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Ieri e oggi. E domani?

Affrontiamo il discusso tema dell'informazione. Dalle sue prime espressioni ad una attualità che guarda imperiosamente al futuro. Senza dimenticare la lunga e significativa storia della nostra Rivista

La ridente cittadina si stende ai piedi d'un anfiteatro orograficamente definito da cime più o meno alte, primi contrafforti della nota catena montuosa: un centro storico e un'infinità di frazioni, che si allargano a spirale tutto intorno, così come i diversi viali che partono dalla piazza principale. A metà circa di uno di questi - quello puntato a nord, fiero di un'armonica maestosità - apre un caffè piuttosto frequentato. D'epoca, come si suol dire. Qui, nella calura dei giorni estivi, gli ospiti usano sedersi agli artistici tavoli in ferro battuto posti sotto l'ombra di secolari tigli e ippocastani. All'interno, tra vecchie scacchiere e mazzi di carte distrattamente dimenticati, vi è solo un signore di mezza età. Capelli sale e pepe, spalle larghe ma non troppo, occhiali dalla leggera montatura, potrebbe essere un professore di liceo. È intento a leggere un quotidiano nazionale, fermato - come tutti gli altri sparsi sui tavoli interni - nel classico "bastone". Si sosta incantati ad osservarlo e, dopo qualche momento, si crede quasi di poter vedere, lì sul viale, passare un calessino, un tiro a quattro, o magari un "carro giro" che trasporta, al lento ma poderoso passo di due cavalli, pesanti botti di birra. Poi, il trillo d'un cellulare e gli occhi che corrono ad un tavolo di fuori, dove una ragazza risponde allegra alla chiamata d'un amico, mentre la sua compagna d'avventure sta facendo scivolare l'indice sullo schermo di una elaboratissima "tavoletta" elettronica. E il confronto si propone spontaneo: noi e i giornali, ieri e oggi. E domani?Hans Eder - Uomo che legge il giornale

LE NOTIZIE. Noi e i giornali, dunque. Ieri, oggi e domani. O forse sarebbe più corretto dire: noi e l'informazione, ieri, oggi e domani? Discorso complesso. Per le mille sfaccettature che gli sono proprie. «Un giornale è un giornale! Che altro?», viene infatti da pensare di primo acchito. Ma è proprio così?
Partiamo da lontano. Un dato è certo: le notizie sono l'essenza stessa dell'esistere; e il dato è talmente scontato da non apparire discutibile. Altrimenti sarebbe difficile comprendere a che pro quel 12 settembre del 490 a.C. - ma molti propendono per il 12 agosto, e sottolineano che dovesse fare un gran caldo - il generale Milziade avrebbe spedito "di corsa" all'Acropoli di Atene, con il compito di annunciare la vittoria sui Persiani, l'araldo Fidippide (o Filippide che dir si voglia, per quanto sembra che lo sfortunato militare passato alla storia per esser stramazzato al suolo una volta giunto a destinazione, rispondesse al nome di Tersippo o a quello di Eucle). O ancora, per quali oscuri motivi Giulio Cesare avrebbe ritenuto opportuno dare avvio agli Acta Diurna Populi Romani, riportandovi decreti imperiali, note giudiziarie, e nondimeno annunci di matrimoni e battesimi: in altre parole, i fatti degni di nota accaduti a Roma giorno dopo giorno?
Non vi è alcun dubbio, allora: le notizie sono parte stessa dell'esistenza. Ma riprendiamo i due eventi appena ricordati. Per sottolineare come già in essi facciano capolino due diversi - ed ugualmente centrali - aspetti del rapporto tra lettori e giornali (o, come detto, tra noi e l'informazione); come indiscutibilmente vi appaiano due tematiche di fondo: il potere e la velocità. Parole, entrambe, dai mille riferimenti. Potere. Quale "potere"? Quello che la stampa - dunque i giornali, e quindi l'informazione - si sostiene possieda? (Basti ricordare Quarto Potere, leggendaria opera cinematografica scritta, diretta e interpretata da Orson Welles nel 1941; o la storica frase: «…è la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente!», pronunciata nel 1952 da Humphrey Bogart nella scena finale de L'ultima minaccia). Oppure quello che da subito ha cercato di sfruttare l'efficacia comunicativa delle diverse "gazzette" (nome dovuto al prezzo d'una moneta d'argento detta gazeta) che iniziano a diffondersi da Venezia a partire dal 1563, fino a creare epigoni del Mercure Galant (prototipo di una certa informazione, e di un certo modo di farla, che apparve a Parigi nel 1672 con l'intento sostanziale di informare la società "elegante" di quanto accadeva nella vita di corte)? A voi la scelta.
E non è affatto detto che riguardo all'argomento velocità si possa essere maggiormente univoci. Pur se, in un confronto come quello suggerito ai tavolini del nostro caffè d'epoca, la velocità si impone senza incertezze. Oggi siamo talmente "viziati" dalla possibilità di vedere "in tempo reale" il primo passo dell'uomo sulla Luna piuttosto che la finale dei Campionati mondiali di calcio da non riuscire quasi ad immaginare come un tempo si potesse avere notizia di avvenimenti epocali solo a distanza di giorni e giorni. Quasi venti, giusto per fare un esempio, per la vittoria delle armate cristiane nel mare di Lepanto il 7 ottobre 1571 (pur se si vuole che papa Pio V, alle 12 di quello stesso 7 ottobre, diede ordine di suonare le campane, e stabilì che ogni chiesa ripetesse il rituale ogni giorno, al mattino, a mezzogiorno e alla sera, allo scopo di ricordare l'avvenuta vittoria). Viziati al punto da non riuscire a comprendere l'importanza sempre attribuita alla rapidità nella trasmissione delle notizie. Un'importanza che motivò la cura estrema del sistema "telegrafico" (fiaccole come segnali) e di quello "postale" (con staffette a cavallo) messi a punto dagli antichi romani, o che regalò un fascino indiscusso al telegrafo vero e proprio, attraverso il quale, agli albori del secolo scorso, giornalisti di fama (come dimenticare Luigi Barzini senior e le sue cronache da Cina e Giappone per il Corriere della Sera?) hanno potuto render conto di grandi eventi solo a "poche decine di ore" di distanza dal loro accadimento.

