La sera di quel tragico 24 giugno giunse a Castiglione delle Stiviere una carrozza privata, che trasportava un curioso personaggio: un finanziere svizzero trentenne, impeccabilmente vestito di bianco per difendersi dalla calura. Per tutto il giorno l'intrepido viaggiatore aveva sentito il cannone rombare in lontananza, ma aveva continuato a spingersi ad Oriente, come se nulla fosse, attraverso le caotiche retrovie di un'armata in movimento, diretto con bella ostinazione alla sua meta, che era il quartier generale di Napoleone III. All'Imperatore dei Francesi, guerra o non guerra, Henry Dunant era venuto a parlare d'affari».Robert Gibb - La batteglia del fiume Alma (Glasgow, Art Gallery)

Il 24 giugno 1859 era stata una giornata di battaglia - tra Solferino e San Martino (in provincia di Mantova) -, che si era risolta in un'orrenda carneficina. Francesi e piemontesi alleati contro gli austriaci, nella Seconda Guerra d'Indipendenza. La sola III Divisione sarda vide cadere 13 ufficiali e 171 soldati, ebbe 1.080 feriti e 377 dispersi; la V denunciò perdite anche maggiori; l'Armata contò 42 ufficiali e 561 soldati uccisi, 2.918 feriti, 1.139 dispersi. Un francese superstite (il futuro generale Jean Bourelly) descrisse «una pianura deserta, inanimata, senza echi. Fucili, armi spezzate, brandelli di equipaggiamento, cadaveri di cavalli che appestano l'aria, il tutto sparso fra macchie d'alberi straziati e campi devastati come da un uragano». Qualche anno dopo il futuro maresciallo Helmuth Karl Bernhard von Moltke condusse per conto dello Stato maggiore prussiano una sistematica analisi dell'intera campagna del 1859, giungendo alla conclusione che gli austriaci persero 4 generali, 630 ufficiali, 19.311 soldati; i piemontesi 216 ufficiali e 6.305 soldati; i francesi 720 ufficiali e oltre 12mila soldati.

Dunant non incontrò l'Imperatore, dimenticando i propri affari. «Visse quell'alba di orrore e ne serbò un ricordo indelebile», scrive Firpo. «Novemila feriti transitano per Castiglione: francesi e tedeschi alla rinfusa, arabi e slavi; nelle cunette della via principale scorre il sangue. Cinquecento ne vede ammucchiati nella Chiesa Maggiore per consumarvi un'agonia senza speranza, con le piaghe coperte di mosche e di vermi, tra il fetore delle deiezioni e delle purulenze, gonfi di cancrena o squassati dalle convulsioni tetaniche, senza letti né biancheria né bende né medicine, pazzi di dolore e di disperazione. Il 27 Dunant scrive con infinita pietà: «Da tre giorni, ogni quarto d'ora, vedo spirare un uomo».

Inesperto di medicina, solo mosso da un inorridito senso di umanità, egli si prodiga allora con tutte le sue forze ad assistere e confortare quei miseri, incoraggia la popolazione a dar soccorso, anima donne e tenere giovinette a dissetare, a umettare le piaghe, a dire parole di conforto; manda la sua carrozza a Brescia e ne riporta bende e medicine, limoni, tabacco, barlumi di speranza. «A Napoleone III non parlò, restò con i suoi morenti, scrisse per loro le ultime lettere ai parenti lontani, ne raccolse le parole estreme di rassegnazione o di accusa. Quella visione straziante si impresse nell'animo suo con una crudezza indimenticabile e tutta la sua vita ne sortì mutata nel profondo».

