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La ridente cittadina si stende ai
piedi d'un anfiteatro orograficamente definito da cime più o meno
alte, primi contrafforti della nota catena montuosa: un centro
storico e un'infinità di frazioni, che si allargano a spirale tutto
intorno, così come i diversi viali che partono dalla piazza
principale. A metà circa di uno di questi - quello puntato a nord,
fiero di un'armonica maestosità - apre un caffè piuttosto
frequentato. D'epoca, come si suol dire. Qui, nella calura dei
giorni estivi, gli ospiti usano sedersi agli artistici tavoli in
ferro battuto posti sotto l'ombra di secolari tigli e ippocastani.
All'interno, tra vecchie scacchiere e mazzi di carte distrattamente
dimenticati, vi è solo un signore di mezza età. Capelli sale e
pepe, spalle larghe ma non troppo, occhiali dalla leggera
montatura, potrebbe essere un professore di liceo. È intento a
leggere un quotidiano nazionale, fermato - come tutti gli altri
sparsi sui tavoli interni - nel classico "bastone". Si sosta
incantati ad osservarlo e, dopo qualche momento, si crede quasi di
poter vedere, lì sul viale, passare un calessino, un tiro a
quattro, o magari un "carro giro" che trasporta, al lento ma
poderoso passo di due cavalli, pesanti botti di birra. Poi, il
trillo d'un cellulare e gli occhi che corrono ad un tavolo di
fuori, dove una ragazza risponde allegra alla chiamata d'un amico,
mentre la sua compagna d'avventure sta facendo scivolare l'indice
sullo schermo di una elaboratissima "tavoletta" elettronica. E il
confronto si propone spontaneo: noi e i giornali, ieri e oggi. E
domani?
LE NOTIZIE. Noi e i giornali, dunque. Ieri, oggi e
domani. O forse sarebbe più corretto dire: noi e l'informazione,
ieri, oggi e domani? Discorso complesso. Per le mille sfaccettature
che gli sono proprie. «Un giornale è un giornale! Che altro?»,
viene infatti da pensare di primo acchito. Ma è proprio così?
Partiamo da lontano. Un dato è certo: le notizie sono l'essenza
stessa dell'esistere; e il dato è talmente scontato da non apparire
discutibile. Altrimenti sarebbe difficile comprendere a che pro
quel 12 settembre del 490 a.C. - ma molti propendono per il 12
agosto, e sottolineano che dovesse fare un gran caldo - il generale
Milziade avrebbe spedito "di corsa" all'Acropoli di Atene, con il
compito di annunciare la vittoria sui Persiani, l'araldo Fidippide
(o Filippide che dir si voglia, per quanto sembra che lo sfortunato
militare passato alla storia per esser stramazzato al suolo una
volta giunto a destinazione, rispondesse al nome di Tersippo o a
quello di Eucle). O ancora, per quali oscuri motivi Giulio Cesare
avrebbe ritenuto opportuno dare avvio agli Acta Diurna Populi
Romani, riportandovi decreti imperiali, note giudiziarie, e
nondimeno annunci di matrimoni e battesimi: in altre parole, i
fatti degni di nota accaduti a Roma giorno dopo giorno?
Non vi è alcun dubbio, allora: le notizie sono parte stessa
dell'esistenza. Ma riprendiamo i due eventi appena ricordati. Per
sottolineare come già in essi facciano capolino due diversi - ed
ugualmente centrali - aspetti del rapporto tra lettori e giornali
(o, come detto, tra noi e l'informazione); come indiscutibilmente
vi appaiano due tematiche di fondo: il potere e la velocità.
Parole, entrambe, dai mille riferimenti. Potere. Quale "potere"?
Quello che la stampa - dunque i giornali, e quindi l'informazione -
si sostiene possieda? (Basti ricordare Quarto Potere, leggendaria
opera cinematografica scritta, diretta e interpretata da Orson
Welles nel 1941; o la storica frase: «…è la stampa, bellezza, e tu
non puoi farci niente!», pronunciata nel 1952 da Humphrey Bogart
nella scena finale de L'ultima minaccia). Oppure quello che da
subito ha cercato di sfruttare l'efficacia comunicativa delle
diverse "gazzette" (nome dovuto al prezzo d'una moneta d'argento
detta gazeta) che iniziano a diffondersi da Venezia a partire dal
1563, fino a creare epigoni del Mercure Galant (prototipo di una
certa informazione, e di un certo modo di farla, che apparve a
Parigi nel 1672 con l'intento sostanziale di informare la società
"elegante" di quanto accadeva nella vita di corte)? A voi la
scelta.