I GIORNALI. Ma sono solo questi - potere e velocità - i punti chiave? O non è altrettanto centrale il ruolo rivestito nel sistema informativo dal giornale quotidiano in quanto tale e dai suoi confratelli di varia periodicità? Ci spieghiamo: è certo difficile contestare che da quando, sul finire del XIX secolo, apparvero nelle nostre edicole alcune delle testate che ancora adesso la fanno da padrone (fogliazione di quattro pagine a un costo variabile fra i 5 centesimi del Messaggero di Roma, inizialmente Messaggiero, e de La Stampa di Torino e i 7 del Corriere della Sera, se venduto fuori Milano), il quotidiano sia stato l'architrave su cui si è retta l'informazione. E che questo, negli ultimi centocinquant'anni, sia avvenuto ovunque sul globo terracqueo. Non è certo un caso che Jules Verne, il 2 ottobre 1872, negli ovattati salotti londinesi del Reform Club (realmente esistente), faccia scommettere Phileas Fogg sul poter compiere in 80 giorni il giro del mondo solo dopo aver letto un articolo del Daily Telegraph attorno alle ultime innovazioni tecnologiche e scientifiche.
Del resto, senza andare così a ritroso nel calendario, i molti fra di noi che non sono proprio di verdissima età rammenteranno il rito, soprattutto maschile (sic!), della lettura domenicale del quotidiano al caffè con gli amici. Con i giornali quasi sempre bloccati, proprio come nell'immagine del nostro amico professore, da una doppia stecca in legno o in metallo per evitarne la frantumazione, ma anche… le appropriazioni indebite! Rito che si è ripetuto quasi ovunque fino a pochi anni orsono, e ancora adesso in auge in qualche piccolo centro. Certo, nulla di comparabile con quanto accadeva oltre le Alpi e il mare (in Gran Bretagna o negli Usa, per dire, le edizioni festive raggiungevano il chilo e passa di peso e venivano lette da tutta la famiglia), ma che ha posto anche da noi le fondamenta di quel prestigio ancor oggi goduto dai quotidiani. Che diventa concreto, tangibile, quando si sente il bisogno di saperne di più su una notizia appena ascoltata nei pur seguitissimi giornali-radio e telegiornali. Cosa di meglio che rimandare l'approfondimento al giorno successivo e alla lettura della testata preferita?

L'INFORMAZIONE. Un ruolo però, questo del quotidiano, già in inesorabile seppur lenta trasformazione. In quale direzione? Ecco il punto. Cosa accadrà domani e, soprattutto, dopodomani? Avremo un mondo dell'informazione a più facce? Nel quale convivranno le magiche tavolette computerizzate, impossibili a maneggiarsi per chi oggi abbia superato i vent'anni, con personaggi alla Joss Le Guern, il "banditore di notizie spicciole" che officia a Parigi nei pressi della Gare Montparnasse, uscito dalla brillante penna di Fred Vargas? E in questo contesto comunicazionale, quale ruolo sarà riservato ai nipotini di The Spectator, edito per pochi mesi a Londra fra il 1711 e il 1712, e considerato da molti il primo esempio di giornalismo moderno? O, per restare nei nostri confini, della Gazzetta Veneta, il bisettimanale uscito a Venezia nel 1760, ispirato a Gaspare Gozzi proprio dal quotidiano londinese? Al numero di ottobre - forse - l'ardua risposta...

Minna Conti