L'ARRIVO DELL'INFERMIERA INGLESE. Pochi anni prima, un'altra guerra, in Crimea. Una donna inglese che aveva da poco superato i trent'anni, Florence Nightingale, si conquistò la stima e la riconoscenza dei soldati al fronte. Fino ad allora, l'assistenza negli ospedali era assicurata - secondo la testimonianza di un eminente clinico londinese - «da prostitute alcolizzate, alle quali si offriva la scelta fra il carcere e il servizio ospedaliero». Florence aveva studiato anatomia (contro il parere della sua famiglia, che immaginava per lei un matrimonio aristocratico e un avvenire scandito dai ricevimenti e dai salotti) e aveva maturato idee molto chiare sull'organizzazione dell'attività infermieristica. Il Ministro inglese della Guerra, Sidney Herbert, la spedì in Crimea con l'incarico ufficiale di provvedere alla cura dei feriti. Quando lei giunse sul posto, si era già combattuta la prima battaglia sulle rive del fiume Alma. L'euforia della vittoria si accompagnò sui giornali inglesi all'amarezza per le condizioni disastrose nelle quali venivano ricoverati e curati i feriti: «Non soltanto scarseggiano i chirurghi, non soltanto scarseggiano le infermiere e i piantoni, ma non c'è nemmeno tela per fare bende». Florence arrivò in Crimea pochi giorni più tardi.
«Sir Alexander Moore», racconta Mary Raymond Shipman Andrews, biografa della Nightingale, «giaceva ferito nell'Ospedale Militare di Scutari, sulla riva del Bosforo. C'era stata la battaglia di Balaklava, con la carica della cavalleria inglese, e i feriti trasportati per nave attraverso il Mar Nero erano stati appena sbarcati. Moore aveva la branda presso una finestra, e di là vedeva il cortile centrale dell'ospedale: una vista che non avrebbe mai più dimenticato per tutta la vita. La sala operatoria era di fronte, e da quella finestra volavano nel cortile gambe e braccia amputate che andavano a ingrossare il mucchio già alto sul lastricato. L'ufficiale della branda accanto lo chiamò: "Moore, credo che sia arrivata quell'infermiera inglese". Sir Alexander si sollevò e guardò fuori. Un carretto dell'esercito tirato da un mulo stava portando via quella massa lasciata fino allora ad imputridire. L'infermiera inglese era arrivata davvero! Florence Nightingale era sbarcata il pomeriggio precedente con 38 infermiere, senza chiasso e senza cerimonie: ma già la sua capacità organizzativa cominciava a farsi sentire». Eccome.
Prima del suo arrivo, scrisse un soldato in una lettera alla famiglia, «non si sentivano altro che imprecazioni e bestemmie, ma dopo questo ci fu una pace che pareva d'essere in chiesa». In una decina di giorni, Florence organizzò tre cucine per le diete speciali, che preparavano e servivano pietanze leggere e digeribili ai malati così gravi da non sopportare il cibo comune. Istruì i portantini, creò un magazzino dal quale i chirurghi potevano ottenere il necessario. I feriti indossavano le uniformi insanguinate, mentre tre balle con la dicitura "Biancheria d'ospedale" erano ferme in città, in attesa di ordini. Florence saltò le procedure, abolì le formalità, e divenne per tutti "l'angelo con la lanterna", che continuava a ispezionare le corsie per tutta la notte, infaticabile, e sempre pronta a dare aiuto. E a dare l'esempio alle sue sottoposte.

VITE PARALLELE. Henry Dunant era nato a Ginevra nel 1928, Florence Nightingale - di otto anni più vecchia - era nata a Firenze (e per questo ebbe quel nome: la sorella minore, più sfortunata dal punto di vista anagrafico, essendo nata a Napoli, fu chiamata Parthenope), ma aveva vissuto soprattutto nel Buckinghamshire. Le loro furono vite parallele. Maggiore fama per lei (venerata in Inghilterra come una santa laica); maggiori riconoscimenti ufficiali per lui, che - nel 1901 - fu il primo uomo insignito del Nobel per la Pace. Destino volle che morissero a poche settimane di distanza l'una dall'altro. Lei il 13 agosto 1910, lui il 30 ottobre. Cent'anni fa, tutti e due.
Le donne svolsero un ruolo importante anche nella vicenda di Dunant, colpito dal comportamento delle abitanti di Castiglione delle Stiviere (un paese vicinissimo a Solferino) che - dopo la battaglia - prestarono soccorso ai feriti, senza fare distinzioni fra i soldati piemontesi e francesi e quelli austriaci, fra amici e nemici.
Quell'esperienza fece maturare nell'animo di Dunant un'idea che riuscì a realizzare qualche anno più tardi, con la creazione della Croce Rossa Internazionale, e che gli fruttò quaranta anni più tardi (nel 1901), come dicevamo, il Nobel per la Pace, alla sua prima edizione. La sua organizzazione si è aggiudicata tre volte lo stesso riconoscimento: nel 1917 e nel 1944 (nel pieno dei due conflitti mondiali) e nel 1963, centenario della sua ideazione.
Nel 1862 Henry Dunant pubblicò, a proprie spese, Un souvenir de Solferino, un libro nel quale denunciava «la disumana tragedia dei feriti» quale gli era apparsa tre anni prima nella più cruenta delle battaglie della Seconda Guerra d'Indipendenza. Il libro fu inviato a sovrani, statisti, personaggi eminenti di vari Paesi, e fu accolto con unanime commozione. I fratelli Goncourt osservarono: «Si lascia questo libro maledicendo la guerra». Le donne di Castiglione, raccontava Dunant, «ripetevano commosse: "Tutti fratelli"». E aggiungeva: «Onore a queste creature caritatevoli, onore alle donne di Castiglione! Niente le ha fatte arretrare, niente le ha stancate o scoraggiate, e la loro dedizione modesta non ha tenuto conto alcuno né di fatiche, né di fastidi, né di sacrifici».
Alla fine dello stesso anno, Dunant convocò a Ginevra una conferenza internazionale allo scopo di impegnare i governi a patrocinare Comitati Nazionali di soccorso ai feriti, riconoscendo la neutralità del personale medico militare e di tutti i soccorritori volontari. Nel 1864 nacque ufficialmente - sempre a Ginevra - la Croce Rossa: l'atto costitutivo fu firmato dai governi di nove Paesi, fra i quali l'Italia. Dunant scelse personalmente la bandiera dell'istituzione (la croce rossa in campo bianco, che è il negativo della bandiera elvetica) e il motto "Tutti fratelli", che gli risuonava nelle orecchie da quando aveva sentito ripetere questa frase dalle donne di Castiglione.
Oggi ci sono nel mondo società di Croce Rossa (o Mezzaluna Rossa, nei Paesi musulmani) in quasi duecento Stati diversi. La Croce Rossa ha ovunque esteso le proprie competenze all'assistenza delle vittime di calamità naturali e ai servizi di pronto soccorso.