E non è affatto detto che riguardo all'argomento velocità si possa
essere maggiormente univoci. Pur se, in un confronto come quello
suggerito ai tavolini del nostro caffè d'epoca, la velocità si
impone senza incertezze. Oggi siamo talmente "viziati" dalla
possibilità di vedere "in tempo reale" il primo passo dell'uomo
sulla Luna piuttosto che la finale dei Campionati mondiali di
calcio da non riuscire quasi ad immaginare come un tempo si potesse
avere notizia di avvenimenti epocali solo a distanza di giorni e
giorni. Quasi venti, giusto per fare un esempio, per la vittoria
delle armate cristiane nel mare di Lepanto il 7 ottobre 1571 (pur
se si vuole che papa Pio V, alle 12 di quello stesso 7 ottobre,
diede ordine di suonare le campane, e stabilì che ogni chiesa
ripetesse il rituale ogni giorno, al mattino, a mezzogiorno e alla
sera, allo scopo di ricordare l'avvenuta vittoria). Viziati al
punto da non riuscire a comprendere l'importanza sempre attribuita
alla rapidità nella trasmissione delle notizie. Un'importanza che
motivò la cura estrema del sistema "telegrafico" (fiaccole come
segnali) e di quello "postale" (con staffette a cavallo) messi a
punto dagli antichi romani, o che regalò un fascino indiscusso al
telegrafo vero e proprio, attraverso il quale, agli albori del
secolo scorso, giornalisti di fama (come dimenticare Luigi Barzini
senior e le sue cronache da Cina e Giappone per il Corriere della
Sera?) hanno potuto render conto di grandi eventi solo a "poche
decine di ore" di distanza dal loro accadimento.
I GIORNALI. Ma sono solo questi - potere e
velocità - i punti chiave? O non è altrettanto centrale il ruolo
rivestito nel sistema informativo dal giornale quotidiano in quanto
tale e dai suoi confratelli di varia periodicità? Ci spieghiamo: è
certo difficile contestare che da quando, sul finire del XIX
secolo, apparvero nelle nostre edicole alcune delle testate che
ancora adesso la fanno da padrone (fogliazione di quattro pagine a
un costo variabile fra i 5 centesimi del Messaggero di Roma,
inizialmente Messaggiero, e de La Stampa di Torino e i 7 del
Corriere della Sera, se venduto fuori Milano), il quotidiano sia
stato l'architrave su cui si è retta l'informazione. E che questo,
negli ultimi centocinquant'anni, sia avvenuto ovunque sul globo
terracqueo. Non è certo un caso che Jules Verne, il 2 ottobre 1872,
negli ovattati salotti londinesi del Reform Club (realmente
esistente), faccia scommettere Phileas Fogg sul poter compiere in
80 giorni il giro del mondo solo dopo aver letto un articolo del
Daily Telegraph attorno alle ultime innovazioni tecnologiche e
scientifiche.
Del resto, senza andare così a ritroso nel calendario, i molti fra
di noi che non sono proprio di verdissima età rammenteranno il
rito, soprattutto maschile (sic!), della lettura domenicale del
quotidiano al caffè con gli amici. Con i giornali quasi sempre
bloccati, proprio come nell'immagine del nostro amico professore,
da una doppia stecca in legno o in metallo per evitarne la
frantumazione, ma anche… le appropriazioni indebite! Rito che si è
ripetuto quasi ovunque fino a pochi anni orsono, e ancora adesso in
auge in qualche piccolo centro. Certo, nulla di comparabile con
quanto accadeva oltre le Alpi e il mare (in Gran Bretagna o negli
Usa, per dire, le edizioni festive raggiungevano il chilo e passa
di peso e venivano lette da tutta la famiglia), ma che ha posto
anche da noi le fondamenta di quel prestigio ancor oggi goduto dai
quotidiani. Che diventa concreto, tangibile, quando si sente il
bisogno di saperne di più su una notizia appena ascoltata nei pur
seguitissimi giornali-radio e telegiornali. Cosa di meglio che
rimandare l'approfondimento al giorno successivo e alla lettura
della testata preferita?
L'INFORMAZIONE. Un ruolo però, questo del
quotidiano, già in inesorabile seppur lenta trasformazione. In
quale direzione? Ecco il punto. Cosa accadrà domani e, soprattutto,
dopodomani? Avremo un mondo dell'informazione a più facce? Nel
quale convivranno le magiche tavolette computerizzate, impossibili
a maneggiarsi per chi oggi abbia superato i vent'anni, con
personaggi alla Joss Le Guern, il "banditore di notizie spicciole"
che officia a Parigi nei pressi della Gare Montparnasse, uscito
dalla brillante penna di Fred Vargas? E in questo contesto
comunicazionale, quale ruolo sarà riservato ai nipotini di The
Spectator, edito per pochi mesi a Londra fra il 1711 e il 1712, e
considerato da molti il primo esempio di giornalismo moderno? O,
per restare nei nostri confini, della Gazzetta Veneta, il
bisettimanale uscito a Venezia nel 1760, ispirato a Gaspare Gozzi
proprio dal quotidiano londinese? Al numero di ottobre - forse -
l'ardua risposta... |