RIENTRO IN INCOGNITO. Florence Nightingale - raccontarono i corrispondenti di guerra dalla Crimea - era capace di coprire turni di venti ore consecutive, dirigendo il lavoro, assistendo agli interventi chirurgici, confortando i feriti. «Più un caso è raccapricciante», si legge in un rapporto ministeriale, «più si può essere sicuri di vedere la sua esile figura curva sull'agonizzante, senza staccarsi dal capezzale fino a quando non sopraggiunge la morte». Dopo la firma del Trattato di pace che pose fine alla guerra, tutta l'Inghilterra attese con entusiasmo il rientro in patria "dell'angelo con la lanterna". Il Governo mise a disposizione una corazzata, ma Florence rifiutò. Un giorno, ai primi di agosto del 1856, la "signorina Smith" giunse a Londra nel più stretto incognito, «sottraendosi alla banda, agli archi di trionfo e ai discorsi che erano stati preparati in suo onore: era esausta. Ma la sua salute era minata da qualcosa di più grave della stanchezza», racconta Mary Shipman. Una grave malattia la condannò presto all'immobilità.
Nel 1859 (lo stesso anno della battaglia di Solferino), grazie a una raccolta di fondi che fruttò la cospicua somma di 40mila sterline, Florence inaugurò, nell'ospedale St. Thomas, la prima scuola per infermiere professionali. Due anni dopo ne uscirono le prime dieci diplomate. Alla Camera dei Lord ci fu chi sottolineò come la Nightingale avesse contribuito all'emancipazione delle donne, «sconfiggendo pregiudizi e tradizioni», affrancando i malati dall'assistenza delle infermiere ubriacone e di dubbia moralità. In un Paese in cui le donne erano considerate meno di niente, lei fu chiamata ad esprimere la propria opinione su questioni di grande importanza.
Il suo prestigio si diffuse oltre confine: fu consultata in materia di amministrazione ospedaliera negli Stati Uniti, durante la Guerra Civile, e in Francia mentre infuriava quella con la Prussia.

LA BANCAROTTA. Dunant fu vittima della propria grande idea. Dedicò tutte le proprie energie agli ideali, e trascurò gli affari, avviandosi al dissesto finanziario. Colto dal panico, tentò alcune speculazioni arrischiate per coprire i buchi. Nel 1867, racconta Luigi Firpo, «il Credito Ginevrino, di cui era amministratore, venne dichiarato fallito e l'anno dopo il tribunale sentenziò che egli eveva "scientemente ingannato" i suoi soci». Bancarotta fraudolenta, per un milione di franchi svizzeri. Dunant - che si trovava allora a Parigi, come relatore alla prima Conferenza Internazionale della Croce Rossa sui soccorsi ai feriti di guerra - non tornò mai più nella sua città natale. Presentò le proprie dimissioni dalla Commissione di cui era segretario.
Il presidente Gustave Moynier, nella pubblicazione dedicata ai primi dieci anni dell'istituzione, non menzionò il nome di Dunant, che era divenuto simbolo di vergogna e di scandalo. Umiliato e ridotto in miseria, Henry continuò a coltivare i suoi sogni. Nel 1872 diede vita a un'Alleanza universale dell'ordine e della civiltà che, tre anni dopo, indisse un congresso per l'abolizione della tratta dei negri e del commercio degli schiavi; contemporaneamente propose di fissare alcune norme per garantire il trattamento umanitario dei prigionieri di guerra (un obiettivo che fu raggiunto nella Convenzione di Ginevra del 1929).
Nel corso di una conferenza internazionale, in Inghilterra, cadde a terra svenuto. Fu costretto a confessare che non mangiava da alcuni giorni, per mancanza di denaro. Si ridusse a dormire sulle panchine o sotto i ponti, vivendo di carità, come un vagabondo. Nel 1887 rientrò in Svizzera, e si rifugiò in un villaggio sopra il lago di Costanza. Trascorse gli ultimi diciott'anni di vita in una stanzetta d'ospedale. Un giovane giornalista scoprì il suo rifugio e raccontò la sua storia, che produsse una straordinaria emozione in tutto il mondo. Quando nel 1901 gli fu conferito il Nobel, Dunant destinò tutta la somma del premio a opere umanitarie.

Marco Martelli